articoli

Le cinque giornate di Parma del 1922

di Franco
Ferrari

Cento anni fa i quartieri popolari di Parma si opponevano alla spedizione fascista guidata da Italo Balbo e costringevano gli squadristi alla ritirata.

Lo sciopero “legalitario”

Il 31 luglio 1922, l’Alleanza del lavoro proclamò per il giorno successivo uno sciopero generale nazionale, con l’obiettivo dichiarato di difendere “le libertà politiche e sindacali minacciate dalle insorgenti fazioni reazionarie”. Turati, principale esponente della corrente riformista del PSI, lo definì per questo uno sciopero “legalitario”. La sua proclamazione sarebbe dovuta restare segreta fino all’ultimo momento ma venne anticipata dal quotidiano ligure “Il lavoro” e i fascisti, in tal modo messi in allerta, intimarono la cessazione dello sciopero entro 48 ore minacciando, altrimenti, di intervenire direttamente con la violenza per ripristinare l’ordine. A Parma aderirono allo sciopero le tre camere del lavoro (CGdl, UIL, USI) e a partire dalle dieci di sera di martedì 1° agosto anche il sindacato ferrovieri.
Il quadro sindacale parmense ci viene così descritto da William Gambetta:

Fu così che, nel dopoguerra, quattro diventarono le centrali sindacali: la Camera del Lavoro di borgo delle Grazie, aderente all’Unione Italiana del Lavoro deambrisiana, che nel 1921 contava ancora 23 mila iscritti; la Camera Confederale della Cgil, in strada Imbriani, che trovava sempre più consenso su impulso della linea massimalista del Psi; la piccola Unione Sindacale Parmense, fedele alle posizioni neutraliste e libertarie dell’Usi di Armando Borghi; e la cattolica Unione del Lavoro di Borgo Tommasini, attiva dall’estate 1919, gracile in città ma forte del sostegno dell’Azione Cattolica e dei notabili del Partito Popolare, soprattutto nelle valli montane.

Di queste solo l’Unione cattolica non aderì allo sciopero generale.
In città vi fu una significativa adesione a cui parteciparono quasi tutti i lavoratori delle industrie e larga parte del pubblico impiego. Nello stesso giorno cominciarono ad arrivare le squadre d’azione dei paesi della provincia, dove il fascismo aveva messo maggiori radici di quanto non fosse riuscito a insediarne nel capoluogo. A Parma, infatti, era rimasto debole e diviso. Il primo agosto si registrò solo qualche incidente minore.

Il ruolo degli Arditi del Popolo

Un ruolo importante nelle vicende di queste giornate ebbero gli Arditi del Popolo, fondati nel luglio del 1921 nel cortile di un’osteria di Borgo Santa Maria, certamente ispirati all’organizzazione fondata a Roma da Argo Secondari, ma dotati di una sostanziale autonomia. Del gruppo promotore degli Arditi, a livello nazionale faceva parte anche Giuseppe Mingrino, deputato socialista, con cui entrò in contatto il collega parlamentare Guido Picelli, eletto grazie al sostegno dell’elettorato popolare dei borghi dell’Oltretorrente.
Picelli, ispiratore e guida degli Arditi di Parma, aveva lasciato il PSI, ostile all’organizzazione armata e al ricorso alla violenza nell’opporsi al fascismo, nell’ottobre del 1921. Il suo avvicinamento al Pci non portò alla sua immediata adesione. La data esatta del suo ingresso è stata avvolta da una relativa incertezza. È  sembrato che dovesse essere fatta risalire al 1924, dopo le elezioni che lo confermavano deputato, ma questa volta nelle liste di “unità proletaria” promosse dal Partito Comunista insieme alla frazione massimalista dei terzini, favorevole alla fusione delle forze che sostenevano la politica della Terza Internazionale. La ricerca successiva (in particolare da parte di Fiorenzo Sicuri) oltre che la nota autobiografica compilata dallo stesso Picelli a Mosca nel 1936, sembrano farla risalire al 1922 ma, presumibilmente, in un momento successivo agli eventi di Parma dell’agosto.
Sul ruolo e anche le specificità degli Arditi parmensi scriverà lo stesso Picelli, in un saggio pubblicato su “lo Stato Operaio” organo del Partito Comunista d’Italia, nell’ottobre del 1934, ma in realtà scritto almeno un paio d’anni prima:

Qui il movimento si differenziò un poco da quello delle altre provincie per la sua maggiore disciplina e per l’applicazione tecnica delle operazioni armate di strada. Il comando dei “gruppi degli arditi del popolo” prevedendo la spedizione punitiva in grande stile, da tempo preparò oltreché gli animi, il piano difensivo e procurò i mezzi necessari per affrontare e respingere il nemico. I capisquadra scelti fra gli operai militari, ebbero il compito dell’addestramento degli uomini, mentre gli addetti ai servizi speciali furono incaricati di mantenere il contatto coi soldati dei reggimenti di permanenza a Parma per il rifornimento di armi e munizioni.

Sulla presenza delle varie correnti e organizzazioni politiche all’azione di difesa armata, William Gambetta scrive:

Sulle prime fortificazioni, quelle in faccia al nemico, spiccavano orgogliose le bandiere d’appartenenza politica, come gagliardetti di reparti di uno stesso esercito. Sì perché tra quegli uomini armati, nell’urgenza della difesa, ogni diverbio ideologico era scomparso ed era difficile distinguere, dietro moschetti e revolver, i comunisti dai corridoniani, i socialisti dagli anarchici. Ad essi poi si aggiunsero giovani dell’Azione Cattolica dell’Oltretorrente, come Ulisse Corazza e Giuseppe e Luigi Mori, in dissenso con le direttive del Partito Popolare.

Per quanto riguarda i comunisti, come ha ricordato Bruno Fortichiari, al tempo membro della Commissione Esecutiva del PCdI e responsabile dell’Ufficio I (che si doveva occupare della struttura illegale):

D’accordo con l’Esecutivo, l’Ufficio I non autorizzò un accordo con i sedicenti “Arditi del Popolo” sul piano nazionale, considerando pericoloso esporre la propria organizzazione a interventi non controllabili. Accettava e autorizzava accordi locali e operativi limitatamente a gruppi ben conosciuti o disposti ad ammettere a parità di condizioni una temporanea convergenza.

Un esempio lampante di questa forma di collaborazione si ebbe a Parma per merito di un socialista stimatissimo e capace, Picelli, capo autentico e amato, col quale i numerosi proletari combattenti dell’Oltretorrente resisteranno in armi agli squadristi organizzati, foraggiati e armati dagli agrari emiliani (Picelli passerà poi al Partito Comunista).
La sera dell’estate 1921 in cui vennero fondati gli Arditi erano presenti anche Umberto Filippini, segretario della federazione provinciale del PCdI e Dante Gorreri che guidava l‘organizzazione giovanile comunista, la Federazione Giovanile Comunista d’Italia. Filippini venne eletto a far parte del Direttorio, mentre a Gorreri venne affidata la responsabilità di un settore che andava da Piazzale Imbriani a piazzale della Rocchetta.
Il rapporto tra i comunisti e gli Arditi fu però piuttosto complesso. Secondo la ricostruzione di Fiorenzo Sicuri:

Anche a Parma i comunisti uscirono, pertanto dagli arditi e si formarono le squadre comuniste, che fecero nei mesi successivi qualche azione. Cfr. l’ “Ordine Nuovo”, 13 agosto 1921, “Le squadre comuniste a Parma”, ove si annunciavano le dimissioni dei comunisti dagli arditi del popolo e dal Direttorio del corpo e si comunicava la costituzione di un inquadramento militare di partito. Inoltre, si minacciava l’allontanamento dal partito a chi non avesse ottemperato alla direttiva restando negli arditi e si rendeva nota l’espulsione di Umberto Filippini “già segretario della Federazione Provinciale Parmense”, verosimilmente perché non abbandonò il movimento degli arditi. (…) Successivamente al settembre 1921, in una data difficile da stabilire, a Parma le squadre dei comunisti ebbero rapporti unitari col movimento degli Arditi, non è chiaro se coordinandosi semplicemente con esso oppure sotto il completo comando del Direttorio degli Arditi (…) ma non aderendo individualmente.

Secondo Marco Rossi la Federazione comunista parmense contava, nel 1922, 172 iscritti e 577 aderivano alla sua federazione giovanile. “Più volte entrati in contrasto con la dirigenza nazionale sulla questione degli AdP, i comunisti parmensi raggiunsero con essa una mediazione, partecipando con proprie squadre all’organizzazione territoriale diretta da Picelli”, scrive Rossi, confermando in tal modo la ricostruzione di Fortichiari.
Sul peso dell’anarchismo a Parma è ancora Marco Rossi a fornirci un quadro complessivo:

Storicamente, l’anarchismo nel parmense aveva una presenza rilevante, sia col sindacalismo d’azione diretta che con l’organizzazione specifica; a questo proposito va ricordato che Malatesta, dopo il suo rientro in Italia alla fine del 1913, era stato a Parma, Borgo San Donnino e Sala Baganza, nell’ambito di un tour di conferenze nelle “roccaforti” anarchiche. Nel 1922, oltre alla componente anarchica dell’USI, erano attivi l’Unione anarchica parmense, il Circolo di studi sociali e il Gruppo femminile libertario, oltre ad altri circoli nel circondario, mentre rimaneva vivo il ricordo della grande bandiera rossa e nera che aveva sventolato nell’inespugnato Borgo delle Carra durante le “cinque giornate” del 1908.

A dirigere la mobilitazione popolare di Parma, non furono solo gli Arditi, ma si costituì un più ampio Comitato per la difesa operaia, sempre guidato da Picelli, che consentì l’aggregazione di forze più ampie. La sua esatta composizione però non è stata ancora determinata.

Arrivano migliaia di fascisti

Il successo dello sciopero a Parma città e in alcune zone del parmense, portò ad un crescente afflusso degli squadristi che cominciarono ad arrivare anche dalle province vicine. Secondo la prefettura il 2 agosto erano già 3.500-4.000. Nel pomeriggio dello stesso giorno iniziarono i primi conflitti a fuoco che avevano come epicentro il rione del Naviglio, incastonato nella “città nuova”, quella borghese, e decisamente più esposto e difficile da difendere di quanto non fosse l’Oltretorrente. Nel Naviglio si trovava un nutrito gruppo di Arditi in cui avevano un ruolo di primo piano gli anarchici Alberto Puzzarini e Antonio Cieri.
Il quotidiano “Il Piccolo”, di orientamento democratico-massonico, descriveva così la situazione che si era creata in Oltretorrente:

Alle Camere del Lavoro vigilano le squadre degli organizzati. Via Nino Bixio e via d’Azeglio sono un solo bivacco. Gli uomini dormono e vigilano sui marciapiedi. Lo spettacolo è fantastico. Anche qui i propositi sono fermi e precisi. – Nessuna provocazione, ma non subire passivamente alcuna violenza -. Crediamo di poter dire che un vero e proprio dislocamento strategico è stato compiuto, e vi ha un piano di difesa pronto. Le vedette sono sulle case. Molti punti sono guardati da pattuglie di giovani. Ma quello che da un tono quasi suggestivo a questa preparazione di difesa, si è che i bivaccanti intonano le vecchie canzoni della trincea e molti si sono appuntati sul petto le decorazioni guadagnate in guerra, difendendo quella Patria che altri vogliono monopolizzare.

Non particolarmente diversa la descrizione che ne fa Picelli nel suo citato articolo del 1934:

Il Comando degli “Arditi del Popolo” appena ebbe notizia dell’arrivo dei fascisti, convocò d’urgenza i capi squadra e capi gruppo e dette loro disposizioni per la costruzione immediata di sbarramenti, trincee, reticolati, con l’impiego di tutto il materiale disponibile. All’alba, all’ordine di prendere le armi e di insorgere, la popolazione operaia scese per le strade, impetuosa come le acque di un fiume che straripi, con picconi, badili, spranghe ed ogni sorta di arnesi, per dar mano agli “Arditi del Popolo” a divellere pietre, selciato, rotaie del tramway, scavare fossati, erigere barricate con carri, banchi, travi, lastre di ferro e tutto quanto era a portata di mano. Uomini, donne, vecchi, giovani di tutti i partiti e senza partito furono là, compatti, fusi in una sola volontà di ferro: resistere e combattere.

La cosiddetta “Parma vecchia” corrispondeva alla zona che era divisa dal torrente Parma da quella erroneamente detta “nuova” (in realtà più antica ma, ospitando i luoghi del potere e le residenze della borghesia e della residua aristocrazia, d’aspetto più moderno di quella dove si erano soprattutto ammassati ceti popolari spesso di nuova immigrazione dalle zone circostanti). Come sottolinea Fiorenzo Sicuri:

I quartieri popolari della città non erano nuovi alle barricate e alle sommosse. Nel 1859 l’Oltretorrente aveva eretto le barricate per contrastare le truppe asburgiche in fuga, a seguito del crollo del ducato di Parma. Nel 1869, per i moti del macinato, nel quartiere Naviglio, ne furono di nuovo costruite, alcune con mobili di chiese dismesse. Sommosse urbane si ebbero nella crisi politica di fine ‘800: nel 1891 per protesta contro il rincaro del pane, nel 1896 per le sconfitte militari di Macallé e di Adua, nella guerra d’Africa, e di nuovo per il rincaro del pane nel 1898, con qualche barricata nell’Oltretorrente. In età giolittiana vi furono proteste e sommovimenti nel 1908 per lo sciopero agrario, con momentanei barricamenti, e nel 1911 per la guerra di Libia; e le barricate ricomparvero nel 1914, durante la “settimana rossa”.

Ma Gambetta evidenzia anche le differenze:

Queste barricate infatti erano diverse da quelle del passato, anche da quelle del 1908 o dei moti del pane di fine del secolo. Sì, c’erano ancora sbarramenti costruiti con mobilio, carri, panche di scuole e pure di chiesa, ma erano nei punti meno nevralgici. Le difese che sfidavano le pallottole e le urla avversarie erano costruite con le tecniche imparate al fronte: le lastre dei marciapiedi per parapetto davanti al fossato, su tre, quattro o più ordini, con i passaggi sovrapposti. Erano trincee vere e proprie: il segno della cicatrice inguaribile che la Grande guerra europea aveva lasciato al popolo dei borghi, ma anche una lezione da utilizzare nella lotta al nemico interno.

Oltretorrente e Naviglio si riempiono di barricate e trincee

È ancora Picelli a descriverci in dettaglio, ad una decina d’anni di distanza, come fu organizzata la difesa dell’Oltretorrente e del rione Naviglio:

In poche ore, i rioni popolari della città presentarono l’aspetto di un campo trincerato. La zona occupata dagli insorti fu divisa in quattro settori: Nino Bixio e Massimo d’Azeglio nell’Oltretorrente; Naviglio e Aurelio Saffi in Parma Nuova. Ad ogni settore corrispose un numero di squadre in proporzione alla sua estensione: ventidue nei settori dell’Oltretorrente, sei nel rione Naviglio, quattro nel rione Saffi. Ogni squadra era composta di otto-dieci uomini, e l’armamento costituito da fucili modello 1891, moschetti, pistole d’ordinanza, rivoltelle automatiche, bombe S.I.P.E. Soltanto una metà degli uomini poterono essere armati di un fucile o di moschetto. Tutte le imboccature delle piazze, delle strade, dei vicoli, vennero sbarrate da costruzioni difensive. Nei punti ritenuti tatticamente più importanti, i trinceramenti furono rafforzati da vari ordini di reticolato e il sottosuolo venne minato. I campanili, trasformati in osservatori numerati. Per tutta la zona fortificata i poteri passarono nelle mani del comando degli “Arditi del Popolo”, costituito da un ristretto numero di operai, in precedenza eletto dalle squadre, fra i quali fu ripartita la direzione delle branche di servizio: difesa e ordinamento interno, approvvigionamenti, sanità. Bottegai e classi medie simpatizzarono con gli insorti e misero a loro disposizione materiale vario e viveri.

Sin dal secondo giorno la direzione della mobilitazione popolare era di fatto passata dall’Alleanza del lavoro al Direttorio degli Arditi del Popolo.
Il tre agosto, al mattino, i fascisti fecero un primo tentativo di penetrare nell’Oltretorrente, ma vennero fermati dai soldati di guardia. Provarono anche ad assaltare il Circolo dei ferrovieri ma furono bloccati dalle forze dell’ordine. Fu ancora la zona del Naviglio ad essere scenario di sparatorie e del contatto diretto tra gli squadristi e gli Arditi sostenuti dalla popolazione dei borghi.
Sulla situazione della zona abbiamo una testimonianza diretta di un giornalista de’ “Il Piccolo” il quale così scriveva:

Uomini e giovani ingombrano le vie di arroccamento discutendo sugli avvenimenti. Molti hanno addirittura l’elmetto in testa (…). Le squadre hanno graduati, che naturalmente sono ex ufficiali e caporali dell’esercito: in Borgo del Naviglio c’è un vero dedalo di trincee profonde, con le relative feritoie. E si continua a lavorare ed approfondirle, a migliorarle. Il Naviglio, Borgo della Trinità, via XX Settembre sono sbarrati dalle trincee. In Borgo Torto gli ordini di trincea sono quattro o cinque tutti profondi. Sul fianco delle trincee è lasciato un punto di passaggio. Un cartello però ammonisce che alle 18 si chiude, e si attendono gli eventi.

Un quadro non molto diverso è quello che viene fornito dallo stesso giornale sull’Oltretorrente:

Anche nell’Oltretorrente si è in grande stato di allarmi. I borghi sono affollatissimi di gente nervosa. Si ha l’impressione di una vigilia. Quando ieri sera si è sparsa la voce che l’autorità non aveva impedito l’entrata dei fascisti in città, si è dato mano alla costruzione di trincee. Nei borghi Carra, Corridoni, S. Giacomo, Poi, Bertani, ecc. sono state scavate e rizzate trincee. Nei pressi dei ponti vi sono le avanguardie che hanno il compito di dare l’allarme. Lo spettacolo è impressionante. (…) Nell’Oltretorrente, tuttavia, non è ancora capitato niente. Ma l’incubo di una minaccia grave è ovunque. Le donne sono nelle strade e s’affannano a chiamare i bimbi che scappano per ogni dove, e vanno di preferenza a giocare alla “guerra” nelle trincee.

Il 3 agosto restò gravemente ferito Giuseppe Mussini, un calzolaio di venticinque anni, degli Arditi del Popolo di strada XX Settembre, che morì il giorno dopo.

Con l’aggravarsi degli scontri iniziarono anche i primi tentativi di “pacificazione”, di cui non fu protagonista il sindaco, il liberale Amedeo Passerini, perché questi eletto da una coalizione di destra, aveva aperte simpatie per gli squadristi. Il compito fu assolto principalmente dal prefetto Federico Fusco, che propose alle associazioni combattentistiche un compromesso consistente nella cessazione dello sciopero, con la conseguente partenza dei fascisti. Nella notte un manifesto dell’alleanza sindacale era già pronto per annunciare l’intesa, quando il questore, Federico Signorile, informò che era impossibile allontanare le camicie nere che in realtà continuavano ad arrivare a migliaia.

Intanto, in Oltretorrente, si tenne un’assemblea per decidere come proseguire l’azione di difesa dei quartieri popolari. Con il tono enfatico che in generale contraddistingue il suo libro, ma che rende anche il clima concitato del momento, Mario De Micheli ne ha fatto questa descrizione:

Fu dunque il Direttorio (ndr degli Arditi del Popolo), insieme coi capisettore, che Picelli convocò d’urgenza la notte fra il 3 e il 4 agosto, alle ore 3 circa, nei locali della Lega proletaria invalidi, mutilati e vedove di guerra, in via Imbriani, presso la sede della Confederazione generale del lavoro.

Il suo proposito di fare di Parma una inespugnabile cittadella operaia si era ancor più rafforzato in seguito all’evidente filofascismo delle autorità, le quali, tra l’altro, avevano fatto ritirare dalle due caserme situate nell’Oltretorrente i carabinieri e le guardie regie, quasi a voler sottolineare che, per quanto era in loro, i fascisti avevano via libera.

Alla riunione c’erano una trentina di persone, tutte giovani. Picelli fece il punto della situazione. I volti erano tesi, contratti; nell’aria giungevano, attraverso le finestre aperte, gli echi delle fucilate. Le parole di Picelli furono, immediate, energiche, esprimevano una precisa volontà di lotta. Quand’egli accennò all’intimazione fascista di cessare lo sciopero, si levarono grida infuriate e fischi acutissimi. Poi, appena poté riprendere la parola per sostenere la tesi della resistenza a oltranza, entrò una delegazione degli Arditi del Popolo del rione Trinità, presso il Naviglio: i fascisti, rafforzati dalle squadre “forestiere”, attaccavano con violenza. Un applauso commosso salutò i compagni già provati dal fuoco avversario. “Noi”, continuarono i giovani della delegazione con voci rotte, “noi combattiamo da molte ore, abbiamo scavato trincee, ci difendiamo. Cosa intende fare il Direttorio degli Arditi del Popolo?”.
Questa volta il grido esplose da tutti i petti con veemenza tempestosa: “Resistere! Resistere!”. C’era forse bisogno di altre parole? Uscito dalle finestre delle due stanzette a pianterreno della Lega Proletaria, il grido fu ripreso dalla gente che, insonne, aspettava le decisioni del Direttorio nelle strade, passò di bocca in bocca, divenne la parola di quella notte d’ansia.
Tutti uscirono all’aperto e i capisettore si recarono subito ai posti di combattimento per dare inizio febbrilmente all’opera di fortificazione dei borghi.

Nella stessa notte, furono di nuovo assaltate e distrutte dai fascisti le sedi di due circoli dei ferrovieri, stavolta senza intervento a difesa da parte delle forze dell’ordine e di nuovo si ebbero sparatorie al Naviglio.
L’organizzazione dei difensori si andava intanto rafforzando sempre di più, come scriverà Picelli:

i servizi andarono man mano migliorando: requisizioni e distribuzione di viveri, posti di medicazione, cucine, vigilanza, informazione, rafforzamento delle costruzioni difensive. Grande fu la partecipazione delle donne, le quali accorsero ovunque a prestar l’opera loro preziosissima e ad incitare.

Per gli organizzatori della resistenza si poneva il problema non facile di mantenere i collegamenti fra le due zone popolari. Per questo veniva utilizzato il lancio di colombi viaggiatori mentre razzi luminosi segnalavano i movimenti del nemico. C’erano anche le numerose postazioni di vedetta.

Una successiva testimonianza di Antonio Cieri, pubblicata da “Il Grido del Popolo” del 28 marzo 1937, scritta in commemorazione di Picelli qualche mese dopo la sua morte, ci informa che in un’occasione lo stesso Picelli riuscì a passare la Parma e a recarsi nella zona del Naviglio. L’anarchico scriveva sul settimanale dei comunisti, edito dal Centro estero in Francia:

Lo rivedrò soprattutto come l’ho visto il quarto giorno dell’asprissima lotta sostenuta nei borghi di “Parma Nuova” e mi domando ancora come fece per venirci a salutare dall’Oltre Torrente nelle trincee di Borgo del Naviglio.
Migliaia e migliaia di mercenari fascisti bivaccavano in città e, nel pomeriggio bruciante di sole, un atleta con il fucile a tracolla sbucò da un borghino e svelto svelto saltò il parapetto della trincea di via XX Settembre. Era Guido Picelli! Che entusiasmo! Diecine di mani rudi e nervose si tesero verso di lui: Viva Picelli! Viva “el noster Guido”! Viva gli “Arditi del Popolo”!

Mi propose a cittadino d’onore di Parma, giacché ero “el foraster”. Un buon bicchier di vino, qualche raccomandazione, dei forti abbracci ed eccolo ripartito verso i più gravi rischi, accompagnato dagli echi di Bandiera Rossa e dell’Internazionale. I borghi erano in festa e i fascisti, in quella notte, si accanirono con ferocia contro di noi e vari assalti in Viale Mentana e in via XX Settembre furono respinti.

La stessa vicenda è riportata anche da De Micheli, che così la ricostruisce, collocandola dopo la morte di Gino Gazzola:

Ma quella sera Picelli stesso raggiunse Borgo del Naviglio e ne La Verta, salito sopra un tavolo della osteria di Orestin, che dà proprio sulla piazzetta, parlò alla gente del quartiere del giovanissimo eroe Gino Gazzola. Gli uomini e le donne singhiozzavano. Picelli diceva parole che trovavano un’eco profonda nel cuore di quella schietta e coraggiosa gente. Egli disse che Gino era il “Gavroche di Parma”, la “Piccola vedetta lombarda” di Borgo del Naviglio. Il suo discorso fu breve, ma alla fine la volontà popolare di combattere i fascisti e cacciarli dalla città era moltiplicata. Gino Gazzola sarebbe stato vendicato.

Il “Gavroche” di Parma

Sulle vicende delle barricate, nel corso del tempo, sono sorte anche delle leggende. Esistono dubbi su questa improvvisata commemorazione del giovane Gazzola da parte di Picelli. Se ne fa portavoce Francesco Pelosi a commento del graphic novel da poco uscito.
L’accostamento alla figura letteraria di Gavroche (da “I Miserabili”) non sembra però così lontana dalla sensibilità di Picelli. De Micheli, il cui testo va certamente valutato con una certa prudenza critica ma che aveva effettivamente raccolto testimonianze di partecipanti alle giornate di Parma, ci informa su questa vittima che, essendo molto giovane, ha profondamente colpito i sentimenti dei settori popolari di Parma:

Gino Gazzola (…) era un ragazzo che non aveva ancora compiuto i quindici anni: alto, magro, biondo di capelli, con gli occhi chiari: un ragazzo generoso e intelligente, che amava leggere libri e giornali benché avesse fatto appena tre anni di elementari. Gli altri ragazzi stavano volentieri con lui e i “grandi” non sdegnavano la sua compagnia perché ragionava già come loro, anche se continuava a portare i pantaloni corti.
Gino non aveva conosciuto una vera infanzia. Il padre era un galantuomo, ma spesso si lasciava prendere dal vino e allora toccava a Gino, primo di quattro fratelli, tenergli testa. Questa situazione aveva così incominciato assai presto a far sentire sulle sue magre spalle il peso di una responsabilità familiare.
D’estate il padre faceva il gelataio: possedeva tre carretti che i figli, meno l’ultimo ch’era troppo piccolo, spingevano un po’ ovunque per i borghi di Parma, vendendo sorbetti soprattutto ai bambini. D’inverno invece chiuso il “commercio” dei gelati, il padre si trasformava in venditore di pere cotte e in questa stagione era lui che girava per la città con la piccola caldaia di rame sostenuta sul davanti dalla cinghia passata intorno al collo.

Arriva Italo Balbo e scende alla “Croce Bianca”

Il quattro agosto oltre a continuare l’afflusso di squadre di fascisti, arrivò anche in prima mattinata Italo Balbo, Ras di Ferrara, al quale la direzione del Partito Nazionale Fascista, aveva affidato il comando delle squadre fasciste. E con questo anche il compito di sbrogliare una situazione che si stava facendo sempre più complicata.
Nei primi giorni a coordinare l’azione degli squadristi erano stati il fiduciario Giovanni Botti e il deputato toscano Michele Terzaghi che era arrivato da Roma il 2 agosto. Come sintetizza Gambetta: “L’esercito nero infatti si muoveva in modo frenetico ma scomposto, come in una gara per cogliere frettolosamente qualche riconoscimento evitando le difficoltà della battaglia.”
Balbo, come racconta De Micheli, “scese all’albergo Croce Bianca e convocò subito i dirigenti locali del fascio per avere un rapporto su quanto stava accadendo. L’albergò diventò per tre giorni la sede del quartier generale delle bande nere. Nella giornata arrivarono anche Moschini, Buttafuochi, Farinacci, Ranieri, Bigliardi, Arrivabene e altri consoli o comandanti di coorte di non minore importanza”.
Gli squadristi ammontavano ormai a diverse migliaia. I giornali dell’epoca e lo stesso Balbo li calcolavano in 10.000. Picelli darà nel tempo cifre diverse. Li valutava in 20.000 nell’articolo del 1934, ma in 7.000 in uno scontro polemico avuto in Parlamento con i deputati fascisti e in 12-15.000 in un testo di commemorazione scritto per “Falce e Martello”, il settimanale in lingua italiana dei comunisti svizzeri. In ogni caso si trattava di una vera e propria truppa di occupazione della città.
Balbo era certamente consapevole della posta in gioco nello scontro di Parma, perché come scriverà poi nel suo diario, per la prima volta, il fascismo “si trovava di fronte ad un nemico agguerrito e organizzato, armato ed equipaggiato e deciso a resistere ad oltranza”.
Non potendo sfondare in Oltretorrente i fascisti assaltarono e distrussero la sede de “Il Piccolo”. Verso le dieci della mattina iniziò il conflitto più cruento delle cinque giornate ed ebbe ancora una volta come sfondo la zona del Naviglio. Si prolungò per diverse ore. Si registrò uno scontro anche in Oltretorrente, e gli Arditi riuscirono ancora a respingere l’assalto dei fascisti.

Il Prefetto mandava rapporti sempre più allarmati:

In tutta la giornata è continuato in vari punti della città scambio di colpi d’arma da fuoco con maggiore intensità da parte dei fascisti. Si lamentano sinora sei morti popolazione civile e vari feriti. Contegno fascisti che stanotte hanno sparato qualche colpo contro agenti questura si fa sempre più minaccioso. Circolazione è diventata pericolosa per individui estranei lotta politica.

Fra i caduti vi furono, oltre a Gino Gazzola,  Carluccio Mora, che era di vedetta nella zona del Naviglio, il consigliere comunale popolare Corazza, che si stava appostando alla difesa del ponte Caprazucca, dalla parte dell’Oltretorrente. Caddero anche due passanti, Mario Tomba e Attilio Zilioli. Quest’ultimo mentre cercava di soccorrere un ferito sul ponte Umberto (ora Ponte Italia).
Dal racconto di Picelli emerge come la determinazione alla resistenza si facesse sempre più forte e anche i mezzi di difesa si facevano via via più estremi:

Nessun aiuto fu possibile avere all’ultimo momento dalla campagna, perché nelle località temute, i fascisti inviarono piccoli distaccamenti impedendo il collegamento con la città. Venne però disposta la grande difesa, fatta con ogni mezzo e che avrebbe dovuto impegnare il nemico sino all’ultimo uomo, in tutte le forme possibili di combattimento. (…) Il morale della massa si dimostrò elevatissimo; sembrò quasi che l’annuncio dell’azione imminente delle camicie nere avesse contribuito ad aumentare ancora di più il coraggio e l’entusiasmo. (…) Nelle case si attese alla fabbricazione di ordigni esplodenti, di pugnali fatti con lime, pezzi di ferro, coltelli e alla preparazione di acidi. (…) Alle donne vennero distribuiti recipienti pieni di petrolio e di benzina, poiché in base al piano difensivo, nel caso in cui i fascisti fossero riusciti ad entrare in Oltretorrente, il combattimento si sarebbe svolto strada per strada, vicolo per vicolo, casa per casa, senza risparmio di sangue, con lancio di liquidi infiammabili, contro le camicie nere e sino all’incendio e alla distruzione completa delle posizioni.

In seguito a colloqui svoltisi al mattino tra Balbo e il prefetto, si stabilì un patto tra fascisti e autorità pubbliche. Se i militari avessero occupato i borghi del Naviglio entro le ore quattordici, i fascisti avrebbero abbandonato la città: altrimenti si sarebbero impegnati in prima persona a “ristabilire l’ordine” con la violenza.
Ci furono intense trattative tra gli Arditi e l’esercito. Da parte del ‘Corpo di guardia del nucleo di Borgo del Naviglio’, a firma di Picelli venne consegnato al colonnello Roberto Simondetti, comandante delle truppe, il foglio di resa. L’esercito poté occupare il quartiere smantellando le opere di difesa. La “Gazzetta di Parma” scrisse che “Le truppe furono accolte dai sovversivi con applausi e da grida: ‘Evviva i nostri fratelli soldati! Evviva il comunismo!’”, mentre l’Alleanza del Lavoro “faceva affiggere un proclama inneggiante alla propria vittoria, non essendo i fascisti entrati nella Trinità”. I fascisti si sentirono così beffati per l’atteggiamento degli avversari, e cercarono di sfogare la propria rabbia assaltando la trincea di borgo Valorio e, dopo un violento combattimento, riuscirono a demolirla. Con l’ingresso dell’esercito il Naviglio usciva di scena, ma restava in campo l’Oltretorrente.
Si intensificarono i tentativi di pacificazione. Il presidente della Deputazione Provinciale, il popolare Tullio Maestri, assieme col socialista riformista Faraboli si recò in Oltretorrente per avviare dei veri e propri colloqui di pace. Una iniziativa che fu aspramente criticata dai fascisti e gli attirò i sarcasmi della “Gazzetta di Parma” per avere creduto, secondo il quotidiano filofascista, alle promesse di disarmo annunciate da Picelli.
Più tardi si scatenò una furiosa fucileria dall’Oltretorrente verso i fascisti, attestati sul Lungo Parma, mentre colpi isolati e scariche risuonavano in numerosi punti della città, anche in centro. Secondo la “Gazzetta di Parma”:

Nelle prime ore della sera, l’aspetto della città era fantastico. Nuove forze fasciste giungevano da ogni dove. Imponente la colonna di oltre mille fascisti giunti da Reggio Emilia in una lunga teoria di camion e completamente equipaggiati. Poco prima del suo arrivo la Piazza Garibaldi e adiacenze erano state teatro di spari e inseguimenti di individui in camicia nera, mescolantesi fra i fascisti e sparando loro addosso, lanciando anche alcune bombe.

Nella notte fra il quattro e il cinque agosto, i ripetuti tentativi d’assalto dei fascisti in Oltretorrente furono respinti, ma sparatorie avvenivano in numerosi punti della città, perché erano gli stessi Arditi ad attaccare gli accampamenti fascisti, con operazioni di “commando”.

Anche Balbo ci prova ma viene respinto

Nella giornata del cinque agosto, quella finale, Balbo in persona tentò in mattinata un assalto all’Oltretorrente. Alla guida di un centinaio di squadristi provò a penetrare in Oltretorrente attraverso il ponte Verdi, grazie anche alla complicità di alcuni ufficiali del Novara Cavalleria. Tra borgo Tanzi e strada Farnese, intervennero gli Arditi e i corridoniani (che avevano la loro Camera del lavoro poco distante) e respinsero l’attacco a fucilate. A quel punto si interposero i soldati e il gruppo di Balbo dovette fare marcia indietro.
Nella giornata i fascisti devastarono gli studi professionali di Guido Albertelli, degli avvocati Emilio Baracchini, Ugo Grassi e Renzo Provinciali, del ragionier Augusto Argenziano, lo studio e la casa dell’avvocato Gustavo Ghidini; l’abitazione di Tullio Masotti direttore de “Il Piccolo” e del consigliere comunale socialista Vico Ghisolfi, così come furono devastate la sede delle associazioni cattoliche sindacali e cooperative, nonché del Partito Popolare. Tentativi di devastazione furono compiuti, inoltre, nei confronti degli studi degli avvocati Aurelio Candian, Ildebrando Cocconi e Francesco Pangrazi. Quando gli squadristi arrivarono nella zona di strada XXII luglio per assaltare e devastare la sede de “Il Piccolo”, i soldati che la piantonavano si allontanarono.
Il comportamento degli squadristi cominciò a sollevare le proteste anche di quella “Parma nuova” che pure aveva accolto con un certo favore l’arrivo dei fascisti pensando che la loro violenza si scatenasse solo contro i quartieri dei sovversivi.
Secondo quanto scrive De Micheli:

L’indignazione dei cittadini di Parma nuova fu tale che Balbo si vide costretto a far affiggere un manifesto in cui deplorava il “gruppo di sconsigliati” che aveva commesso quelle poco belliche imprese. In realtà tutto ciò rientrava nella normale attività delle squadracce.

Probabilmente i più accaniti nell’effettuare queste devastazioni furono i gruppi di squadristi legati al cremonese Roberto Farinacci, nonché ai parmensi Paolo Giudici e Alcide Aimi, che rappresentavano la fazione del fascismo maggiormente legata agli agrari e che – rileva Gambetta – “mal tollerava le manovre di corteggiamento verso i corridoniani”.
Nelle prime ore del pomeriggio, il vescovo di Parma, Guido Conforti, si recò al comando fascista offrendo la sua mediazione per la cessazione dei conflitti e fu diffuso un appello del prelato alla cittadinanza per il ripristino della pace.
Intanto, il governo Facta, esaminata la situazione che si era creata in diverse città dove vi era un forte concentramento di forze fasciste, decise di proclamare lo stato d’assedio in alcune province, fra cui Parma, dalla mezzanotte. Di conseguenza i poteri passarono all’autorità militare. Il telegramma del governo che annunciava alle prefetture la decisione assunta partì alle 16:40 del 5 agosto.
Di fronte al passaggio dei poteri, per non scontrarsi con l’esercito, i fascisti cominciarono a lasciare la città. Balbo aveva comunicato, dopo il fallimento del suo tentativo di entrare in Oltretorrente attraverso strada Farnese, di essere disponibile alla smobilitazione. I responsabili militari si espressero con molta decisione: il colonnello Simondetti dichiarò che “avrebbe difeso la vita e gli averi dei cittadini tutti, senza distinzione di parte, sino all’ultimo suo uomo”; il generale Enrico Lodomez, che con la dichiarazione dello stato d’assedio aveva assunto i poteri che erano spettati al prefetto Fusco, in un colloquio con il Ras fascista aveva chiarito la posizione dell’esercito.

I fascisti lasciano la città

Per svicolare da una situazione senza via d’uscita, trovandosi nell’impossibilità di battere con la forza le difese popolari nell’Oltretorrente e dovendo evitare di entrare in conflitto con le truppe che, nel frattempo avevano ricevuto altri rinforzi (alpini del Cadore e i reparti del 66° e 26° fanteria), Balbo cercò quanto meno di salvare la faccia. Nello stesso pomeriggio, radunò gli squadristi ancora presenti in città di fronte al Palazzo della Prefettura e li arringò cercando di convincerli della “vittoria” ottenuta. Questa era giustificata col fatto che “il governo aderisce finalmente alla nostra richiesta esautorando l’indegna autorità politica complice e responsabile dell’attuale situazione”.
In realtà era evidente che i fascisti avevano subito una clamorosa sconfitta. Per rifarsi si vendicarono assaltando e devastando cooperative e associazioni proletarie in diversi centri della provincia e in particolare distrussero l’articolata e capillare organizzazione del socialismo riformista e del cooperativismo municipale che ruotava attorno a Roccabianca. Inoltre imposero con la forza le dimissioni di numerose amministrazioni comunali.
Allontanati i fascisti dalla città, fu l’esercito a riportare “l’ordine” nei quartieri ribelli. Come scriveva la “Gazzetta di Parma”:

un reggimento di fanteria è penetrato nelle strade dell’Oltretorrente ed affrontando la resistenza degli abitanti, ha preso a demolire i reticolati e le trincee di B(orgo) Carra. Gli ordini erano precisi e le opposizioni non hanno valso a nulla. L’on. Picelli, che tutto ieri ha girato per le trincee, ha dovuto cedere contro la fermezza del Colonnello che comandava le truppe.

Nel racconto di Picelli, questa è la conclusione della rivolta:

Il Comando della difesa operaia esaminò immediatamente la nuova situazione, creatasi in seguito all’intervento dell’autorità militare, e constatò la impossibilità materiale di impedire alle forze dell’esercito, costituite localmente da due reggimenti di fanteria, con sezioni di mitragliatrici e carriarmati, di un reggimento di cavalleria e di numerosa artiglieria, di tenere l’Oltretorrente e i settori Naviglio e Aurelio Saffi. Alle ore tre e dieci minuti il colonnello Simondetti, dopo aver fatto sparare un colpo a polvere con uno dei due pezzi di artiglieria piazzati sul ponte di Mezzo, avanzò seguito da autoblindate, da mitragliatrici e dalla truppa, e procedette all’occupazione di tutti i quartieri operai, ordinando ai soldati lo sgombero delle strade.

Sulle ragioni che hanno consentito all’Oltretorrente di non cedere all’aggressione delle squadre fasciste così sintetizza Fiorenzo Sicuri:

Il bilancio delle cinque giornate mostra che i dedali di strade e la conformazione urbanistica degli spazi, l’organizzazione armata all’interno dei quartieri e i piani militari predisposti, le catene di solidarietà e la compattezza della popolazione, la presenza di ex combattenti, tecnicamente attrezzati allo scontro armato, la capacità di costruire barricate che era storico patrimonio dei quartieri popolari parmensi, a cui si aggiungeva la recente abilità nello scavare trincee e nel posare reticolati di filo spinato, e, infine, una leadership militarmente dotata di una certa perizia ebbero successo nel respingere i tentativi di conquista.

A questi elementi si deve aggiungere anche l’atteggiamento di relativa neutralità tenuto dalle forze militari. Sottolinea questo aspetto lo storico militare, Marco Mondini, secondo il quale il conflitto avutosi a Parma:

Non fu certo un esempio di ripristino dell’autorità, giacché (…) lo scontro armato tra fascisti e difensori parmigiani andò avanti per tre giorni senza che l’esercito (che ne avrebbe avuto tutti i poteri e le facoltà) intervenisse. Di fatto la piccola guerra civile in corso nel quartiere vecchio di Parma fu isolata da una sorta di “cordone sanitario” steso dai distaccamenti di due reggimenti di fanteria e uno di cavalleria, rinforzati con reparti provenienti da tutti i corpi d’armata vicini, per un totale forse di 2000 uomini. La neutralità armata mantenuta a Parma dall’esercito non era dovuta ad un particolare (e abbastanza inverosimile) senso di “affratellamento” tra soldati e proletari (…) quanto piuttosto, all’opera efficace del prefetto Fusco e alla sua capacità di far eseguire dal comando locale una politica di “non intervento” anche dopo il passaggio dei poteri.

In tale contesto e in tali condizioni la battaglia dei quartieri popolari fu “l’unica effettiva sconfitta della grande offensiva fascista dell’estate”.
La partecipazione alla difesa dei quartieri popolari dalle bande fasciste ebbe una partecipazione realmente trasversale, anche sul piano delle appartenenze sociali. Il giornale cattolico “Vita Nuova”, scriveva: “Nei due quartieri tutti, letteralmente tutti, di qualunque classe, partito o tendenza, si sono trovati d’accordo dietro le trincee e le barricate”. Non diversa la valutazione de “L’Internazionale”: “i sindacalisti corridoniani, gli arditi del popolo, i confederali, i popolari, scendevano dalle case si disponevano in squadre delle quali assumevano il comando i più audaci, scelti fra gli ex sottufficiali e ufficiali dell’Esercito”. Un altro giornale locale, “L’Idea”, rilevava: “Abbiamo visto, accanto allo scamiciato e talvolta scalzo abitante dei borghi, l’impiegato e il professionista, elegante ancora, con l’immancabile colletto, spilla d’oro e moschetto sottobraccio”.
Quante furono le vittime delle cinque giornate? Dalla parte degli Arditi e dei difensori, Picelli parla di cinque morti e qualche ferito, mentre tra i fascisti conteggiava, nell’articolo pubblicato nel 1934, ben 39 morti e centocinquanta feriti. Si tratta di una valutazione che non ha trovato conferma in sede di ricerca storica. Le uniche vittime certe di parte squadrista sono i due fascisti, deceduti negli scontri, contemporanei alle giornate di Parma, avvenuti nel vicino comune di Sala Baganza. Vi furono certamente dei feriti ma non nelle dimensioni indicate da Picelli. In ogni caso le squadre fasciste, abituate a rapporti di forza totalmente squilibrati a loro favore e a non registrare alcuna resistenza armata nelle loro scorribande, non avevano alcun desiderio di impegnarsi in una vera battaglia da condurre casa per casa in borghi in cui la popolazione era completamente ostile.
Lo stato d’assedio terminò il 16 agosto e due giorni dopo venne siglato un patto di pacificazione da parte di tutte le cariche istituzionali e dai rappresentanti dei combattenti oltre che da diversi partiti, tra i quali il Pnf e il Partito Popolare. Anche le Camere del lavoro corridoniana (guidata dal fratello di Alceste De Ambris, Amilcare e dal fratello di Guido Picelli, Vittorio) apposero le loro firme. Si rifiutarono invece ad ogni idea di “pacificazione” col nemico fascista le forze che erano state effettivamente protagoniste della resistenza come gli Arditi del Popolo, i comunisti, i sindacalisti dell’Usi e gli anarchici. Anche una parte del fascismo locale si oppose al “patto”.
Ipotesi di un nuovo assalto alla città che non si era piegata alla violenza squadrista e che Balbo definiva “isola di bolscevismo armato e delinquente”, vennero avanzate per essere poi accantonate a seguito della “marcia su Roma” e della chiamata di Mussolini a guidare il governo.
Come commenta Gambetta:

Dopo, una volta al potere, la vendetta contro i quartieri delle barricate fu affidata agli strumenti tradizionali della repressione poliziesca e della costruzione del consenso. Fu poi il “piccone risanatore” ad abbattere materialmente le strade e le case di quell’insurrezione e a smembrare il corpo sociale di quella comunità ribelle.

Il bilancio politico e militare delle giornate di Parma

Da parte sua Picelli trarrà dalle cinque giornate di Parma una serie di insegnamenti di carattere militare che consegnerà all’articolo pubblicato su “Lo Stato Operaio”:

Prima. Di quale importanza sia il problema politico-militare e la teoria della guerra civile, sino a ieri trascurata, se non ignorata completamente; ma che oggi si impone al nostro studio come una necessità assoluta.
Seconda. Nei riguardi degli effetti ottenuti dall’azione armata, la storia del movimento operaio italiano registra con la rivolta di Parma un enorme successo, una battaglia di strada vinta in condizioni di inferiorità numerica e di armamento, di grande sproporzione di forze.
Terza. Se gli “Arditi del Popolo” riuscirono a trascinare tutta la massa operaia nella resistenza armata, insufficiente fu però il lavoro di preparazione fra i soldati che, data la loro disposizione morale e la particolare situazione, non sarebbe stato difficile attirare alla solidarietà attiva col proletariato; come pure insufficiente e cattiva l’organizzazione del collegamento con la provincia che venne a mancare proprio nei momenti più difficili della lotta, mentre un movimento coordinato di contadini avrebbe permesso di passare immediatamente all’offensiva. 

A queste considerazioni di carattere militare, Picelli faceva seguire anche delle valutazioni più decisamente politiche:

Quarta – Lo smascheramento completo dei socialdemocratici e dei capi locali delle organizzazioni operaie, che attraverso il linguaggio demagogico, nascondevano gli scopi reali della loro azione di asservimento alla borghesia. Mentre parlavano ipocritamente di difesa degli interessi delle masse e di antifascismo, praticamente tradivano questi interessi, intralciando ed ostacolando la formazione spontanea del fronte unico dal basso, facendo in tal modo il giuoco dei fascisti. La ragione del successo, oltre che alla nostra preparazione tecnica, sta soprattutto nel fatto che il proletariato parmense, riuscì a liberarsi e a mettere in disparte i suoi falsi capi, i nemici interni alla classe operaia, ed opporre finalmente al fascismo l’unione compatta delle proprie forze.
Quinta. L’errore di incomprensione politica, commesso anche dal nostro Partito, allora ammalato di sinistrismo, nei riguardi degli Arditi del popolo opponendosi alla partecipazione individuale nelle squadre dei suoi militanti. In quel momento le masse erano con gli Arditi del Popolo o simpatizzavano per essi. Il bordighismo, manifestazione tipica della mentalità piccolo-borghese, aveva condotto il Partito sul terreno opportunistico dell’assenteismo e fuori della realtà. Con la partecipazione individuale dei comunisti alle squadre degli Arditi del Popolo, il Partito, con un’azione propria avrebbe influito su tutta l’organizzazione conquistandone la direzione e i comandi. Con un serio lavoro di preparazione e di penetrazione nei sindacati riformisti e nell’esercito, avrebbe potuto incanalare il movimento verso obbiettivi precisi, trascinare con gli Arditi del popolo tutto il resto della massa all’insurrezione armata, arrestare la marcia della reazione in Italia, facendo deviare il corso degli avvenimenti.

Il testo di Picelli viene scritto nel 1932 quando la linea politica del Comintern, adottata dopo qualche incertezza e perplessità anche dalla direzione comunista italiana, è caratterizzata da un tono fortemente polemico verso le altre correnti della sinistra, in primis la socialdemocrazia. Viene pubblicato due anni dopo quando la denuncia del “socialfascismo” comincia ad attenuarsi, ma ancora non si è dato avvio alla politica dei “fronti popolari” che verrà sancita dal VII Congresso del Comintern nell’estate del 1935.
Aspra è anche la polemica verso la direzione bordighista a cui è attribuita la responsabilità, nel 1921-22, di aver respinto la possibilità di un avvicinamento agli Arditi del Popolo.

Riferimenti bibliografici

Questa ricostruzione delle giornate di Parma è largamente tributaria del lavoro di Fiorenzo Sicuri “Il guerriero della rivoluzione” (2010, Uni.Nova, Parma) in particolare delle pagine 174-183 e del saggio di William Gambetta “Le pietre presero un’anima. Le barricate del 1922”, in “Le due città. Parma dal dopoguerra al fascismo (1919-1926), a cura di Roberto Montali, 2008, Silva, Parma, pagine 73-89. Dal libro di Sicuri sono riprese le citazioni dalla stampa dell’epoca e dello storico Marco Mondini. Le citazioni dell’articolo di Picelli, “La rivolta di Parma”, pubblicato su “Lo Stato Operaio” nell’ottobre del 1934 sono riprese dal volume di scritti e discorsi “La mia divisa “, curato da William Gambetta (2021, BFS, Ghezzano). I richiami a “Barricate a Parma” di Mario De Micheli, fanno riferimento alla seconda edizione riveduta del 1972, pubblicata da La Libreria Feltrinelli di Parma (con prefazione di Giorgio Amendola). Le citazioni di Marco Rossi sono tratte da “Arditi, non gendarmi! Dalle trincee alle barricate: arditismo di guerra e arditi del popolo (1917-1922)” (2011, BFS, Ghezzano), che dedica un capitolo a “L’insegnamento di Parma”. La citazione di Bruno Fortichiari è tratta da “Comunismo e revisionismo in Italia. Testimonianza di un militante rivoluzionario” (2006, Mimesis, Milano). Il graphic novel è di Francesco Pelosi e Rise, “Guido Picelli. Un antifascista sulle barricate” (2022, Round Robin, Roma).

Franco Ferrari

Cannabis, l’Europa si muove e anche il Senato Usa
La militarizzazione del diritto umano all’acqua

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.

Menu