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Fuggire dal capitalismo con Clara E. Mattei

di Alessandro
Scassellati

Recensione del libro Fuga dal capitalismo di Clara E. Mattei

  1. Introduzione e inquadramento editoriale: la genealogia di un’eresia necessaria

Nel panorama asfittico della teoria economica contemporanea, dominato dal monolitismo neoclassico e da un neoliberismo che ha saputo interiorizzare persino le proprie crisi strutturali, il lavoro di Clara E. Mattei si pone come un atto di radicale igiene intellettuale. La traiettoria editoriale di Fuga dal capitalismo testimonia la cogenza e l’urgenza politica del suo nucleo argomentativo. Nato originariamente in Italia nel 2023 con il titolo militante L’economia è politica per i tipi di Fuoriscena, il testo è stato successivamente internazionalizzato ed espanso nella versione in lingua inglese Escape from Capitalism: An Intervention (Simon & Schuster, New York 2026), per poi fare ritorno nel circuito editoriale italiano (pubblicato nel catalogo Fuoriscena RCS nel 2026) in una veste definitiva, ampiamente rivista, aggiornata e strutturata come un vero e proprio manifesto per una economia eterodossa e un socialismo umanistico.

Se già con il seminale The Capital Order: How Economists Invented Austerity and Paved the Way to Fascism (University of Chicago Press, Chicago 2022), che il Financial Times aveva inserito tra i dieci libri di economia più influenti dell’anno — pubblicato in italiano con il titolo Operazione austerità. Come gli economisti hanno aperto la strada al fascismo (Einaudi, Torino 2022) — Mattei aveva dimostrato come l’austerità sia storicamente nata dall’alleanza tattica tra economisti liberali (figure di rilievo come Vilfredo Pareto, Maffeo Pantaleoni, Luigi Einaudi, Umberto Ricci e Alberto De’Stefani) e il regime fascista di Mussolini per blindare la proprietà privata contro la minaccia del Biennio Rosso (1919-1920), in Fuga dal capitalismo questo nesso si fa sistemico. L’autrice svela come il fascismo non sia stato un’eccezione storica, ma il braccio armato e violento di una democrazia liberale pronta a sacrificare se stessa pur di proteggere l’ordine del capitale. Mattei prende di mira l’intera architettura epistemologica della scienza economica dominante, svelandone la natura intrinsecamente ideologica e apologetica. La tesi di fondo, squisitamente materialista, rompe con il fatalismo della sinistra riformista ed è mossa da una premessa analitica netta: l’autrice adotta pienamente la definizione di capitalismo di matrice marxiana, intendendolo non come un mero spazio di scambi commerciali, bensì come un modo di produzione storicamente determinato e fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sulla separazione strutturale tra la classe proprietaria e i lavoratori salariati. Di conseguenza, il capitalismo non appare come lo stadio naturale, definitivo o scientificamente immutabile dello sviluppo umano, ma come una configurazione storica giovane, violenta e, soprattutto, sostituibile.

Il pregio metodologico più significativo del volume — che ne definisce la postura all’interno del pensiero critico di matrice socialista — risiede nella sua capacità di riattivare linee genealogiche spesso colpevolmente rimosse o neutralizzate dal dibattito accademico. Mattei non si limita a decostruire l’oggettività feticistica del PIL o dei modelli matematici di equilibrio generale; al contrario, riannoda i fili di una tradizione teorica in cui l’analisi delle istituzioni economiche si salda indissolubilmente con la critica della democrazia liberale. Mattei afferma che “la verità è che capitalismo e democrazia [sostanziale] sono fondamentalmente incompatibili”. In questo solco, assume un valore strategico il richiamo congiunto a due figure intellettuali straordinarie: Karl Polanyi e Zino Zini.

Attraverso l’evocazione di Karl Polanyi, Mattei illumina il processo di mercificazione fittizia della vita e della natura, mostrando come l’astrazione economica operi una violenta separazione tra i bisogni sociali e le logiche dell’accumulazione. Al contempo, il recupero teorico del filosofo e docente torinese Zino Zini — e in particolare della sua fondamentale prolusione del 1920 Da cittadino a produttore — permette all’autrice di affondare il colpo sul terreno della prassi politica. Laddove Polanyi descrive la macro-dinamica del disembedding (lo sradicamento dell’economia dalla società), Zini fornisce la chiave clinica per smontare la mistificazione della democrazia formale borghese, indicando nel “produttore” l’unico soggetto storico capace di ricomporre la frattura tra decisione politica e organizzazione del lavoro.

Fuga dal capitalismo si configura pertanto non come un mero esercizio di economia eterodossa confinato nelle aule universitarie, ma come un saggio di economia politica militante. Esso intende disarmare la gabbia del “realismo capitalista”, denunciata da Mark Fisher ed esemplificata dalla formula del TINA (There Is No Alternative), non solo sul piano teorico, ma offrendo coordinate per una prassi di liberazione concreta, incarnata nei laboratori di democrazia economica del progetto FREE (Forum for Real Economic Emancipation) fondato dalla stessa autrice. “Il cambiamento storico non nasce dai progetti teorici” – nota Mattei – “le alternative si sviluppano attraverso la partecipazione attiva dei cittadini ed è solo dotandoci degli strumenti concettuali necessari a vedere il mondo in modo diverso che possiamo agire diversamente. Io credo fermamente nell’intuizione di Antonio Gramsci che la combinazione di una conoscenza al tempo stesso teorica e pratica può davvero guidarci verso nuovi orizzonti, a patto di impegnarci in modo personale e concreto”.

  1. La demistificazione della scienza economica: l’economia come ideologia e dispositivo di potere

Il primo nucleo teorico di Fuga dal capitalismo, affrontato subito dopo l’Introduzione, sferra un attacco frontale all’architettura epistemologica della macroeconomia dominante. L’obiettivo polemico di Mattei è la cosiddetta “naturalizzazione” dei rapporti economici, quel processo ideologico sottile e pervasivo che trasforma una disciplina intrinsecamente politica e morale in una presunta “scienza esatta”, neutrale, oggettiva. Contro questa mistificazione tecnocratica, l’autrice afferma con forza che l’economia è strutturalmente un atto politico, un terreno di scontro in cui le scelte teoriche e i modelli matematici non descrivono leggi naturali, ma codificano precisi rapporti di forza e di subordinazione di classe.

Secondo l’autrice, la macroeconomia ortodossa – dal marginalismo neoclassico fino alle moderne sintesi econometriche e al neiliberismo – opera come una vera e propria camera oscura del capitale. Attraverso grafici cartesiani, equazioni di equilibrio generale e astratti modelli predittivi, la teoria egemone occulta la realtà materiale del conflitto di classe e dello sfruttamento. Concetti cruciali come il Prodotto Interno Lordo (PIL), i tassi di occupazione naturale (NAIRU), la curva di Philips o l’efficienza dei mercati finanziari vengono presentati al pubblico e ai decisori politici come costanti fisiche immodificabili, del tutto analoghe alla legge di gravità. Si tratta di un’operazione retorica volta a “spoliticizzare” l’economia per instillare nei subalterni un senso di ineluttabile impotenza. Se l’economia risponde a ferree leggi matematiche, la deliberazione democratica perde ogni legittimità; alla politica non resta che l’adeguamento passivo e l’amministrazione dell’esistente attraverso la scure dell’austerità. Mattei riassume magistralmente questo impianto coercitivo evidenziando che «l’economia viene venduta come pura, esatta e scientifica al solo scopo di spoliticizzarla e convincerci che non esista alcuna alternativa al capitalismo».

È proprio in questa serrata critica della “scienza economica depoliticizzata” che emerge con forza il recupero del pensiero di Zino Zini. L’autrice ne raccoglie idealmente il testimone teorico, riattivando i passaggi chiave della sua prolusione del 1920 Da cittadino a produttore. Zini, con straordinario anticipo storico, aveva compreso il vizio d’origine e il meccanismo di funzionamento dello Stato liberale borghese. Il filosofo torinese denunciava come la democrazia formale si reggesse su una drammatica scissione artificiale: da un lato, la sfera politica e giuridica, popolata da “cittadini” astratti teoricamente uguali e dotati del diritto di voto; dall’altro, la sfera economica e della produzione, dominata dal dispotismo del capitale e dalla sottomissione materiale dei lavoratori.

Mattei attualizza l’intuizione di Zini applicandola alle odierne architetture tecnocratiche del capitalismo globale. Strutture apparentemente indipendenti e “tecniche”, come le Banche Centrali o il Fondo Monetario Internazionale (con le sue ricette di “aggiustamento strutturale”), operano precisamente all’interno di questa faglia: esse sottraggono la politica economica al controllo dei parlamenti e dei cittadini, blindando gli interessi dell’accumulazione capitalistica dietro lo scudo dell’apparente infallibilità metodologica. La democrazia liberale, per dirla con Zini, concede l’illusione della sovranità al cittadino unicamente nell’urna elettorale, ma lo spoglia di qualsiasi potere reale non appena egli varca la soglia del luogo di lavoro. Smascherare la “neutralità” della macroeconomia significa dunque per Mattei compiere un’operazione parallela a quella compiuta dal gruppo gramsciano dell’Ordine Nuovo nel Biennio Rosso: dimostrare che dietro la pretesa oggettività dei dati tecnici si nasconde una precisa volontà politica di sottomissione della forza-lavoro. L’economia non è una scienza della scarsità, bensì un campo di battaglia politico in cui i modelli teorici dominanti fungono da armi di distrazione e disciplinamento di massa.

  1. La crisi come dispositivo di governo e la costruzione delle “merci fittizie”

Se l’analisi precedente, legata al secondo capitolo del libro, svela l’inganno della neutralità scientifica della macroeconomia, la sezione successiva penetra nel cuore materiale dell’accumulazione, indagando la crisi economica non come un’anomalia o un “fallimento del mercato”, ma come un vero e proprio dispositivo di governo. Mattei costruisce questo capitolo incrociando l’analisi marxiana dei rapporti di forza con la straordinaria impalcatura concettuale di Karl Polanyi, offrendo al lettore una rilettura spietata delle politiche monetarie e fiscali contemporanee. In questa cornice, l’autrice chiarisce un presupposto fondamentale: il ruolo delle istituzioni statali è assolutamente centrale e strutturale nel capitalismo. Lungi dall’essere un’entità marginale o un ostacolo al “libero mercato”, lo Stato opera come l’architetto politico e il garante coercitivo indispensabile per forgiare, proteggere e riprodurre i rapporti di produzione capitalistici e l’egemonia della classe proprietaria.

Il fulcro dell’argomentazione dell’autrice poggia sulla categoria polanyiana di “merce fittizia”. Nella sua opera fondamentale La grande trasformazione (1944), Karl Polanyi aveva mostrato come l’utopia del mercato autoregolato esiga la sottomissione dei tre elementi costitutivi della vita sociale: la terra (la natura), la moneta e il lavoro. Nessuno di questi fattori è nato per essere venduto o comprato; ciononostante, il capitalismo deve fingere che lo siano, mercificandoli attraverso la violenza strutturale delle istituzioni statali. Mattei dimostra che questa mercificazione non è un atto compiuto una tantum all’alba della rivoluzione industriale (l’accumulazione originaria), bensì un processo dinamico che deve essere continuamente rinnovato, difeso e imposto. Questa dinamica di espropriazione (riprendendo David Harvey) si salda indissolubilmente con la radice materiale del modo di produzione capitalistico. Mattei squarcia i veli dell’ideologia neoliberale riportando al centro del dibattito la categoria marxiana di sfruttamento del lavoro, dimostrando che esso non costituisce un’anomalia etica o una degenerazione del sistema, bensì il suo motore immobile e necessario. Come l’autrice pone chiaramente in luce, «il nucleo profondo del profitto capitalistico risiede nel “plusvalore” generato dal lavoro non pagato. I lavoratori producono più valore di quanto ricevano in busta paga: questo sfruttamento non è una deviazione morale, ma una caratteristica strutturale senza la quale il capitalismo non potrebbe esistere». Sottomettere il lavoro vivo alla logica della merce fittizia serve precisamente a garantire la riproduzione perpetua di questa asimmetria di potere, estraendo ricchezza da una forza-lavoro strutturalmente ricattabile e privata del controllo sui mezzi di produzione.

Ed è proprio qui che entra in gioco la gestione della crisi. Fenomeni macroeconomici come l’inflazione, l’impennata dei tassi d’interesse da parte delle Banche Centrali o la rigida ortodossia dei bilanci in pareggio non vengono analizzati da Mattei come risposte tecniche a squilibri di mercato, ma come armi politiche per riprodurre la subordinazione della forza-lavoro. Quando le classi subalterne, attraverso i cicli di lotta, riescono a intaccare il profitto stringendo i margini dello sfruttamento, la reazione del capitale si articola attraverso i dogmi della stabilità monetaria.

Questo rigido dispositivo difensivo svela la radice comune che lega la tecnocrazia contemporanea alle origini del fascismo storico. Mattei evidenzia che l’austerità ha storicamente marciato di pari passo con la reazione autoritaria: lo squadrismo fascista prima e le leggi eccezionali poi hanno offerto lo scudo violento necessario per imporre le riforme economiche ortodosse che i parlamenti democratici non avrebbero mai potuto votare. Quando le classi subalterne minacciano i profitti, l’élite capitalista evoca lo stato d’eccezione: il fascismo storico ieri, e l’austerità tecnocratica oggi, rispondono alla medesima logica di disciplinamento e depoliticizzazione della forza-lavoro. Come ricorda Mattei, con il fascismo storico «salvare le strutture dell’accumulazione capitalistica significava schiacciare sul nascere tutte le aspettative popolari di emancipazione sociale nate dai sacrifici della guerra. Il premio della ricostruzione non fu il controllo democratico dell’industria, ma la “dura realtà” di “lavoro e sofferenza”».

Allo stesso modo, la retorica del bilancio in pareggio serve a legittimare lo smantellamento programmato dei servizi sociali, della sanità pubblica e dell’istruzione. Privando la società del welfare, lo Stato neoliberale costringe gli individui a dipendere interamente dal mercato per la propria sopravvivenza, riattualizzando quella che Zino Zini definiva una «servitù politica fondata su una servitù economica». Ridotti nuovamente alla condizione di pure merci fittizie prive di tutele esterne, i produttori perdono la capacità di organizzarsi e di concepire un’alternativa. La crisi economica si rivela, in ultima analisi, il più formidabile strumento disciplinare nelle mani della classe dominante per blindare l’ordine del capitale e soffocare ogni sussulto di democrazia sostanziale.

L’autrice descrive con acume militante il sadismo di classe delle recenti strette monetarie globali: l’innalzamento dei tassi di interesse viene perseguito dai banchieri centrali con la piena consapevolezza che esso provocherà disoccupazione, recessione e sofferenza per i salariati. Nei manuali accademici, questa dinamica viene pudicamente definita come il “raffreddamento della domanda” o il ristabilimento del tasso naturale di disoccupazione (NAIRU). Nel quadro critico delineato da Mattei, invece, la disoccupazione artificiale è uno strumento di disciplinamento della classe lavoratrice: serve a spezzare il potere contrattuale dei lavoratori, spingendoli ad accettare l’austerità e salari reali decurtati sotto il ricatto della precarietà e della fame. Da questo punto di vista, “la vera misura della … efficacia  [dell’austerità] è la sua capacità di imporre e rafforzare la struttura di classe, lo stesso ordine che sostiene la crescita economica. In questo senso, non è mai stata una misura irrazionale”.

In questa operazione di mistificazione, si vede come la categoria della crescita economica misurata attraverso il PIL assuma una funzione politica centrale. Mattei svela come il PIL non sia un indicatore neutrale del benessere collettivo, bensì una metrica di classe progettata per quantificare esclusivamente la velocità di accumulazione del capitale e la capacità del sistema di estrarre plusvalore dal lavoro vivo e dalle risorse naturali. L’imperativo categorico della crescita infinita diventa così il principale ricatto ideologico dello Stato borghese: l’intera riproduzione sociale viene subordinata all’andamento di questo indice feticcio. Quando il PIL rallenta, la colpa viene sistematicamente attribuita alle tutele e ai comportamenti dei lavoratori o all’eccedenza dello stato sociale, offrendo la sponda perfetta per invocare nuove e più aggressive terapie d’urto neoliberale.

Strettamente interconnesso a questa mistificazione della crescita è l’imperativo categoriale della concorrenza e della competizione universale, che Mattei decostruisce non come dinamiche spontanee di mercato, ma come veri e propri dispositivi politici di disciplinamento ed espropriazione sociale. La retorica ortodossa presenta la competizione come l’unico motore di efficienza e progresso; nella realtà materiale del conflitto di classe, essa opera per frantumare programmaticamente la solidarietà tra i subalterni. Costringendo i lavoratori a percepirsi come atomi isolati in perenne lotta competitiva tra loro per l’accesso a un’occupazione o a risorse scarse, il sistema disinnesca sul nascere la possibilità di un’organizzazione collettiva di classe. Inoltre, la logica della competizione serve a legittimare la precarietà esistenziale: l’esclusione sociale e la povertà vengono colpevolizzate come fallimenti meramente del “capitale umano” dei singoli, occultando la coercizione strutturale esercitata dalle istituzioni statali a difesa dell’ordine del capitale.

Questa coercizione non si limita ai subalterni, ma investe la stessa concorrenza e competizione tra i singoli capitali, che Mattei, in linea con la lezione marxiana, descrive come una legge anarchica e impersonale che si impone sui proprietari stessi. La concorrenza inter-capitalistica sui prezzi non è una dinamica pacifica di efficienza e innovazione, ma una guerra spietata per la sopravvivenza sui mercati che obbliga ogni azienda, sotto pena di fallimento, a massimizzare l’estrazione di plusvalore e a comprimere costantemente i costi del lavoro. La competizione tra capitali opera così come il motore immobile che impone lo sfruttamento strutturale e che, nelle sue cicliche derive di sovrapproduzione e crisi, richiede il sistematico intervento di salvataggio da parte delle istituzioni statali, pronte a socializzare le perdite delle élite finanziarie e a blindare l’ordine del capitale. Al tempo stesso, il capitale si centralizza: “i vincitori concentrano i capitali e si espandono, inglobando i pesci più piccoli”.

  1. L’Occidente contro tutti: crisi climatica e struttura coloniale del capitale

Nel quarto capitolo del volume, intitolato in modo inequivocabile «L’Occidente contro tutti», l’autrice inserisce anche un dettagliato focus sul conflitto tra Israele e Palestina e l’analisi compie una necessaria torsione geopolitica e transnazionale, saldando la critica economica alla teoria dell’imperialismo ecologico. L’autrice estende la categoria della “merce fittizia” e dell’espropriazione al rapporto asimmetrico e violento che l’Occidente capitalista impone storicamente al Sud globale. La tesi sollevata è radicale nella sua chiarezza: la devastazione ambientale e il collasso climatico planetario non sono “effetti collaterali” o errori di percorso del sistema indotto dalle emissioni, bensì la diretta conseguenza logica di una struttura coloniale di sopraffazione ed estrazione illimitata di risorse indispensabile per garantire la crescita e la stabilità dei mercati del Nord del mondo.

Mattei dimostra come le istituzioni finanziarie internazionali tentino di spoliticizzare l’imperialismo ecologico facendolo passare per gestione tecnica del debito sovrano. Di fatto, ricattano i Paesi in via di sviluppo attraverso il cappio del debito sovrano, imponendo loro brutali programmi di aggiustamento strutturale e austerità. Questa sottomissione costringe il Sud globale a svendere il proprio patrimonio naturale e la propria forza lavoro e a convertire le proprie economie all’estrattivismo selvaggio a beneficio delle multinazionali occidentali. La “fuga dal capitalismo” deve quindi necessariamente configurarsi anche come una lotta di decolonizzazione economica. Il collasso ecologico globale non può essere sanato dai palliativi del cosiddetto Green Capitalism o dai mercati dei crediti di carbonio, poiché l’accumulazione capitalistica d’Occidente ha strutturalmente bisogno di zone di sacrificio umane e ambientali per perpetuarsi. Riecheggiando il monito di Polanyi sulla distruzione della natura a opera del mercato, Mattei chiarisce che la giustizia climatica è intrinsecamente incompatibile con la legge del profitto e richiede lo smantellamento dei rapporti di dipendenza imperialisti.

  1. Dalla teoria alla prassi: il Progetto FREE e la riattivazione del “produttore”

La sezione successiva e più cruciale di Fuga dal capitalismo segna il passaggio fondamentale dalla pars destruensdella critica macroeconomica alla pars construens dell’azione politica. Mattei rifiuta categoricamente il disfattismo intellettuale e il cinismo rassegnato che spesso paralizzano la sinistra. Se il capitalismo non è un destino naturale, ma una costruzione storica violenta, l’unica risposta plausibile risiede nell’organizzazione consapevole di una rottura pratica. La teoria economica, suggerisce l’autrice, deve smettere di essere un mero esercizio speculativo d’élite e “sporcarsi le mani” con la realtà del conflitto sociale. Il perno di questa transizione è rappresentato per Mattei dal FREE, il laboratorio politico e pedagogico fondato dall’autrice che mira a scardinare dal basso la gabbia dell’austerità. L’obiettivo strategico di questa prassi poggia su un assunto inequivocabile: «raggiungere una democrazia autentica richiede innanzitutto il riconoscimento che il sistema economico sotto cui viviamo non è un regno di opportunità e libertà, ma uno spazio di coercizione strutturale».

Il progetto FREE si sviluppa a partire da un parallelismo storico e geografico che unisce le due sponde dell’Atlantico. Le prime sperimentazioni nascono nel cuore profondo degli Stati Uniti, a Tulsa, in Oklahoma, dove l’autrice dirige il Center for Heterodox Economics. In un contesto segnato da disuguaglianze feroci, tagli sistematici al welfare e frammentazione sociale, il FREE ha promosso assemblee partecipative popolari, percorsi di mutuo aiuto e campagne per il bilancio partecipato. Questo modello di democrazia radicale è stato successivamente esportato e riattivato in Italia, trovando terreno fertile proprio a Torino da maggio di quest’anno, in continuità ideale e spaziale con la tradizione dei Consigli di fabbrica della Torino di Gramsci. A Torino, l’assemblea permanente del FREE Forum si propone come uno spazio in cui la cittadinanza può riappropriarsi della discussione sui beni comuni, sulla gestione del territorio e sulla sottrazione delle risorse vitali alle logiche estrattive del profitto privato.

Dal punto di vista del pensiero critico, il FREE non si configura come una semplice associazione di mutuo soccorso o un think tank riformista. Esso rappresenta la traduzione contemporanea del superamento polanyiano delle “merci fittizie” e del progetto pedagogico gramsciano e ziniano. Riunendo operai, precari, studenti e disoccupati in assemblee deliberative sul funzionamento dell’economia, il FREE opera una profonda demistificazione dell’economia politica, restituendo il sapere come arma di emancipazione alla classe lavoratrice.

In questo sforzo organizzativo riemerge la centralità politica di Zino Zini. I laboratori di Tulsa e Torino dimostrano che la liberazione sociale può avvenire soltanto riattivando la figura del “produttore” contro quella del “cittadino” atomizzato dello Stato borghese. Il FREE rompe la separazione tra la passività del consumatore/elettore e il dispotismo del luogo di lavoro. Partecipare a un’assemblea economica in cui si discute collettivamente di come poter redistribuire la ricchezza, di come sottrarre la sanità e la casa alla speculazione, e di come autogestire le risorse significa sottrarsi all’alienazione capitalistica. Mattei dimostra che la “fuga” non è un’utopia millenaristica proiettata nel futuro, ma un processo materiale che inizia qui e ora, riappropriandosi del potere decisionale sul lavoro e sulla vita sociale: l’unica via per inverare la democrazia sostanziale contro l’ipocrisia delle sue forme borghesi.

  1. Conclusioni e valutazione critica: riarmare il pensiero critico contro il fatalismo del capitale

L’ultima sezione di Fuga dal capitalismo tira le fila di un’analisi che, per densità teorica e passione civile, si candida a diventare un punto di riferimento imprescindibile per il dibattito della sinistra radicale contemporanea. Il valore fondamentale del testo di Mattei risiede nella sua capacità di compiere un duplice salto in avanti: epistemologico e squisitamente politico. Sul piano della teoria economica, il volume assesta un colpo durissimo all’edificio ideologico dell’ortodossia neoliberale, strappando il velo di presunta scientificità che protegge le politiche di austerità. Sul piano politico, la studiosa squarcia la coltre di rassegnazione e dissenso puramente estetico che ha caratterizzato gran parte della sinistra occidentale negli ultimi decenni, offrendo una via d’uscita che si radica nella prassi.

Il merito storico dell’operazione intellettuale di Mattei è l’aver saputo dimostrare che la via per una democrazia sostanziale non passa per la timida regolamentazione dei mercati o per il ritorno a un nostalgico (e mai esistito) capitalismo dal volto umano. Al contrario, l’autrice chiarisce che la crisi ecologica, la precarizzazione del lavoro e l’esplosione delle disuguaglianze non sono malfunzionamenti correggibili del sistema, ma l’esito logico e inevitabile di una struttura basata sulle merci fittizie, sullo sfruttamento del lavoro e della natura e sull’estrazione del plusvalore.

In questo senso, il recupero congiunto di Karl Polanyi e Zino Zini non assume i tratti di una sterile operazione di antiquariato intellettuale, ma si configura come un vero e proprio riarmo teorico. Polanyi fornisce gli strumenti per comprendere l’insostenibilità esistenziale dell’ordine del mercato sulla riproduzione della vita; Zini indica con precisione clinica dove colpire, ricordandoci che la libertà formale concessa dallo Stato borghese è una gabbia vuota se non viene abbattuto il dispotismo nei luoghi della produzione. Unire la critica del disembedding polanyiano alla centralità della figura del produttore ziniano permette di rifondare un materialismo all’altezza del ventunesimo secolo.

Se si volesse muovere un rilievo critico al testo, lo si potrebbe individuare nella titanica sproporzione che ancora intercorre tra la pervasività planetaria dei dispositivi di disciplinamento del capitale (le Banche Centrali, i mercati finanziari, le gigantesche corporation globali) e il carattere necessariamente embrionale ed extra-istituzionale delle prime sperimentazioni del FREE. La transizione dai laboratori territoriali di Tulsa e Torino a una reale alternativa di potere su scala macroeconomica costituisce il nodo politico irrisolto che la sinistra di classe dovrà sciogliere nei prossimi anni.

Tuttavia, Fuga dal capitalismo non ha la pretesa di consegnare ricette preconfezionate, bensì quella di riaprire un orizzonte di possibilità. “Dobbiamo riprenderci il potere di decidere collettivamente cosa e quanto vogliamo produrre, a quali fonti di energia vogliamo affidarci e come strutturare i rapporti di potere sul posto di lavoro. Dobbiamo rivendicare il controllo della produzione e recuperare il nostro rapporto con la natura, così da prendere decisioni improntate al benessere delle generazioni future”. Insomma, Clara E. Mattei ci consegna un libro necessario, scritto con una prosa lucida e sferzante, capace di parlare tanto all’accademia eterodossa quanto ai movimenti sociali. Dimostrando che l’economia è sempre un campo di battaglia politico, il testo restituisce alle classi subalterne la fiducia nella propria capacità di agire storicamente. La fuga dal capitalismo, in fondo, smette di essere un’utopia irraggiungibile e comincia a configurarsi come l’unico atto di realismo politico rimasto a disposizione per salvare la società e la natura dal proprio annientamento.

Alessandro Scassellati

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