Israele/Palestina: tra annessione e immaginazione

di Alessandra
Mecozzi

L’annuncio dell’annessione di parti della Cisgiordania occupata da parte di Israele (Valle del Giordano), ha rimesso in moto discussioni e iniziative. Potrebbe anche fornire l’occasione per tentare di immaginare, e sperare, una prospettiva diversa dalla formula che molti continuano a ripetere dei “Due Stati per due popoli”. Una prospettiva che, come è evidente sul terreno, non ha possibilità di realizzarsi dignitosamente, considerando l’estensione della colonizzazione israeliana proseguita incessantemente anche dopo gli accordi di Oslo e la frammentazione di terra e comunità

Per ora l’annuncio del 1° luglio, resta solo un annuncio, il via libera di Trump non è ancora arrivato. All’interno del Governo israeliano stesso ci sono diversità di vedute tra i partner a rotazione Netanyahu e Gantz. Dopo gli incontri nei giorni scorsi, con rappresentanti dell’amministrazione americana, Gantz ha dichiarato che il 1° luglio non è una data sacra, che la priorità è la lotta alla pandemia (ragione per la quale è nata l’alleanza Likud e Bianco-Blu) e, prima ancora, che avrebbe sostenuto l’annessione di parti della Cisgiordania a condizione che ai loro abitanti palestinesi venissero garantiti pieni diritti, in netto contrasto con l’opinione dell’attuale presidente in carica.

Le pressioni internazionali contro la mossa prospettata da Netanyahou, in quanto viola il diritto internazionale – secondo il quale uno Stato sovrano non può annettere un territorio estero occupato militarmente – si susseguono: dall’alto rappresentante per gli Affari Esteri della UE Josep Borrell al segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, alla piu recente Michelle Bachelet, Alto commissario ONU per i diritti umani. Anche singoli Stati Europei, gruppi di Parlamentari (lettera di 70 in Italia), e parlamenti, come nel caso di Belgio e Olanda, si sono pronunciati nella stessa direzione.

Dal Congresso americano sono 4 donne, Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib, Ayanna Pressley e Ilhan Omar, accusate da Trump come “comuniste antisemite” a scrivere una dura lettera, firmata tra gli altri anche da Bernie Sanders, al segretario di Stato Pompeo, che mette in guardia dall’ apartheid inevitabile risultato dell’annessione e dalla violazione del diritto internazionale e dei diritti umani palestinesi. Fa di più: chiede che in caso di annessione siano ridotti i fondi per aiuti militari a Israele, almeno di quanto annualmente Israele spende per le colonie, suscitando l’ immediata reazione negativa dall’ AIPAC—the American Israel Public Affairs Committee, la più potente lobby statunitense a sostegno a Israele.

E l’Autorità Palestinese? Respinto subito il “piano Trump” e l’ipotesi di annessione, come ha detto l’ambasciatrice Abeer Odeh nell’audizione alla Camera del 30 giugno, dopo aver spiegato con precisione che cosa significa annessione in termini di violazione del diritto internazionale, ha energicamente richiesto sanzioni su Israele e il sostegno della Comunità internazionale.

Inaspettata l’opposizione di molti in Israele, con manifestazioni e documenti, contro la prospettiva di uno Stato di apartheid, abitato da due gruppi di cittadini/e in condizioni di assoluta disparità.

Per la prima volta il termine apartheid, fino ad oggi considerato irrealistico e impronunciabile in Israele, viene in questi ultimi mesi utilizzato. Dunque l’operazione per Netanyahu si presenta più difficile di quanto forse pensasse, forse apre però la strada ad una annessione strisciante, fatta un pezzo per volta, o addirittura, come alcuni vorrebbero, negoziata tra le parti.

Ma, se si guarda alla vita della popolazione palestinese, l’annessione e l’apartheid sono già in corso da anni, ed è difficile dar loro torto. Le reazioni della gente comune, raccontate in un bel reportage del quotidiano israeliano Haaretz, a ciò che è stato chiamato una mossa storica, vanno dall’apatia all’incredulità. “Che la chiamino annessione o occupazione, per la presenza di Israele qui non fa differenza” dice un commerciante di Hebron accennando alla rete metallica che divide il mercato dal quartiere ebraico. E a nord, verso Nablus, il proprietario di un supermercato ad Hawara, dice: “Nulla cambierà qui dopo l’annessione, anche se accadrà, perché siamo sulla strada principale e Israele non rinuncerà alla Route 60”. Semmai, è preoccupato che gli israeliani non ci passino più, dopo la costruzione di una nuova by pass road, che mette in comunicazione le colonie.

Sul terreno tutto continua, compresa la usuale brutalità e violenza dell’ occupazione: assassinii di cittadini palestinesi, distruzione di case e trasferimento forzato di centinaia di persone, e nei giorni più recenti l’istallazione di blocchi di cemento per impedire l’accesso alla Valle del Giordano degli abitanti dei villaggi vicini.

La realtà quotidiana palestinese, quella che sembra non meritare una riga sui nostri mezzi di comunicazione, è stata portata alla luce dalle manifestazioni indette dalle comunità palestinesi in Italia (e non solo, fino al 9 luglio giornate di azione indette dal Coordinamento Europeo per la Palestina, 40 associazioni di 19 paesi) il 27 di giugno, quando per la prima volta dopo molti anni hanno preso l’iniziativa, raccogliendo molte adesioni.

C’è stato qualcosa di nuovo e importante: per la prima volta, in modo significativo, si è attivata una nuova generazione palestinese, organizzando, partecipando e prendendo la parola. Nuova generazione con una propria soggettività, una generazione figlia della diaspora, che non conosce i suoi coetanei in Palestina, ma sente con forza il legame con la propria terra.

Dire no all’annessione per questi giovani significa dire no all’occupazione e no all’apartheid, significa esigere libertà e giustizia, significa volere la propria terra, come ha detto Maya a Roma, una dei giovani palestinesi in Italia, non qualche frammento sotto controllo israeliano, prolungando la condizione di oppressione dei propri genitori.

Proprio da questi giovani può forse arrivare un cambio di prospettiva, una nuova narrazione palestinese anti coloniale. E non è casuale che siano proprio i palestinesi di Israele quelli del ‘48, ad aver assunto un ruolo importante nell’opposizione, anche di piazza, all’annuncio di Israele.

La cannibalizzazione del territorio ha riportato la lotta ad essere lotta anticoloniale, anziché lotta per lo stato. È una lotta per la giustizia e la libertà.“Sto osservando ciò che sta accadendo con i palestinesi in Israele: le manifestazioni a Jaffa e Haifa, l’identificazione con Iyad al-Hallaq (il giovane autistico ucciso a Gerusalemme n.d.r.), la manifestazione a Tel Aviv. Questi processi sono tutti collegati tra loro. I palestinesi in Israele devono aprire e cancellare i confini. (Honaid Ghanim, sociologa palestinese) I palestinesi di Israele, i giovani della diaspora, la nuova generazione palestinese, le ragazze del movimento Tal’at, che manifestano contro la violenza israeliana e quella patriarcale e perfino quegli adolescenti israeliani che hanno scritto al Governo di bloccare l’annessione, e che si rifiutano di servire l’esercito per portar avanti quella scelta “definitiva” che “continuerà il ciclo del sangue e della morte”: sono soggetti in grado di immaginare un futuro diverso, l’interruzione della Nakba al mustamirrah, o Nakba continua. Come dice Richard Falk, già relatore speciale per la Palestina, delle Nazioni Unite, va liberata l’immaginazione morale e politica riconoscendo la “necessità di una pace giusta con dignità e, così facendo, guardando in alto agli orizzonti del desiderio”.

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