la nostra europa

L’imperialismo neofascista non può essere fermato solo con le dichiarazioni

Fino a poco tempo fa, persisteva l’idea errata che il fascismo appartenesse al passato, a un periodo oscuro del XX secolo che l’umanità aveva irreversibilmente superato dopo la sconfitta del nazismo nel 1945. Questa percezione costituisce uno degli errori politici più gravi del nostro tempo. Il fascismo è una forma specifica di esercizio del potere che nasce quando le classi dominanti ritengono che i consueti meccanismi di controllo politico, giuridico ed economico non garantiscano più i loro interessi. In questo contesto, la violenza aperta, la militarizzazione della politica e il disprezzo del diritto internazionale cessano di essere eccezioni e diventano la norma.
La storia offre una lezione fondamentale e facilmente comprensibile: il nazismo e il fascismo non furono sconfitti attraverso dichiarazioni o condanne formali. Adolf Hitler non fu fermato da dichiarazioni diplomatiche o risoluzioni internazionali. Fu sconfitto perché popoli e stati compresero che affrontarlo richiedeva una resistenza organizzata e duratura, anche sul fronte militare. L’Armata Rossa dell’Unione Sovietica svolse un ruolo fondamentale e decisivo in quella sconfitta, sostenendo il peso della lotta contro la macchina nazista e pagando un colossale costo umano e materiale. Altri paesi si unirono alla lotta quando si resero conto che l’avanzata fascista minacciava direttamente la loro stessa sopravvivenza. La vittoria antifascista fu costruita sui fatti, non solo sulle parole.
Questa lezione storica è essenziale per comprendere il presente. Donald Trump incarna una forma concentrata e brutale di potere imperiale. In meno di un anno da presidente, gli Stati Uniti hanno bombardato almeno sette paesi, promosso operazioni di destabilizzazione palesi e segrete e si sono spinti fino al rapimento di un presidente legittimo, Nicolás Maduro, in flagrante violazione dei principi che regolano le relazioni internazionali. Allo stesso tempo, ha minacciato direttamente e apertamente nazioni sovrane come Cuba, Messico, Colombia, Iran e Danimarca (Groenlandia), normalizzando il linguaggio dell’intimidazione e dell’estorsione come strumento di governo.
Questi eventi si inseriscono in una spirale fascista, imperialista ed espansionista che si sta dispiegando alla luce del sole. Il disprezzo per il diritto internazionale viene presentato come forza politica. L’imposizione unilaterale sostituisce qualsiasi forma di dialogo e la forza militare diventa l’argomento principale. Questa logica deriva da un’egemonia imperiale in crisi che cerca di ricostruirsi attraverso la violenza, anche a costo di trascinare il mondo in una catastrofe di proporzioni incalcolabili.
In risposta a questa offensiva, numerosi governi che rifiutano questa pretesa di egemonia imperiale hanno rilasciato dichiarazioni di condanna rigorose e politicamente coerenti. Queste dichiarazioni svolgono una funzione necessaria: identificano l’aggressore, attribuiscono le responsabilità e stabiliscono un quadro etico minimo. Tuttavia, l’esperienza storica dimostra che questo livello di risposta è chiaramente insufficiente. Una potenza imperiale armata, con comprovate capacità militari globali e un’esplicita volontà di utilizzarle, non si lascia scoraggiare dalle sole dichiarazioni. Il diritto internazionale, quando non ha la forza materiale per sostenerlo, perde ogni reale efficacia.
Il problema centrale risiede nell’assenza di una struttura in grado di fronteggiare l’aggressione. La storia degli anni Trenta è istruttiva in questo senso. L’accumularsi di condanne formali contro l’avanzata del nazismo non ne arrestò l’espansione. Passività e indugio rafforzarono l’aggressore fino a quando il conflitto non raggiunse proporzioni devastanti. In questi scenari, il tempo non è mai dalla parte del popolo.
La situazione attuale presenta un monito simile. Ogni bombardamento tollerato, ogni minaccia normalizzata e ogni violazione del diritto internazionale senza una risposta efficace ampliano il margine di manovra dell’imperialismo aggressivo. Affermare che il coordinamento della risposta e della resistenza sia imperativo è una valutazione politica basata su fatti oggettivi. La spirale non si attenua con il passare del tempo; si intensifica.
Di fronte a un’offensiva di questa natura, una risposta frammentata è inefficace. L’esperienza storica insegna che solo il coordinamento internazionale della resistenza politica e militare può fermare un progetto fascista di portata globale. Questo coordinamento non richiede un completo accordo ideologico tra i popoli e gli Stati che lo compongono. Richiede la consapevolezza condivisa che la sovranità delle nazioni è sotto attacco. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Paesi con sistemi politici molto diversi combatterono insieme perché comprendevano che l’alternativa era il dominio fascista globale.
Difendere la sovranità richiede la reale capacità di prevenire bombardamenti, blocchi, colpi di stato e rapimenti politici. Quando questa capacità manca, la sovranità si svuota di significato e diventa una mera formula retorica. Pertanto, costruire un’alleanza internazionale di resistenza contro il neofascismo imperialista cessa di essere un’opzione ideologica e diventa una necessità storica.
Lo slogan di Lenin “guerra alla guerra” esprime proprio questa idea: contrastare l’espansione imperialista attraverso la resistenza organizzata. La pace non nasce dalla passività o dalla fiducia nella buona volontà dell’aggressore. Nasce dalla capacità collettiva dei popoli di difendersi e di imporre limiti reali all’uso della forza.
Siamo a un punto di non ritorno. La presidenza Trump ha portato l’offensiva imperialista fascista a un livello estremo. L’accumulo di aggressioni, minacce e violazioni del diritto internazionale crea uno scenario in cui l’inazione non è un’opzione. O si costruisce un’alleanza internazionale in grado di affrontare questa dinamica, oppure il progetto imperiale avanzerà fino a distruggere tutto ciò che incontra sul suo cammino.
La storia dimostra che il fascismo non si ferma per esaurimento morale. Si ferma quando incontra una resistenza organizzata in grado di contrastarlo. La responsabilità storica è immediata. La finestra di opportunità si è drasticamente ridotta. La decisione è collettiva e le sue conseguenze sono già visibili.

Manu Pineda

(Dal sito di Mundo Obrero)

Articolo precedente
Anton Jäger: “La militarizzazione è una falsa risposta a problemi reali”
Articolo successivo
La Polonia mette al bando il suo Partito Comunista

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.