Dalla seconda potenza mondiale dei movimenti alla grande macchina globale

di Roberto
Rosso

Il 15 febbraio 2003 trenta milioni di persone in 800 città del mondo manifestarono contro l’imminente (e poi realizzata) invasione americana dell’Iraq, nella più grande protesta globale della storia[i]. Quella straordinaria mobilitazione fu il costruita dal tessuto di relazioni, da una pratica organizzativa che viaggiava sulla rete, una forma di volontà ed intelligenza collettiva che si realizzò, possiamo dire, in tempo reale. È l’alternativa globale alla globalizzazione, il movimento no-global o altermondialista -reso possibile da quella stessa trama tecnologica che ha sorretto lo sviluppo esponenziale dei mercati finanziari e la distribuzione in tutte le regioni del mondo delle filiere produttive- che intreccia e fonda le diverse forme di pensiero  critico radicale  che, nel mettere in pratica il motto del pensare globalmente ed agire localmente, produce anche una pratica globale coordinata ed un processo di elaborazione di quella critica, di quel pensiero  come emerge dal dialogo tra culture, linguaggi ed esperienze locali, particolari.

Critica radicale ed uso della tecnologia

In Italia le giornate di Genova del 2001, in tutta la loro tragicità e partecipazione di massa, furono documentate in tutti i loro momenti dalle macchinette fotografiche digitali nelle mani di migliaia dei partecipanti alle manifestazioni. A Milano raccogliemmo centinaia di foto con cui componemmo una mostra esposta a Genova, a Palazzo Ducale, nel Luglio 2002 ed al Social Forum Europeo di Firenze alla Fortezza Dabbasso nel novembre dello stesso anno: i prodotti di una tecnologia diffusa raccolti attraverso la rete, aggregati in un prodotto finale grazie alla collaborazione di saperi diversi, dove i fatti di  quel luglio erano illustrati puntualmente, rendendo i caratteri dello scontro assieme ai contenuti, i linguaggi ed i protagonisti di quella mobilitazione. Uso diffuso e critica radicale della tecnologia, una pratica orizzontale, peer to peer, che intreccia le culture del movimento hacker, dei movimenti ambientalisti, dei difensori dei popoli indigeni, contro la devastazione degli ecosistemi, contro l’appropriazione privata dei meccanismi di riproduzione della vita, critica, profondamento orientata dal pensiero marxista, della globalizzazione capitalistica che dilata le diseguaglianze economiche e sociali.

Il nuovo secolo si apre quindi con l’espressione di una critica, di un pensiero radicale che vede raggiungibile un orizzonte utopico, che si fonda su un processo straordinario di condivisione della conoscenza e di intreccio tra le diverse culture. I Forum Sociali, mondiali e continentali, furono i luoghi dove quel processo, reso possibile dalle tecnologie di comunicazione e condivisione della conoscenza, si realizzano ‘in presenza’ da Porto Alegre, a Mumbai, Nairobi e Caracas. In Europa Firenze, Parigi Londra ed Atene.

Open access e open data.

L’obiettivo del libero accesso alla conoscenza, così come della libera sua condivisione, da parte di chi la produce, matura nel mondo accademico e della ricerca a partire dagli anni ’90. La causa scatenante è la cosiddetta ‘Serial crisis’ vale a dire la crescita dei costi che università e ricercatori si dovevano sobbarcare per pubblicare i propri articoli sui periodici accademici. Trail 2000 ed il 2003 ebbero luogo tre eventi che aprirono il confronto internazionale sull’Open Access: a Budapest nel 2001 la Open Access Initiative, a Berlino nel 2003 la ‘Berlin Declaration on Open Access to Knowledge in the Sciences and Humanities’ ed infine la Bethesda Statement del 2003.  La dichiarazione di Budapest costituì un passaggio cruciale nel coniugare le pratiche tradizionali del mondo della ricerca per la diffusione della conoscenza con le nuove opportunità offerte dalla rete e dalle tecnologie digitali.[ii] La conferenza fu promossa dall’Open Society Institute di George Soros, un abbinamento con Budapest certo oggi impensabile.

Stiamo parlando di un movimento di straordinaria importanza che è cresciuto negli anni. Nel 2012 più di 10.000 accademici si unirono in un movimento di boicottaggio della casa editrice olandese Elsevier -che con Springer e Wiley fa parte del piccolo gruppo di case editrici che hanno il controllo oligopolistico sulle riviste scientifiche ed accademiche- contro il costo delle pubblicazioni e le politiche di accesso[iii]. Da allora si é molto allargato il ventaglio delle pubblicazioni Open Access, anche con accordi particolari[iv], ma è una battaglia tutta ancora da combattere. Nel frattempo sono stati creati siti come arXiv.org dove vengono pubblicati articoli a libero accesso nei campi  delle scienze dure e dell’economia, mentre PLOSONE https://journals.plos.org/plosone/ costituisce una sorta di rivista che raccoglie ricerche su oltre 200 soggetti disciplinari in regime di libero accesso, con un suo processo di ‘peer review[v]’  ed un suo regime di gestione dei costi di pubblicazione.

Parallela e contestuale al movimento per il libero accesso ai prodotti della ricerca, è stata la crescita del movimento per gli Open Data, che richiede sia dato libero accesso ad ogni dato e informazione in possesso delle pubbliche amministrazioni. I movimenti in difesa della salute e della,ambiente sono stati protagonisti di questa battglia, per acquisire informazioni secretate per decenni dalle amministrazioni e dalle imprese che hanno procurato danni ingenti alla salute ed all’ambiente e poter far avanzare le normative nazionali. Anche in questo caso le competenze tecniche si sono saldate con le pratiche dei movimenti, imponendo anche la standardizzazione dei formati delle informazioni rese disponibili.

La libera condivisione dei prodotti della ricerca è una condizione necessaria -assieme al finanziamento pubblico della stessa- per contrastare il processo di appropriazione privata di ogni forma di conoscenza, di ogni relazione sociale e forma di vita. La contesa, che si gioca sul terreno della ricerca, si estende globalmente e localmente ad ogni aspetto della riproduzione sociale ed è la stessa su cui si sono cimentati quei movimenti che all’inizio del secolo sono stati definiti la seconda grande potenza mondiale.

Dall’inizio del nuovo millennio lo sviluppo tecnologico ha conosciuto una fase di crescita esponenziale, il cui percorso ha attraversato prima la crisi delle dot-com -ossia lo scoppio della bolla finanziaria delle società legate alla prima fase di sviluppo della rete- e poi quella del 2008, originata dal crollo del mercato dei derivati, la cui crescita a sua volta era stata resa possibile dalla globalizzazione digitale dei mercati finanziari.

Le promesse non mantenute del nuovo millennio.

L’esperienza di democrazia partecipativa realizzata nella città Brasiliana di Porto Alegre, da cui partì il movimento del social forum, è stato uno degli elementi programmatici più discussi nei movimenti di inizio secolo, un progetto straordinario che vedeva l’ingresso dei cittadini, delle rappresentanze di tutte le classi sociali, nel governo della grande macchina urbana, ma non ha costituito certo un rimedio alla crisi delle forme di democrazia rappresentativa, non si sono diffuse e stabilizzate forme di partecipazione democratica nel governo dei territori e delle nazioni.  

Il movimento dei social forum sviluppò una straordinaria capacità di analisi e di critica del modello di sviluppo capitalistico, permettendo la circolazione di idee, progetti conoscenze come mai era accaduto prima. Un processo di alfabetizzazione globale, che ha legato punte della ricerca con l’elaborazione e l’organizzazione dei grandi movimenti, dai Sem Terra brasiliani ai movimenti urbani di ogni continente, dai Dalit- gli intoccabili o più precisamente ‘gli oppressi’, gli ultimi del sistema delle caste indiane- ai movimenti sindacali.  Tuttavia oggi in Brasile governa Bolsonaro e non più Lula; in India è al potere il Bharatya Janata Party (BJP), il partito conservatore Hindu e liberista mentre stiamo vivendo l’ultima crisi globale, quella  indotta dalla pandemia del virus Sars-Cov-2.

Cosa ha reso incapaci i movimenti d’inizio secolo di dare uno sbocco alla propria azione ovvero quale è stato l’effetto della loro esistenza, il prodotto di quella straordinaria intelligenza collettiva che aveva saputo così prontamente integrarsi alla rete, che si era così prontamente impadronita dell’uso dei dispositivi digitali?

Quel patrimonio di conoscenze non è certo andato disperso, è compreso entra la trama che si rinnova dei nuovi movimenti e dei saperi che producono.  Tuttavia lo straordinario processo di innovazione tecnologica, che stiamo cercando di analizzare, sembra aver cambiato radicalmente le carte in tavola, terremotando la composizione sociale, le condizioni materiali di esistenza, intervenendo in profondità – lo ripetiamo- nel tessuto più intimo delle forme sociali, culturali e di vita.

A che punto siamo?

Possiamo immaginare di guardare con un cannocchiale che ripercorre il tempo, avvicinandosi progressivamente al nostro presente e focalizzando di volta in volta su situazioni particolari o allontanando il punto di osservazione per una visione globale; alla fine, con tanto materiale registrato, dobbiamo porci la domanda: a che punto siamo?

Intelligenza artificiale, registrazione distribuita dei dati nella forma della blockchain, integrazione di tecnologie di manipolazione della vita e tecnologie dell’informazione, sussunzione delle relazioni e dei sentimenti attraverso i network sociali, costituiscono un sistema in grado di aggiornarsi, di sopravvivere alle crisi ed alle rivolte? La crisi da pandemia, che apre orizzonti di stagnazione regionali catastrofi regionali, è il terreno ideale per una ristrutturazione complessiva dei rapporti di produzione, dopo una selezione darwiniana nel sistema delle imprese, dei sistemi nazionali, supportata dal funzionamento accelerato della finanza digitale (Fintech) attraverso cui fluisce si crea, la moneta che quella trasformazione sostiene.

Contro questo orizzonte di una innovazione distopica, si apre allora una nuova fase di quella partita, che sembrava persa dopo l’esordio fulminante dei movimenti di inizio millennio, nella quale è necessario fare appello ai saperi che non sono andati dispersi ed anzi si rinnovano, per riaggregare in composizione sociale scompaginata.

Il pubblico per la condivisione della conoscenza e la difesa della salute, come beni comuni.

In Europa è urgente dare vita e forza alla rivendicazione di una infrastruttura pubblica a supporto dello sviluppo e della diffusione delle tecnologie digitali. Un tale infrastruttura fatta di reti fisiche e sviluppo software, è condizione necessaria per supportare un cambio di paradigma, a fronte delle conseguenze della crisi ambientale e delle catastrofi ecologiche da cui fuoriescono, come stiamo sperimentando, anche le pandemie. Un intervento pubblico, a livello europeo nel settore della sanità e della ricerca farmaceutica, delle scienze della vita in generale. È necessaria una inversione della tendenza che porta agli spinoff dalla ricerca pubblica alla impresa privata. Una inversione della tendenza degli ultimi decenni che veda protagonisti anche i territori, contro una logica che li vede contrapposti nella competizione per ‘attrarre gli investimenti’, generatrice di diseguaglianze.

Un programma sui beni comuni, di cui conoscenza, la salute e ambiente sono paradigma e sostanza, per affermarsi richiede un potente sviluppo del settore pubblico, per altro in gran parte da reinventare dopo che le strutture pubbliche sono state piegate, come nella sanità, alla logica del profitto. Non esiste una visione neutra della tecnologia., ma è possibile iscriverla nello sviluppo del pubblico, anzi nella sua rifondazione, che si trasformi con quelle forme di partecipazione e cooperazione che il movimento dei Social Forum aveva annunciato.

Ci attende l’ennesima lunga transizione, per liberarci della nuova ‘gabbia d’acciaio’ che è diventata parte di noi. Una lotta di liberazione per schiavi e cyborg.


[i] Poche settimane dopo Baghdad era sotto le bombe, ma secondo il nuovo documentario “We Are Many”, del regista inglese di origini iraniane Amir Amirani, candidato all’Oscar nella categoria di miglior documentario. quell’apparente fallimento avrebbe cambiato per sempre il mondo.

[ii] https://www.budapestopenaccessinitiative.org/translations/italian-translation

“Per varie ragioni, tale disponibilità online, libera e senza restrizioni – che chiameremo accesso aperto – finora è rimasta circoscritta a piccole porzioni della letteratura scientifica. Ma pur in questi casi limitati, diverse iniziative hanno dimostrato che l’accesso aperto è economicamente praticabile, offre ai lettori un’eccezionale possibilità di recuperare e utilizzare letteratura scientifica pertinente, e dà agli autori e ai loro lavori visibilità, leggibilità e impatto in un modo nuovo, ampio e misurabile”

[iii] https://www.theguardian.com/science/2012/apr/24/harvard-university-journal-publishers-prices

https://www.theguardian.com/science/2012/apr/09/frustrated-blogpost-boycott-scientific-journals

http://thecostofknowledge.com/

[iv] https://www.sciencemag.org/news/2020/06/huge-open-access-journal-deal-inked-university-california-and-springer-nature

[v] Nell’ambito della ricerca scientifica la valutazione tra pari (detta anche revisione dei pario revisione paritaria e meglio nota con il termine inglese peer review) indica la procedura di selezione degli articoli o dei progetti di ricerca proposti da membri della comunità scientifica effettuata attraverso una valutazione di specialisti del settore che ne verificano l’idoneità alla pubblicazione scientifica su riviste specializzate,  per mantenere gli standard  di qualità, evitando errori, distorsioni, bias, plagi, falsità, o truffe scientifiche

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Colao meravigliao
Israele/Palestina: tra annessione e immaginazione

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