intersezioni femministe

Non solo un calcio ad un pallone

di P. Guazzo,
N. Pirotta

C’è chi vede nel calcio nient’altro che uno strumento di distrazione di massa: il “panem et circenses” come ebbe a dire Giovenale già nel primo secolo d.C. per indicare la strategia utilizzata dai governanti per mantenere il controllo sulla popolazione offrendo nel caso del calcio non tanto cibo gratuito quanto divertimento pubblico.
Eppure il calcio è qualcosa di più perché esso è non solo potere, a partire dal fiume di soldi che circola al proprio interno, ma soprattutto risulta essere specchio del modello dominante di relazioni umane specie quando vanno in onda, come in questo 2026, i suoi mondiali.
Mondiali che nella loro storia, come scrive Andrea Natella su Jacobin citando il libro di Luca Pisapia Il calcio è potere. Una storia critica dei mondiali da Mussolini a Trump, sono stati e sono espressione del modello capitalista nel quale si svolgono.
Nacquero nel tempo dei totalitarismi europei e ne furono potente strumento di legittimazione. Nel dopoguerra la FIFA , Federazione internazionale del calcio, si mise al servizio della “guerra fredda” e, nel clima post-coloniale dell’epoca, dei regimi autoritari e delle dittature. Ne è un esempio il mondiale argentino del 1978, nel quale andò in scena l’apologia della Giunta Militare di Videla:si giocavano le partite mentre i sotterranei dello stadio celavano l’orrore delle torture e delle uccisioni delle e degli oppositori al regime!
Il mondiale del 1978 sancì anche un salto di qualità dalla natura e della funzione della FIFA , se così lo si può definire: grazie alla Coca-Cola si inaugurò il primo modello di sponsorship applicata a un evento sportivo
Da quel momento gli introiti della Fifa iniziano a crescere esponenzialmente, fatturati compatibili con una multinazionale e ricavi che si aggirano sui 13 miliardi, tanto che la Federazione calcio diviene capace, come scrive Natella, di “negoziare con gli Stati, condizionare legislazioni, orientare investimenti pubblici, sostenere speculazioni finanziarie e ridefinire gli spazi urbani”.

I Mondiali e tutto il calcio in generale si integrano perfettamente nell’industria del divertimento e dello spettacolo e diventano al contempo espressione di una divisione di classe che, nell’attuale fase capitalista, diviene feroce; non casualmente le immagini che scorrono durante le partite inquadrano gli spalti, dove “il popolo” indistinto dei tifosi si agita e rumoreggia, in contrapposizione alle tribune dove la classe, quasi esclusivamente maschile, dei privilegiati, si mostra compiaciuta nel suo algido distacco dalle tifoserie e viene beatificata.
I Mondiali del 2026, con la gestione Infantino, attuale presidente della FIFA e grande amico di Trump, sono lo specchio di alcuni aspetti del modello, materiale e simbolico, del capitalismo attuale, specie in Occidente:

  • la decisione della FIFA di riammettere nella squadra degli Stati Uniti un calciatore precedentemente espulso esprime quel fastidio per le regole e quello sprezzo per la divisione e l’autonomia dei poteri, in questo caso sportivi, che sembrano confermare le modalità di governo di molte delle destre al potere (fra queste anche l’Italia);
  • l’invenzione del cooling break che non vuole certo essere la denuncia del cambiamento climatico ma la banale creazione di un ulteriore spazio pubblicitario;
  • l’affermazione di un privilegio di classe, legata al censo, che permette di integrare nel sistema di potere dominante anche giocatori dalla pelle scura e con un background di povertà o di marginalità sociale;
  • la finzione di nazionali di calcio, che scendono in campo con le loro diverse bandiere e i loro inni a voler testimoniare un’identità comunitaria sono però composte in larga misura da immigrati di seconda o terza generazione che, spesso, nemmeno vivono nel Paese che calcisticamente rappresentano.

A questo proposito va comunque osservato che la scelta di molti calciatori che giocano in squadre europee di tornare a far parte della nazionale del loro paese d’origine – Congo e Capoverde per citarne qualcuna – risponde non tanto al desiderio di una improbabile se non anacronistica identità nazionalista quanto alla volontà di dare un contributo fattivo alla buona affermazione di una squadra, ma anche di un Paese, con il quale si continua ad essere affettivamente legati.
Il gioco del calcio però, come tutti i fenomeni complessi, è al contempo espressione di un potere e di contestazione del potere stesso insieme alla possibilità di essere veicolo di emancipazione e di presa di coscienza.
Per fare esempi recenti si possono citare il CT Hossam Hassan entrato sul terreno di gioco dei mondiali con una bandiera palestinese accanto a quella egiziana, cosa già successa in un altra occasione quando Lamine Yamal, attaccante del Barcellona, sventolò una bandiera palestinese durante i festeggiamenti per la vittoria del Campionato spagnolo o ancora Borja Iglesias, attaccante della nazionale spagnola, che risponde a Óscar Pereiro dopo che l’ex ciclista ha criticato le sue opinioni favorevoli alle proteste pro-palestinesi durante il tour ciclistico spagnolo, La Vuelta; oppure la risposta orgogliosa di Kylian Mpappé, attaccante della nazionale francese, che senza mezzi termini risponde agli insulti di una senatrice paraguaiana che lo aveva sprezzantemente definito un “colonizzato che finge di essere francese”.

Festeggiamo alla fine la bella vittoria della Spagna contro l’Argentina, contro il solito arbitraggio non equo e l’eccesso di aggressività in campo che questa nazionale, non a caso tifata dai Maga, ha rappresentato durante tutto il Mondiale americano. E vogliamo ricordare che la Spagna ha ora tre titoli del mondo perché detiene già anche quello femminile ( 2023). Lo sviluppo del calcio femminile a cui abbiamo assistito nell’ultimo decennio è fondamentale per cominciare a rendere a questo sport la sua bellezza ed uscire fuori dagli stereotipi patriarcali violenti, che trasformano anche l’agonismo in un momento bellico. Ricordiamo anche la lotta delle giocatrici spagnole per ottenere le dimissioni di Luis Rubiales, il presidente della federazione, dopo la molestia alla calciatrice Jenni Hermoso e il sostegno attivo dato alla loro lotta da Borja Iglesias. Viva la Spagna!

Paola Guazzo e Nicoletta Pirotta

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