La crisi c’è. Serve agire per l’alternativa

di Alberto
Deambrogio

Intervista di Alberto Deambrogio a Marco Bersani

Marco Bersani è un uomo di movimento molto conosciuto nel nostro Paese. Da sempre ha saputo, un po’ come alcune figure “eccentriche” del movimento operaio del ‘900 (si pensi a Paul Mattick), unire capacità di riflessione, pur non essendo membro dell’accademia, a una costante attività di lotta su molti fronti. Fu tra i primi a intuire le potenzialità del movimento altermondialista sin dai suoi esordi a Seattle. A partire da quella stagione è stato tra i fondatori di Attac Italia, nonché tra i promotori del Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua e della Campagna “Stop TTIP Italia”. È socio fondatore di Cadtm (il Comitato per l’abolizione del debito illegittimo). Tra i suoi libri possiamo brevemente ricordare: Nucleare: se lo conosci lo eviti (Alegre edizioni), CatasTroika – le privatizzazioni che hanno ucciso la società (Alegre edizioni), Dacci oggi il nostro debito quotidiano, strategie dell’impoverimento di massa (Derivepprodi), Europa alla Deriva, una via d’uscita tra establishment e sovranismi (Deriveapprodi). Nelle scorse settimane, quelle più dure della crisi sanitaria da Covid e del distanziamento fisico, che in molti hanno interpretato come sociale, Bersani ha fatto sentire spesso la sua voce critica lungo i principali tornanti sociali e politici; laddove, insomma, si annunciavano le prime avvisaglie di una riorganizzazione regressiva per le persone comuni, per chi vive del proprio lavoro, per chi un lavoro e un reddito non lo ha o rischia di perderlo, per gli stessi Enti Locali.

Nelle scorse settimane è stato possibile leggere analisi provenienti dal mondo “radicale” a sinistra che io definirei meccanicistiche. Quelle valutazioni dimostravano una grande attenzione alle conseguenze socio-economiche dello shock (interno al capitalismo peraltro) del Covid-19, riducendo queste ultime a un possibile colpo di grazia al sistema in quanto tale, un sistema in qualche modo dato per finito. Non credi che in tutto ciò ci sia un abbaglio? Non si tratta invece di guardare al Covid-19 come a un fattore di accelerazione di tendenze e antagonismi già esistenti anche se a livello latente?

Abbiamo attraversato troppe crisi “decisive” per poter continuare a pensare che il modello capitalistico giunga meccanicisticamente alla sua conclusione. Per fare esempi recenti, già questi primi due decenni del nuovo millennio sono stati scanditi da tre crisi globali: l’attacco alle Torri Gemelle del 2001, che ha aperto le scenario della guerra globale permanente; la crisi finanziaria mondiale del 2007-2008, che ha innescato la trappola del debito pubblico; l’attuale crisi provocata dalla pandemia da Covid-19. Sono tutti momenti in cui le contraddizioni del modello capitalistico vengono rese manifeste, ma sono anche occasioni di riorganizzazione e stabilizzazione del sistema. Ogni crisi apre una faglia: se questa poi si richiuda o si trasformi in frattura dipende dai rapporti di forza costruiti dentro la società. Nell’attuale crisi da Covid-19, le contraddizioni del modello capitalistico sono giunte al punto di dimostrare come questo sistema non sia in grado di garantire protezione alcuna, mettendo a rischio di vita e di salute anche i suoi sostenitori. La faglia è importante e propone a tutte e tutti una biforcazione radicale. Una strada, già perseguita con determinazione dai poteri dominanti, è quella che può portare a una riproposizione del modello liberista e di austerità, ma questa volta dentro un’organizzazione molto autoritaria della società, una sorta di fascismo moderno. L’altra strada, che tutte e tutti dobbiamo mettere in campo, è quella di una fortissima mobilitazione sociale che sappia imporre un processo di fuoriuscita dal modello capitalistico. Si tratta di contrapporre all’ideologia del profitto la società della cura di sé, degli altri e dell’ambiente. “Niente sarà più come prima”, lo diciamo noi e lo dice il Presidente di Confindustria; nel primo caso si tratta di una speranza collettiva, nel secondo di una minaccia molto ben indirizzata. A noi.

Alcuni osservatori sostengono che quella che andrà definendosi sarà una vera rivoluzione nelle pratiche capitalistiche. In qualche modo, per paradosso, saranno proprio gli esponenti del capitale a fare il “secondo movimento” di cui parlava Polany e non le forze che dovrebbero limitare il mercato. Le azioni saranno dirompenti con nuove speculazioni, nuove centralizzazioni, nuovi assetti (e contraddizioni pure) nello stesso milieu capitalista. A che punto sta secondo te l’intelligenza critica collettiva che dovrebbe fare i conti con questi veri e propri sommovimenti tellurici? Non trovi che persino alcune riproposizioni di soluzioni semplicemente keynesiane alla crisi non siano oggi sufficienti?

Siamo di fronte a una biforcazione che non consente soluzioni di ripiego, né la riproposizione di ricette precostituite. Capisco la motivazione per cui, ogni volta che ci si trova immersi nell’incertezza del futuro, si tenda a immaginare un ritorno rassicurante al passato. È lo stesso meccanismo, cambiando argomento, che spinge anche settori della sinistra radicale a proporre l’uscita dall’euro e il ritorno agli Stati nazionali per rispondere alle contraddizioni di un’Unione Europea diventata oligarchica. Non sono strade percorribili, né adeguate alle necessità dettate dell’odierna crisi. Oggi occorre una trasformazione molto più radicale che comporta il cambiamento di almeno quattro paradigmi. Il primo è l’affermazione del “comune” contro la proprietà, che chiede, da una parte, di contrastare l’appropriazione privata e dall’altra di andare molto oltre l’idea della proprietà statale. Significa sottrarre al mercato l’intera sfera dei beni comuni e delle produzioni di beni fondamentali, per consegnarla ad una programmazione e gestione partecipativa plurilivello, a seconda del bene di cui si sta parlando. Il secondo, come da sempre afferma il pensiero femminista, è l’affermazione della priorità della riproduzione sociale sulla produzione economica; non solo come riconoscimento tardivo del lavoro di cura, bensì come ri-significazione del concetto stesso di attività economica e di lavoro; detto schematicamente, o il lavoro è cura di sé, degli altri e dell’ambiente o non è. Questo non significa retribuire il lavoro domestico, inserendolo di conseguenza dentro i rapporti capitalistici di produzione; significa, al contrario, rivendicare un reddito universale incondizionato. Il terzo paradigma riguarda la priorità del vivente sul capitale e il conseguente posizionamento della finanza -e della ricchezza collettiva-al servizio della vita e della sua dignità e non, come attualmente, con l’intera vita delle persone sottoposta a valorizzazione finanziaria. Questo comporta la rottura netta con la trappola del debito e la socializzazione del sistema bancario e finanziario. Il quarto paradigma riguarda quello che, nell’azione di Attac, abbiamo denominato “Riprendiamoci il Comune”: se la pandemia ha potuto espandersi con una velocità senza precedenti è perché ha potuto utilizzare i binari di una iper-globalizzazione dei sistemi finanziari, economici e sociali; questo richiede un altro modello che parta dalla rilocalizzazione di molte attività economiche e una conseguente ricollocazione delle decisioni politiche. Da qui la necessità di ripensare il ruolo dei comuni, delle città e delle comunità territoriali come fulcro di una società diversa. Che, paradossalmente ma forse neanche tanto, dovrà essere contemporaneamente globale e territoriale.

A livello europeo stanno accadendo cose importanti, come sempre. Non tutto ha il solito segno, ma certo non è quello che ci si attenderebbe in un tempo tempestoso come questo. Quello che proprio non muta è un procedere che mette costantemente la democrazia sotto le scarpe: Germania e Francia dettano la linea della governance ordoliberista. Le risorse messe a disposizione sembrano insufficienti per affrontare innanzitutto il qui ed ora nella crisi sanitaria, economica e sociale. Si pensa comunque alla competizione “esterna”, magari rimodulando e proteggendo alcune produzioni senza uscire dalla centralità d’impresa (nuovi monopoli), con lo Stato che prepara le “migliori condizioni”. Cosa pensi di tutto questo?

L’Unione Europea attuale dà l’impressione di comportarsi come l’orchestra di violini sul Titanic; l’idea di rispondere con strumenti ordinari ad una crisi sistemica che non ha nulla dell’ordinarietà rischia seriamente di farla naufragare. Ho sempre sostenuto che, per approdare ad una vera dimensione europea, occorresse rivoltare questa Unione Europea come un calzino; ma, ovviamente, un conto è se questo avviene come sommovimento interno alle elite ecoonomico-politiche che la comandano, altra cosa è se avviene grazie alle lotte e alle mobilitazioni sociali. L’idea di fondo della risposta dell’Unione Europea alla crisi è che tutto può essere affrontato senza trasformazioni radicali. Ma se si sospende il patto di stabilità per permettere di avere risorse per salvare vite e curare persone, non ci vuole Aristotele per concludere che il patto di stabilità è contro la vita e la cura. L’idea che il benessere della società dipenda dal rilancio economico delle imprese, soprattutto se grandi e competitive, è esattamente la causa primaria dell’attuale crisi sanitaria, ecologica, economica e sociale. Perseverare con questa visione è diabolico. Ma dice chiaramente come i ricchi non hanno mai smesso di fare la lotta di classe.

Tu hai scritto non molto tempo fa un libro sui temi europei, proponendo alla fine uno scarto dal combinato disposto nazionalismo/austerità. Nelle scorse settimane il Partito della Sinistra Europea, con uno sforzo importante, ha proposto alcuni punti per imbastire una campagna continentale sotto il segno di un vero cambiamento: ruolo della BCE per finanziare sanità ed economia ripensata in senso sociale e ambientale, fiscalità omogenea, democratizzazione, ruolo di pace per l’Europa. Al netto di tutto ciò rimane il fatto che le risposte, anche minime, dal lato dell’alternativa immediatamente continentale non sono all’altezza del momento. Eppure, senza farsi illusioni, va detto che la minaccia alla vita individuale e collettiva ha innescato confusamente un bisogno di comunità, che è giunto, anche solo per poco, a mettere l’economia in secondo piano e a constatare che la scala decisiva delle questioni è internazionale. Quali sono secondo te possibili sentieri da esplorare per costruire una soggettività europea in grado di indicare un’alternativa credibile, per cui cioè vale la pena lottare una volta valutate le sue conseguenze sulla vita reale?

Credo che la difficoltà del momento sia dovuta non tanto all’insufficienza quantitativa delle lotte (che peraltro vedono situazioni molto differenti tra paese e paese, basti pensare a Francia e Italia), quanto al fatto che manca una visione del mondo che permetta ad ogni conflitto di sentirsi parte di una battaglia complessiva di trasformazione e che, dando fiducia alle persone, le metta in movimento non solo per “difendersi da” ma per “costruire con”. In questo senso, servono mobilitazioni sociali importanti dentro ciascun paese perché la dimensione europea delle lotte diventi pratica reale e non semplice auspicio, quando non scorciatoia auto-consolatoria. Aggredire la questione europea oggi, a mio avviso significa proporre una radicale rottura con la trappola del debito e tutti i vincoli conseguenti. Ma per arrivare a stracciare il trattato di Maastricht e aprire un nuovo processo costituente europeo, occorre far capire alle persone quanto del mancato riconoscimento dei propri diritti dipenda esattamente da formule economiche astruse ed artefatte. Formule che impediscono oggi di prendere di petto le grandi sfide che abbiamo davanti: una diseguaglianza sociale senza precedenti, una drammatica crisi climatica, una costruzione continentale come fortezza che ha deciso di fare la guerra a chi arriva dal mare. Sono queste le faglie aperte da trasformare in fratture che aprano la strada a una diversa dimensione europea.

Un’ultima domanda riguarda un tuo impegno specifico sugli Enti Locali. Negli scorsi mesi sei intervenuto più volte per segnalare l’estrema difficoltà di questi ultimi sul terreno dell’erogazione dei servizi e della garanzia dei diritti per i propri cittadini. Come già per la scuola, anche per i Comuni la coperta del Governo nazionale è troppo corta. Tu hai indicato più volte soluzioni possibili: stop al Patto di Stabilità interno, rinegoziazione dei mutui e dei tassi con Cassa Depositi e Prestiti, costituzione di un fondo dedicato attraverso la tassazione della ricchezza ecc. È un momento propizio anche per mettere davvero in discussione, attraverso procedure democratico-partecipative, la natura dei debiti accumulati dagli Enti Locali al collasso. Cosa pensi della trattativa in corso tra Governo e ANCI di questi giorni? Non credi che in ogni caso occorra non fermarsi ad essa per provare ad estendere esperienze virtuose come quelle di Cadtm?

Nella risposta alla crisi, la cartina di tornasole della biforcazione di cui ho parlato è evidenziata da un semplice dato estrapolato dal piano Colao di rilancio del paese: in quel piano, molto dettagliato, si dice che vanno messi a disposizione subito 54 miliardi per nuove autostrade e 113 miliardi per l’alta velocità ferroviaria, mentre per quanto riguarda i fondi alla scuola e alla sanità si propone di procedere ricorrendo ai social impact bond, come innovativa (?) forma di finanziamento pubblico-privato. Credo non servano altre parole. Se guardiamo alla situazione dei Comuni, che sono i luoghi della democrazia di prossimità, dobbiamo intanto fotografare quale fosse la loro condizione prima dell’arrivo del Covid 19. I Comuni sono stati gli enti sui quali, in venti anni di patto di stabilità interno -ora divenuto pareggio di bilancio-, si sono quasi interamente scaricate le politiche di austerità. Il paradosso è che, se si guardano i dati di Banca d’Italia, i Comuni concorrono alla formazione del debito pubblico con una quota parte ridicola, l’1,8%. È di conseguenza evidente come le politiche di austerità non avessero l’obiettivo di ridurre il debito pubblico, bensì quello di mettere i Comuni con le spalle al muro per costringerli a mettere sul mercato il territorio, i servizi pubblici locali e il patrimonio pubblico. Una ricchezza collettiva enorme, quantificata da Deutsche Bank in un rapporto del 2011, in 571 miliardi di euro. La pandemia ha accelerato la crisi delle finanze locali, perché i Comuni si sono trovati con una moltiplicazione delle loro funzioni per rispondere alla crisi sanitaria, economica e sociale e con una drastica riduzione delle entrate. legata al lockdown e alla sospensione dei tributi locali. Oggi il 90% dei Comuni ha un bilancio in seria difficoltà. L’Anci, come altre volte, alza la voce, ma con l’unico scopo di poter ottenere qualche risorsa in più e sempre con un atteggiamento di subalternità rispetto ai livelli istituzionali superiori. La situazione attuale richiede invece trasformazioni sistemiche, facilmente comprensibili se solo si rispondesse a tre semplici domande: perché i Sindaci accettano che il patto di stabilità, sospeso a livello europeo per gli Stati, continui ad essere in vigore per i Comuni? Perché i Sindaci accettano che, mentre le imprese avranno accesso a enormi fondi a totale garanzia pubblica, per i Comuni i tassi di interesse pagati sui mutui a Cassa Depositi e Prestiti (in mano per l’81% al Ministero dell’Economia), continuino ad essere fra il 4 e il 6%, facendo dello Stato un usuraio degli enti locali? Perché i Sindaci accettano di essere considerati l’ultimo terminale di scarico delle politiche di austerità che dall’Unione Europea cadono sui governi e da questi sugli enti locali e non cominciano a pensarsi come rappresentanti delle comunità territoriali, con le quali devono mobilitarsi per difenderne diritti e futuro? Cancellare il debito dei Comuni è il prerequisito per costruire un nuovo modello sociale democratico e una nuova economia territoriale, socialmente ed ecologicamente orientata.

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Colao meravigliao
Israele/Palestina: tra annessione e immaginazione

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