Tratta dalla newsletter femminista “Ghinea” e scritta da Enrico Gullo, presentiamo questa settimana un’analisi della “manosphere”(sfera maschile), ovvero una rete di comunità online in cui i partecipanti sono principalmente uomini, che spesso diffondono ideologie di mascolinità radicale, antifemminismo e misoginia. Il suo contenuto principale è la convinzione che la società sia discrimintoria verso i maschi e che i diritti delle donne abbiano danneggiato gli uomini.
La manosphere non è un’organizzazione unificata, ma comprende diverse sottoculture con opinioni diverse ma un nucleo ideologico condiviso:
- Incel (celibi involontari): Ritengono di avere diritto ai rapporti sessuali e che le donne glieli neghino intenzionalmente, alcuni estremisti incitano persino alla violenza. · MRA (attivisti per i diritti maschili): Sostengono che il femminismo ha svantaggiato gli uomini e che la società è dominata da interessi femminili. · PUA (artisti del rimorchio): Insegnano tattiche per manipolare o costringere le donne ad avere rapporti sessuali, deridendo il consenso sessuale. · MGTOW (uomini che seguono la propria strada): Sostengono che la società è ostile agli uomini e che dovrebbero evitare completamente le donne e persino la società tradizionale. Questi gruppi utilizzano un insieme di termini in codice, i più centrali dei quali provengono dal film Matrix:
- Red Pill (pillola rossa): Metafora del "risveglio" alla presunta "verità" che il mondo favorisce le donne e opprime gli uomini, ritenendosi intellettualmente superiori a chi non crede a questa narrativa (Blue Pill).
- Alpha / Beta: Applicando erroneamente il comportamento animale agli esseri umani, incoraggiando gli uomini a diventare dominanti, forti "maschi alfa" e denigrando gli uomini che sostengono l’uguaglianza di genere come "maschi beta" inferiori. Effetti reali:
La visione del mondo della manosphere viene amplificata dagli algoritmi dei social media per penetrare nel mainstream, con contenuti misogini che compaiono sui feed degli utenti maschi anche in 23 minuti. Il 74% degli intervistati incel ha dichiarato di aver sofferto di ansia e stress, e il 76% ha considerato seriamente il suicidio.
Violenza e radicalizzazione: La narrazione della manosphere è direttamente collegata a casi di violenza nel mondo reale. Ad esempio, il massacro di Toronto del 2018 è stato commesso da un uomo che ha dichiarato di aver avviato una “ribellione incel”; prima dell’attacco.
Vulnerabilità dei giovani: Gli adolescenti che si sentono isolati o hanno una bassa autostima sono particolarmente suscettibili a queste narrazioni, poiché offrono spiegazioni semplici e un senso di appartenenza immediato. I rapporti indicano che alcuni bambini di età compresa tra 8 e 14 anni sono già membri attivi di tali gruppi.
Buona lettura, Paola Guazzo e Nicoletta Pirotta
Inside the manosphere, di Louis Theroux (2026) di Enrico Gullo
Il 27 agosto 2026, Milo Yiannopoulos, stella dell’alt-lite (la versione decaffeinata dell’alt- right), omosessuale, contrario al matrimonio egualitario, sposato alle Hawaii con il proprio compagno dal 2017, separato almeno dal 2021 e dal 2025 impegnato in una feroce causa di divorzio, sostenitore indefesso di Donald Trump dalla prima ora, è stato preso in custodia e detenuto dalla ICE – la polizia anti-immigrazione diventata il braccio armato del secondo governo Trump – per poi essere rimpatriato nel Regno Unito il 28 agosto 2026. Non aveva rinnovato il permesso di soggiorno temporaneo (non avendo potuto ottenere quello definitivo col proprio matrimonio fallimentare). Poco male, tutto sommato, cavarsela con un giorno di detenzione e rimpatrio, apparentemente sufficiente però da consentire a Yiannopoulos di rendersi improvvisamente conto di quanto sia istituzionalizzata la violenza di Stato negli Stati Uniti.
Yiannopoulos, naturalmente, almeno dai tempi del GamerGate è in grado di affermare tutto e il suo contrario per puro opportunismo, e molto probabilmente è un po’ troppo – per non dire che è irrilevante – segnalare con questo evento un’eventuale spaccatura nel movimento MAGA. Più semplicemente, nel caso fosse stato necessario, si tratta di una conferma del fatto che, nel settore reazionario come in quello progressista dello spettro politico istituzionale, l’emancipazione anche solo individuale è rara se non impossibile. Al momento in cui ho iniziato a scrivere questo articolo erano passate solo poche settimane dalla morte, apparentemente suicida, del professor Jason Arday, prima assunto dall’università di Cambridge come il più giovane full professor nero della storia dell’istituzione, specializzato in sociologia dei processi educativi all’interno delle comunità black, dimostrando l’incapacità di una delle università più prestigiose al mondo – fucina plurisecolare della classe dirigente del capitalismo inglese – di difendere persino le proprie scelte di reclutamento (felici o meno) di fronte a un battagemediatico sollevato e costruito a regola d’arte a partire da un ricercatore indipendente che blaterando di realismo razziale (ovvero il caro vecchio razzismo biologico di cui molti pensavano di essersi liberati) era stato licenziato dalla stessa università di Cambridge. Non è stata in grado di difenderlo nemmeno di fronte al fatto che, discutibili per quanto possano essere le sue ricerche e le sue esternazioni personali, il professor Arday era stato completamente assolto dalle accuse di plagio.
In interlinea a queste vicende va letto, evidentemente, anche il fallimento del piano culturale delle lotte di emancipazione e dell’argine alle discriminazioni. Le culture wars continuano a fare vittime senza, di fatto, spostare granché negli assetti di potere globali. Le conquiste riformiste del movimento Lgbtqia+ ottenute negli scorsi vent’anni sono evidentemente sotto attacco e pronte a essere revocate – sia da parte delle aziende che avevano adattato e assunto le famose politiche di Diversity, Equity and Inclusion (DEI), sia da parte delle destre reazionarie (al governo e non). Rosa Luxemburg avvertiva, in Riforma sociale o rivoluzione, che le conquiste riformiste andrebbero meglio lette come ciò che resta depositato – ma in posizione di revocabilità – delle lotte della classe operaia, e come nessuna riforma può essere considerata una scorciatoia o una tappa verso la rivoluzione proprio per la possibilità, in ogni momento, di fare marcia indietro finché si mantiene in piedi il potere della borghesia come classe.
E se vogliamo, è proprio questo il punto che più rende l’esordio su Netflix dell’affermato documentarista britannico Louis Theroux, Inside the Manosphere, tardivo e inefficace. Nel 2026 Theroux decide finalmente di esplorare il mondo delle maschilità reazionarie online (la manosphere, appunto, la bolla sociale degli uomini che vogliono fare i maschi) nel tentativo di far esporre ai suoi stessi protagonisti gli aspetti truffaldini, contraddittori, fasulli, un po’ patetici, del cosiddetto “movimento”, con la tattica di intervista non giudicante che caratterizza il suo stile da più di due decenni. Dando a Cesare: Theroux aveva già intervistato un pioniere relativamente precoce di quella che oggi chiamiamo “manosphere”, Ross Jeffries, in una puntata di Weird Weekends del 2000, 26 anni prima di Inside the Manosphere. Ma il documentario in sé arriva dopo una lunga serie di pubblicazioni – articoli di opinione online, articoli accademici, meme, video essay su YouTube, e documentari naturalmente – che a partire dal 2016 ha invaso i media outlet e le nicchie accademiche che si occupano di sociologia, etica e politica delle identità. L’albero genealogico della manosphere, quasi tutto born in the USA, è ormai tutto sommato chiaro. Dalla nascita del Men’s Right Activism (MRA) negli anni Settanta in seno ai gruppi di autocoscienza maschili, all’emersione dei pick up artists alla fine degli anni Ottanta (che a fine anni Novanta trova la sua sanzione ed esplorazione critica in Magnolia, con l’indimenticabile Tom Cruise che incita: Respect the cock! And tame the cunt!) per ibridarsi con le contro- e sottoculture musicali prima (i white power skinheads e il true norwegian black metal in particolare, con un accento di razzismo più marcato senza farsi mancare sessismo e omofobia) e approdare alle sottoculture online con i forum dei primi anni Duemila (anche musicali) e le online boards come 4chan (e in seconda istanza Reddit) negli anni Duemiladieci. Una sedimentazione a ondate successive che reagisce da un lato alla seconda ondata di femminismo e ai movimenti per i diritti civili spinti dal “secondo biennio rosso” del 1968-1970, che investe tutto l’occidente capitalista e il Giappone, e in seguito al progressivo impoverimento della classe operaia occidentale con le delocalizzazioni seguite alla crisi petrolifera del 1972 e portate avanti con determinazione neoliberale, insieme alle politiche di austerità “lacrime e sangue”. Da Thatcher e Reagan passando per Blair e Bush, fino a Farage e Trump (in Italia attraversando il ventennio berlusconiano con le privatizzazioni di centrosinistra e di centrodestra culminando con i governi tecnici e le ricette Draghi), l’impasse del movimento operaio globale e la sua disconnessione con il “socialismo reale” in crisi irreversibile è stata attraversata da una reazione che procedeva carsicamente, per riassemblarsi in superficie in forme di maschilità che connettono l’alto e il basso, il dominio capitalista e l’impotenza della classe lavoratrice, in una costruzione tutta ideologica che scarica la crisi economica permanente sui soggetti marginalizzati della classe lavoratrice per tenere integro il patto sociale tra operai e capitale.
È a questa platea di uomini animata da disperazione e rivalsa che si rivolge la manosphere e che i bislacchi soggetti intervistati da Theroux agganciano all’amo delle facili promesse finanziarie e sentimentali. E se si guarda Inside the Manosphere con il senso storico e materiale delle condizioni oggettive maturate in area eurostatunitense negli ultimi decenni (ma con ricadute significative anche nell’internet cinese), il trucco emerge fin dalle prime battute. Theroux adotta il suo consueto stile: mostra molto, dice poco, spera nell’autoimpiccagione dei suoi protagonisti che si trovano però perfettamente a proprio agio sotto l’occhio di bue del grande schermo. Quando Harrison Sullivan (ovvero HSTikkyTokky) sfonda la quarta parete – com’è abituato a fare nella sua routine di creazione di contenuti social – rivolgendosi direttamente alla telecamera, Theroux lo richiama alla differenza di formato (siamo sul grande schermo, non sul cellulare!): Sullivan non si scompone, ridacchia compiaciuto del suo essere approdato alla big thing, e continua la sua perorazione della causa. Theroux cerca di metterlo in difficoltà chiedendo se le sue convinzioni sull’inferiorità femminile e omosessuale derivino dalla sua educazione materna, e Sullivan non batte ciglio nel rispondere che la madre è invece una convinta progressista e femminista e che sarebbe molto contraria a intraprendere questo tipo di discussioni in presenza.
E in fondo è tutto qui il trucco, per dirla con l’efficace titolo di Ida Dominijanni sulla maschilità nel ventennio berlusconiano. Si tratta evidentemente di una maschilità del tutto parodistica e in fin dei conti impotente, il cui gioco a nascondino con la propria deliberata incoerenza, ipocrisia e falsità non esclude né una specifica (quanto ideologica) costruzione del maschile, né i danni collaterali che fa precipitare nello spazio sociale. Che ci sia uno scoperto meccanismo di truffa che cerca di agganciare la fragilità maschile, in particolare pescando nella classe lavoratrice e nel sottoproletariato, tra promesse di gloria finanziaria e di successo sessuale, è forse l’aspetto più interessante che Theroux accarezza ma non approfondisce nel corso del documentario, e che completa in una certa misura il precedente Untold: The Secret World of Incels (2022). La solitudine e impotenza maschile degli strati inferiori della popolazione – dalla middle class impoverita in giù – vengono leniti da due soluzioni opposte: il nichilismo passivo delle red e black pill, con l’eventuale addentellato omicida delle stragi scolastiche e dell’autodistruzione, o il nichilismo attivo della pick up artistry, un “sì” alla vita amorale che promette per tutti la strada illuminata dell’imprenditoria di se stessi. La detenzione, abuso e rimpatrio di Yiannopoulos a opera dell’ICE, così come l’arresto di Andrew Tate per traffico della prostituzione, dovrebbero dirla lunga su quanto corto sia il respiro di questa prospettiva anche sul piano individuale. Eppure non lo fanno, alla stessa maniera in cui il documentario di Theroux, prevedibilmente, non sposterà la politicizzazione a destra – per lo più blanda – del pubblico degli influencer della maschilità.
Una controprova. Contrapoints, al secolo Natalie Wynn, si affaccia sullo stesso varco cronologico che vide la scalata al successo di Yiannopoulos, ma sul versante opposto: molla il dottorato in filosofia per il misto di astrattezza, imprecisione, egotismo e autoreferenzialità dell’ambiente accademico progressista, si lancia nella produzione di videoessay su YouTube in cui discute dall’interno – iuxta propria principia – i fondamenti dell’emergente estrema destra online, proprio nel periodo in cui dal Gamergate delle molestie nel mondo videoludico si passa al movimento di opinione giovanile online che sosterrà l’elezione di Trump (del quale non si sottolineerà mai a sufficienza la sopravvalutazione). Fa coming out come donna trans proprio nel bel mezzo del suo successo di pubblico, Contrapoints diventa un format oggetto d’attenzione anche dei media tradizionali, e i suoi contenuti si fanno sempre più teatralizzati, sempre più lunghi e articolati, e tutto sommato sempre più contraddittori, per approdare a discussioni sempre meno legate all’attualità e alla filosofia politica e – ironicamente, visto il punto di partenza di questa storia – sempre più a questioni astratte di etica e filosofia. La produzione di contenuti di Wynn si era, nel corso degli anni, diradata anche per la crescente complessità e lunghezza dei video, e negli ultimi tempi si è ristrutturata in una parte, Tangents, disponibile su Patreon, di formato più breve e meno strutturato, e nella parte consueta di contenuti longform su YouTube. Cos’è successo?
Va segnalato soprattutto un punto a monte, proprio sulla questione dell’uso di Patreon come piattaforma a sé e non come appendice del lavoro su YouTube. Wynn ha dovuto individuare un format che le consentisse una sostenibilità economica individuale tenendo conto che non stava emergendo nei media tradizionali, ma a regole (anche contrattuali e reddituali) diverse delle piattaforme online. Di conseguenza, il suo lavoro è ancora più – per necessità – legato alla sismometria dei movimenti di opinione da cui emerge. Questo penso sia anche l’argomento centrale sulla base del quale va considerato, in generale, il tema dei limiti della cultura come forma di azione politica. La popolarità della controparte “di sinistra” dell’alt-right, variamente denominata secondo la piattaforma Leftbook (nel caso dei gruppi facebook) o BreadTube (con riferimento agli influencer su YouTube) è andata sgonfiandosi dall’esplosione intorno al 2016, di pari passo con l’attenzione dedicata ossessivamente all’alt-right nel suo complesso. In parte perché il tipo di movimenti culturali che hanno prodotto l’alt-right e la manosphere sono destinati di volta in volta ad aggregarsi e disaggregarsi secondo le condizioni storico-materiali e la funzione che svolgono in queste (e gli stessi destini li attendono quando si sviluppano a sinistra), in parte perché l’esposizione delle contraddizioni della parte avversa, che sia attraverso il debunking, il dibattito o lo show don’t tell, è di per sé impotente nell’impossibilità di agire sulle cause materiali.
La manosphere, come tutte le altre culture ideologiche di destra, sono delle idre dalle molte teste che, come mostra la genealogia della stessa manosphere, è impossibile tagliare senza farne ricrescere delle altre. Se anche si rimuove il sintomo, e non la causa, le recrudescenze reazionarie sono destinate ciclicamente a risorgere, ed eventualmente ad agganciarsi alla reazione piccolo- e alto-borghese al momento opportuno di una sconfitta storica della lotta operaia. L’educazione e il dibattito sono di per sé insufficienti se, pur capendo l’origine e il nucleo del bisogno economico-politico di affidarsi a questo tipo di costruzioni ideologiche, non si è in grado di proporre, indicare, organizzare e promuovere un’alternativa di classe credibile. Ed è su questa nota che Wynn chiude il suo ultimo videoessay su Saw L’enigmista, un’ora e mezza di cavalcata attraverso le rappresentazioni della violenza e il rapporto ambiguo che abbiamo con esse, garantito, deviato o suscitato da una simbolica paterna che governerebbe al tempo stesso la nostra empatia estetica con la nostra empatia politica (e dunque la giustificazione etica per perseguitare specifiche comunità o dichiarare guerra a specifici popoli).
And maybe, if we could just become self-aware about this, we could do less of it. But how do we awaken that awareness in the masses? How do we bring this madness to an end? Well, I have no idea. I’m sorry. I’m a YouTuber.
E forse, se riuscissimo semplicemente a prendere coscienza di tutto questo, potremmo farne un po’ meno. Ma come facciamo a risvegliare questa consapevolezza nelle masse? Come facciamo a porre fine a questa follia? Be’, non ne ho idea. Mi dispiace. Sono una YouTuber.
Alla stessa maniera in cui le contro- e sotto-culture di destra si condensano e si disaccoppiano ciclicamente, lo stesso accade alle loro controparti di sinistra; per decenni le “nuove sinistre” del secondo Novecento hanno pensato di poter fare stabile affidamento sulla certezza che movimenti sociali e d’opinione si sarebbero, in ogni caso, riformati, e che la loro stessa fluidità potesse costituire l’unica infrastruttura necessaria. Va da sé come questo limiti, materialmente, ogni persona che decida di porsi come “battitore libero” nel campo della lotta di classe, sottoposto come pure le piccole organizzazioni informali ai minimi smottamenti di movimenti di massa che vanno e vengono senza trovare, negli ultimi decenni, forme adeguate di incanalamento. E se c’è un punto su cui tattica movimentista e tattica riformista convergono, deriva esattamente dalla credenza religiosa per cui l’assenza di infrastruttura sia, di per sé, un’infrastruttura. Dal che deriva ovviamente la completa impotenza di fronte all’impermanenza delle conquiste – materiali o culturali che siano – che non possono essere garantite senza la presa del potere politico e il ripensamento completo del sistema. È il corollario alla tesi di Luxemburg sul fallimento storico del riformismo enunciata in Riforma sociale o rivoluzione, che vale — come aveva già mostrato Lenin — anche per il riformismo economico di Bernstein: la sostituzione del fine ultimo rivoluzionario con la sola cura del movimento immediato, riassunta nella formula per cui “il movimento è tutto, il fine ultimo è nulla”. La rivoluzione permanente viene così svilita e tradotta in conflitto e contrattazione permanente.
Se la guerra di movimento — l’abbattimento diretto del rapporto di forza — è stata per molto tempo fuori dall’orizzonte storico immediato dell’Occidente capitalista maturo, quello che si è verificato negli ultimi quindici anni su entrambe le sponde, reazionaria e progressista, è stata una guerra di posizione permanente. Per Gramsci, però, l’idea di “guerra di posizione” era pensabile a partire dall’esistenza delle “grandi organizzazioni popolari di tipo moderno” che ne costituiscano le trincee stabili. Sono esattamente le forme organizzative che sono state ripetutamente negate, negli ultimi trent’anni, soprattutto dalla sinistra radicale dei paesi europei e nordamericani. La fortuna di Gramsci si è consolidata, non a caso, nel panorama teorico post-marxista latino-americano, in cui almeno la necessità dell’organizzazione di massa è inscalfibile, in una lettura post-togliattiana che ne fa lo strumento teorico ideale di tattiche socialdemocratiche e riformiste costrette ad armarsi per difendersi da destre finanziate e sostenute dagli Stati Uniti, sotto il costante ricatto di un nuovo golpe. Un riformismo armato, appunto, che nella sua forma-limite rovescia paradossalmente l’equazione gramsciana di forza e consenso — non a caso Francisco de Oliveira, cofondatore del PT, coniò per il lulismo il concetto di “egemonia rovesciata” (hegemonia às revessas), per descrivere una dominazione sociale in cui l’elemento della forza sembrava essersi dissolto senza che le classi subalterne avanzassero realmente. È il corollario, storicamente verificato due volte nel Novecento e nel nuovo secolo, alla tesi di Luxemburg: la guerra di posizione che non sfocia, prima o poi, in un momento di rottura decisiva degenera in conflitto e contrattazione permanente, restando invischiata nello stesso scacco strutturale del fronte culturale. E forse è proprio su questa convergenza strutturale ma involontaria che azione ideologica e azione riformista si danno la mano.
Succede tanto in America Latina quanto in Nord America e in Europa, che la cultura diventi il cimitero delle promesse fallite di riforma, caricata di un ruolo che non può sostenere per farne il disperato tentativo di rilanciare la fase offensiva. Ma la dinamica diventa particolarmente evidente dove invece vengono costantemente negate le funzioni delle organizzazioni di massa che fanno da condizione di possibilità di una guerra di posizione efficiente (non mi spingo a sostenere che la strategia gramsciana fosse invece efficace, e forse mai quanto oggi in Italia si dovrebbe capire intuitivamente il perché). Gli Stati Uniti sono storicamente il paese delle organizzazioni di massa “liquide” e del movimento per il movimento; le coperture mancano tanto a Theroux quanto, mutatis mutandis, a Wynn. Rispetto a quel soggetto di massa che si era mobilitato ri-sollevando il problema del patriarcato per l’ennesima volta, entrambi occupano posizioni tattiche isolate — un documentario, un video essay — che non si convertono mai in avanzamento strategico. D’altronde non esiste dietro di loro l’infrastruttura organizzativa che dia senso e continuità a quelle singole mosse. Wynn, politicizzata e consapevole, getta la spugna e lo dichiara sarcastica ma sconfortata. Theroux, semplicemente, si trova indenne ad attraversare fasi storiche alle quali il suo stile flessibile è sempre adattabile con pochi aggiustamenti – less is more. Ma il prezzo da pagare per l’adattabilità stilistica è l’utilità e ricchezza informativa dell’opera, anche solo relativa e contestuale. Un documentario sulla manosphere nel 2026 che non si permette nemmeno il lusso di esprimere il punto di vista dell’autore non sta aggiungendo niente a quello che i media, le ricerche accademiche e i social network non sappiano già da un decennio.
È in questo, in fondo, che consiste realmente la “morte del woke” di cui si discute in queste settimane a partire dall’intervista di Alexandria Ocasio-Cortez ad ABC News, in cui la deputata newyorchese ha liquidato con una risata l’intera stagione del 2020 come “Woke 1 was crazy“. I risultati conseguiti da Black Lives Matter e dalla sua controparte istituzionale rappresentata dal DSA, così come quelli della riemersione femminista e Lgbtqia+ post- 2016 e delle mobilitazioni ambientaliste sulla scia di Fridays for Future, sono pochi per non dire nulli sul piano dei rapporti di forza reali — mentre a restare, di quelle stagioni, è rimasto esattamente ciò che le loro stesse dottrine (identity politics, queer theory, postmodernismo) denunciavano come proprio limite: la denuncia morale, la lotta discorsiva, la tokenizzazione e la traduzione in fenomeno culturale e commerciale di controculture nate da lotte identitarie reali. Ocasio-Cortez, in parte per opportunismo elettorale in vista del 2028, in parte per realpolitik, cerca ora di scaricare la parte più pesante di quell’eredità — non senza la contraddizione di essersi contemporaneamente re-iscritta al DSA nazionale dopo sette anni di assenza tecnica. Ma il punto, esattamente come nel caso della manosphere, è che i bisogni materiali che hanno generato quelle tendenze — precarietà, insicurezza abitativa, violenza strutturale, ansia climatica — sopravviveranno al collasso della loro attuale forma ideologica, mentre muteranno, ancora una volta, soltanto il loro epifenomeno culturale. E mai come oggi sembra più urgente riassegnare alla politica rivoluzionaria il ruolo che le compete, conoscendo ormai fin troppo chiaramente fin dove arrivano e a che limite le politiche culturali e le riforme – con risultati che non possono che lasciare sempre più perplessi, insoddisfatti e demoralizzati. Proprio in questi giorni, un film indipendente americano – la storia di un cartone animato che fa causa a una multinazionale che gli fornisce armi difettose nella sua eterna corsa alla sua preda – batte in Italia gli incassi dell’Odissea di Nolan nei giorni del lancio. È un sintomo che potrebbe esserci più gente di quanto pensiamo disposta a mettere mano alla vecchia ferraglia leninista. Chissà che un cartone animato satirico non radicalizzi più che uno sfinito documentario sulla manosphere.
Enrico Gullo, nato a Palermo nel 1990, ha vissuto a Pisa e attualmente vive a Bologna. PhD in storia dell’arte, ha collaborato con Prismo, Not, Jacobin Italia, Il Tascabile, e ha tradotto per Nero Editions, Timeo ed Edizioni Alegre. La sua esperienza di militanza si è svolta tra collettivi universitari, occupazioni di teatri, mobilitazioni sindacali e movimento LGBTQIA+. È un membro del Partito comunista rivoluzionario.
