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Elezioni in Andalusia: organizzarsi per resistere, riarmarsi politicamente per andare avanti

L’esito delle recenti elezioni andaluse ci presenta uno scenario complesso che richiede un’analisi seria e ponderata. E per essere rigorosi nella nostra analisi, dobbiamo evitare sia un trionfalismo compiacente sia un disfattismo paralizzante.
Innanzitutto, dobbiamo valutare la resilienza del nostro spazio elettorale in un contesto politico avverso, determinato dall’egemonia istituzionale e mediatica della destra, dalla pressione della politica del presunto “voto utile” per il PSOE e dalla presenza di diverse candidature della sinistra trasformativa, nonostante i nostri enormi sforzi nella politica dell’unità.
Abbiamo dimostrato ancora una volta che, pur non avendo un’ampia base elettorale di massa, disponiamo di un solido “fondo elettorale” nella nostra regione. Questa base elettorale, seppur piccola, è stata costruita grazie all’organizzazione militante, alla presenza quotidiana nei conflitti e alla presenza territoriale e istituzionale nella maggior parte dei comuni andalusi. Abbiamo una struttura politica che ci permette di resistere molto bene alle sfide, ma che, per ora, non ci aiuta a progredire.
Per i comunisti, la resistenza che abbiamo ottenuto è utile solo se riusciamo a trasformarla in un punto di partenza per un processo duraturo di riarmo politico e organizzativo. Non possiamo limitare la nostra attività a una logica puramente istituzionale. Il compito principale dei prossimi quattro anni consiste nell’adottare una strategia permanente di rafforzamento e mobilitazione sociale, soprattutto di lotta ideologica e culturale.
La presenza territoriale, le radici profonde, l’attivismo organizzato e una politica di unità si sono rivelati essenziali per la resistenza, ma insufficienti per la vittoria. E questa è una delle principali lezioni politiche che possiamo trarre da questi risultati.
L’ipotesi strategica della campagna si basava su una solida premessa: l’esistenza di un ampio spazio sociale che esigeva la ferma difesa dei servizi pubblici, del diritto all’abitazione e della tutela delle condizioni materiali contro le privatizzazioni del Partito Popolare. Sotto la guida di Antonio Maíllo, i membri del partito hanno realizzato una delle più grandi mobilitazioni degli ultimi anni, dimostrando la nostra presenza nelle strade con iniziative come “Uno contro Uno”, attraverso le quali miravamo a dimostrare di essere la forza egemonica della sinistra, quella che gode realmente del sostegno organizzato di migliaia di persone disposte a offrire volontariamente il proprio tempo e le proprie energie.
Tuttavia, i risultati hanno rivelato una realtà scomoda. Adelante Andalucía, un’organizzazione che ha rifiutato l’unità, ha una presenza territoriale e istituzionale pressoché inesistente e ha avuto finora scarso attivismo di base, ci ha superato elettoralmente. Quattro anni di lavoro politico, basato su una strategia incentrata sulla guerra culturale, sull’identità politica e sulla creazione di contenuti per i social media, hanno permesso loro di superare il nostro movimento politico in quasi tutti i capoluoghi di provincia e in gran parte delle zone costiere, dove si concentra la maggior parte della popolazione andalusa.
Questa realtà, per quanto scomoda, non è sorprendente. È il risultato di profonde trasformazioni sociali che abbiamo analizzato negli ultimi anni e alle quali solo di recente abbiamo iniziato a cercare di adattarci. A questo proposito, occorre sottolineare due aspetti chiave.
Il primo cambiamento riguarda il modo in cui viene concepita la politica. In un capitalismo fluido e caotico, la questione dell’identità assume un ruolo centrale. Le persone votano sempre meno in base alla logica dell’amministrazione pubblica e sempre più come forma di espressione politica. I discorsi e le narrazioni che costruiscono le identità attorno ai problemi delle persone risultano molto più attraenti, in termini di voto, rispetto ai programmi di politica pubblica pensati per risolvere tali problemi.
Il secondo aspetto è strettamente legato al primo, e cioè l’importanza della guerra culturale e dei social media. Gli spazi in cui la nostra classe socializza sono sempre più virtuali, e se non saremo presenti in questi spazi, i nostri avversari politici li occuperanno (come già fanno).
Ciò non implica, in alcun caso, che dovremmo chiudere i nostri uffici per diventare tiktoker. È assurdo presentare la questione come una falsa dicotomia: dobbiamo respingere qualsiasi tentativo di ridurre il dibattito a una scelta esclusiva tra comunicazione e organizzazione.
Si tratta di iniziare a pensare a come organizzarci per comunicare. Come mobilitare efficacemente il nostro attivismo nella battaglia culturale e ideologica che si combatte incessantemente intorno a noi.
L’obiettivo è quello di perseguire un riarmo politico che ci permetta di passare dalla resistenza alla vittoria.

Ernesto Alba
Segretario generale del Partito Comunista dell’Andalusia
(da Mundo Obrero)

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