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Streets of Bologna

di Stefano
Galieni

Gennaio 2026 “Però calpestano i nostri diritti / Se hai la pelle nera o scura, amico mio / Puoi essere interrogato o deportato a vista”, versi tradotti della Streets of Minneapolis che continua ad irrompere nei concerti di Bruce Springsteen, che getta in faccia a chi non vuol vedere il vero volto degli USA, di Trump ma anche del culto delle armi e della violenza privata e dello Stato. E da questa parte dell’Atlantico, come siamo pronti ad accogliere il rock di denuncia del Boss, si è diventati capaci di esercitare lo stesso suprematismo killer, con ferocia e senza pietà alcuna. La storia è nota, Bologna, quartiere del Pilastro. C’è chi ne ricorda il nome perché qui imperversava la cosiddetta “Banda della Uno bianca”, poliziotti assassini e stragisti che rappresentano ancora una pagina nera non solo del capoluogo emiliano. Ora c’è chi afferma che il quartiere è migliorato, che offre una qualità della vita migliore, ma per chi? Abitanti e persone attive nel contrasto alla repressione, narrano invece di un quartiere fortemente militarizzato, sotto controllo, come se da un momento all’altro potesse divenire polveriera. Ma poi accade altro. Accade che, forse a causa del caldo, della paura derivante dalla minaccia costante, propagandata a reti unificate da tv e giornali, di progetti di deportazione, “la remigrazione”, di un momento di stress legato ad una vita difficile se non sei né ricco né cittadino doc, di una somma di fattori che purtroppo non potremmo mai più decifrare, un uomo di 42 anni abbia un momento di crollo psichico, al punto da urlare la sua disperazione all’universo mondo, con ogni mezzo. Ma se sei povero e non sei cittadino doc, non ti puoi permettere di crollare, la tua vita deve essere perennemente performativa in un Paese che è riuscito ad introiettare il più bieco razzismo – nelle istituzioni come fra le persone – unito al fatto che la tua vita vale fino a quando produci reddito e profitto. Non ti è permesso cedere.

Abderrahim Fakir, cittadino marocchino, di 42 anni, in Italia da quando ne aveva 7, si sette, ovvero residente nel “belpaese” da trentacinque anni eppure senza cittadinanza, il 19 luglio dava in “escandescenze”. Dal palazzo in cui abitava hanno chiamato il 118 per chiedere soccorso, dall’ambulanza a loro volta hanno contattato le forze dell’ordine. La scena che si vede perfettamente nel video girato è raccapricciante. Quattro operatori sanitari che attendono il da farsi, due agenti che – coadiuvati da un “bravo cittadino” che serra all’uomo le caviglie – prima lo investono in faccia con uno spray al peperoncino, poi tentano di immobilizzarlo con la faccia sull’asfalto e di ammanettarlo con fascette di plastica. Abderrahim chiede aiuto, urla di fermarsi, poi si lascia andare mentre gli vengono serrati i polsi dietro la schiena. Solo a quel punto intervengono i sanitari non potendo far altro che constatarne il decesso. La rabbia e la costernazione montano, fra gli amici e i familiari mentre giungono le prime troupe televisive. Ci sono i video che ricostruiscono perfettamente la scena, ci sono le prove che Abderrahim è stato ucciso attraverso un uso sproporzionato e scellerato della forza. Il personale sanitario che doveva intervenire, forse per impreparazione, forse per timore nei confronti delle forze dell’ordine, è rimasto immobile, gli agenti non sapevano come fermare senza ucciderla, una persona agitata, o forse – più probabile – hanno pensato unicamente a schiacciarlo e ad ammanettarlo, perché la sua vita non contava nulla. Ma questo è solo l’inizio perché Abderrahim Fakir, titolare di una piccola impresa di facchinaggio che lavorava anche nella logistica, è stato ucciso più volte. Nei primi lanci d’agenzia della questura, si diceva che avesse distrutto un’automobile – anche fosse vale una vita? – che aveva bevuto o assunto sostanze stupefacenti – sarà l’autopsia a dircelo. I suoi precedenti penali, piccolo spaccio ed evasione dagli arresti domiciliari, che risalgono a quando era molto giovane, per quanto estinti dal 2012, da 14 anni, sono stati sbattuti immediatamente sulla stampa, bypassando ogni diritto e ogni rispetto delle normative in materia. Serviva dire che era un delinquente. Immediatamente dopo si è attivato il sistema disinformativo. Si è scritto che gli agenti erano stati iscritti nel registro degli indagati, cosa non vera ma ne parleremo in avanti. E mentre il fasciolegume nazionale esprimeva a prescindere solidarietà e vicinanza alle forze dell’ordine, al Tg3 regionale, alla Rai che ha il dovere di essere servizio pubblico, un servizio sulla vicenda veniva censurato. In pochi minuti si realizzava un braccio di ferro fra il direttore della testata e il giornalista che aveva realizzato il servizio. Il primo voleva imporre tagli al video che testimoniava l’efferatezza dell’omicidio, la rimozione di alcuni termini ritenuti pregiudizialmente inadeguati verso le forze dell’ordine, l’assenza di una voce della questura. Il giornalista, a tali richieste, rifiutava di firmare un simile taglio e dopo goffi tentativi è stato deciso, durante il tg stesso che il servizio, dopo essere stato annunciato nei titoli, non andasse in onda. Ma si è andati avanti. Un sindacato di polizia, orientato a destra, utilizzava intanto i social per tracciare un curriculum criminale di Fakir, che non corrispondeva al vero. Arrivava scambiare, fotocopiando la vicenda del connazionale ucciso a Milano pochi mesi fa, in un episodio altrettanto fosco da un agente delle forze dell’ordine e facendola divenire il profilo di Abderrahim Fakir. Insomma, una fedina penale che non era la sua. Il testo, che molti hanno incollato ovunque era utile a poter affermare un concetto orrendo, che ricorda i processi per stupro che si sintetizza in “se l’è cercata”, sostiene falsamente che Fakir fosse un criminale incallito a cui sono stati attribuiti arresti per spaccio di droga nel 2021 e nel 2022 con un periodo di detenzione in carcere, reati di resistenza a pubblico ufficiale, rapina, ricettazione di telefoni rubati e lesioni personali causate a un agente di polizia. Una bufala, o meglio dire un puro atto di sciacallaggio, utile poi a far prevalere, nella narrazione tossica dominante, ogni forma di giustificazione ad un omicidio. A poco valgono ora le smentite, l’ennesima violenza si è compiuta come accanimento post mortem permettendo a leoni da tastiera nonché di piazza – tanto popolari quanto di Stato – di far emergere uno dei gorghi più purulenti del Paese. E se da una parte ci sono state significative mobilitazioni solidali non solo a Bologna ma in numerose città italiane e se sono in atto mobilitazioni nei comparti della logistica in Emilia, la risposta repressiva non si è fatta attendere usando due strumenti. Gli agenti che hanno – con tutta evidenza – determinato la morte di Fakir, sono stati i primi ad avvalersi del cosiddetto Scudo penale. Non sono infatti ad oggi iscritti nel registro degli indagati ma in un apposito percorso, (registro 45 bis), che rappresenta una sorta di clausola preventiva. Con il ddl sicurezza da cui è nato, le donne e gli uomini in divisa che si ritrovano a dover agire in condizioni di particolari difficoltà tali da causare danni a terzi, beneficiano di una pre – indagine da cui, in caso risulti che i nocumenti arrecati siano avvenuti in circostanze di particolare emergenza (fondate su ampia discrezionalità interpretativa) non si apre alcuna indagine e nessuno ne paga le conseguenze. L’uso di tale scudo apre ad un altro scenario. Sono troppi i casi passati – precedenti allo scudo – in cui gli abusi in divisa hanno incontrato sovente scarsa opposizione e non sufficienti azioni politiche o giudiziarie. È accaduto – non sempre – soltanto quando il danno prodotto – spesso la morte – non potevano cadere nel silenzio. E qui una prima amara considerazione: se con immensa fatica e solo in parte alcuni hanno avuto briciole di giustizia, quando la vittima era razzializzata, tutto è caduto in un silenzio, è il caso di dire, da tomba. Quelle vittime di abuso sono di serie b, assolutamente non considerate così importanti da divenire né mediatiche né politiche. È maturata una sorta di gerarchia del valore della vita che non può essere ricondotta alla condanna delle “mele marce”, ma a disvalori condivisi fra le forze dell’ordine che lentamente sono stati sdoganati e hanno letteralmente modificato le regole di ingaggio. Una violenza sistemica e suprematista che, in laboratori della repressione come Bologna, hanno visto come bersagli prescelti prima le persone razzializzate, poi le donne e infine i giovani che manifestano dissenso. L’ICE, da questo punto di vista esiste già da anni, uccide e deporta ma dal 12 giugno – giorno dell’approvazione del Patto immigrazione e asilo – è stata istituzionalizzata. La novità non è di oggi, non è del governo Meloni ma con questo governo orbanista ha compiuto un micidiale salto di qualità che se si realizzasse il combinato disposto di una ulteriore modifica restrittiva delle leggi elettorali, svuoterebbe quelle poche gocce ancora resistenti nel piccolo bicchiere della democrazia costituzionale oggi ancora vigente. Bologna è la città in cui, il 5 ottobre 2025, durante una manifestazione per la Palestina, una donna, una lavoratrice di 34 anni venne colpita ad un occhio da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo al punto che oggi da tale occhio non vede più. Bologna è la città in cui il 9 luglio 2024, a seguito di una protesta non violenta di attivisti di Extinction Ribellion, contro il G7, 21 persone sono state trattenute per 7 ore senza acqua né cibo e con capi d’accusa inventati di sana pianta. Una di queste, un’altra giovane donna è stata costretta a denudarsi in un bagno fatiscente e a subire la perquisizione da parte di una agente senza che ne esistessero motivazioni. Le denunce fatte dagli attivisti e dalla giovane in questione sono state, ovviamente, archiviate e il clima di intimidazione si è fatto sentire. Bologna è la città in cui il giorno dopo la morte di Abderrahim Fakir, un presidio che si è trasformato in corteo è stato fermato con idranti, anche dall’alto e manganellate che hanno raggiunto e colpito anche un giornalista che, mentre veniva picchiato, dichiarava inutilmente la propria identità. Chi c’era racconta di una mobilitazione in cui erano presenti intere famiglie del quartiere di Fakir, che si è aperta con interventi pacati e che imploravano giustizia, in cui la sorella di un uomo ucciso poche ore prima ha anche abbracciato il questore. Ma quando si è giunti davanti alla prefettura sono bastate le urla “assassini” rivolte agli agenti da alcuni presenti al corteo per far partire gas lacrimogeno e urticante, dissuasori acustici con gli elicotteri che volteggiavano in alto come avvoltoi. Durante la notte, ronde di agenti in borghese e non, hanno girato per la città a caccia di chi aveva preso parte al presidio e alla manifestazione. Intimidazione e minacce sono fondamentali per evitare ogni forma di manifestazione, c’è da attendersi che grazie alle riprese effettuate durante le cariche, altre condanne e altri Daspo verranno emanati verso chi, anche per ripararsi dalla carica immediata, ha cercato rifugio dietro le automobili, in alcuni casi risultate danneggiate. La proprietà, innanzitutto, vale per i gioiellieri killer, perché no per chi manifesta la propria rabbia? Non si tratta di caldo o di testosterone, ma di ordini impartiti dall’alto per sedare ogni minima traccia di opposizione e Bologna sembra essere uno degli snodi centrali di tali pratiche, in cui agenti in formazione vanno a farsi le ossa e a guadagnarsi le promozioni. E non chiamiamola cattiveria. Quel comportamento – ben più che a Genova esattamente 25 anni prima – corrisponde ad un’idea di legge e ordine in cui si chiede a tutti di avere paura e con cui si “rassicurano” i cittadini che non partecipano a tali manifestazioni. Perché del razzismo di classe è imbevuta ormai una parte enorme della società italiana, non solo il ceto medio che non ama essere disturbato da un corteo ma anche chi è stato ormai retequattrizzato al punto che, anche se non arriva a fine mese, considera quei cittadini con la pelle diversa, quelle donne, quegli studenti che alzano la schiena, come dei pericoli da schiacciare. Accade, in maniera diversa in tanti altri luoghi d’Italia e d’Europa, si dispiega una macchina repressiva meno visibile ma ben più vasta di quella che ci si ricorda a Genova e che si fa sistema.

Cosa resta dunque di questa torrida giornata di luglio, oltre ad una persona uccisa nella fragilità? Servizi di assistenza sanitaria inadeguati ad intervenire e – forse – lo si capirà ad un processo se questo si potrà celebrare, impediti ad intervenire da chi pensa di poter risolvere un problema soffocandolo. L’idea della violenza diffusa contro chi non merita né soccorso né ascolto, neanche quando grida “aiuto” mentre sta morendo. Il silenzio dei bravi cittadini e poi l’odio accumulato che si riversa sulle piattaforme social, vera e propria fogna da cui emerge la più totale assenza di coesione sociale. La montagna di insulti apparsi in contemporanea sulle piattaforme social, per chi condanna la morte di Fakir e quella di Carlo Giuliani segnano una simmetria attenuata unicamente dalla presenza di troll che fanno salire l’algoritmo. Le piattaforme sarebbero obbligate ad intervenire sui profili e sugli indirizzi Ip di chi insulta, incita alla violenza, di chi disprezza la vita umana e sparge odio a tutto andare. Invece in questi tritacervelli privati la cui proprietà è in mano ai nuovi despoti, si può esultare per la morte di due persone, denigrarle da vivi come da morti, minacciare chi per loro prova empatia e solidarietà, senza che gli “standard della comunità”, ovvero le regole d’uso che le piattaforme social definiscono per stabilire cosa è concesso e cosa viene vietato siano rispettate. Odio e discriminazione a piene mani, senza filtri, in una sorta di pornografia della violenza che lascia esterrefatti coloro che sono abituati al confronto. Del resto se la stessa presidente del Consiglio si stringe accanto alle forze dell’ordine, se persino un sindaco moderato come quello di Bologna, che per altro ha anche responsabilità nel non essersi sufficientemente opposto alla militarizzazione urbana, viene tacciato di complicità con i disturbatori dell’ordine pubblico per aver espresso parole di condanna verso la morte di un uomo, è perché chi uccide sente di avere le spalle coperte da un sentimento diffuso e certo anche amplificato, di vero e proprio odio razziale, che si manifesta anche verso le donne, verso chi si ribella, verso chi semplicemente rifiuta di far parte di questo circo del mattatoio. La remigrazione passa come idea dominante, rivolta verso chi ha in primis la colpa di avere tratti somatici diversi, come la soluzione di tutti i mali, l’espulsione dalla vita pubblica di chi si oppone, di chi non accetta ruoli di subalternità, di chi è povero e deve, in ragione di questo, avere meno diritti, diviene la regola. È il trumpismo che si traduce in prassi quotidiana, contro cui esistono forti anticorpi sociali e politici che devono trovare il modo di divenire protagonisti. Il tutto in un contesto di vera e propria polveriera sociale. C’è chi sostiene che la morte di un uomo che attraversava una fase di disagio ma che era comunque rispettato e considerato come cittadino del quartiere, abbia creato un disagio e una rabbia palpabili anche fra le cittadine e i cittadini che non siano particolarmente impegnati nella vita politica. Se lo scudo criminale dovesse agire in maniera tale che quelli che hanno ucciso Fakir, non ne pagassero nemmeno le conseguenze, non arrivassero a processo, altra rabbia potrebbe esplodere. Sarebbe il risultato perfetto, soprattutto in fase elettorale, per i fabbricanti di terrore. Potrebbero scatenare un apparato repressivo che riporterebbe il consenso nel ventre del Paese ma aprirebbe una ferita, difficilmente sanabile, nella città laboratorio.

Stefano Galieni

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