L’antifascismo è lotta politica e sociale sulla base di una serie di principi che includono lotta di classe, antimperialismo, anticolonialismo, per l’emancipazione femminile e i diritti civili. Ed è solo. Non dovrebbe essere così, ma così è e così è sempre stato.
In un suo recente libro1, Canfora ha ripreso alcune considerazioni di Hobsbawm2 che a nel suo libro più conosciuto Il secolo breve, scrive: “Solo la temporanea e insolita alleanza del capitalismo liberale e del comunismo, che si coalizzarono per autodifesa contro la sfida del fascismo, salvò la democrazia; infatti la vittoria sulla Germania hitleriana fu ottenuta, e poteva soltanto essere ottenuta, dall’Armata rossa. … Senza la vittoria sovietica, oggi il mondo occidentale (al di fuori degli Usa) sarebbe governato da una serie di regimi di stampo fascista e autoritario invece che da democrazie liberali e parlamentari. ..infatti il capitalismo trasse dai principi dell’economia pianificata dei regimi socialisti, allora assai popolari, alcuni metodi per una riforma interna”.
Oggi un argomento del genere sarebbe stigmatizzato come putiniano o (non si sa se peggio o meglio) come stalinista, anche se Hobsbawm si proclamò anti-stalinista già nel 1946 e comunque questa osservazione viene da un grande storico che non fu entusiasta dell’esperimento sovietico, ma fu di sicuro antifascista ed è come antifascista che si sentiva in diritto e in dovere di ricordare l’antifascismo dell’Unione Sovietica e del movimento comunista nel suo complesso. Cosa che del resto faceva parte indiscussa della narrazione storica di entrambi i fronti della Guerra fredda, a partire da quella che fu la vera e propria dichiarazione di guerra lanciata da Churchill nel marzo 1946 nello storico discorso di Fulton3 per quanto fosse già stata preannunciata dal lungo telegramma di Kennan4 e anticipata da una serie di segnali premonitori5 di una rottura dell’alleanza antifascista. Rottura che, a volerle assegnare una data precisa, coincide con lo sbarco degli angloamericani in Sicilia nel luglio 1943 e con lo svolgimento della successiva campagna d’Italia.
Due anni e non di più durò l’alleanza antifascista dei governi tra alleati e URSS e anche in quei due anni l’anticomunismo non fu mai dimenticato6.
Ci sarebbe voluti altri settanta anni prima che il Parlamento Europeo, che si propone come il naturale e conseguente erede di Churchill, arrivasse a rovesciare le affermazioni dello stesso Churchill equiparando hitlerismo e stalinismo e poi il comunismo tutto, addebitando per altro al secondo – tra altre innumerevoli colpe – la responsabilità maggiore dello scatenamento della Seconda guerra mondiale.
Molti anni prima, nel 1939, il più grande partito indiano dell’epoca per bocca del suo leader Nehru, nel momento in cui Churchill dichiarava guerra alla Germania in nome dell’Inghilterra e dell’India coloniale, respinse quella dichiarazione e la pretesa di rappresentare l’India non solo per una questione di metodo, ma soprattutto perché 400 milioni di indiani giudicavano quella guerra una guerra imperialista cui l’India non voleva e non doveva prendere parte.
Divenne per loro guerra antifascista solo nel 1941 dopo che l’Unione Sovietica era stata a sua volta aggredita e aveva accettato la proposta di Churchill di un’alleanza antifascista.
Se questo era possibile nel 1941, perché l’Urss non l’aveva proposta per prima fin dal 1939 e aveva preferito invece firmare un patto di non aggressione con Hitler7?
Torniamo all’affermazione così impegnativa di Hobsbawm secondo la quale l’alleanza antifascista, tra capitalismo e comunismo, fu addirittura il cardine della storia del nostro secolo.
Affermazione improvvida anche se poco toglie alla grandezza dello storico perché, se parliamo di Paesi capitalisti e dei loro governi, questa alleanza non ci fu mai, né prima della guerra – e specialmente negli anni Trenta, cui Hobsbawm specificamente si riferisce – né a partire come abbiamo detto dalla campagna d’Italia, quando comincia la Guerra fredda. Per un’intera epoca storica il principale obiettivo dei paesi capitalistici non furono i regimi fascisti, ma l’accerchiamento e l’abbattimento dell’Unione sovietica, cosa che Churchill per primo non si stancò di rivendicare8.
Soprattutto negli anni Trenta l’antifascismo fu lasciato solo mentre il fascismo veniva accompagnato nella sua marcia apparentemente trionfale e non fu questione di dichiarazioni male interpretate, di errori diplomatici o di esitazioni incolpevoli, ma di linea politica conseguente ed esplicita. Come chiamare se non filo-fascismo l’avere accettato senza batter ciglio il riarmo tedesco e l’occupazione della Renania e poi il primo tentativo di Hitler di impadronirsi dell’Austria e l’uccisione di Dollfuss nel 1934, tentativo bloccato da Mussolini, non dai Paesi guida delle Società delle Nazioni, Francia e Inghilterra? Lo stesso dicasi dell’assalto di Mussolini all’Etiopia nel 19359 quando per fermarlo sarebbe bastato vietare il passaggio delle navi italiane attraverso il Canale di Suez e imporre un ancor più semplice embargo petrolifero.
Poi venne il caso più emblematico e più tragico perché costò alla Spagna un milione di morti e quaranta anni di sanguinaria dittatura fascista quando la legittima Repubblica e il movimento antifascista mondiale furono lasciati soli dai parlamenti e governi delle principali potenze capitalistiche. La chiamarono politica di non intervento, ma strizzava l’occhio ai fascisti di Franco e a Italia e Germania che intervennero da subito e platealmente al suo fianco. Anche dopo la guerra mondiale quando tutti si proclamavano antifascisti non si vollero fare i conti con Franco che ricevette calorosamente Eisenhower e Kennedy e si accordò per l’installazione di basi americane in Spagna.
Nel frattempo, prima ancora che la guerra mondiale scoppiasse, i governi dei Paesi capitalisti avevano accettato l’Anschluss e poi avevano tradito e abbandonato l’alleata Cecoslovacchia, impedendo all’Urss di intervenire in suo aiuto10.
Ancora oggi hanno molto da insegnare la Guerra di Spagna e la resistenza antifascista di allora che il capitalismo fece di tutto per isolare come del resto fa con l’antifascismo anche oggi.
Quando parliamo di solitudine dell’antifascismo dobbiamo constatare che di tutti i partiti socialisti e socialdemocratici europei soli il Labour inglese riconobbe la Repubblica spagnola, ma lo fece solo nel 1938, pochi mesi prima della fine della guerra e senza prendere nessuna iniziativa concreta. Le giustificazioni furono molte e non lo stesse per tutti i Paesi.
Nelle Brigate Internazionali non mancarono i socialisti italiani e francesi e i socialdemocratici tedeschi, ma i loro partiti ufficialmente non si fecero sentire. In numero inferiore ai comunisti, furono comunque presenti; e non solo loro, anche i rappresentanti di correnti progressiste della borghesia; quanti si riconoscevano – di buona o cattiva volontà – nel regime capitalista anche se ne resteranno sempre ai margini. L’esempio internazionalista è stato seguito, tra gli altri dai militanti antifascisti che hanno partecipato alla difesa di Kobane o alla lotta contro l’internazionale fascista che si raduna in Ungheria. Questi come quelli processati e condannati al ritorno dei loro paesi d’origine, consegnati ai regimi fascisti o incarcerati nei paesi che si pretendono democratici, compresi quelli che rispondono all’appello fatto dall’americano Rubio quest’estate11.
Di recente torna a farsi sentire la vecchia e consunta tesi che il vero e principale nemico del fascismo, quello di Mussolini, Hitler e Franco, fosse il regime parlamentare liberaldemocratico. Sarebbe come dire che nella Francia del XIX secolo era principale il conflitto tra legittimisti, orleanisti, bonapartisti e repubblicani – e non quello storico tra proletariato e borghesia.
Anche se la questione è complessa non bisogna lasciarsi ingannare dalla propaganda fascista contro quella che chiamavano Nazioni demo-plutocratiche giudaico massoniche. In forma aggiornata, con altre parole, è quello che propone la destra fascista e parafascista americana per regolare i conti nel proprio e in altri Paesi. L’attacco al woke è solo un punto di partenza.
Anche per questo, nel caso del lungo, sanguinoso e ingiustificato scontro tra Ucraina e Russia, toccherebbe alla sinistra per prima parlare di pace e cercare in tutti i modi di ritrovarla partendo dalla considerazione che si tratta di due grandi Nazioni antifasciste – Russia e Ucraina – che hanno combattuto fianco a fianco nella Grande Guerra Patriottica, sia pure con minore compattezza nell’Ucraina occidentale. Proprio sfruttando quella trascorsa debolezza storica i capitalisti hanno fatto il possibile per cancellare una memoria comune che sarebbe interesse anzitutto dell’antifascismo mondiale e dell’Ucraina medesima risvegliare; e dunque invece di plaudire agli invii di armi in Ucraina e a nuove sanzioni alla Russia spetterebbe al movimento antifascista riportare quei due grandi Paesi in quell’ambito caro a entrambe le Nazioni e solida base di ogni futura intesa e di ogni progresso e cambiamento tanto nell’uno che nell’altro.
Paradossi rivoluzionari
A determinare la solitudine dell’antifascismo provvedono anche affermazioni che si pretendono ultra rivoluzionarie. Possono sembrare paradossi, ma a volte sono proposte politiche che antepongono una malconcepita rivoluzione alla lotta antifascista. Fin dall’inizio della Guerra spagnola Andres Nin, il principale dirigente in libertà del Poum (Partido Obrero de Unificaciòn Marxista), piccolo partito semi-trotskysta che faceva parte del Fronte popolare, proclamò che il principale nemico, quello da abbattere per primo, era il Fronte popolare medesimo. Con ciò invitava i combattenti di un esercito che faticosamente si metteva in piedi, a sparare contro i propri ufficiali e a far la rivoluzione che in quegli stessi mesi in un agire confuso e disordinato, aveva solo creato più problemi, alla Repubblica che ai fascisti.
Nel maggio 1937 quel conflitto mai sopito si trasformò negli scontri di Barcellona che lasciarono sui marciapiedi e dietro le barricate cinquecento morti. Una contraddizione non da poco di quel tentativo di insurrezione era che il Poum aveva come obiettivo di instaurare una ferrea dittatura del proletariato, ma per farlo intendeva poggiare sulle ben più larghe spalle degli anarchici, che quella medesima dittatura del proletariato vedevano come il fumo negli occhi o peggio.
La faccenda, che poteva essere trattata solo con la forza, finì peggio di come inevitabilmente doveva finire, perché il principale dirigente del Poum, che meritava severe punizioni, fu invece ucciso con metodi gangsteristici su decisione dei dirigenti del Partido Comunista de España o di chi si presentava a suo nome e con lui l’anarchico Berneri. Quel delitto non fu solo ignobile, ma anche stupido perché gli altri dirigenti del Poum, arrestati e processati l’anno dopo, furono invece praticamente scagionati, quando meritavano un trattamento più severo non per l’accusa infame e infamante di essere spie fasciste, ma per quanto dicevano e scrivevano fin dai primi della guerra civile: perché se spionaggio non c’era il tradimento, il disfattismo e l’incitamento alla diserzione c’erano tutti.
Amedeo Bordiga, primo segretario del Partito Comunista d’Italia, anch’egli politico comunista rispettabile, non fu per fortuna trattato con gli stessi metodi con cui fu trattato Nin, però val la pena di ricordare, a proposito della solitudine dell’antifascismo, che durante la guerra e precisamente nel 1940, rilasciò una dichiarazione praticamente pubblica, nelle mani della polizia fascista che gli stava addosso12. In quella dichiarazione sosteneva che i più grandi rivoluzionari mondiali erano Hitler e Mussolini; e quando Hitler prima esitò e poi rinunciò a dare l’assalto all’Inghilterra s’infuriò chiamandolo vigliacco e traditore, perché il crollo dell’impero inglese (del tutto teorico, anche nel caso l’Inghilterra fosse stata occupata dai tedeschi) avrebbe sicuramente fatto esplodere tutte le contraddizioni mondiali a favore del proletariato. Secondo lui.
Del resto Bordiga, come ci spiegano i suoi sostenitori anche contemporanei, ha sempre considerato l’antifascismo un movimento borghese controrivoluzionario, esattamente come il regime democratico.
Tornando a Hobsbawm
In un’intervista del 1999 a Nouvel Observateur, Hobsbawm disse di essere rimasto colpito da Stalinism and Development of Capitalism in cui si dimostrava che il comunismo aveva salvato il capitalismo perché Stalin riteneva che il capitalismo fosse una barriera seria ed efficace contro Hitler e i nazisti, per quanto non si capisce se quest’ultima spiegazione fosse sua o dell’autore del libro.
Per sopravvivere alla crisi del 1929 e all’avanzata del fascismo il capitalismo ha dovuto ripensare se stesso. Hitler – senza volerlo, spiegava Hobsbawm – ha consentito la riforma del capitalismo.
Sono illazioni e paradossi, come dire che la Rivoluzione francese è figlia degli atteggiamenti provocatori di Maria Antonietta e quella russa della sregolatezza di Rasputin,
Su chi fossero davvero gli amici di Hitler sono tradotti in italiano sia Gli amici di Hitler per Bompiani che Il nemico comune da Fazi13.
Il revisionismo storico, secondo il quale la liberazione dell’Europa dal nazismo fu tutto merito degli angloamericani, evita di entrare nello specifico dei fatti perché deve servire anch’esso ad isolare l’antifascismo, sicché preferisce affermazioni apodittiche per cui lo sbarco americano in Normandia cambiò le sorti della guerra. Poco o niente importa che dall’esercito tedesco 250 divisioni su 300 continuassero a combattere sul fronte orientale e i caduti angloamericani e canadesi il giorno dello sbarco furono 4.500 mentre si contano a centinaia di migliaia quelli sovietici nelle battaglie pur vittoriose dell’Armata rossa: a Mosca, a Leningrado e a Stalingrado; e poi tre battaglie di Kharkov, Kursk e del passaggio del Dnepr; l’Operazione Bagration, la campagna di Prussia, la battaglia di Budapest14 e quella di Berlino. Si dice che l’armata rossa vinse solo perché rifornita dagli americani, ma sovietici costruirono da sé oltre 100.000 aerei e altrettanti carri e molti più cannoni. Restarono sempre grati agli americani per i camion e i viveri che avevano mandato in grande quantità.
Fascismo, antifascismo e alleanza antifascista
L’antifascismo consiste di una serie di principi che in campo etico politico culturale e più in generale sociale aiutano a smascherare chi vuole sottomettere l’umanità e il mondo alla dittatura terrorista aperta degli elementi più reazionari sciovinisti e imperialisti del capitale finanziario. La gente come Rubio e i suoi amici hanno paura di confrontarsi con l’antifascismo sul piano delle idee perché sanno che i principi a cui si ispirano non reggono il confronto e allora riducono l’antifascismo a un problema di polizia da trattare sul piano amministrativo. Cioè neanche con leggi ma con provvedimenti amministrativi che gli evitano anche quel dibattito in parlamento e nella società che comunque si svolgerebbe sul piano del diritto. Per questo scelgono il piano amministrativo, oltre a quello della violenza terroristica, interna ed esterna. In questo ispirati dal colonialismo e dai fascismi del secolo XX. Loro scopo dichiarato è quello di isolare e annientare gli antifascisti.
Se annientare e cancellare i principi è impossibile perché sgorgano con forza propria dalle viscere della società, nel mondo materiale è però possibile sconfiggere l’antifascismo che nell’anteguerra ha subito dure sconfitte in Italia, in Germania e in Spagna, ma ha anche conosciuto la più grande vittoria con la guerra antifascista e con le lotte di liberazione e anticoloniali e oggi subisce l’attacco concentrico del risorto colonialismo, del sionismo e del fascismo tra loro strettamente alleati.
Solitudine non corrisponde a isolamento, neanche nei rapporti internazionali. Niente impedisce ai governi di riconoscere come propria una matrice antifascista e di sostenere apertamente il movimento antifascista mondiale, da settanta anni sotto assedio a Cuba così come non gli impedirebbe di rompere i rapporti con un paese e un governo autore di atroci crimini contro l’umanità.
L’antifascismo è intransigente nei principi e flessibile nella tattica. L’antifascismo non va alla ricerca dell’isolamento né del martirio. Per questo può accedere ed è accaduto che il movimento antifascista combatta a fianco di forze di destra schierate occasionalmente contro il fascismo. Questa però è un’alleanza – che può andare dalla non aggressione reciproca all’alleanza sul campo vero e proprio – e non vuol dire che le forze alleate dell’antifascismo diventino conseguentemente antifasciste; sono compagni di strada, come furono i monarchici badogliani nella Resistenza italiana o il Kuomintang nel fronte anti-giapponese.
Invece per Giorgia Meloni il fascismo è questione di punti di vista e riprende con ciò un un argomento caro ai vecchi arnesi del fascismo quelli che erano con lui già prima della guerra. Ci spiega la signora Meloni nell’intervista americana al New York Times: “Ovviamente se guardiamo oggi alla storia del fascismo è una cosa. Se l’avessimo osservata (quella cosa) mentre ci trovavamo nel mezzo di essa probabilmente l’avremmo vista in modo diverso. No?”. Si noti la finale accattivante. Vuole dire che a quei tempi, specie se si guardava all’introduzione dell’ora di ginnastica a scuola, non c’era che da essere contenti. No? Tutto il resto è da imputare solo alle cattive amicizie. No?
Tutto un altro atteggiamento rispetto a una sinistra cui piace flagellarsi. In questo periodo sulla questione dei Woke, con Ocasio Cortez che in proposito dice: “col woke1 abbiamo esagerato” (Woke1 was crazy), che poi a seconda dei punti di vista- anche qui!- può voler dire abbiamo fatto troppo per i diritti civili oppure non abbiamo fatto abbastanza per la lotta di classe. Punti di vista.
Luciano Beolchi
- Luciano Canfora, Comunismo. Un’altra storia, Feltrinelli, 2026, pp. 319-326.[↩]
- Eric John Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, 2014.[↩]
- Il 5 marzo 1946, nel suo discorso all’università di Fulton, negli Stati Uniti, Churchill aveva sì detto che una cortina di ferro era calata sull’Europa, ma aveva aggiunto la sua alta considerazione e ammirazione “per il popolo russo and for my wartime comrade, Marshal Stalin”.[↩]
- Geoge Frost Kennan (1904-2005) era il giovane diplomatico che il 22 febbraio 1946 aveva inviato da Mosca quel lungo telegramma che viene assunto come annuncio ufficiale della guerra fredda, interpretazione che l’autore passò tutta la lunga vita a smentire, senza riuscirci.[↩]
- Vedi Luciano Beolchi, Alle origini della guerra fredda, su Alternative per il socialismo N° 63 e L’imbroglio di Reims. Su Alternative per il socialismo N° 73.[↩]
- Si veda ad esempio la politica inglese e, più duratura, quella americana nei confronti della resistenza jugoslava.[↩]
- Sappiamo che quella proposta era stata fatta e l’invito declinato proprio dall’Inghilterra.[↩]
- Luciano Beolchi, Chi erano gli amici di Hitler, Transform 15 ottobre 2025 e Churchill, la stagione fascista. Arsenale N° 4, ripubblicato su Academia.Edu.[↩]
- In quella che fu la vera guerra fascista.[↩]
- L’URSS si era dichiarata disponibile a inviare 20 divisioni per aiutare la Cecoslovacchia, ma la Polonia si oppose al loro passaggio attraverso il suo territorio.[↩]
- I combattenti spagnoli furono consegnati ai tedeschi dai francesi di Vichy insieme ai combattenti tedeschi, gli altri che non potevano rientrare nei propri paesi in quanto antifascisti furono tenuti prigionieri in Francia. Quelli che poterono rientrare nei loro paesi, se questi non erano Messico o URSS, furono perseguitati dai rispettivi governi, tanto che il più noto libro pubblicato sui 600 Internazionali canadesi ricorda che in Canada i giornali li chiamavano “i traditori”.[↩]
- “Questo per me è un gran giorno”, disse Bordiga quando Mussolini il giorno dichiarò la guerra 10 giugno 1940.[↩]
- Più noto libro di Ian Kershaw, Making Friends with Hitler; meno noto, ma ugualmente ricco di notizie preziose In Our Time: The Chamberlain-Hitler Collusion di Clement Leibovitz e Alvin Finkel.[↩]
- Quella battaglia del 1945 che i nazisti europei festeggiano ogni anno sfilando a Budapest. Peraltro fu una sconfitta.[↩]







