Da qualche giorno su tanti, tanti palcoscenici televisivi il sipario si apre con enfasi sul nuovo protagonismo di Paolo Gentiloni e contemporaneamente il dibattito si focalizza su una domanda truffaldina: è giusto continuare a fornire armi al regime di Zelensky, in Ucraina? Sembra che le due cose siano strettamente legate e che la scelta del nuovo campione dell’ala eurorealistica del centro-sinistra corrisponda a uno stringere le fila attorno al prevalente: va bene discutere di (quasi) tutto, ma l’appoggio alla resistenza ucraina in forma di fornitura di armi (diretta e indiretta) va tenuto fermo.
Le giustificazioni si possono moltiplicare e vengono moltiplicate in quella specie di fabbrica di propaganda che prende il nome di dibattito pubblico, anche se a ben vedere si tratta più che altro della riproposizione di un ritornello. Si finge di discutere liberamente su tutto, si finge di essere unitari contro le destre; ma l’importante è tenere ferma la scelta strategica di concepire una Europa in guerra con la Russia, non come articolazione della politica estera degli USA, ma come la focalizzazione dei contrastanti interessi capitalistici europei attorno a una prospettiva che, a fronte di una incapacità di sviluppo e di vittoria sulla concorrenza mondiale, ripropone l’eterno, fratricida, autodistruttivo confronto antagonista con l’Est più prossimo e più vicino.
(Inutile tornare a ribadire che il rifiuto di far propria questa posizione non ha nulla a che vedere con il giudizio sul regime al potere in Russia, il quale anzi viene rafforzato e stabilizzato e eternizzato dalla relazione di guerra in corso con l’Unione Europea.)
Mentre una regia forse confusa ma determinatissima richiama dalla panchina Paolo Gentiloni (e chissà se Rosy Bindi non avesse cercato di anticipare questa mossa con la candidatura di Bersani), è legittimo chiedersi quanto interessi davvero la partita contro le destre, ovvero se nel quadro unitario qualcuno non stia giocando tutt’altra partita. E questo sospetto sembra molto più preoccupante delle differenze tra Conte e Schlein che riempiono di chiacchiere l’etere.
E si arriva a quello che Gentiloni sembra incarnare con quella sua indeterminatezza di espressione che gli consente di mostrarsi quasi divertito nel confronto. Una postura molle, un interesse blando: le cose da dire le ha bene in mente, a prescindere. Altri orchestreranno strani voli di droni, guerre ibride e il kit di sopravvivenza militare per il cittadino europeo. Altri porteranno avanti i temi di una opposizione che –qualora vincesse- avrà di fronte uno stretto canale, contornato da banchi sui quali arenarsi. Il mestiere di pilota non è il suo, nè lui ha avuto la sventatezza di farsi fotografare sorridente dopo essersi messo in capo un elmetto. Lui ha tutta l’aria di uno che viene a assicurarsi che la linea dovrà essere tenuta sulle cose importanti: la guerra come dimensione europea innanzitutto. Lo fa con lo sguardo divertito di chi sapendo come stiano davvero le cose si può permettere di mostrasi un poco disinteressato, un poco divertito. Però, sotto i lineamenti non troppo decisi del volto, il suo sguardo dimostra di saper essere fermo.
Questa postura è destinata a chi la sappia intendere: è rivolta a una cerchia, a chi ha ricevuto l’iniziazione di una classe politica europeista che sembra non riesca a immaginare altro se non un allargamento escludente e bellicista del processo di unificazione. Nessuna visione vitale, trasformativa. E come potrebbe essere altrimenti se si tratta di continuare a condurre la governance di una guerra in corso sebbene non dichiarata, decisa in segrete stanze e non costituzionale. Una guerra il cui unico significato è forse quello di tenere in piedi un insieme di equilibri interni e un potere che non è troppo sicuro di sè.
E così verso il pubblico, verso una parte di quello che si chiama il Paese, il rituale televisivo di sinistra che in televisione sfoggia competenze e acutezza e che percepisce benissimo il ruolo di Gentiloni, si accontenta di pochi luoghi comuni da condividere con la destra.
Le piazze, in Europa, mostrano momenti di mobilitazione, di presa di visibilità di una richiesta di cambiamento profondo che è molto più ampia, diffusa e radicata. In Italia si mobilita il movimento contro la guerra, contro la repressione, per Gaza, per l’ambiente, per il welfare, gli studenti e i sindacati li cuciono assieme e ora si aggiungono i produttori e trasportatori. La rivolta dei giovanissimi esclusi e discriminati si esprime brutalmente nelle strade delle città. Non si tratta di segnali, ma di tappe di un percorso che sta facendo crescere e maturare una opposizione non solo a questo governo ma a un modello fallimentare di “sviluppo”.
Ma nel salotto televisivo dove Gentiloni sorride a metà e finge vaghezza, questa realtà dura e contraddittoria così ricca di richieste e proposte viene distillata per essere messa a immediato confronto con le intenzioni di voto. Il carattere violento dei rapporti sociali nelle metropoli viene illecitamente saldato alla radicalità dell’opposizione e delle lotte, le richieste vengono parcellizzate, pensiamo al diritto allo studio ridotto a richiesta di merce-formazione. Vengono taciute le richieste di interruzione di collaborazione con Israele, con le aziende produttrici di armi e/o di profitto; il diritto al lavoro e allo stato sociale è condizionato alle pretese del profitto… Viene negata la piena legittimità di tante esperienze impegnate a costruire modelli di relazione con i territori che siano equi e sostenibili. Viene taciuta l’opposizione di massa alla guerra, come se fosse terreno di un idealismo poco pratico, anzi di una superstizione di massa: perché si sa, a destra e in certa sinistra si vis pacem, para bellum.
E invece questo movimento esprime una grande maturità, un grande sapere, e il ciclo di mobilitazioni di questo autunno lo sta dimostrando attraverso la prosecuzione di quella convergenza che da più di un anno procede e si prepara sempre meglio a rispondere al compito che la situazione gli ha affidato.
Questo movimento sembra avere molto chiaro il nesso tra sfruttamento, catastrofe ambientale e guerra. Non sarà un peloso e falso richiamo alla resistenza a confonderlo; ma certo occorre concretizzare una proposta di disarmo e costruzione del rifiuto della guerra che faccia i conti con la permanenza di appetiti e interessi che per essere inconfessati si stanno comunque chiarendo e precisando.
Occorre mettere a fuoco una dimensione costituzionale di pacifismo che abbia al suo interno anche proposte alternative affinchè all’invio di armi al regime di Zelensky si sostituisca una politica europea di pace. Da molti mesi stiamo lavorando a una dimensione politica complessiva in cui le acquisizioni, l’esperienza e la ricchezza di punti di vista trovino un ambito riconoscibile e funzionale. Occorre continuare a convergere in questa direzione e a dotarci degli strumenti collettivi necessari per rendere la nostra collaborazione sempre più ricca e il nostro percorso più appropriabile.
Intanto ci piacerebbe conoscere fino in fondo di cosa ragionano davvero gli occhi di Paolo Gentiloni, ma temiamo di trovare davvero poco che ci possa essere collettivamente utile.
Giancarlo Scotoni
