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Merz Unter Allen

di Paola
Giaculli

Non c’è niente da fare. Nonostante gli ultimi sondaggi rispettivamente al 19 e al 17,%  per Cdu contro il 26 e il 30,5% dell’estrema destra di Afd, il cancelliere più impopolare della storia, coadiuvato dai servizi, spinge sull’acceleratore del conflitto con la Russia, che avrebbe nel mirino la Germania, come dimostrerebbero attacchi come quello “armato” del 4 agosto scorso all’aeroporto di Lipsia (di cui non sono mai state fornite prove certe di attribuzione). Non solo Friedrich Merz non si dimette come sarebbe doveroso fare visto il bassissimo gradimento delle sue politiche di abbattimento dello stato sociale osteggiate da una larga maggioranza dell’opinione pubblica, bensì parla della necessità di mantenere in Germania “un governo stabile”, nell’interesse “non solo nostro ma di tutta l’Europa”, e se “vacilla la Germania, vacilla l’Europa”. “Da più Paesi in Europa ci hanno pregato” riporta Friedrich Merz in un’intervista televisiva del primo canale pubblico Ard, “per l’amor di Dio, fate sì che il vostro governo rimanga stabile”, anche se “forse in Germania molti sottovalutano l’importanza della stabilità di governo in questi tempi turbolenti”. L’enfasi sul termine “stabilità” tradisce tutto il caos della crisi politico-istituzionale tedesca (“facciamo di tutto per restare uniti”, dice riferendosi alla partner di coalizione Spd), che si cerca di mascherare con queste comparsate, come quella della visita “a sorpresa” a Kiev, in realtà per stessa ammissione di Merz da tempo programmata, a giudicare dalla nutrita delegazione di rappresentanti di imprese che lo accompagna. Oltre a ribadire la piena “solidarietà” all’Ucraina, il fatto che questa sia funzionale a concludere affari è del tutto evidente quando parla delle commesse importanti per la Germania (per 6,5 miliardi) oltre ad aver elargito ulteriori 1,3 miliardi in aiuti militari. Una linea che appare sempre più difficile da sostenere, di fronte alla crisi economico-sociale e politico-istituzionale che attraversa la Germania e l’insofferenza crescente nei confronti dei tagli e del carovita, su cui macina consensi l’AfD.

Immortalandosi come cancelliere senza macchia e senza paura in una città colpita dai droni russi anche durante la sua visita, Merz afferma: “Non mi faccio impressionare”. Il cancelliere continua la sua propaganda attiva contro il nemico russo, a mo’ di cortina fumogena, mentre lo scorso finesettimana decine di migliaia di persone hanno manifestato in piazza tutto il loro disprezzo per le sue politiche. In particolare sono ancora i ragazzini e le ragazzine ad autoorganizzarsi in scioperi delle scuole ormai a frequenza ravvicinata, contro la guerra e la leva obbligatoria. Considerano la chiamata alle armi pressoché certa, e la legge sulla “naia” volontaria, una farsa, vista la loro indisponibilità all’arruolamento. Un giudizio confermato dal fatto che, anche a chi ha risposto negativamente ai questionari da compilare obbligatoriamente dall’inizio di quest’anno, hanno cominciato ad essere recapitati gli inviti a presentarsi per la visita, in precedenza fissata a partire da luglio 2027, ora obbligatoria da subito. Così dopo lo sciopero del 25 settembre (con la partecipazione di 45.000 studenti in circa 100 città), si sono ritrovati il 2 ottobre davanti alla Porta di Brandeburgo a Berlino per l’iniziativa “Unzwingbar – Kein Bock auf Krieg und Wehrdienst” (“non ci potete costringere, no alla guerra e al servizio militare”) per una maratona di interventi e musica a cui hanno assistito 20.000 persone. Proprio mentre dilagano la rivolta degli studenti in Francia e le proteste per il diritto alla casa in Spagna, in Germania è la “meglio” gioventù (“i ricchi vogliono la guerra, noi il futuro”) ad individuare il fil rouge che la lega, con quella di altri Paesi, alla visione alternativa di un’Europa che non vuole la guerra, ma diritto allo studio e giustizia sociale. Sono soprattutto i giovani che, esprimendo solidarietà con i compagni e le compagne francesi, mettono in evidenza il nesso tra austerità e l’orgia del riarmo che si abbatte sullo stato sociale e colpisce anche le infrastrutture civili, la cultura e l’istruzione e rinnovano l’invito alla protesta-sciopero del prossimo 20 novembre. Mentre la Confederazione sindacale Dgb si era mobilitata il 26 settembre (175.000 persone in 15 città), contro i tagli allo stato sociale, senza però che spendesse una sola parola su riarmo e guerra. In evidente difficoltà appare soprattutto il sindacato metalmeccanico, la IG Metall che di fatto si piega alla riconversione dal civile al militare in nome del mantenimento dei posti di lavoro, ma alle condizioni delle imprese, come sembra dimostrare la recente intesa con Volkswagen, in un clima comunque di incertezza per le sorti di ben quattro stabilimenti, e il taglio graduale di 100.000 posti di lavoro. Sono invece alcuni gruppi interni insieme ai giovani per esempio nel sindacato dei servizi e della funzione pubblica Verdi, che protestano contro i preparativi di guerra e lanciano un monito contro la militarizzazione capillare nelle scuole e nelle strutture sanitarie, che secondo i piani militari devono attrezzarsi a dare la precedenza all’emergenza bellica, preparandosi a un conflitto con la Russia. Tutto in Germania appare finalizzato a questo, già hanno luogo “manovre” ed esercitazioni che simulano l’emergenza, come quella del 25 settembre, la terza del suo genere (nel 2024 e nel 2025) tenutasi ad Amburgo nell’arco di ben tre giorni, dal termine evocativo “Red Storm Charlie”, con 1700 partecipanti tra militari, vigili del fuoco, polizia e protezione civile, impiego di mezzi militari, elicotteri e tanto di simulazione di attacchi di droni e chimici sulla città.

Le voci del dissenso, in particolar modo giovanile, vengono letteralmente oscurate (di fatto non presenti nei mass media) da una propaganda, che anziché recedere di fronte all’indisponibilità di questa parte, si fa più aggressiva, incurante del fatto che chi dovrebbe andare in guerra la rifiuta. L’informazione soffoca le voci anche di quanti hanno manifestato per la pace a Berlino (in 20.000) e Stoccarda (15.000) il 3 ottobre (“No al riarmo, alla leva obbligatoria e alla guerra”), anniversario dell’unificazione tedesca, un’iniziativa sostenuta da circa 300 organizzazioni, tra cui la Linke. Anche qui parla la gioventù per bocca di Karla Wolf, 17 anni, rappresentante del movimento degli scioperi delle scuole: “siamo una spina nel fianco”, dice riportando repressioni e angherie di polizia e servizi anche nei confronti di minorenni. “Ma non ci lasciamo intimorire! Mentre non ci sono soldi per istruzione e sanità, e si taglia la spesa sociale, si spendono miliardi per le armi, si spediscono in Israele che compie un genocidio a Gaza”, incalza Karla, “ci vogliono perdipiù rinchiudere in caserme per addestrarci a una guerra che non vogliamo combattere, contro la gioventù di altri Paesi con cui abbiamo molto di più in comune che con quelli che ci vogliono mandare in guerra”. “Saremmo noi a dover stare in trincea e non i figli di Merz o del capo di Rheinmetall, che fa i miliardi con le guerre, noi, la gioventù che studia e lavora, e non ci possiamo permettere neanche la patente!”.

Accorato anche l’intervento dell’analista politico Johann Varwick, che deplora la scellerata direzione intrapresa dalla politica tedesca, che ha perso qualsiasi misura, per cui “i preparativi di guerra costituiscono la cifra dell’agire politico” in cui non esistono più né controllo né diplomazia e si dà per scontato che la catastrofe della guerra rientri nel novero del possibile. Per evidenziare la leggerezza di Merz e del suo governo (che nei sondaggi tra Cdu e Spd è a poco più del 30%) nei confronti del rischio crescente di un conflitto, Varwick ricorda il discorso del cancelliere in occasione del conferimento del Premio della Pace di Vestfalia alla Nato (roba che neanche Orwell…)  consegnato nelle mani del fido compare Mark Rutte la scorsa settimana a Münster. “La politica nei confronti dell’Ucraina non cambierà di un millimetro…il riarmo è assolutamente necessario per contrastare il revisionismo violento ed espansivo della Russia”. Messaggio ribadito a Kiev il 4 ottobre: “Se non si ferma la Russia prima o poi questa punterà la sua macchina di guerra contro di noi”. A questo si è aggiunto lunedì scorso lo sconsiderato grido d’allarme della spia tedesca numero uno, il capo dei servizi Bnd Martin Jäger, in audizione nella commissione di controllo parlamentare al Bundestag, tanto che dà l’impressione che l’attacco russo sia proprio imminente “la Germania rischia di entrare in conflitto con la Russia (…) non vi è Paese da cui provenga una minaccia così diretta, concreta e generalizzata nei nostri confronti (…) la Russia sta conducendo una guerra ombra contro di noi” con riferimento a mezzi ibridi, cioè non solo militari. Peccato che l’affidabilità dei servizi mostri qualche crepa proprio il giorno dopo queste dichiarazioni. Il Bnd è al centro di un clamoroso scandalo che vede l’ex direttore dei servizi Anton Hanning coinvolto in una compravendita di documenti top secret a servizi stranieri (tra cui sembra dell’Azerbaijan).

In questo contesto continua la campagna diffamatoria nei confronti della Linke di Berlino che ha avuto due incontri “preliminari” la scorsa settimana con i due possibili partner di governo Spd e Verdi che, entrambi sconfitti alle elezioni del 20 settembre, pretendono di dettare condizioni prima ancora di cominciare a trattare sulla formazione di un eventuale governo per la capitale tedesca. Si chiedono cioè garanzie sul suo antisemitismo, con la pretesa che la Linke prenda le distanze da alcuni “elementi” considerati antisemiti o collusi con la criminalità, ovvero che li espella dal partito. Secondo la co-leader dei verdi Franziska Brandtner  la Linke non avrebbe diritto a rivestire il dicastero degli interni o della giustizia, e comunque senza l’allontanamento degli elementi sospetti escluderebbe comuni coalizioni. Si è scomodato anche l’ex presidente Spd e ex ministro dell’economia e degli esteri Sigmar Gabriel, dal 2019 a testa dell’Atlantik-Brücke (“ponte sull’Atlantico”) una sorta di lobby nata nel 1952 per promuovere i rapporti tra le élite degli Stati Uniti e la Repubblica federale tedesca: “Non bisogna coalizzarsi con partiti antisemiti”. Ancora e persino Merz, con la scusa della “stabilità” della Germania e dell’Europa, di cui il sostegno all’Ucraina e l’avversione alla Russia sarebbero i presupposti, evoca il pericolo di coalizioni con i due estremi (AfD in Sassonia-Anhalt e Linke a Berlino), mentre invece “il centro democratico” (cioè Cdu, Spd e anche i Verdi) “riconoscono la minaccia russa e sostengono questa politica”. Ma in Sassonia-Anhalt è proprio la Cdu a far cadere il cordone sanitario nei confronti di AfD: ora Steven Schulze, lo sconfitto presidente cristiano-democratico del Land non esclude il voto a favore di singoli provvedimenti di AfD, da decidersi “da caso a caso” per una “opposizione costruttiva”. Intanto, abbastanza verosimilmente a leggere dai numeri, qualcuno dei suoi ha fatto eleggere, nonostante Schulze avesse annunciato l’astensione, a presidente del parlamento regionale, l’estremista di destra Thomas Rausch. Così l’unico Brandmauerpossibile, evocato anche nei talk-show, sembra essere proprio quello intorno alla Linke, in attesa dell’esito del terzo incontro “preliminare” con Verdi e Spd di questo mercoledì a Berlino.

 Paola Giaculli

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