Fosse stato in vigore l’ennesimo decreto sicurezza che il Cdm ha appena approvato, con il fermo preventivo per i minori, l’arresto in flagranza differita per un più ampio numero di reati di piazza, le nuove fattispecie che puniscono con il carcere dai 4 ai 12 anni chiunque promuova la formazione di un gruppo accusato di episodi violenti e quella di partecipazione a manifestazioni violente, l’allargamento delle ipotesi di custodia cautelare per i minori, l’interdizione alla riunione in 5 o più persone “in luoghi caratterizzati da un consistente afflusso di persone” ecc., non avrebbe fatto alcuna differenza domenica scorso a Milano, a Torino e a Bologna, a meno di non effettuare raid preventivi ai cancelli delle scuole superiori di primo grado (cioè le medie per le ragazze e i ragazzi del secolo scorso come me) e portare in caserma tutti quelli che indossano una felpa con il cappuccio o hanno una faccia non inequivocabilmente italica o hanno postato un video in cui chiamano “ladro” il governo. Dove l’hanno sentita questa, mi domando. Io andavo in piazza durante la prima repubblica e pure questa espressione non l’ho mai usata, questi sono della generazione alfa, vivono nella terza repubblica e possono averla sentita solo in un filmato ripescato dalle teche Rai. E hanno pure trovato negli armadi dei tifosi di calcio (immagino) le bandiere tricolori, anche queste una singolare presenza in manifestazioni conflittuali.
Sono sconosciuti alle forze dell’ordine, quindi non potevano essere fermati preventivamente, ammoniti dal questore, diffidati, spaventati e chiusi in casa. Si sono organizzati sui social ed è difficile immaginare che chiedere alle piattaforme di segnalare alla magistratura hashtag sospetti possa avere qualche effetto sulle prossime manifestazioni dello stesso genere, se ci saranno, come è stato annunciato. I coprifuoco, i daspo, le zone rosse, le retate preventive di dodicenni e tredicenni, gli aumenti di pene, le sanzioni amministrative per i genitori dei minori di 14 anni (quindi non imputabili), i militari nelle strade e qualunque altra invenzione repressiva non fun-zio-ne-ran-no né in Italia né in Francia, dove pure da questo punto di vista storicamente non hanno preso lezioni da nessuno.
Sono sconosciuti anche a intellettuali, giornalisti e politici, che si sono variamente lanciati in spiegazioni che non spiegano e, soprattutto, non si mettono in ascolto: c’è chi ha ipotizzato una motivazione psicoanalitica, chi ha parlato di episodi frutto della guerra ibrida (che viene tirata in ballo in qualsiasi occasione e non solo dal ministro della difesa), chi crede che – come al solito – sia responsabilità dei “cattivi maestri”, chi punta il dito contro la seconda e la terza generazione di immigrati, che odiano il paese che li ha accolti (ingrati!). Solo in un paio di casi si è letto e sentito parlare di scuola che accentua le disuguaglianze, si pone al servizio dell’impresa e della militarizzazione, di lavoro povero, di costi proibitivi degli affitti, di beni di lusso sventolati davanti a persone che non possono nemmeno sognarli, di disastro climatico, di un paio di generazioni il cui futuro è come minimo incerto e sicuramente precario…
Tuttavia, poiché parlano – e scrivono in ottimo italiano e con una certa competenza – varrebbe la pena ascoltarli. Hanno scritto, per esempio: “Siamo un processo: un movimento non strutturato nato per prendere iniziativa e far avanzare la coscienza politica collettiva dei giovani in Italia. Prima di chiederci cosa chiedere, vogliamo capire insieme perché ci è stato tolto tutto, chi ce l’ha tolto e come riprendercelo”. E anche: “L’obiettivo è uno solo. Prendere in mano il nostro futuro. Non lasciarlo nelle mani di questi cleptocrati che lo hanno ipotecato, venduto e svuotato prima ancora che potessimo viverlo. Non vogliamo un posto al tavolo di chi ci ha tolto la sedia: vogliamo costruire un altro tavolo, tutti insieme, dal basso”. E pure: “Non ci fidiamo delle strutture politiche classiche. Partiti e sindacati istituzionali sono parte dello Stato che contestiamo, e li trattiamo di conseguenza. Quelli extraistituzionali, a partire dalle realtà di movimento che da decenni cercano di lucrare sulle lotte e di monopolizzarle, per noi non sono all’altezza della causa. Non è un’abiura: è una condizione. Devono dimostrarlo, nei fatti, mettendosi al servizio delle lotte invece di mettere le lotte al servizio della propria sopravvivenza, delle proprie sigle, dei propri bandi e delle proprie carriere. Fino ad allora nessuno parla a nome nostro e nessuno mette il cappello sulle nostre piazze”1.
Ci chiamano in causa tutti. Facciamoci trovare.
Maria Pia Calemme
- L’intero manifesto del Movimento 17 ottobre è il seguente:
Non ci rappresenta nessuno. Ci rappresentiamo da soli. Siamo il Movimento 17 Ottobre. Non abbiamo un presidente, un segretario, un portavoce da invitare in tv, una sede da perquisire o una tessera da vendere. Siamo giovani che hanno deciso di smettere di aspettare. Il nostro nome è una data, non un organigramma, perché una data appartiene a tutte e tutti e nessuno può farne la propria proprietà. Non siamo una sigla. Siamo un processo: un movimento non strutturato nato per prendere iniziativa e far avanzare la coscienza politica collettiva dei giovani in Italia. Prima di chiederci cosa chiedere, vogliamo capire insieme perché ci è stato tolto tutto, chi ce l’ha tolto e come riprendercelo. Abbiamo scelto di organizzarci così, e rivendichiamo che questa scelta è politica e non un’assenza di politica. Le ragioni sono tre.
Non ci fidiamo delle istituzioni e di questo governo. Reputiamo il governo di orientamento autoritario: leggi che restringono lo spazio del dissenso, il conflitto trattato come problema di ordine pubblico, il disagio giovanile risolto con un manganello e un decreto. Chi governa così non ha bisogno di ascoltarci, ha bisogno che stiamo zitti. Ci rifiutiamo di essere interlocutori di chi ci considera una minaccia.
Non ci fidiamo delle strutture politiche classiche. Partiti e sindacati istituzionali sono parte dello Stato che contestiamo, e li trattiamo di conseguenza. Quelli extraistituzionali, a partire dalle realtà di movimento che da decenni cercano di lucrare sulle lotte e di monopolizzarle, per noi non sono all’altezza della causa. Non è un’abiura: è una condizione. Devono dimostrarlo, nei fatti, mettendosi al servizio delle lotte invece di mettere le lotte al servizio della propria sopravvivenza, delle proprie sigle, dei propri bandi e delle proprie carriere. Fino ad allora nessuno parla a nome nostro e nessuno mette il cappello sulle nostre piazze.
Ci tuteliamo dalla repressione dello stato e dei fascisti. La repressione non arriva più solo dopo: è diventata preventiva e penetrativa. Schedature, fogli di via, denunce a pioggia, infiltrazioni, pressioni su chi si espone. Si colpisce prima che un movimento nasca e si entra nei collettivi per svuotarli dall’interno. A questo si aggiunge l’aggressione dei fascisti, tollerata, quando non coperta, da chi dovrebbe garantire l’agibilità politica. Un movimento con un capo ha un bersaglio. Un movimento con un indirizzo ha un’irruzione. Un movimento con un elenco di iscritti ha un fascicolo. Noi non offriamo bersagli.
La fluidità è una strategia, e la facciamo nostra. Non l’abbiamo inventata. Abbiamo studiato chi prima di noi ha fatto tremare il potere senza lasciargli un volto da colpire: l’Egitto del 2011, dove una piazza senza leader ha messo in crisi un regime trentennale; la Tunisia, dove tutto è cominciato; Hong Kong 2019 e il suo “be water”, organizzarsi in modo decentrato, adattivo, imprendibile; il Sudan, con i comitati di resistenza di quartiere; Algeria e Libano, dove le piazze hanno rifiutato di farsi rappresentare dai vecchi equilibri; il Cile del 2019, esploso dal basso; gli Indignados e Occupy, con le assemblee permanenti; gli studenti serbi, con i loro plenum orizzontali; la Gen Z in Marocco, coordinata senza capi attraverso canali digitali. Ognuna di queste esperienze ha avuto i suoi limiti e le sue sconfitte, e proprio per questo le abbiamo studiate: per imparare da ciò che ha funzionato e da ciò che è stato schiacciato.
Cosa vogliamo dalle piazze. Non ci basta che la piazza sia solo protesta. La protesta da sola si consuma. Vogliamo che ogni momento di piazza sia anche discussione, dibattito, crescita politica. Che si formi una dialettica viva, spontanea e forte, dal basso, tra persone diverse che si ascoltano, si scontrano sulle idee e si trasformano a vicenda. Non cerchiamo l’unanimità, cerchiamo la maturazione collettiva. Vogliamo piazze che siano scuole di politica, e giovani che ne escano più consapevoli di come sono entrati.
L’obiettivo è uno solo. Prendere in mano il nostro futuro. Non lasciarlo nelle mani di questi cleptocrati che lo hanno ipotecato, venduto e svuotato prima ancora che potessimo viverlo. Non vogliamo un posto al tavolo di chi ci ha tolto la sedia: vogliamo costruire un altro tavolo, tutti insieme, dal basso.[↩]










