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Ribellarsi a “la merce che c’è entrata nei polmoni”

di Stefano
Galieni

“Non aspettarti comprensione da lui/ son troppi anni che non prende più il tram/ lui quell’altro solo quando la telecamera è sul rosso/e non riesce a sentire l’odore/ del tuo bellissimo corpo che muore/ del tuo dolcissimo corpo che muore”. I versi sono di un cantautore, scrittore, sceneggiatore e fumettista, Gianfranco Manfredi, morto da più di un anno. Apriamo per provare dell’oggi, seguendo la traccia dei suoi versi di poeta del conflitto, di conoscitore profondo del disagio sociale e capace di narrarlo, ma forse di comprenderlo fino ad un certo punto, come del resto è capitato a chi attiene alla sua generazione. La canzone citata, “Oggi il mostro è uscito dal mare”, è del 1976, cinquanta anni fa, ma quanto ci è vicina per la distanza abissale che sintetizza fra la vita reale e la politica. L’occhio è rivolto, ovviamente a fenomeni radicalmente diversi a quelli di allora, quando, almeno in una minoranza, c’era l’afflato di trasformare la rabbia in lotta di classe. Manfredi è stato di quegli anni magnifici e disperati, dai primi Settanta all’inizio degli Ottanta, un osservatore partecipante come pochi, non atteneva alla categoria de “lo psicologo, il sociologo, il cretino” (cit. Dagli Appennini alle bande) ma, nella stessa canzone affermava “E si dice se  ci fosse  più lavoro/ se il quartiere somigliasse meno a un lager/ non farebbe certo, il cercatore d’oro/ assalendo il fattorino delle paghe/ ma è la merce che ci è entrata nei polmoni/ e ci dà i suoi ritmi di respirazione/ il lavoro  non ci rende mica buoni/ ci fa cose che poi chiamano persone”.
Era politica quella di allora? Certamente sì per chi l’ha vissuta, ma, se resta un po’ di memoria e di onestà intellettuale, perché rimuovere il fatto che allora, anche accampando pretesti politici, si praticavano quelli che si chiamavano “espropri proletari” e che oggi, chi magari è invecchiato definisce e bolla come saccheggi? Sia chiaro, cinquanta anni dopo è cambiata radicalmente la composizione sociale, soprattutto in Italia e quella che ci si è trovata di fronte, in numerose città, sabato scorso e che, per effetto anche emulativo, potrebbe ripetersi è una soggettività, forse pulviscolare, sconosciuta a gran parte di coloro che hanno più di 20/25 anni. Mondi diversi, da città a città, persino nella stessa area metropolitana, da periferia a periferia, le cui mille anime sfuggono ad ogni interpretazione, in cui anche tentativi di tracciamento analitico sono già analitici il giorno successivo alla loro narrazione. Volendo evitare come la peste giustificazionismi complottisti, similitudini basate unicamente sull’estetica delle pratiche messe in atto, approcci legalitaristi o fondate su, spesso ipocrite, prese di distanza, si apre uno sterminato percorso che ci porta a dover rivedere drasticamente le soggettività sociali e individuali che da tempo tentano di irrompere sulla scena ma di cui si prova anche a negare il diritto all’esistenza.

Il Manfredi con cui abbiamo iniziato e su cui torneremo, ma anche l’opera narrativa di un Nanni Balestrini (Vogliamo tutto; Gli invisibili) per esempio, avevano colto, mezzo secolo fa, alcuni aspetti delle contraddizioni di allora, senza per altro riuscire a fornire vie d’uscita o di riscatto, a quel crollo sociale che portavano a riconoscersi, anche inconsapevolmente nella dinamica punk del “no future”. Loro ed altre/i, riuscivano a raccontare l’odore marcio e carico di rabbia che proveniva dalle periferie degli esclusi, degli irrappresentati e irrappresentabili, allora sommersi fra sfruttamento, piccola criminalità ed eroina, che non volevano e non potevano riprodurre i percorsi di scalata sociale – che non si era mai realizzata – dei genitori, perché il domani già appariva peggiore del presente e in quanto non ci si voleva rassegnare ad una vita alienata avendo, come massima aspirazione, l’accesso garantito ai generi di prima necessità nei supermercati. Chi si ribellava anche ri/appropriandosi di merce non alla portata del proprio reddito diveniva pasolinianamente parte della stessa merce, il pantalone all’ultima moda o il regalo per la ragazza erano affermazioni di triste virilità su cui si misurava il proprio peso all’interno di una bolla definita. Certamente c’era anche chi provava, magari anche essendosi dotato degli strumenti giusti, ad uscire dall’impasse politicizzando la propria irruzione nel mondo, riempiendo le piazze e persino provando ad alzare e a diffondere una radicalità conflittuale che nulla aveva a che spartire con le vecchie forme della politica stessa, tanto in quella istituzionale, divenuta potere nei territori, quanto negli ambiti che le stesse istituzioni le lambivano, spesso con grandi intuizioni che però impattavano contro il muro della modernizzazione. Poi c’erano le vie di fuga individuali, nello sport come nella musica o nella cultura, con la differenza che mentre divenire un buon calciatore assicurava fama e ricchezza personale, tuffarsi nel mondo impetuoso della produzione indipendente, quella che allora chiamavamo “non commerciale”, aveva riverberi anche nella vita delle altre e degli altri. Ma questo è quanto accadeva cinquanta anni fa, quando gli ultimi scampoli di cultura operaia scoprivano, loro malgrado, che il futuro andava verso tutt’altra direzione, che quel mondo era destinato a scomparire in nome del mercato, della polverizzazione del mondo produttivo, dell’importanza che avrebbe acquisito la circolazione di merci rispetto alla sua produzione. 

E oggi, dopo decenni in cui questo si realizzava, garantendo comunque un livello di vita sufficiente a credersi privilegiati a restare “la maggioranza dei nati/ con il cibo al sicuro/ nei supermercati” (Siamo arrivati di G. Alloisio, autore e cantante di testi quasi coevi a quelli di Manfredi), ci si accorge in ritardo e solo grazie a qualche vetrina rotta, che stanno finendo anche le briciole. Di episodi che ci hanno mostrato a cosa può portare la rabbia sociale, in assenza di prospettive e ricevendo come uniche risposte il paternalismo peloso della borghesia progressista o il violento autoritarismo di un governo fascistoide nella cultura di cui è egemone, ne abbiamo avute tante. Oggi a prevalere sono le seconde, con le uccisioni ai posti di blocco, le “leggi Caivano”, e i tanti “decreti sicurezza”, la logica imperante, praticata all’inizio con le ronde e ora istituzionalizzate con il modello Usa del Law and Order, la profilazione razzializzata con cui le forze dell’ordine e ogni altro dispositivo di vigilanza, selezionano chi non ha tratti somatici caucasici, i Daspo e l’esclusione preventiva di chi mostra di essere poco abbiente, dai luoghi del consumo. 

Le nuove gerarchie sociali, spesso intergenerazionali, e figlie di una autonomia regionale differenziata già in essere quanto di una condizione di classe, hanno ai livelli più “bassi”, un sottoproletariato polverizzato che cova inevitabilmente risentimento, che incontra muri di esclusione e si rifugia sovente nell’auto esclusione. Paradossalmente le cosiddette bande di maranza costruiscono e garantiscono, magari sulla base di modelli violenti, maschilisti, facilmente condannabili dalla buona borghesia progressista di cui siamo infarciti, uno spazio collettivo di ricomposizione e di appartenenza. La solitudine e la depressione che invece dominano su chi non si è costruiti simili contesti, con le figlie e i figli di periferie per cui i luoghi della bellezza sono lontani e per cui l’unico centro conosciuto e frequentato è quello commerciale, pieno di oggetti che restano lontani dai propri desideri, costituiscono qualcosa di ancora più drammatico. Spesso la rottura della solitudine avviene per contrapposizione, dando luogo a gruppi razzisti e suprematisti, che sfogano il loro livore contro chi sta più in basso nella scala sociale.
Ma questi sono brevi cenni dettati dall’essere riusciti ad avere fragili interlocuzioni con i soggetti delle periferie abbandonate a sé stesse, non possono essere tesi, non possono permetterci di capire. Per andare oltre sarebbe utile un lavoro d’inchiesta fatta dall’interno, formativo e performativo, fondato su una ricostruzione di legami di fiducia e quindi di credibilità che porterebbero alla politica. Sono percorsi da impedire, con ogni mezzo lecito meno. Nel macrocosmo frammentato delle manifestazioni di sabato, diverse da quelle della domenica, hanno convissuto una rivolta sociale quasi ancestrale insieme a coordinate politiche, ad oggi, prive di elementi sovraordinati di gestione. A questa (non) inaspettata protesta, si è risposto, come in Francia, con un uso straordinario della repressione. Così lo raccontava sui social una donna che è scesa in piazza a Milano con la figlia adolescente: “Li ho visti con gli occhi miei, ho parlato con alcuni di loro – educati ma estremamente reticenti ad aprirsi con un’adulta sconosciuta. Non c’erano infiltrati. Erano ragazzini e, a volte, bambini, in tantissimi casi italiani ‘di famiglia’ oltre che anagraficamente. Il giorno prima, a manifestare con loro, lungo il percorso autorizzato, c’era anche mia figlia, che non ha rotto o rubato nulla ma è stata terrorizzata dalla polizia, compressa insieme a migliaia di altri ragazzi in uno spazio claustrofobico e caricata a più riprese, costretta a scappare e ad arrampicarsi su un’impalcatura per non essere manganellata.
Sono molto preoccupata e angosciata per la piega repressiva che questa vicenda dolorosa potrebbe prendere e, al momento, ho solo una certezza: pensare di affrontare il tutto come se si trattasse di una questione di ‘ordine pubblico’ è la scelta più ottusa che si possa fare. Il fallimento politico e morale della società in cui sopravviviamo è stato messo sotto gli occhi di tutti e lo hanno fatto dei bambini. La ‘sorpresa’ della nostra classe dirigente è sintomatica della sua distanza dalla realtà e dunque della sua inadeguatezza”. 

Questa era una parte del tutto. Il giorno dopo, la domenica, c’è stato chi si è organizzato per andare a riprendersi, anche sfasciando vetrine, ciò che veniva loro negato, non il pane o la scatoletta di tonno ma anche le scarpe alla moda, gli oggetti che definiscono, perché li indossi, il tuo status. Avveniva 50 anni fa e avviene oggi, con la differenza che ogni prospettiva rivoluzionaria sembra assente mentre si aprono le porte al fascismo, alla militarizzazione della vita, alla guerra. Nessuna giustificazione, si badi bene, verso gesti che poi favoriscono l’imperare della cultura da “maggioranza silenziosa”, dominante soprattutto nei circuiti televisivi e atti a soddisfare una popolazione come la nostra, in gran parte conservatrice, anziana, disinteressata o inadatta a proporsi come propensa verso l’estensione di diritti ma pronta quando crede di difendere privilegi.
Chi ha provato semplicemente ad aprire bocca e ad esprimere dissenso verso simile approccio ha subito attacchi, per ora social, di una virulenza e di una cattiveria rabbiosa che, chi si occupa di questi tempi, respira quotidianamente. “Da quando ho dato informazioni attraverso i social che sarei passato dalla Questura per informarmi sulla situazione dei minorenni trattenuti, mi sono arrivati centinaia di messaggi d’insulti e minacce – ha scritto in un post Luca Paladini, vicepresidente della Commissione carceri nella Regione Lombardia – Chi mi augura un cancro, chi di finire nei forni crematori come ‘tutti i froci’, chi di venire sgozzato da ‘i negri’, chi tira in ballo i miei genitori defunti offendendoli, chi mi promette di ‘venirmi a cercare’ in Regione. I profili di questi? Tutta gente abbondantemente sopra i quarant’anni. Avrei da dare lavoro al mio avvocato per tutta la vita se ne avessi voglia. Ma voglia non ne ho. Rifletto sul clima che respiriamo e provo a continuare a fare il mio lavoro che, pensate un po’, è persino quello di sapere dove sono finiti dei tredicenni fermati e sui quali la famiglia non ha più notizie. Rifuggo dalla violenza e non da sabato. Rifuggo dalla violenza fisica ma anche da quella verbale.
E vedere gente di una certa età vomitarmi addosso odio in rete mi mette addosso solo una gran malinconia. Una mi ha scritto ‘tifo perché finalmente i tuoi stent alle coronarie si chiudano’. E questa è la gente che vuole insegnare la civiltà a dei ragazzini”.

Ma detto questo e in attesa della prossima esplosione di rabbia sociale non intercettabile, non si possono indire “manifestazioni contro la violenza”, generiche ed ecumeniche per poi ingoiare l’ennesimo decreto-legge contro la violenza giovanile. Il testo, che verrà discusso in parlamento – e molto dipenderà da quanto accadrà nel frattempo nelle piazze – estende il fermo preventivo anche per i minori, dai 16 anni di età, che turbano la sicurezza pubblica in luoghi caratterizzati da un consistente afflusso di persone. Per chi ha compiuto i quattordici anni si introdurrà la presunzione di imputabilità, ovvero la capacità di intendere e di volere fino a prova contraria. Verrà estesa ai maggiori di 16 anni la “flagranza differita” permettendo ai giudici di disporre di “misure cautelari” anche se interrompono la frequenza scolastica. I genitori di minori che danneggiano beni pubblici subiranno sanzioni dirette, mediante ingiunzione del prefetto, che anticiperà il risarcimento, per cui sono previsti i tre gradi di giudizio, ma che potranno essere raddoppiate in caso di reiterazione. Il testo, contando sul fatto che andrà a colpire soprattutto fasce disagiate, prevede poi multe, che ricadranno sempre sulla famiglia, verso chi sarà imputato di violenze durante le manifestazioni. Nasce anche il reato di “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche” riservato a chi, durante proteste, utilizza bastoni, mazze o lancia oggetti che mettono a rischio l’incolumità delle persone. Non importa se tali danni vengano o meno arrecati, si rischiano pene da due a cinque anni e una multa fino a 20mila euro, con pena aumentata se il tutto avviene a volto coperto o se si danneggiano infrastrutture o servizi di pubblica utilità.
Chiunque, poi, anche “mediante strumenti informatici o telematici”, organizza o promuove la formazione di gruppi per dar vita a manifestazioni violente rischia la reclusione da quattro a dodici anni e si introduce una specifica aggravante per il danneggiamento commesso da un gruppo organizzato di almeno cinque persone e per alcune ipotesi specifiche di devastazione e saccheggio. Il questore potrà disporre il divieto di radunarsi ai minorenni (almeno cinque), quando terranno, non meglio precisati “comportamenti intimidatori”. L’idea è quella di prevenire, anche definendo specifiche fasce orarie di divieto a persone che abbiano commesso, nei cinque anni precedenti o che vengano colte nel compimento di alcuni comportamenti lesivi contro persone e cose o che siano stati già autori di fatti per i quali sono stati colpiti da provvedimenti di carattere preventivo. Entra nel pacchetto anche la procedibilità d’ufficio anche per lesioni lievi ad agenti, durante le manifestazioni. Anche l’invio di 500 militari a Milano, ritenuta fino a ieri l’epicentro dei riot, rientra in questo decreto. L’effetto di queste misure è di pura e inefficace propaganda, atta ad innalzare il livello del conflitto e a non affrontare le cause profonde di un disagio che è presente in molte aree metropolitane e, come si riportava prima, non è semplificabile con lo scarso inserimento dei ragazzi razzializzati. Ma ha il pregio di colpire bene, di raggiungere il ventre molle che attiene anche ad una borghesia progressista capace di esaltarsi quando vede divampare la rivalsa sociale a Minneapolis, Parigi, Ceuta, Londra o Madrid, salvo poi guardare impaurita la vetrina sotto casa propria. Segnala uno strabismo, da una parte non si comprende la complessità e le diverse e non sempre convergenti ragioni delle piazze citate, mitizzandole come cariche di valore politico. Dall’altra si decide tout court di dare patenti labili alle rivolte italiane di sabato, di bollare come saccheggio puro e semplice quanto accaduto domenica. Si tratta del modo migliore per restare altrettanto stupiti e prive di categorie interpretative quando, forse il sabato che arriva, si tenteranno repliche contro il carovita collettivo e quello che colpisce la propria esistenza materiale e sociale. E mentre l’allarmismo mediatico, non sappiamo quanto informato e quanto orientato, annuncia un orrendo weekend di paura, c’è chi, e spesso proveniente dalle stesse generazioni, cerca di guardare in maniera collettiva al futuro. Lo fa il Comitato Regionale Campano “No al CPR a Castel Volturno né altrove”, che ha promosso una manifestazione nazionale per sabato, a partire dalle ore 13.00 nel paese in provincia di Caserta dove non c’è un servizio di trasporto pubblico, dove piove nelle scuole, mancano presidi sanitari e spazi di aggregazione ma in cui il governo intende spendere 43 milioni di euro per realizzare un Centro Permanente per i Rimpatri, in cui detenere, in vere e proprie “galere etniche”, migranti e rifugiati da deportare. Dal vescovo, al Presidente della Regione al sindacalismo confederale e di base, alle forze politiche di opposizione, parlamentari o meno, all’associazionismo antirazzista laico e religioso, dal mondo dell’autorganizzazione migrante, tutte/i hanno aderito. Ci si augura una presenza di massa e per questo si sta lavorando, con l’obiettivo di una manifestazione, non violenta ma che oltre ad opporsi ai CPR, imponga un radicale cambiamento delle politiche migratorie. La settimana successiva avverrà in molti porti italiani un blocco per impedire l’uscita delle navi che trasportano armamenti, destinate soprattutto ad Israele ma anche ad altri paesi in guerra perché si applichi realmente in Italia l’articolo 11 della Costituzione e, in futuro, il 20 novembre, si terrà uno sciopero europeo degli studenti contro la reintroduzione del servizio di leva, la militarizzazione e il riarmo, mobilitazione che la Cgil trasformerà in sciopero generale. 

Forse abbiamo parlato, in queste ultime righe di proposte diverse, rispetto agli scontri che si sono verificati sabato scorso, ma siamo certi che questi mondi non riescano a trovare modo di incontrarsi, di convergere, almeno in parte, in vertenze accomunanti? Basterebbe che i diversi soggetti si annusassero e si scoprissero simili in quanto sfruttati dallo stesso sistema che li vuole contrapposti e che ritrovassero dei luoghi in cui un minorenne che rischia la galera perché odia il mondo intero, magari avendo molti motivi, non possa scoprire qualcosa che forse vale di più ed è un bene più durevole del paio di scarpe di lusso, del ruolo gerarchico per riscoprire, spesso con ragazze/i come lui, il sapore sano della solidarietà conflittuale? E se ciò accadesse, non sarebbero costrette anche le nostre generazioni adulte a porsi domande meno banali, a mettersi in discussione, a rompere con alcuni pregiudizi? Allora sì che tremerebbero non solo le vetrine.

Stefano Galieni

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