Il tema della guerra in Europa, e non solo della guerra in generale, e dei pericoli di una escalation che ne determini una espansione non può, evidentemente, essere sottaciuto. Senza provare a delineare un’analisi adeguata delle tendenze in corso diventa più difficile articolare un’iniziativa politica che contrasti le spinte belliciste. Finora il movimento contro il riarmo, con la parziale eccezione di StopRearm che ha prodotto una certa mobilitazione in Italia e attivato un’importante manifestazione a Bruxelles e un’assemblea a Londra, non è stato all’altezza delle spinte provenienti da UE e Nato per una pericolosa corsa al riarmo.
L’irruzione della guerra non è un fatto nuovo. Chi ha una certa età ha assistito al conflitto in Vietnam, in Angola, in Afghanistan e in altre situazioni extraeuropee. Dopo la fine dell’Unione Sovietica c’è stata guerra in Jugoslavia, Irak, Libia e ancora Afghanistan. Non possiamo dimenticare che il Partito della Sinistra Europea è stato fondato con l’obbiettivo del duplice contrasto al neoliberismo e alla guerra.
Ci si possono porre, per tanto, due domande. Com’è cambiata, se è cambiata, la finalità politica della guerra e quale sia il suo rapporto con le dinamiche del capitalismo.
Provando a ricostruire sommariamente l’evoluzione dall’800 ad oggi si possono registrare queste evoluzioni. Alla fine dell’800 il capitalismo, che diventa il modo di produzione dominante, trasforma il tradizionale colonialismo europeo in imperialismo, andando altre le semplici operazioni di rapina delle ricchezze disponibili. Le grandi potenze europee consolidano i loro possedimenti coloniali e arrivano, in una certa misura a spartirsi il globo. Una dinamica che viene esaminata in campo marxista da Lenin, Bucharin, Rosa Luxemburg.
Si trattava, in una qualche misura, di una forma di multipolarismo, determinato però dal predominio economico e della forza, nell’ambito del quale anche una parte del movimento operaio aderisce alla visione “civilizzatrice” del colonialismo. La prima guerra mondiale è interpretata dall’estrema sinistra del movimento operaio e socialista come l’esito dei conflitti interimperialistici. Una storiografia recente ne ha invece sottolineato la causalità frutto di comportamenti improvvidi delle classi dirigenti che si sarebbero lasciate trascinare in un conflitto globale senza che nessuno l’avesse voluto in modo determinato. E’ la tesi dei “sonnambuli”. Come in quasi tutti i processi storici si determina una dialettica tra condizioni strutturali e scelte soggettive delle forze politiche e sociali.
La guerra determinò il tracollo degli imperi multietnici (austro-ungarico, russo, ottomano) ma non degli imperi coloniali. Lasciò una serie di contraddizioni irrisolte, oltre a creare le condizioni per l’affermazione della rivoluzione russa. Le contraddizioni si aggravarono con la crisi capitalistica del ’29. L’ascesa del nazismo tedesco, che si alimentava sia del desiderio revanscista di rivincita sulla prima guerra mondiale che della risposta etno-sciovinista basata su un razzismo dichiarato, aprì una situazione in parte nuova.
L’imperialismo tedesco infatti non si pose il problema di partecipare alla spartizione del globo con le altre potenze imperialiste, quanto di imporsi come capitalismo dominante in Europa. La proiezione internazionale del nazismo oscillava tra due spinte: la volontà di subordinare i vecchi capitalismi imperialisti europei e la cancellazione dell’Unione Sovietica in quanto espressione di un fantomatico “giudeo-bolscevismo”. La guerra assunse quindi un duplice aspetto quello di conflitto interimperialistico e quello di guerra con una base ideologica di contrasto alla visione internazionalista su cui si era costruita l’URSS, che fin nel nome ripudiava l’idea dello stato etnico.
Contro il nazismo si coalizzano il vecchio capitalismo imperialistica che non vuole trasformarsi da capitalismo dominante a capitalismo dominato, il nuovo capitalismo emergente negli Stati Uniti che si rende conto di non poter più essere isolazionista e l’Unione Sovietica in quanto portatrice di un nuovo sistema socio-economico alternativo al capitalismo. Si crea così la grande alleanza antifascista nella quale confluiscono anche la battaglia per la libertà e per una democrazia dalle basi sociali più ampie di quella del capitalismo ante-guerra.
Con la fine della seconda guerra mondiale si prova a mettere in campo un sistema di istituzioni sovranazionali tali da gestire le relazioni tra Stati, cercando di ridurre il ricorso alla guerra. La prevedibile rottura della coalizione antifascista porta alla guerra fredda, in cui si confrontano il blocco guidato dall’Unione Sovietica e il blocco guidato dagli Stati Uniti tra pericoli di apocalisse atomica e meccanismi di coesistenza pacifica. Il periodo è contrassegnato da due grandi guerre (Corea, Vietnam) che si combattono ai confini dei due blocchi.
Questi sono animati da un forte componente ideologica che colorano i diversi campismi: antimperialismo/imperialismo, campo della pace/campo della guerra, socialismo/capitalismo, mondo libero/totalitarismo.
In questo contesto emerge un terzo soggetto, quello del movimento dei non allineati, che raccoglie coloro che non aderiscono a nessuno dei due campi. Sono questi in gran parte Stati usciti dal colonialismo che seguono però diversi percorsi socio-economici, tra quelli più orientati al capitalismo (e spesso diretti da borghesie compradore, ovvero subalterne al capitalismo dominante, da cui raccolgono le briciole) e altri orientati a forma diverse di ispirazione socialista. Quelli che i teorici sovietici chiamano paesi impegnati su una via di sviluppo “non capitalista”.
Tutto questo assetto finisce con il crollo dell’Unione Sovietica e l’affermazione del capitalismo che nel frattempo ha assunto la sua forma neoliberista. In questo modo si entra in un’era di “capitalismo unitario globale”, in cui vengono via via sussunti tutti i paesi del blocco socialista (tranne Cuba e, con altre caratteristiche, la Corea del Nord) e gran parte dei paesi del cosiddetto Terzo mondo.
Il “capitalismo unitario globale” viene garantito militarmente e sul piano della gestione dei flussi finanziari dagli Stati Uniti. Questo nuovo assetto dà origine a due letture ideologiche, tra i sostenitori del capitalismo. La prima è quella ottimistica di Francis Fukuyama sulla fine della storia ormai improntata al predominio del capitalismo liberale. Questo si sarebbe affermato come sistema definitivamente dominante e non più soggetto ad alcuna sfida sistemica. La visione pessimistica è quella del conservatore Samuel Huntington, il quale sposta il terreno del conflitto da quello socio-economico (com’era con l’Unione Sovietica) a quello, diciamo così, “culturalista”, inventando lo scontro di civiltà.
Le diverse civiltà, per altro non ben definite, avrebbero caratteri essenziali diversi e non potranno che restare sempre tra loro disomogenee. Alcune, come quella islamica, sono considerate più pericolose alla luce dell’emergere di un radicalismo politico motivato ideologicamente con la religione.
Qualche settore della sinistra adotta una sorta di analisi Huntigtoniana, mettendo al centro il “declino dell’Occidente” come spiegazione monocausale dei mutamenti in atto a livello globale. Solo che, laddove l’intellettuale conservatore statunitense era preoccupato di difendere la “civiltà occidentale” dai suoi nemici, i sostenitori del “declino” vi vedono solo effetti positivi. Dalle dinamiche che hanno, parzialmente, modificato il peso del capitalismo occidentale all’interno del capitalismo globale, si è passati a declinare un’analisi in cui “l’Occidente” tende a diventare una realtà metastorica e priva di contraddizioni interne, contrapposto ad un “non Occidente” di cui vengono cancellati i conflitti interni e le derive reazionarie che per molti aspetti sono simili a quelle occidentali.
L’ascesa della destra autoritaria, quando viene riconosciuta come problema e non solo considerata un fatto marginale, viene ricondotta a questo “declino dell’Occidente”, non riuscendo a spiegare in tal modo l’emergere di analoghe tendenze autoritarie e etno-scioviniste anche fuori dalle mura dell’Occidente, dall’India di Modi, alla Turchia di Erdogan, all’Argentina di Milei e in una certa misura pure alla Russia di Putin.
Con la crisi del 2008-2010 si apre una nuova fase. Il “capitalismo unitario globale” entra in crisi. E qui è importante coglierne le ragioni. Almeno come ipotesi mi pare se ne possano individuare due. La prima riguarda la ridefinizione della gerarchia interna ai capitalismi. Il processo di costruzione di un solo capitalismo che allenta i suoi legami con gli Stati-nazione per effetto di finanziarizzazione, espansione di imprese multinazionali, allungamento delle catene di produzione, produce una nuova gerarchia interna.
I capitalismi dominanti pensavano di restare tali nell’espandersi a livello globale, integrando via via settori di capitalismi dominati, mantenendo il controllo delle leve (e quindi dei profitti) fondamentali. In realtà la globalizzazione ha ridisegnato la gerarchia del capitale con l’emergere di nuovi capitalismi nazionali. Dobbiamo considerare che, da questo punto di vista, la Cina che pure mantiene un sistema socio-economico e politico interno che presenta delle differenziazioni importanti da quelle del capitalismo classico, nella dimensione globale funziona in gran parte come un capitalismo competitivo.
Le classi dominanti tornano in una certa misura a ragionare in termini di capitalismi nazionali o regionali in competizione con altri capitalismi. L’Europa e gli Stati Uniti, vedono il rischio di diventare capitalismi dominati e non più dominanti. Laddove durante la guerra fredda il timore, più o meno realistico, era quello di un mutamento di sistema.
L’Europa in questa situazione ha un problema in più. Dopo la fine della seconda guerra mondiale le vecchie potenze imperialistiche hanno dovuto progressivamente ridurre le loro ambizioni e via via abbandonare le colonie. Accettarono, volenti o nolenti (si pensi all’intervento USA a fianco dell’URSS per bloccare l’aggressione di Francia e Gran Bretagna all’Egitto di Nasser con l’aiuto israeliano) di riconoscere l’egemonia USA sul blocco occidentale.
Ora i governi europei sono attraversati da due linee divergenti. Una parte ritiene che nella crisi dell’assetto capitalistico mondiale, l’unico modo di restare dalla parte dei dominanti e non venire declassati (tecnologie, accesso alle materie prime, disponibilità di mezzi finanziari) è di conservare il blocco atlantista e un rapporto stretto con gli Stati Uniti, a prescindere da quale politica questi perseguano.
L’altro settore vede un doppio pericolo di fronte ad una politica USA come quella di Trump impone un rapporto esplicito di dominazione. Di essere subalterni verso i nuovi capitalismi emergenti e contemporaneamente di essere sottoposti ai divergenti interessi statunitensi. Anche questa parte delle classi dominanti europee, quella che può essere considerata più “autonomista”, rappresentata in particolare da Macron (che da anni sostiene la necessità di “autonomia strategica”) è del tutto interna alla visione del mondo come conflitto tra capitalismi, nella quale assume una rilevanza la dimensione militare.
È la tesi, del tutto contestabile, del “mondo di cannibali, nel quale non si può continuare ad essere vegetariani”. Che poi la Francia della guerra coloniale in Algeria e in Indocina, dell’aggressione all’Egitto, del mantenimento di relazioni neocoloniali in Africa accompagnate dalla presenza militari, della decisione di invadere la Libia di Gheddafi sia arruolabile tra i vegetariani è valutazione discutibile.
L’Europa che si riarma vede anche l’emergere di strategie diverse nelle quali di capitalismi maggiori, ovvero Francia e Germania, cercano di affermare un proprio ruolo. La prima con la rivendicazione di un primato militare, come si è visto in questi giorni con le sfilate del 14 luglio, la seconda rompendo la tradizione di gigante economico e nano militare. Un mutamento che sembra usare l’assunzione di un ruolo importante sul piano militare come pre-condizione per rilanciare un modello di crescita economica in crisi.
Rispetto a letture che assumono la tesi reazionaria dello scontro di civiltà, seppure in una forma narrativa apparentemente di sinistra, o analisi troppo semplificate e unilineari dei conflitti in corso, a me pare che il mutamento fondamentale che si è determinato è il passaggio dal “capitalismo globale unitario” alla fase dei conflitti “intercapitalistici”. Utilizzerei più questa formula, piuttosto che quella classica di conflitti interimperialistici, perché i trent’anni o più di globalizzazione capitalistica hanno modificato i rapporti tra i diversi capitalismi e la loro proiezione globale.
La possibilità di una guerra europea sorta dall’escalation del conflitto in Ucraina è un’eventualità che non si può escludere e rispetto alla quale occorre comprendere meglio quali sono le condizioni strutturali di fondo che determinano la possibilità del conflitto, valutare le forze che possono spingere nell’una o nell’altra direzione e come uno schieramento antibellicista possa ostacolare o impedire un esito che sarebbe evidentemente drammatico. Le conseguenze negative non derivano solo dall’esplodere di un conflitto di quelle dimensioni (la “guerra calda”), ma già sarebbero gravi sul piano economico, sociale e della democrazia nello stesso processo di preparazione del conflitto (la “guerra fredda”).
Oltre a definire meglio la natura e le implicazioni del contesto nel quale dobbiamo agire è necessario comprendere in che modo l’ascesa di una destra autoritaria, aggressiva e con elementi di fascismo si connetta agli stessi mutamenti strutturali che intensificano i rischi di guerra.
Il “capitalismo unitario globale” nasce come espansione del modello neoliberista. Questo modello è entrato in crisi sia nella sua dimensione esterna che in quella interna. La doppia crisi ha determinato una perdita di egemonia delle classi dominanti di fronte al fallimento, per una parte importante delle società a capitalismo avanzato, delle promesse della globalizzazione e del predominio assoluto della logica del mercato.
Da questa crisi è emersa, come negli anni trenta, una tendenza politica di orientamento etno-sciovinista che in una prima fase non è integrata nell’establishment ma viene poi adottata dal grande capitale (sia quello tradizionale del fossile, sia quello nuovo del digitale) come lo strumento necessario per mantenere la propria egemonia e garantire l’accumulazione capitalistica. La destra polarizza i sistemi politici, interrompendo una fase di convergenza al centro e impone una risposta alternativa che finora non si è ancora sufficientemente delineata. Quella che negli anni ’30 era stata interpretata dai Fronti Popolari che furono in parte schieramento difensivo e in parte costruzione di una possibile strada di trasformazione sociale diversa dal modello rivoluzionario sovietico.
La fase in cui siamo entrati mette in connessione conflitti intercapitalistici, ascesa della destra etno-sciovinista autoritaria, pericoli di guerra (a cui dovremmo aggiungere l’accelerazione drammatica degli effetti del cambiamento climatico). Sono forme e conseguenze diverse della stessa crisi e per questo richiedono una risposta unitaria. Questo è l’asse fondamentale attorno al quale dovrebbero agire le forze comuniste, anticapitaliste e antiliberiste. Provando a ricomporre uno schieramento più largo (un “fronte”) nel quale allineare forze che insieme combattano sia il pericolo di guerra che il pericolo autoritario e di nuovo fascismo. Superando con la lotta politica e ideale la frammentazione che ancora esiste tra chi vede la guerra e non il fascismo e chi il fascismo e non la guerra come pericoli concreti. E anche con chi vede i pericoli per la democrazia come pericolo esterno (i paesi autoritati) e non interno alle dinamiche del capitalismo anche nelle realtà tecnologicamente più avanzate (le nuove oligarchie).
Questa se vogliamo è la parte difensiva del “frontismo”, sapendo però che la difesa non è sufficiente perché alla radice di entrambi in pericoli si ritrovano le contraddizioni del capitalismo neoliberista, finanziarizzato ecc. Riallineare un fronte ampio contro guerra e fascismo, articolare momento difensivo e momento offensivo nei rapporti di classe e sociali, mi sembrano le questioni strategiche cruciali del momento.
Franco Ferrari
Franco Ferrari