Questo saggio analizza la condizione degli adolescenti occidentali nel tardo capitalismo attraverso la metafora della “gabbia di cristallo”. Coniugando marxismo-femminista e teoria critica, il testo decostruisce la convergenza tra declino demografico, economia di guerra e capitalismo della sorveglianza, evidenziando le fratture di classe e la distruzione dei beni comuni urbani. L’indagine mappa i dispositivi di neutralizzazione sistemica: dalla medicalizzazione dell’ADHD e dell’eco-ansia alla reificazione mercantile dello sport, della musica trap/techno e della stessa neolingua algoritmica. Emergono così le risposte somatiche del disagio — disturbi del comportamento alimentare e autolesionismo — e le dinamiche di riproduzione patriarcale come la “cultura del branco”, ma anche spazi di resistenza intergenerazionale nell’alleanza con i nonni. Di fronte alla svolta repressiva dello Stato, c’è la necessità di unificare queste resistenze frammentate in una prassi rivoluzionaria globale.
A Ida, amata nipote che domani compie 11 anni e quindi si affaccia sul magico e tragico mondo dell’adolescenza.
Introduzione. L’adolescenza nel tardo capitalismo
Per comprendere la condizione dei giovani adolescenti nelle società occidentali contemporanee, è necessario compiere un’operazione preliminare: liberare la categoria dell’“adolescenza” dalla gabbia della psicologia clinica o del moralismo mediatico. I giovani non sono un’astrazione biologica, né una parentesi esistenziale fatta solo di tempeste ormonali e ribellioni passeggere. L’adolescenza è una categoria storicamente determinata, modellata dai rapporti di produzione e dalle necessità economiche del capitalismo. Oggi, questa fase della vita si consuma all’interno della crisi più profonda e soffocante del modello neoliberista, in una vera e propria gabbia di cristallo: un luogo in cui tutto è visibile, desiderabile, ma strutturalmente precluso.
I giovani di oggi sono la prima generazione a sperimentare l’assoluta asfissia del futuro. Se il capitalismo del Novecento aveva costruito il proprio consenso sulla promessa del progresso costante – l’idea che ogni generazione avrebbe vissuto meglio della precedente –, il tardo capitalismo ha invertito questa dinamica. La tesi centrale di questo saggio è che gli adolescenti odierni si trovano al centro di una convergenza distruttiva senza precedenti: sono schiacciati tra il declino materiale delle loro condizioni di vita e la minaccia dell’estinzione globale, mentre i canali tradizionali di emancipazione sociale si stanno disintegrando.
Ciò che la sociologia mainstream liquida come “ansia”, “apatia” o “disagio giovanile” è in realtà la risposta perfettamente lucida a una realtà materiale traumatica. Quella che i ragazzi respirano non è una patologia individuale, ma l’atmosfera di quello che il teorico Mark Fisher (Realismo capitalista: È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo?, 2009) ha definito “realismo capitalista”: l’estesa sensazione che non solo il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico possibile, ma che sia persino impossibile immaginare un’alternativa coerente.
Un’analisi materialista corretta impone d’altronde di rifiutare l’idea che “la gioventù” esista come blocco omogeneo. Il capitalismo frammenta la condizione giovanile attraverso una spietata divisione di classe, razziale e geografica. La “gabbia di cristallo” ha pareti infinitamente più spesse e taglienti per l’adolescente delle periferie degradate, delle banlieues o delle famiglie lavoratrici impoverite, rispetto ai coetanei della borghesia urbana. Se per questi ultimi la crisi si traduce in ansia esistenziale e competizione per il posizionamento sociale, per i primi si materializza immediatamente come precarietà assoluta, abbandono scolastico precoce, confinamento nel lavoro povero e vulnerabilità alla violenza poliziesca ed estrattivista dello Stato.
In questo scenario, gli adolescenti occidentali vivono una contraddizione lacerante. Da un lato, subiscono il peso di una società che invecchia, si arrocca su posizioni conservatrici e blocca ogni mobilità sociale; dall’altro, sono immersi fin dalla nascita nell’ecosistema digitale del capitalismo delle piattaforme, che colonizza il loro tempo libero, frammenta la loro attenzione e ne estrae profitto economico, isolandoli politicamente. Eppure, proprio dentro questa paralisi, emerge una spinta contraria. Il conflitto non è scomparso: si manifesta nelle piazze per il clima, nelle proteste studentesche e nel rifiuto spontaneo dei modelli patriarcali e competitivi. Di fronte a questa timida ma potente riattivazione del dissenso, lo Stato risponde abbandonando la sua maschera democratica e progressista per virare verso la repressione aperta.
Analizzare la condizione giovanile oggi significa quindi mappare questa tensione dialettica. Non si tratta di studiare i giovani come soggetti passivi da compatire o correggere, ma come il terreno cruciale in cui si gioca lo scontro tra la riproduzione distruttiva del sistema capitalista e il desiderio irriducibile di un’alternativa radicale. Nelle pagine che seguono, esploreremo come i nodi della demografia, della tecnologia, dell’istruzione e della repressione politica si intreccino per stringersi attorno alla vita degli adolescenti, e come da questa stessa morsa possa nascere la necessità di una nuova prassi di liberazione.
Demografia, suprematismo bianco e la svolta a destra dello Stato
Per gli adolescenti occidentali, il presente si configura come un immenso “mondo per vecchi”. Questo non è solo un dato sociologico, ma una precisa realtà materiale ed economica. Le società occidentali stanno attraversando un declino demografico e un invecchiamento della popolazione senza precedenti storici. Da una prospettiva marxista-femminista, come quella tracciata da Silvia Federici (Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione primitiva, 2004), questo fenomeno non è un destino biologico inevitabile, ma il risultato diretto della crisi della riproduzione sociale neoliberista. In un sistema che ha privatizzato il welfare e reso precarie le esistenze, la riproduzione della vita stessa è diventata un costo insostenibile per le classi subalterne.
Le conseguenze di questa transizione demografica si traducono in una vera e propria gerontocrazia economica e politica che schiaccia le nuove generazioni, muovendosi al contempo con una specificità di genere spietata. Le risorse pubbliche vengono sottratte ai servizi per l’infanzia, ai consultori e ai centri di supporto per l’adolescenza, per essere destinate alla conservazione del consenso della popolazione anziana e proprietaria. In questo vuoto, lo Stato scarica il peso del lavoro di cura materiale ed emotivo sulla sfera privata della famiglia, gravando storicamente sulle spalle delle giovani donne e limitando la loro autonomia fin dall’adolescenza.
Questo confinamento domestico è ulteriormente aggravato dalla sistematica distruzione neoliberista dello spazio urbano. Attraverso i processi di gentrificazione e privatizzazione del suolo, il capitalismo ha cancellato gli “spazi terzi” gratuiti e autogestiti (centri di aggregazione, parchi pubblici, spazi occupati) in cui gli adolescenti potevano storicamente sperimentare forme di socialità sottratte alla sorveglianza familiare e mercantile. Oggi, ogni metro quadro della città esige un consumo. Privati di luoghi fisici di ritrovo accessibili, molti adolescenti sperimentano forme inedite di isolamento materiale, intrappolati in una prolungata dipendenza economica dai genitori. È in questo contesto che va letto il fenomeno del ritiro sociale (Hikikomori): non come una mera fobia psicologica individuale, ma come una forma di sciopero passivo e di fuga oggettiva da una metropoli iper-competitiva che ha mercificato persino il diritto alla presenza fisica. Tuttavia, nell’orizzonte del tardo capitalismo, questa diserzione dal reale, pur nascendo da un rifiuto lucido e fisiologico dell’alienazione urbana, rischia di trasformarsi in una trappola perfetta. Mancando di una dimensione collettiva e di uno spazio fisico di politicizzazione, la fuga si rovescia dialetticamente nel suo opposto: il capitalismo delle piattaforme della sorveglianza capitalizza cinicamente proprio su quell’isolamento fisico e su quella solitudine domestica, colonizzando il vuoto materiale della stanza per estrarre plusvalore comportamentale e neutralizzare all’origine ogni potenziale di rivolta organizzata.
A questa paralisi materiale si affianca un preciso dispositivo ideologico: la sistematica infantilizzazione dell’adolescenza operata in modo convergente dalle famiglie del ceto medio e dalle politiche statali. Le famiglie, terrorizzate dal crollo della mobilità sociale, adottano strategie di iper-controllo ansioso che prolungano artificialmente la condizione di minorità dei figli, castrandone l’autonomia materiale e psicologica. Parallelamente, le istituzioni e le politiche statali cavalcano questa infantilizzazione per attuare una violenta depoliticizzazione della gioventù. Riducendo le istanze politiche degli adolescenti a meri “disagi emotivi”, a crisi di crescita o a espressioni di immaturità generazionale, l’ordine borghese neutralizza il potenziale sovversivo della loro rabbia, rifiutando di riconoscerli come soggetti politici conflittuali e riducendoli a eterni bambini da sorvegliare, correggere e proteggere da se stessi.
Contro questo dispositivo di cattura, l’adolescenza si erge intrinsecamente come lo spazio-tempo del conflitto per l’autodeterminazione. È quella fase della vita in cui il soggetto, attraverso relazioni paritarie e pratiche sociali e culturali alternative, tenta disperatamente di “volare con le proprie ali” e di definire se stesso come personalità autonoma, distintiva e scissa dai dettami della famiglia di origine. In questa ricerca di una soggettività propria, lo scontro generazionale cessa di essere una dinamica privata per farsi dinamica politica: giudicare i genitori significa giudicare il primo avamposto dell’ordine sociale e dei suoi valori borghesi. Sul piano delle relazioni affettive profonde, questa faticosa dialettica del distacco trova una formulazione lucida e speculare nelle parole di Emmanuel Carrère (Kolchoz, 2025, pag. 26): “Oscar Wilde ha scritto questa frase, così bella, così azzeccata: ‘Da piccoli, i figli amano i genitori; diventati adulti, li giudicano; e qualche volta li perdonano’. E non è meno vero l’opposto: anche i genitori se la cavano degnamente se prima di morire hanno la possibilità di perdonare i figli”. In un’ottica critica, questo reciproco perdono non è una pacificazione passiva, ma l’atto finale con cui entrambe le parti riconoscono l’avvenuta rottura del legame di dipendenza e la nascita di un individuo finalmente autonomo, capace di stare nel mondo senza le stampelle dell’autorità familiare.
Proprio dentro le fatiche di questa dialettica del distacco, emerge nelle società occidentali una figura cruciale di resistenza affettiva e materiale: il ruolo dei nonni e delle nonne. Da una prospettiva materialista, la centralità della popolazione anziana nella vita degli adolescenti contemporanei supera la mera narrazione idilliaca o sentimentale, configurandosi come l’ammortizzatore sociale di ultima istanza di un neoliberismo in crisi permanente. Di fronte allo smantellamento dello Stato sociale e alla precarizzazione esistenziale dei genitori, i nonni suppliscono materialmente alle carenze del welfare pubblico, offrendo un sostegno economico diretto e un lavoro di cura non retribuito che garantisce la riproduzione sociale delle nuove generazioni. Al contempo, sul piano psicologico, questa relazione instaura una potente forma di solidarietà intergenerazionale. Rompendo la verticalità autoritaria e ansiosa della famiglia nucleare, i nonni offrono agli adolescenti uno spazio terzo di ascolto incondizionato, sintonizzazione emotiva e comprensione profonda. Si crea così un’alleanza sotterranea e solidale tra due generazioni private del proprio orizzonte storico: gli anziani, che vedono liquidati i diritti conquistati nel Novecento, e i giovani, a cui viene sequestrato il futuro. Questa traversata comune, fondata sul passaggio di memoria, affetto e mutuo soccorso, sottrae l’adolescente all’atomizzazione competitiva e trasforma la cura familiare da obbligo riproduttivo del capitale a spazio di resistenza comunitaria.
Di fronte alla crisi organica del sistema, la risposta della classe dominante si focalizza sulla virata a destra delle politiche nazionali, che si materializza attraverso una violenta risacca della cultura patriarcale e di pulsioni suprematiste. Lo Stato reazionario risponde al calo delle nascite tentando di riaffermare il controllo biopolitico sui corpi, in particolare su quelli delle giovani donne e delle soggettività libere da schemi binari. Si assiste a una vera e propria crociata ideologica contro l’autodeterminazione riproduttiva e sessuale, e alla criminalizzazione di tutto ciò che sfugge alla norma eteronormativa. Come evidenziato nelle analisi di Lise Vogel (Marxismo e oppressione della donna, 1983), il rilancio della famiglia tradizionale e della divisione patriarcale del lavoro è la mossa disperata del capitalismo per garantire la riproduzione gratuita della forza lavoro in tempi di crisi del welfare.
Questa mitizzazione e blindatura della famiglia tradizionale come cellula sacra e impenetrabile svela, sotto la lente del femminismo materiale, la sua funzione più cupa e oppressiva. La casa non si configura come un rifugio sicuro, bensì come il luogo primario in cui si consuma la violenza di genere e l’abuso sessuale intrafamiliare ai danni delle adolescenti, perpetrato nella stragrande maggioranza dei casi da membri o conoscenti del nucleo parentale. Da una prospettiva critica, l’esplosione di queste violenze non è il prodotto di una mostruosità psicologica individuale, ma l’esito strutturale della famiglia nucleare borghese intesa come dispositivo economico di possesso e gerarchia. Nel momento in cui lo Stato neoliberista smantella i servizi sociali, i centri antiviolenza e i consultori territoriali, esso priva le adolescenti di qualsiasi via di fuga materiale. Confinando la sessualità e i corpi dentro i rapporti di proprietà della sfera privata, l’ordine patriarcale normalizza il dominio e il silenzio, trasformando il trauma privato dell’abuso domestico in uno strumento di sottomissione permanente che distrugge l’autonomia delle giovani donne fin dall’adolescenza. Questa drammatica impotenza delle istituzioni borghesi e la solitudine di fronte alla violenza strutturale e familiare trovano un’eco dolorosa e analitica anche nella letteratura recente, come in Triste tigre di Neige Sinno (2023), dove l’abuso intrafamiliare viene decostruito non come eccezione aberrante, ma come manifestazione estrema di un potere patriarcale che il silenzio sociale e lo smantellamento dei consultori contribuiscono a normalizzare.
Questa logica proprietaria e gerarchica esce dalle mura domestiche per colonizzare lo spazio pubblico e relazionale attraverso il dispositivo della “cultura del branco” tra i maschi adolescenti. Da una prospettiva materialista, il branco non è l’espressione spontanea di una ferinità biologica o di una transitoria esuberanza giovanile, bensì l’apparato di riproduzione biopolitica dei ruoli maschili richiesti dalla sinergia tra patriarcato e capitalismo. All’interno del gruppo dei pari reificato, la solidarietà maschile si corrompe in complicità cameratesca, dove l’identità del singolo si valida solo attraverso la performance della prevaricazione, della rabbia e dell’uso della forza. Il branco opera come una vera e propria scuola di addestramento emotivo e materiale alle dinamiche del mercato: i corpi altrui e le soggettività più vulnerabili (le giovani donne, le minoranze di genere, i coetanei isolati o razzializzati) vengono ridotti a territori di conquista e merci su cui esercitare un surrogato di sovranità. In un sistema che nega ai giovani proletarizzati e impoveriti qualsiasi reale potere economico o mobilità sociale, il capitalismo compensa psicologicamente questa castrazione materiale concedendo ai giovani maschi il dividendo patriarcale della violenza di gruppo. La violenza e lo stupro di branco, la sopraffazione sistematica e il bullismo smettono di essere anomalie comportamentali per rivelarsi come la traduzione antropologica e di strada dei dogmi capitalistici: la legge del più forte, l’annichilimento del competitore e la reificazione dell’altro. Il maschio adolescente, educato alla repressione della cura e dell’empatia a favore di una virilità tossica e performativa, si prepara così a occupare il proprio posto di sfruttatore o di ingranaggio alienato nella catena produttiva e repressiva del capitale. La spietata anatomia di questa degradazione antropologica è stata lucidamente mappata nella letteratura contemporanea da opere come La città dei vivi di Nicola Lagioia (2020). Attraverso la cronaca di un brutale delitto, il testo svela come la “cultura del branco” e la violenza nichilista tra giovani non siano semplici deviazioni psicologiche, bensì il prodotto diretto dell’alienazione metropolitana e della sottomissione inconscia ai dogmi capitalistici dell’annichilimento dell’altro e della totale assenza di empatia.
Questa micro-fisica del potere e della violenza patriarcale che brutalizza l’ambiente domestico e la relazione di strada trova il suo macro-corrispettivo geometrico proiettato sullo scacchiere internazionale. Quella stessa logica di possesso e annichilimento dell’altro si riflette, su scala globale, nell’ossatura strutturale che sorregge oggi lo Stato reazionario: l’avvento di un’economia di guerra permanente e la corsa globale al riarmo. Nella fase di declino dell’imperialismo occidentale, lo Stato borghese dirotta massicciamente i capitali pubblici dalle politiche sociali, dalla sanità e dall’istruzione verso l’apparato militarista e industriale. Come spiegato da Rosa Luxemburg (L’accumulazione del capitale, 1913), il militarismo è un campo d’accumulazione cruciale per il capitale, una via d’uscita violenta dalle sue stesse contraddizioni interne. Per gli adolescenti, questa virata bellicista rappresenta una minaccia esistenziale diretta: mentre viene loro ripetuto che “non ci sono soldi” per i consultori, per le borse di studio o per la transizione ecologica, i governi stanziano miliardi per la produzione di armamenti. La normalizzazione della guerra penetra persino nei canali culturali e scolastici dei ragazzi, militarizzando il loro immaginario e propagandando l’arruolamento o l’obbedienza patriottica come risposte alla precarietà occupazionale. La lotta per la pace, dunque, smette di essere un vago ideale pacifista borghese e diventa una necessità materiale di autodifesa generazionale, l’unico modo per sottrarre il futuro degli adolescenti alla distruzione imperialista.
Questa logica bellicista e autoritaria non si limita a ridefinire i bilanci dello Stato, ma si riflette direttamente sui modelli antropologici imposti alle nuove soggettività, intrecciando il culto della forza militare alla restaurazione dei ruoli di genere. Per le adolescenti contemporanee, questa svolta complessiva si traduce in una violenza sistemica quotidiana. Viene loro imposto un doppio standard asfissiante: da un lato sono bombardate da una retorica iper-sessualizzata dall’industria culturale; dall’altro sono colpevolizzate se rivendicano un’identità o un orientamento non conforme, o se rifiutano i ruoli di genere tradizionali. La retorica identitaria della destra unisce il nazionalismo, il militarismo e la difesa della razza bianca al controllo patriarcale della famiglia, dipingendo il femminismo, l’antimilitarismo e le istanze di genere come minacce alla stabilità sociale. Agli adolescenti viene così sottratto lo spazio per immaginare relazioni basate sulla cura collettiva e sulla solidarietà, costringendoli dentro una struttura sociale autoritaria che usa il genere e la retorica bellica come strumenti di frammentazione delle lotte e di riproduzione dello sfruttamento.
La crisi della scuola e il crollo dell’ascensore sociale
Se la retorica liberale e borghese ha storicamente dipinto l’istituzione scolastica come il grande “livellatore sociale” – il luogo democratico dove il merito individuale spezza le catene della nascita –, la realtà materiale vissuta dagli adolescenti odierni smentisce categoricamente questa narrazione. Oggi assistiamo al definitivo crollo dell’ascensore sociale, un dispositivo che non solo ha smesso di salire, ma ha invertito la sua marcia, trasformandosi in una trappola discendente. Per la prima volta dal secondo dopoguerra, le giovani generazioni sono strutturalmente destinate a una condizione economica e lavorativa peggiore di quella dei propri genitori.
Per comprendere questa involuzione, occorre analizzare la scuola attraverso la lente della teoria critica. L’istituzione scolastica contemporanea opera come quello che Louis Althusser (Ideologia e apparati ideologici di Stato, 1970) ha definito un Apparato Ideologico di Stato. La sua funzione primaria non è l’emancipazione culturale dei soggetti, ma la riproduzione dei rapporti di produzione capitalistici e la legittimazione ideologica delle diseguaglianze. Nel contesto neoliberista, questa dinamica si è radicalizzata: la scuola pubblica è stata progressivamente definanziata, aziendalizzata e sottomessa alle logiche del mercato. Non si formano più cittadini critici, ma “capitale umano” flessibile, precario e immediatamente sfruttabile dal sistema economico.
Questo processo di ristrutturazione scolastica svela quella che Pierre Bourdieu e Jean-Claude Passeron (La riproduzione. Elementi per una teoria del sistema scolastico, 1970) hanno descritto come la perpetuazione del capitale culturale. La scuola non annulla le diseguaglianze di classe originarie, ma le certifica e le trasforma in “differenze di merito” o di talento individuale. I test standardizzati, l’alternanza scuola-lavoro (trasformata spesso in vero e proprio lavoro gratuito e dequalificato) e la competizione esasperata per i voti addestrano gli adolescenti all’accettazione passiva della gerarchia sociale e della precarietà lavorativa futura.
L’approccio femminista e attento alle questioni di genere mostra come questo crollo della mobilità sociale e la crisi della scuola colpiscano i giovani in modo asimmetrico. Se l’analisi della riproduzione sociale svela come i tagli all’istruzione pubblica e ai servizi di supporto psicologico e sociale spingano le istituzioni a scaricare nuovamente sulle giovani donne la gestione delle fragilità emotive e relazionali all’interno del nucleo familiare, l’esame delle dinamiche formative ne mostra il paradosso. Mentre le ragazze ottengono mediamente risultati scolastici superiori, il mercato del lavoro del tardo capitalismo riserva loro un imbuto di segregazione occupazionale, contratti precari e un gender pay gap strutturale. Per le adolescenti e le minoranze di genere, l’illusione della meritocrazia scolastica si scontra con la violenza di un sistema che svaluta sistematicamente la loro forza lavoro.
Questo scontro frontale con l’imperativo performativo e il blocco della mobilità sociale non si consuma unicamente all’interno delle aule scolastiche, ma trova un secondo terreno speculare nella pratica sportiva adolescenziale, svelandone la natura intimamente dialettica. Da un lato, lo sport opera come un potente mezzo di socializzazione e una scuola di vita materiale: insegna l’esistenza di regole del gioco che governano democraticamente le relazioni umane e, soprattutto nelle discipline di squadra, educa alla cooperazione, alla solidarietà di gruppo e al riconoscimento dell’altro come compagno di lotta. L’allenamento costante richiede la costruzione del carattere e della volontà, imponendo la continuità dell’impegno e la capacità di resistenza alla fatica fisica e psicologica come forme di autodisciplina. Dall’altro lato, questa potenziale palestra di emancipazione collettiva viene sistematicamente colonizzata dalle logiche del capitale. Tutte le attività sportive, dalle scuole calcio di periferia ai circuiti agonistici, sono ormai penetrate dall’industria dell’intrattenimento nella forma di diritti televisivi, sponsorizzazioni e ingaggi commerciali precoci. In questo contesto, l’adolescente sperimenta la pressione asfissiante della famiglia per il successo. Per i nuclei familiari proletari e del ceto medio, spaventati dal crollo della mobilità sociale, l’eccellenza sportiva del figlio e della figlia non è più solo fonte di orgoglio, ma si trasforma nell’estremo tentativo di riattivare l’ascensore sociale per via patrimoniale. Lo sport cessa così di essere un gioco collettivo per farsi investimento economico spietato, dove il corpo del ragazzo e della ragazza viene trattato come una merce da ottimizzare e misurare in termini di rendimento e performance neoliberista.
L’esito inevitabile di questa doppia asfissia — scolastica e sportiva — è la generazione di tassi epidemici di sofferenza che si esprime attraverso la somatizzazione violenta sul proprio corpo. Laddove la gabbia di cristallo preclude ogni via di fuga macro-politica o economica, il corpo dell’adolescente diventa l’ultimo, disperato territorio su cui esercitare una parvenza di sovranità. È in questa cornice materiale che vanno collocati l’autolesionismo e l’esplosione dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), in particolare tra le giovani donne e le minoranze di genere. L’anoressia, la bulimia, la vigoressia o i tagli sulla pelle non sono patologie private o capricci estetici da social network, ma l’interiorizzazione fisica della violenza sistemica. Il soggetto, schiacciato da richieste di performance disumane e standard irraggiungibili, rivolge contro la propria stessa carne la pulsione distruttiva del capitale, trasformando il dolore psichico in un’algebra spietata di controllo del peso o di punizione corporea.
Di fronte a corpi così lacerati e strutturalmente incapaci di reggere i ritmi della scuola-azienda o le pressioni del rendimento agonistico, il capitalismo tardo-industriale risponde attivando un massiccio dispositivo di sottomissione biopolitica: la normalizzazione chimica. Questo dispositivo trova una prima espressione istituzionale nell’esplosione delle diagnosi di ADHD tra gli adolescenti. L’incapacità di tollerare la passività dei test standardizzati non viene letta come rifiuto dell’alienazione, ma come disfunzione neuronale da correggere con psicofarmaci mirati a ristabilire artificialmente la concentrazione, rendendo i corpi compatibili con l’ambiente competitivo. Il cortocircuito diventa totale quando questa medesima logica della produttività a tutti i costi si riflette nell’attività atletica, spingendo all’uso esasperato di integratori e a scorciatoie tossiche come il doping, traducendo fisicamente sui muscoli dell’atleta lo stesso dogma del profitto che ne aliena la mente tra i banchi.
Questa somministrazione chimica legale e istituzionalizzata trova infine la sua spietata estensione fuori dalle aule e dai campi da gioco, innestandosi e speculando sulle medesime fragilità attraverso il mercato deregolamentato delle sostanze stupefacenti, svelando la natura profonda dell’attuale epidemia di oppiacei e stimolanti che devasta le giovani generazioni nelle società occidentali. Da una prospettiva materialista, il consumo di droghe tra gli adolescenti non è un fallimento morale individuale, ma una risposta strutturale alle esigenze del capitale. Si assiste così a una spaccatura speculare: da un lato, l’abuso di stimolanti risponde all’imperativo della performance continua e della produttività sociale; dall’altro, la diffusione capillare di oppiacei e sostanze sintetiche risponde al bisogno biopolitico di anestetizzare il dolore materiale della precarietà e l’asfissia del futuro. Il narcotraffico opera come l’avanguardia più feroce del libero mercato, estraendo profitto dalla distruzione dei corpi dei giovani proletarizzati. Di fronte a questo scenario, un’autentica pedagogia di sinistra deve rifiutare sia il proibizionismo repressivo dello Stato reazionario sia la banalizzazione liberale del consumo, ponendo al centro un’educazione all’uso consapevole, alla riduzione del danno e alla comprensione critica delle sostanze come merci tossiche del sistema, orientando la ricerca del benessere dalla fuga chimica individuale all’azione politica collettiva. Questa somministrazione di massa di ansiolitici, stimolanti e antidepressivi svolge una duplice funzione fondamentale per la sopravvivenza del capitale: da un lato apre un mercato immensamente redditizio sulla salute mentale dei minori; dall’altro agisce come un dispositivo di sedazione sociale, silenziando il potenziale sovversivo della frustrazione giovanile e impedendo che il malessere psicologico individuale si organizzi e si trasformi in rivolta collettiva contro le strutture materiali del sistema. La traduzione estetica e visiva di questa asfissia performativa e della conseguente sottomissione chimica trova la sua massima espressione contemporanea nella serie televisiva Euphoria (2019-presente). La dipendenza da sostanze e i crolli emotivi dei protagonisti non vi sono ritratti come semplici vizi individuali, ma come l’autentico paesaggio psichico di una generazione schiacciata dall’ansia da prestazione e dall’isolamento, che ricorre alla fuga chimica per sopravvivere alla violenza immateriale di un presente iper-competitivo.
La crisi della scuola, dunque, non è un malfunzionamento del sistema, ma il suo perfetto compimento. Ridotta a un’agenzia di addestramento al precariato e alla competizione neoliberista, la scuola svuota il futuro degli adolescenti di ogni reale prospettiva di emancipazione collettiva, costringendoli a interiorizzare la diseguaglianza sociale come una colpa o un fallimento personale.
Capitalismo delle piattaforme, algoritmi e nuove diseguaglianze
Per comprendere l’immaginario e il vissuto materiale degli adolescenti contemporanei, è impossibile prescindere dalla loro totale immersione nell’ecosistema digitale. I giovani di oggi sono nativi di una specifica infrastruttura economica: il capitalismo delle piattaforme della sorveglianza. Come analizzato magistralmente da Shoshana Zuboff (Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, 2019), questo modello non si limita a produrre merci digitali, ma colonizza l’esperienza umana stessa, trasformando le emozioni, i comportamenti e l’attenzione dei ragazzi in “materia prima comportamentale” da estrarre, elaborare tramite algoritmi e vendere sul mercato sotto forma di previsioni sul futuro.
Da una prospettiva marxista, questa dinamica rappresenta una nuova e radicale frontiera dell’estrazione del plusvalore. Il tempo trascorso dagli adolescenti sui social media o sulle piattaforme di intrattenimento non è un tempo vuoto o puramente ludico, ma è tempo di lavoro non retribuito che genera profitto per una ristrettissima élite tecnologico-finanziaria globale. Contro ogni lettura idealista o tecno-fobica, l’architettura algoritmica e l’Intelligenza Artificiale non vanno intese come entità metafisiche dotate di vita propria, bensì come incarnazione oggettivata di capitale fisso. Gli algoritmi sono macchine digitali, mezzi di produzione sequestrati dalla proprietà privata e impiegati per massimizzare il coinvolgimento, il che si traduce, sul piano psicologico, nello sfruttamento della vulnerabilità emotiva degli adolescenti. Per mantenere i ragazzi incollati agli schermi, le piattaforme ne stimolano l’ansia, il senso di inadeguatezza e la frammentazione dell’attenzione. Si produce così una forma estrema di alienazione digitale: le relazioni sociali, sottratte allo spazio fisico e comunitario, vengono monetizzate, misurate in like e ridotte a transazioni commerciali standardizzate. Questo agghiacciante processo di reificazione delle relazioni, ridotte a metriche mercantili, trova una perfetta narrazione nel film Spree (2020) di Eugene Kotlyarenko. La deriva del giovane protagonista, ossessionato dalla validazione digitale fino a spettacolarizzare il crimine in live streaming, mostra la gabbia di cristallo nella sua forma più pura: un’esistenza interamente sussunta dall’algoritmo, dove l’identità esiste solo come performance monetizzabile per il godimento dello sguardo della rete.
L’intersezione con la critica femminista e di genere fa emergere la natura profondamente patriarcale e capitalista di questa architettura algoritmica. Come evidenziato da studiose come Safiya Umoja Noble (Algoritmi di oppressione. Come i motori di ricerca alimentano il razzismo, 2018), gli algoritmi non sono neutrali, ma riproducono e amplificano i pregiudizi di genere, di classe e suprematisti insiti nella società. Per le adolescenti, l’industria delle piattaforme si trasforma in un immenso dispositivo di sorveglianza e controllo del corpo. I social network impongono canoni estetici irraggiungibili e iper-sessualizzati, mercantilizzando l’identità e normalizzando una cultura della performance e della competizione estetica che genera tassi senza precedenti di sofferenza psichica e disturbi del comportamento alimentare. A livello letterario, le fratture di questa iper-connessione combinata alla precarietà di classe emergono con forza nella raccolta di racconti Sembrava una felicità di Jenny Zhang (2017). Attraverso lo sguardo di ragazze immigrate di seconda generazione, Zhang squarcia l’illusione della democrazia digitale, mostrando come l’esibizione online del sé si scontri costantemente con la cruda realtà della mercificazione dei corpi femminili e con la violenza materiale dell’esclusione sociale.
Questo controllo biopolitico investe direttamente la sfera dell’affettività e delle relazioni sessuali degli adolescenti, colonizzate dalle logiche estrattive del neoliberismo. Sotto la spinta dell’industria culturale digitale e della diffusione di massa di un consumo pornografico standardizzato e algoritmico, i corpi vengono ridotti a merci e le relazioni interpersonali vengono modellate sul principio dell’obsolescenza e del consumo rapido. La sessualità viene svuotata della sua dimensione relazionale e trasformata in una performance quantificabile, alimentando dinamiche di oggettivazione patriarcale e isolamento emotivo. Eppure, contro questa mercificazione digitale, l’adolescenza resiste come il periodo dell’amicizia profonda e dell’amore autentico. I legami giovanili si configurano come una fratellanza e sorellanza materiale che nasce quando si compie la traversata nelle stesse acque e nello stesso tempo storico, condividendo le tempeste di un presente precario. Questi legami, fondati sulla vulnerabilità condivisa e sul mutuo soccorso, rappresentano una forma di solidarietà pre-politica essenziale: sottrarre l’amicizia e l’amore all’isolamento algoritmico significa riscoprire l’altro come compagno di navigazione e non come competitore sul mercato. In questo contesto, l’educazione all’affettività e alla responsabilità non può ridursi a un mero igienismo sentimentale borghese, ma deve configurarsi come una pratica di resistenza radicale. Rivendicare un’educazione sessuale transfemminista e di classe significa decostruire la proprietà privata applicata ai corpi, educare al consenso reciproco, alla gestione collettiva delle vulnerabilità e alla riscoperta dell’eros come forza comunitaria e solidale, sottraendo i legami intimi delle nuove generazioni alla reificazione imposta dal mercato delle piattaforme.
Questo medesimo conflitto tra spinta all’autodeterminazione relazionale e logiche estrattive si riflette immediatamente sulle forme della produzione artistica, dove l’adolescenza tenta di dare un nome e un suono alla propria condizione. Da un lato, la musica — dalle metriche asfittiche della trap alle frequenze alienate della techno, fino alle estetiche visuali autoprodotte — si configura come l’ultimo spazio-tempo in cui gli adolescenti possono edificare una specifica cultura generazionale. È un mezzo di socializzazione orizzontale e un linguaggio cifrato che sfugge al controllo adulto, dove la gioventù proletarizzata e periferica verbalizza la propria rabbia, la precarietà esistenziale e il trauma di un futuro precluso. In queste produzioni culturali sotterranee, l’arte diventa una scuola di vita materiale e un veicolo di solidarietà spontanea, l’espressione di un bisogno irriducibile di autorappresentazione collettiva fuori dai canoni mainstream. Dall’altro lato, tuttavia, questa spinta emancipativa viene immediatamente intercettata e colonizzata dal processo di mercatizzazione globale. L’industria discografica e i monopoli dello streaming algoritmico estraggono plusvalore precisamente da questa estetica del disagio. La rabbia giovanile viene così neutralizzata, standardizzata e impacchettata come merce di consumo rapido. Attraverso una spietata operazione di reificazione culturale, il capitale svuota i generi musicali urbani del loro potenziale sovversivo e ne esaspera gli elementi più funzionali al sistema: il culto del denaro, l’individualismo iper-competitivo e la feticizzazione della merce. L’adolescente si trova così intrappolato in un drammatico cortocircuito: nel momento stesso in cui ascolta o produce cultura per evadere dalla gabbia di cristallo, i suoi flussi di ascolto e i suoi desideri di ribellione vengono monetizzati dalle multinazionali del tech, trasformando il grido di una generazione nell’ennesimo trend di consumo flessibile.
A questo raffinato controllo estetico e biopolitico e alla mercificazione dei linguaggi artistici si affianca una sofisticata operazione ideologica condotta dal capitale “progressista” delle multinazionali tecnologiche. Consapevole che la gioventù nutre un profondo e spontaneo desiderio di cambiamento, il capitalismo delle piattaforme ha sviluppato una straordinaria capacità di cooptazione delle istanze transfemministe, ecologiste e di genere dei ragazzi, svuotandole di qualsiasi reale potenziale rivoluzionario o di classe. È il fenomeno del cosiddetto woke washing aziendale: le rivendicazioni radicali contro l’oppressione vengono digerite dagli algoritmi e restituite agli adolescenti sotto forma di merci, estetiche spendibili sui social, brand inclusivi e stili di consumo “ribelli”. Questa mercificazione dell’identità illude i giovani che praticare il dissenso equivalga ad acquistare un prodotto o a performare un’affiliazione identitaria online. In questo modo, la critica radicale ai rapporti di produzione capitalistici viene sterilizzata e ridotta a una questione di costume o a una battaglia linguistica interna alle regole del mercato, frammentando la solidarietà e impedendo la convergenza dei soggetti verso una reale lotta di classe materiale.
In parallelo, questa atomizzazione digitale svolge una precisa funzione politica: prevenire la nascita di una coscienza di classe o di legami di solidarietà generazionale. Isolando gli adolescenti all’interno di bolle algoritmiche personalizzate, il capitalismo delle piattaforme distrugge i luoghi fisici di aggregazione e politicizzazione spontanea, sostituendoli con un simulacro di socialità che canalizza il dissenso o il disagio verso il consumo o verso la rabbia individuale, impedendo che si trasformino in azione collettiva organizzata.
Questa sussunzione totale dell’esistenza giovanile da parte del capitale tecnologico compie il suo capolavoro biopolitico colonizzando la dimensione più intima del soggetto: il linguaggio. Il lessico degli adolescenti contemporanei viene strutturato da una vera e propria neolingua algoritmica e aziendale, mutuata direttamente dalle grammatiche del gaming, dei social network e dell’economia neoliberista. Termini capillarmente diffusi come “hype”, “grindare”, “streammare”, “bannare” o “skippare” non costituiscono un semplice gergo generazionale passeggero, ma l’interiorizzazione inconscia della logica mercantile. Quando l’adolescente definisce le proprie relazioni interpersonali o lo studio in termini di “grinding” (la reiterazione ossessiva di compiti alienanti per accumulare punteggio o valore) o applica il concetto di “ban” (l’espulsione e la cancellazione istantanea del dissenso algoritmico) ai rapporti affettivi, egli/ella sta traducendo la propria vita nella sintassi dell’ottimizzazione e del profitto. Il linguaggio giovanile perde così la sua storica funzione di svisceramento poetico o di rottura sovversiva contro il mondo adulto, trasformandosi nella codifica linguistica della competizione neoliberista. L’adolescente, colonizzato nella parola, fatica persino a nominare il proprio sfruttamento o a esprimere forme di solidarietà di classe, poiché la sua stessa struttura sintattica è progettata per concepire la realtà unicamente come un’arena flessibile di transazioni commerciali, performance individuali e scarti di capitale umano.
Le nuove tecnologie, nate con la promessa di connettere il mondo, si rivelano così lo strumento più sofisticato per isolare i soggetti e approfondire la polarizzazione sociale tra l’iper-ricchezza dei padroni della Silicon Valley e la precarietà esistenziale dei giovani proletarizzati.
La dialettica del dissenso: repressione statale e spinta utopica
L’ultimo e più evidente nodo della condizione adolescenziale contemporanea risiede nella gestione autoritaria della loro stessa esistenza politica. Di fronte a un sistema che non può più promettere stabilità economica o mobilità sociale ascendente, lo Stato abbandona definitivamente la propria maschera democratica e liberale per mostrare il suo nucleo essenziale: il monopolio della forza a difesa dei rapporti di proprietà. Come analizzato da Lenin (Stato e rivoluzione, 1917), lo Stato borghese opera come un organo di dominio di classe, un dispositivo di oppressione che si fa tanto più violento e scoperto quanto più la crisi del capitale si approfondisce e le contraddizioni sociali si fanno insanabili.
Oggi assistiamo a una sistematica criminalizzazione del dissenso giovanile. Le mobilitazioni degli adolescenti contro il collasso climatico (il Capitalocene), le occupazioni studentesche contro l’aziendalizzazione e il definanziamento delle scuole pubbliche e le proteste contro il carovita non vengono più trattate come legittime espressioni di partecipazione democratica, ma come minacce all’ordine pubblico da reprimere ferocemente. Collocare queste piazze ecologiste in un orizzonte materialista significa sottrarle alle retoriche interclassiste ed etiche dell’idealismo borghese per tradurle nella categoria di giustizia climatica di classe. I settori più avanzati della gioventù rifiutano la “transizione verde neoliberista” — intesa come ulteriore spazio di ristrutturazione e accumulazione del capitale — poiché sono consapevoli che la devastazione della biosfera colpisce per primi i segmenti proletarizzati e le periferie sociali.
Lo spettro che si aggira tra queste mobilitazioni non è più solo la precarietà economica, ma la minaccia concreta dell’estinzione della specie umana. Gli adolescenti avvertono con estrema lucidità che la logica dell’accumulazione capitalistica illimitata ha superato i limiti bio-fisici del pianeta, trasformando il futuro da promessa di progresso a orizzonte di annientamento biologico. La lotta giovanile cessa così di essere una mera rivendicazione di diritti interni al sistema e si configura come una battaglia ontologica per la sopravvivenza. È proprio in questo contesto di devastazione ecologica globale che l’ordine borghese ha elaborato un preciso dispositivo medico-ideologico per disinnescare la reazione politica dei giovani: la categoria psicologizzante di “eco-ansia”. La psichiatria mainstream e il moralismo mediatico trattano il terrore degli adolescenti di fronte al collasso planetario come una patologia individuale, un disturbo d’ansia generalizzato o una debolezza emotiva da curare clinicamente.
Da una prospettiva materialista e critica, occorre rovesciare radicalmente questa narrazione: l’eco-ansia non è una fobia irrazionale, ma la risposta fisiologica e materialmente fondata all’asfissia del futuro biologico, il trauma perfettamente lucido di una generazione che vede la propria stessa biosfera sacrificata sull’altare del profitto. Il capitalismo non si limita a inquinare i territori, ma estrae valore emotivo dalla distruzione del futuro, colonizzando la mente dell’adolescente con l’orizzonte dell’estinzione. Un’autentica pedagogia di sinistra deve sottrarre questo terrore alla sfera della medicalizzazione privata per trasformarlo in un generatore di coscienza di classe ecologica. La sofferenza psichica per il pianeta muore come patologia individuale solo quando rinasce come rabbia organizzata, traducendo l’ansia esistenziale in prassi politica collettiva contro il modo di produzione che divora la terra.
I governi nazionali della svolta a destra introducono pacchetti di leggi speciali, decreti anti-protesta e reati mirati che trasformano i giovani attivisti in “eco-terroristi” o criminali comuni. A questo dispositivo di controllo si aggiunge la repressione poliziesca e ideologica che colpisce i movimenti studenteschi scesi in piazza contro il riarmo, le spese militari e la complicità dello Stato nelle guerre imperialiste. Questa torsione poliziesca risponde alla necessità materiale di soffocare sul nascere ogni forma di politicizzazione spontanea prima che possa strutturarsi in coscienza di classe organizzata e in opposizione attiva all’economia di guerra. Le barriere geografiche e di classe della “gabbia di cristallo”, insieme alla risposta puramente militarizzata dello Stato reazionario, trovano una rappresentazione geometrica e viscerale nel film Athena (2022) di Romain Gavras. Nel mostrare la violenta insurrezione di una banlieue francese dopo un episodio di brutalità poliziesca, l’opera illustra come per i giovani proletarizzati e razzializzati lo spazio urbano diventi un teatro di guerra e lo Stato sveli il suo volto puramente repressivo, schiacciando ogni istanza sociale sotto i colpi della forza d’urto poliziesca.
L’approccio marxista-femminista ci permette anche di vedere come la violenza repressiva dello Stato si intersechi strettamente con la violenza patriarcale e militarista. Le mobilitazioni degli adolescenti oggi vedono spesso in prima fila giovani donne e minoranze di genere, le quali portano nelle piazze non solo la rabbia per lo sfruttamento economico, ma anche il rifiuto del controllo biopolitico sui propri corpi e sulle proprie vite. Quando lo Stato reazionario reprime queste manifestazioni, la violenza delle forze dell’ordine si carica di venature sessiste e maschiliste, mirate a riaffermare l’ordine patriarcale violato. Come evidenziato da pensatrici del femminismo decoloniale e di classe come Rita Laura Segato (La guerra contro le donne, 2016), la violenza sui corpi che si ribellano è il messaggio pedagogico e punitivo che la struttura di potere lancia per scoraggiare l’autodeterminazione e mantenere intatta la gerarchia sociale. Nei movimenti contro la guerra, questo scontro assume una valenza ulteriore: le adolescenti rifiutano la retorica patriarcale del sacrificio della vita per la nazione e si oppongono alla logica machista del conflitto armato, ponendo al centro la cura collettiva e la solidarietà transnazionale come unici veri antidoti alla barbarie bellica.
La dialettica della storia insegna in ogni caso che dove c’è oppressione, si genera resistenza. Nonostante l’atomizzazione digitale, il crollo della scuola, l’ombra dei conflitti globali e i manganelli dello Stato, l’adolescenza si conferma come il terreno in cui pulsa, instancabile, il desiderio di cambiare il mondo. Questa spinta non è una vaga utopia astratta, ma un bisogno materiale di sopravvivenza. Gli adolescenti odierni rifiutano la logica dell’estinzione umana e della biosfera, della distruzione bellica e della competizione spietata a cui il capitale vorrebbe condannarli. Si riattiva così quello che il filosofo Ernst Bloch (Il principio speranza, 1954) ha definito la funzione dell’utopia concreta: la capacità di intravedere nelle contraddizioni del presente le possibilità oggettive di un futuro radicalmente diverso. Questa traiettoria dall’oppressione materiale all’utopia concreta è magistralmente catturata dal film Gagarine – Ritorno alla Terra (2020) di Fanny Liatard e Jérémy Trouilh. Ambientato in un complesso di edilizia popolare parigino condannato alla demolizione neoliberista, il film segue un adolescente che resiste allo sgombero trasmutando il palazzone in una “stazione spaziale” comunitaria. Questa fuga poetica e collettiva non è diserzione alienata, ma l’incarnazione esatta della spinta utopica blochiana: la riscoperta dello spazio fisico e del legame comunitario come trincea per difendere il diritto al futuro. Il dissenso giovanile, liberato dalle retoriche neoliberiste e intersecato con le lotte ecologiste, transfemministe, antimilitariste e del lavoro, smette di essere una semplice protesta generazionale e si configura come il nucleo irriducibile di una nuova prassi rivoluzionaria, capace di sfidare le fondamenta stesse del tardo capitalismo. Allo stesso modo, la costruzione di mitologie di resistenza orizzontale e fratellanza materiale contro l’autoritarismo trova un solido riscontro nelle opere di narrativa giovanile del collettivo Wu Ming, dove la solidarietà tra pari diventa lo strumento primario per superare il nichilismo individualista e organizzare un’alternativa di liberazione reale.
Conclusioni. Per un’alternativa radicale
L’analisi della condizione adolescenziale nelle società occidentali contemporanee svela come il disagio generazionale non sia un dato biologico o psicologico, ma il sintomo visibile della crisi organica del tardo capitalismo. Gli adolescenti odierni si trovano al centro di una convergenza distruttiva senza precedenti nella storia moderna. Schiacciati da una struttura sociale gerontocratica ed economicamente bloccata, deprivati della scuola e dello sport come spazi di emancipazione, colonizzati fin nella sintassi quotidiana da una neolingua algoritmica che interiorizza i dogmi del profitto, e ridotti a miniere di dati da cui estrarre plusvalore all’interno del capitalismo della sorveglianza, i giovani vivono sulla propria pelle l’asfissia di un sistema che non ha più alcun futuro materiale da offrire loro.
La svolta a destra delle politiche nazionali, l’esasperazione della cultura patriarcale che si riverbera dall’abuso domestico alla violenza della cultura del branco, la folle corsa globale al riarmo e la repressione poliziesca del dissenso non sono segni di forza del potere costituito, ma i suoi meccanismi di difesa più disperati. Come evidenziato nell’approccio della teoria critica, quando il capitalismo perde la capacità di produrre consenso egemonico e di garantire il benessere materiale, deve necessariamente ricorrere alla violenza strutturale, al controllo biopolitico dei corpi — sedati attraverso la psichiatrizzazione dell’ADHD e dell’eco-ansia, o spinti alla somatizzazione distruttiva nei DCA e nell’autolesionismo — all’imposizione di un’economia di guerra permanente e alla frammentazione identitaria per preservare i rapporti di proprietà e lo sfruttamento della forza lavoro. La criminalizzazione delle piazze, l’atomizzazione algoritmica, la mercificazione sistemica delle produzioni culturali giovanili come la trap e la techno e la normalizzazione culturale dei conflitti bellici servono precisamente a questo: impedire che la sofferenza, la rabbia e il rifiuto della barbarie imperialista da parte degli adolescenti si traducano in coscienza di classe organizzata.
Le piazze ecologiste, i movimenti studenteschi, le mobilitazioni contro la guerra e le lotte transfemministe degli ultimi anni dimostrano chiaramente che la gioventù rifiuta l’orizzonte dell’estinzione, della distruzione militare e della precarietà a cui è stata condannata, trovando spesso un inatteso ammortizzatore materiale e di memoria storica nell’alleanza solidale con la generazione dei nonni. Per trasformare questa resistenza spontanea in una reale alternativa politica, diventa fondamentale superare la trappola del giovanilismo o delle rivendicazioni puramente settoriali. Come suggerito da teorici del femminismo di classe come Nancy Fraser (Capitalismo cannibale. Come il nostro sistema sta divorando la democrazia, la cura e il pianeta e cosa possiamo fare, 2022), la sfida cruciale risiede nella capacità di unificare queste lotte apparentemente frammentate in un’unica prassi rivoluzionaria e transnazionale.
L’ecologismo radicale, riconfigurato attraverso la rivendicazione della giustizia climatica di classe che politicizza il trauma dell’eco-ansia, il transfemminismo materiale capace di scardinare la virilità tossica del branco e la reificazione dei corpi, l’antimilitarismo militante e la lotta contro lo sfruttamento digitale, analizzato come espropriazione operata tramite macchine e capitale fisso algoritmico, devono riconoscere nel modo di produzione capitalistico il loro comune nemico strutturale. A questo punto, la spinta utopica degli adolescenti deve incontrare l’organizzazione e la teoria critica, trasformando il rifiuto individuale della competizione neoliberista in un progetto collettivo di liberazione. Solo unendo la ribellione generazionale e l’opposizione all’economia di guerra alla lotta di classe globale sarà possibile scardinare la gabbia di cristallo del tardo capitalismo, restituendo alle nuove generazioni il diritto non solo di immaginare il futuro, ma di costruirlo liberamente.
Alessandro Scassellati
