editoriali

I “riarmisti” del PD contro l’unità delle forze di opposizione

di Franco
Ferrari

Negli ultimi giorni si sono succeduti interventi che rilanciano la necessità di una politica che sostenga apertamente e senza incertezze il riarmo europeo e la possibilità di un’escalation che metta in conto la possibilità di un conflitto militare con la Russia.

Un gruppo di esponenti della destra del PD, guidati dall’europarlamentare Giorgio Gori, ha pubblicato un testo che vorrebbe essere una sorta di manifesto politico che definisce i paletti insuperabili, dal loro punto di vista, per la possibilità di un’alleanza dell’opposizione in vista delle elezioni del 2027.

Il testo si muove nell’ambito dell’approccio ideologico centrista che in questi anni ha subito numerose sconfitte in tutta Europa e non solo. In Italia questo orientamento è stato interpretato da Renzi, Gentiloni, Letta, in Francia da Macron, in Gran Bretagna ha tentato di rilanciarlo Keir Starmer che ha appena dovuto abbandonare la residenza di primo ministro avendo inanellato una sequela di fallimenti.

C’è un accenno di ricostruzione storica che è piuttosto lacunosa. “L’ordine internazionale è collassato con il 1989 e si sta facendo strada la forza dell’arroganza”, scrivono i 13 esponenti della destra del PD. Oggi riemergono i “grandi imperialismi”, la Russia e la Cina. Che cosa è successo tra il 1989 e oggi? Chi ha dominato la scena mondiale? Chi ha promosso decine di guerre in giro per il mondo? Domande che restano senza risposta.

Apprendiamo che la Russia avrebbe “invaso” la Cecenia che, fino a prova contraria, è parte della stessa Federazione e si dimentica che quel conflitto interno fu sostenuto dall’Occidente nel quadro della “guerra al terrorismo”.  Silenzio sull’aggressione militare di USA e Israele all’Iran che sta imponendo pesanti riflessi negativi sull’economia europea e globale. Impossibile aspettarsi da chi aderisce a “Sinistra per Israele” una condanna al genocidio dei palestinesi e alle diverse guerre messe in campo da Tel Aviv contro tutti i paesi confinanti.

In questa narrazione smemorata e strabica delle vicende mondiali, i 13 propongono, in uno sfoggio di neolingua orwelliana nella quale “pace è guerra”, due direttrici di fondo. La prima è la riproposizione di un’Europa federale che si sottrae a qualsiasi verifica dello stato reale di questa Unione Europea che mantiene integralmente l’impianto liberista di Maastricht, è priva di una dimensione realmente democratica e le cui scelte politiche recenti sono frutto di una evidente convergenza di fatto tra conservatori ed estrema destra su tutti i temi rilevanti (cambiamento climatico, politiche anti-migranti, ecc.). Per quanto riguarda l’assetto istituzionale, l’unica proposta concreta è il cosiddetto “superamento del diritto di veto” che, in un contesto sostanzialmente intergovernativo, consegnerebbe l’Unione Europea nelle mani di una destra sempre più aggressiva e autoritaria.

L’altra direttrice di fondo è il riarmo. In proposito si sostiene che il piano presentato dalla Von der Leyen, Rearm Europe, poi ribattezzato per ipocrisia Readiness 2030, sia solo il “primo, necessario passo verso una difesa sempre più comune”. Non bisogna contrapporre la difesa comune agli “investimenti nelle difese nazionali”, affermano i 13. Sul programma SAFE, con il quale gli Stati possono ricorrere a prestiti da parte dell’Unione Europea, la destra tituba per gli effetti negativi che avrebbe sull’indebitamento dell’Italia. Inoltre sarebbe evidente, per l’opinione pubblica, il contrasto fra la magnanimità (relativa) dell’UE per le spese di riarmo e l’arcigna richiesta di austerità per tutte le spese sociali.

Invece per i 13 il programma SAFE consentirebbe di attuare le politiche di riarmo senza toccare il welfare, ma questo è palesemente un imbroglio. Per sostenerlo il gruppo dei riarmisti è silente sulla decisione della NATO di imporre l’aumento delle spese militari al 5% del PIL. Un aumento della spesa militare che risulta del tutto impraticabile senza intaccare la spesa pubblica per il welfare.

Per Gori, Delrio, Fassino, Guerini, Quartapelle e soci “una coalizione di centrosinistra … deve partire da qui”. È del tutto evidente che su queste premesse una “coalizione di centrosinistra” è quasi impossibile da costruire e se anche lo fosse sarebbe destinata alla sconfitta. Siamo alla riproposizione della linea di Enrico Letta del 2022 che garantì la vittoria della destra e l’arrivo del governo Meloni. I nostalgici dell’Agenda Draghi sembrano riprovarci a cinque anni di distanza ma in contesto globale, europeo ed italiano nel quale queste tesi hanno perso gran parte del consenso di cui potevano contare in altri momenti.

Il dato politico più significativo è che posizioni che erano dominanti ancora nel PD post-renziano oggi si trovano ai suoi margini, anche se è possibile che nel ceto politico del partito possano avere più consenso di quanto ufficialmente appaia. Ma tra i settori più moderati e tradizionalmente atlantisti e fautori di un europeismo caratterizzato in senso liberista ci si rende ben conto che presentarsi agli elettori con il programma dei 13 vorrebbe dire votarsi al suicidio elettorale.

Detto ciò non bisogna sottovalutare il pressing che verrà da portavoce dell’establishment, come il Corriere della Sera, decisamente filogovernativo ma che vorrebbe anche decidere la politica dell’opposizione. Molto esplicito l’editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della Sera di lunedì 20 luglio che sollecitava Elly Schlein ad aprire esplicitamente lo scontro con Giuseppe Conte sull’Ucraina e sul riarmo europeo. Mieli cerca di coprirsi con le parole del Presidente della Repubblica secondo il quale armare l’Ucraina non servirebbe a far proseguire la guerra bensì a mettervi fine. Per il momento questa tesi non ha alcun riscontro nella realtà. Al contrario ciò a cui assistiamo è una pericolosa escalation tra l’Ucraina che colpisce in profondità la Russia e quest’ultima che mette nel mirino direttamente e sempre più massicciamente Kiev.

Per Mieli, Meloni “ha dato prova di saper, all’occorrenza, mettere alla frusta il suo gregge, Schlein no. Lei, quando si parla di Russia, Ucraina e riarmo europeo, si eclissa o se la cava con qualche generico auspicio di pace”. Il quotidiano conservatore sollecita la leader del PD a “combattere” non contro il governo, a cui il Corriere guarda sempre con favore, ma contro i suoi alleati.

Nello stesso mondo dei (cattivi) consiglieri liberal-atlantisti si colloca la Presidente del consiglio scientifico dell’Istituto Affari Internazionali, Nathalie Tocci.

In una tribuna scritta per l’Economist esplicita una linea meno mascherata da proclami pacifisti. La sua preoccupazione è che se “le istituzioni, la politica e i media non prendono seriamente in considerazione la possibilità della guerra, non ci si può sorprendere che non lo facciano nemmeno i cittadini, respingendo gli appelli alla leva o i tagli alle spese sociali nell’interesse della difesa”. Ma tutto questo non sarebbe indice di “codardia” ma semplicemente perché meno consapevoli.

“Gli europei avranno meno probabilità di dover combattere nella misura in cui siano preparati a farlo fisicamente e psicologicamente. È questa preparazione che può rappresentare una deterrenza nei confronti della Russia. Ma è proprio l’assenza di guerra che riduce la preparazione e la deterrenza”. Come risolvere questo dilemma? Per la Tocci l’idea geniale è mettere “gli stivali sul terreno in Ucraina”.

La “coalizione dei volenterosi” ha preparato dei piani per dispiegare qualche migliaio di soldati dopo il cessate il fuoco, per il quale però nessuno sta lavorando. Ma, suggerisce l’esperta, meglio metterli prima. Certo, questo “farebbe infuriare la Russia” e quindi i soldati si troverebbero in pericolo. Ma è proprio questo il fatto positivo per la Tocci, perché per preparare fisicamente e psicologicamente gli europei alla guerra non c’è cosa migliore che iniziare la guerra.

Perché, si inebria ancora l’esperta, grazie alla guerra gli ucraini hanno messo in moto le “menti più brillanti” e scatenato la loro creatività. Senza la guerra gli stessi si sarebbero avviati a carriere “gratificanti ma banali”. Invece così hanno potuto realizzare “innovazioni tecnologiche che faranno storia”. Con la sua proposta, la Tocci si augura che “forse una frazione del coraggio, dell’umiltà e della creatività dell’Ucraina possa infettare altre società europee”. Se il 78% degli italiani non sono pronti a immolarsi per la patria è solo perché “i talk show TV (ndr: dove è spesso invitata) sono pesantemente infiltrati da propagandisti filo-russi”.

Contro queste proposte irresponsabili che cercano di normalizzare la guerra come unica prospettiva possibile per l’Europa, si deve auspicare che il fronte delle forze di opposizione sappia convergere su una base programmatica coerente con il dettato costituzionale.

Franco Ferrari

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