editoriali

Spagna e Brasile: la controffensiva difficile

di Franco
Ferrari

Il primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile, insieme al rinnovo del Parlamento, ha dato un esito peggiore di quanto ci si aspettasse a sinistra. Si sapeva che sarebbe stato un duello difficile tra il Presidente uscente, Lula, e il candidato attorno al quale si sono unite tutte le destre, anche le più estreme, ovvero il figlio dell’ex Presidente Bolsonaro. Anche i due rami del Parlamento hanno confermato il consenso dei settori più reazionari, determinando un contesto nel quale anche la possibile vittoria di Lula al secondo turno porrebbe consistenti limiti alla sua capacità di determinare le politiche dei prossimi anni.

Mentre in Brasile si votava, in Spagna il primo ministro socialista Sanchez decideva di sciogliere le Cortes e andare ad elezioni anticipate a fine novembre, chiudendo una legislatura che si sarebbe comunque esaurita nella primavera del prossimo anno.

Le due vicende politiche presentano elementi comuni e ovviamente diversità legate alle differenze di contesto. In entrambi i casi però l’esito elettorale avrà un impatto notevole anche al di fuori dei due Stati. Il governo di Sanchez, che unisce la sinistra socialdemocratica e moderata del Psoe con le componenti più radicali che si erano presentate alle ultime elezioni sotto l’ombrello di Sumar, è l’unico governo progressista che resiste all’interno dell’Unione Europea in uno Stato di un certo peso.

Per quanto l’immagine di cui gode all’estero sia forse più rosea di quanto non si concretizzi realmente nelle sue politiche, resta il fatto indiscutibile che su alcuni temi politici decisivi ha assunto posizioni in controtendenza. Sanchez ha quanto meno la consapevolezza, non così diffusa nemmeno nella socialdemocrazia europea, che di fronte all’offensiva politica, sociale e ideologica della destra, all’interno della quale sono emerse in primo piano le tendenze più aggressive e antidemocratiche, sia necessaria una controffensiva ideologica che si collochi allo stesso livello di organicità.

La stessa scelta di sciogliere il Parlamento e andare al voto dopo che i decreti sulla questione del diritto all’abitazione erano stati bocciati per la scelta dei nazionalisti catalani di destra del partito Junts, di opporsi in difesa dei diritti dei proprietari e della grande rendita immobiliare, è un segnale che è necessario accettare la sfida e provare a determinare i contenuti dello scontro elettorale.  Da parte sua, per la destra catalana, pur consapevole dell’impatto che avrebbe sulla Catalogna un possibile governo di coalizione tra la destra e l’estrema destra a Madrid, la questione di classe ha prevalso sulla questione nazionale. Senza che si debba escludere il calcolo che un governo centrale negatore della pluralità della Spagna possa rianimare il movimento indipendentista.

L’esito della sfida di Sanchez avrà un impatto sugli equilibri della socialdemocrazia in Europa tra i settori che inseguono la destra sulle politiche anti-migranti e coloro che ritengono indispensabile un certo riallineamento a sinistra per recuperare il voto popolare perduto dall’adesione subalterna al neoliberismo teorizzato dagli ideologi della “Terza Via”. A Sanchez si è richiamata esplicitamente Elly Schlein mentre da un altro versante il nuovo premier britannico Andy Burnham ha moderatamente ricollocato il laburismo su una prospettiva che torna a considerare lo Stato come strumento che tutela i propri cittadini anche contro gli effetti antisociali del mercato. Un mutamento di discorso, di cui bisognerà verificare quanto si tradurrà in fatti concreti. Per il momento, hanno riportato una parte importante del consenso che era andato verso l’estrema destra o verso i Verdi a ridare fiducia al Partito laburista. 

L’esito delle elezioni in Spagna come quelle prossime in Italia avrà un impatto importante sul posizionamento delle forze socialdemocratiche, senza le quali, allo stato dei fatti, è difficile pensare la possibilità di costruire una alternativa politica al fronte emergente delle destre tradizionali unite all’estrema destra. Uno schieramento che, al di là del carattere reazionario e classista delle politiche che conduce, mette profondamente in discussione anche gli elementi di pluralismo politico e possibilità di azione conflittuale che le democrazie capitalistiche emerse dai decenni precedenti al neoliberismo avevano comunque garantito.

L’esito del voto spagnolo avrà un impatto anche sulle forze della sinistra radicale e alternativa. Sempre si presentano difficoltà e contraddizioni quando queste forze si trovano in posizioni di governo, soprattutto in coalizioni nelle quali non hanno una posizione dominante. Nel caso spagnolo, con l’azione della Ministra del lavoro Diaz e ora con la capacità di spingere il governo a recepire, almeno in parte, le richieste del movimento per il diritto alla casa, le forze di sinistra possono rivendicare un ruolo sociale e politico utile. Hanno altresì deciso di non porre la questione della guerra in Ucraina come discriminante assoluta tale da impedire la collaborazione di governo con la socialdemocrazia, mentre si è trovato un terreno più favorevole sulla questione del riarmo, grazie alla decisione del governo di non rincorrere la richiesta di alzare al 5% le spese militari.

Un problema che si è rivelato non risolto è quello della forma dello strumento politico adottato dalla sinistra radicale. Izquierda Unida, per una certa fase, è sembrata essere un possibile modello di ricomposizione di una sinistra frammentata. Nonostante abbia certamente svolto un ruolo importante e positivo, non ha impedito un ulteriore processo di frammentazione. Il risultato è che ad ogni elezione politica si pone il problema di creare un nuovo strumento di presentazione unitaria.

Dopo il conflitto tra Podemos e Izquierda Unida, si è riusciti a costituire Unidas Podemos che non ha resistito però alle varie spinte interne. Nelle elezioni precedenti si è costituito Sumar che da ombrello unitario ha poi cercato di trasformarsi esso stesso in partito. Alla frammentazione hanno contribuito le spinte localistiche tese a formare soggetti politici di dimensione regionale (o, se si adotta il punto di vista di questi soggetti, di espressione di nazionalità substatali). Ora si è proceduto a creare il “Fronte Ampio”, dove la denominazione dovrebbe segnalare già in partenza che non è il nocciolo di un nuovo partito. Restano aperti problemi irrisolti, in quanto alcune della decina di formazioni che avevano costituto Sumar, non vogliono partecipare nemmeno ad un soggetto politico unitario che riconosce le rispettive autonomie, ma solo stabilire un accordo elettorale. Inoltre non è risolto il rapporto con Podemos che, essendo stato escluso dal governo, ha tenuto una linea per certi versi di opposizione a Sanchez, senza però mai spingere in Parlamento al punto di rischiare di farlo cadere. Una sorta di riedizione del “tirare la corda, ma senza romperla”.

La presentazione della sinistra radicale con due liste contrapposte (senza contare quelle consolidate nei paesi baschi, Galizia e Catalogna) potrebbe determinare la sconfitta complessiva della sinistra. Con il forte rischio che prevalga la spinta al “voto utile” verso il Psoe, soprattutto in quelle comunità/regioni nelle quali la possibilità di conquistare un deputato richiede percentuali consistenti. Per ora il nodo che divide il Fronte Ampio da Podemos consiste nel fatto che quest’ultimo chiede che si tengano primarie a ridosso della scadenza della presentazione delle liste. Primarie che, almeno stando alle ultime voci di stampa, potrebbero anche essere di ratifica di una proposta unitaria.

L’esito della vicenda brasiliana presenta alcune analogie ma ovviamente anche forti differenze. La prima analogia è evidentemente che vanno alla verifica elettorali due governi progressisti che, pur con i loro limiti, hanno offerto una possibile, seppur prudente, alternativa alle politiche della destra neoliberista.

Il fatto che in due paesi diversi sia possibile il successo di forze di destra estrema, conferma che siamo in presenza di una offensiva globale che si registra sia nei paesi a capitalismo tradizionalmente più avanzato (“l’Occidente” o blocco euroatlantico), sia nel cosiddetto Sud globale. Occorre però esaminare più approfonditamente le ragioni della forza della destra. A partire, ad esempio da un dato evidente. Se in Spagna, come in quasi tutta Europa, l’ostilità all’immigrazione, è uno dei temi la cui strumentalizzazione politica favorisce la destra, questo elemento non è presente in Brasile.

In questo caso vengono segnalati altri fattori, tra cui il peso crescente delle chiese evangeliche che legittimano ideologicamente le discriminazioni sociali, convincendo i poveri che la ricchezza deriva non dallo sfruttamento, ma dal benvolere di Dio. Una deformazione di un elemento che pure è rintracciabile in una certa interpretazione del protestantesimo.

È stato anche opportunamente sottolineato il peso che hanno assunto politici di nuova generazione che si sono costruiti un forte consenso nelle reti sociali, con discorsi semplicistici, demagogici e fondati su una polemica sempre più violenta contro i nemici volta per volta individuati.

Questi elementi, in cui gli aspetti identitari tendono a sovrapporsi alla condizione materiale, pongono un problema alle forze di sinistra, sia che governino sia che si collochino all’opposizione. Anche in due Paesi, come sono il Brasile e la Spagna, nei quali la situazione dell’economia è relativamente buona nell’attuale contesto globale, e i governi hanno effettivamente introdotto misure favorevoli sia ai settori popolari a più basso reddito (in particolare il governo di Lula), sia ai settori della classe operaia e del lavoro (in Spagna), queste azioni non si sono dimostrate ancora sufficienti per scalzare il consenso che l’estrema destra raccoglie nei settori popolari.

Il voto in Brasile, in caso di vittoria della destra, avrà un impatto notevole, su tutta l’America latina, che risulterà di fatto ridotta a semi-colonia dell’impero statunitense e potrebbe portare un colpo mortale ai BRICS, ai quali alcuni affidano speranze quasi mistiche.

Una riflessione più approfondita di tutti questi aspetti andrà fatta dopo il secondo turno in Brasile e il voto in Spagna, anche se in parte questi interrogativi sono già presenti a chi sta definendo le rispettive strategie elettorali. In questa fase ovviamente prevale la capacità di sviluppare la propria azione politica. Nell’auspicio evidente che prevalgano le forze di sinistra e progressiste in entrambi i paesi, l’esito di questo voto oltre ad avere un impatto forte sugli equilibri europei e mondiali, fornirà necessariamente indicazioni anche per le prospettive della sinistra italiana.

Franco Ferrari

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