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Il potere si contende porta a porta

di Stefano
Kenji Iannillo

Intervento all’Assemblea nazionale No Kings, Napoli, 4 ottobre 2026

Emiliano Brancaccio, che insegna economia politica in questa università, ha da poco pubblicato un libro, Libercomunismo, che presenta al grande pubblico i risultati anni di ricerca. I dati dell’economia contemporanea che mette in fila dicono una cosa semplice e terribile: il capitale si concentra in sempre meno mani, e questo movimento procede di pari passo con l’arretramento della democrazia. Se le cose stanno così, il capitalismo ha sciolto da sé, materialmente e nel modo più drammatico, il dilemma del centrismo. O di quello che da noi si chiama “riformismo”, facendo rivoltare nella tomba chi sotto quel nome ha pensato e conquistato riforme che hanno cambiato davvero la vita delle persone.

Democrazia, diritti civili, ricerca scientifica, sostenibilità ambientale, e persino le parole d’ordine dell’avversario – merito, decoro, sicurezza, qualunque cosa vogliano dire – non reggono a questo livello di accentramento dei capitali e alla torsione autoritaria che si porta dietro.

D’altronde, quale libertà può esistere quando i salari superano raramente i 1.500 euro e a fine mese bisogna pagare 800 euro di affitto o di mutuo, 100 di gas, 50 di luce, 200 di benzina perché il trasporto pubblico non c’è, 200 di babysitter per avere il tempo di andare a lavorare? Fatti i conti, restano 150 euro. E mancano ancora la spesa, qualche visita privata se c’è un’urgenza, i libri di scuola, l’assicurazione, la Tari, l’acqua.

Questo è un paese in cui non c’è più niente di gratuito, e in cui il tempo libero, anche quello per fare politica, è diventato un lusso per chi se lo può permettere. Qui bisogna davvero strappare ogni giorno la gioia ai giorni futuri, per non scivolare nella paura, nell’ansia, nella depressione davanti alla propria vita e a quella delle persone che amiamo.

Qualsiasi alternativa o parte da qui, o non è un’alternativa: né alla catastrofe del nostro tempo, né alla riduzione delle libertà individuali. Redistribuzione della ricchezza, tassazione della rendita, valorizzazione del lavoro, una nuova universalizzazione del welfare sono parole d’ordine imprescindibili che parlano alla quotidianità di tutti e tutte noi.

Che fare, allora? Unire la straordinaria ricchezza sociale che esiste in ogni angolo del paese con le forze politiche che si danno l’obiettivo di difendere lo spazio democratico allargandolo. E dare protagonismo a chi in questi anni non si è compromesso con un riduzionismo istituzionale che non ha fatto fare un solo passo avanti alle condizioni materiali di milioni di noi. Semmai qualcuno indietro.

Ma qui c’è un punto su cui bisogna essere franchi.

Nelle città stiamo finalmente praticando la commistione tra sociale e politico, ci stiamo ponendo il nodo del potere come strumento per allargare gli spazi democratici, del conflitto e del mutualismo. Con quale credibilità, però, se lì dove il potere si contende porta a porta, nelle piccole comunità, gli stessi soggetti politici che a Napoli, a Roma e a Milano praticano apertura e convergenza, ad Avellino, in Brianza o nella Tuscia pensano solo a usare il nostro attivismo per riprodurre gruppi dirigenti stanchi e sconfitti? E se dove questi stessi soggetti occupano ruoli di governo di peso, come l’assessorato all’abitare nella mia città, l’unica cosa che sanno fare è lamentarsi del ritardo dei fondi del piano casa del governo Meloni?

Quel piano casa, come le politiche securitarie e la linea economica retriva di questo governo, va smontato parola per parola. Va messo in discussione ogni giorno, negli spazi del conflitto, dell’organizzazione, del mutuo aiuto e del governo. Non si può contestarlo in piazza e poi attenderlo e auspicarlo nel palazzo, facendosi scudo del fatto che quei luoghi non fanno notizia.

Che convergenza davvero rappresentativa può nascere così, in un paese fatto di province e di paesi? E soprattutto: come si fa a essere credibili con le classi popolari dell’Italia di mezzo, che sono diventate la base elettorale disperata dei nuovi fascismi più perché tradite che per convinzione?

Fino a quando ci accontenteremo che da fuori le città parta qualche pullman per partecipare alle mobilitazioni, all’experience della piazza, invece di chiederci come si ribalta la logica del consenso e dell’organizzazione anche in quei luoghi?

Perché quando riprendiamo il pullman per tornare in città, a sedersi a tavola e a prendere posizione restano i poteri più retrivi, fascisti, nazisti, che in queste terre stanno incubando consenso e organizzazione – oserei dire egemonia – lontano dallo sguardo delle nostre riviste, dei nostri blog, dei nostri post e dei nostri video. E le borghesie cittadine della rendita e dei servizi non aspettano altro per tradire definitivamente la democrazia e i diritti essenziali.

Per questo credo che No Kings, se vuole essere più di uno slogan e farsi davvero slancio contro il potere monarchico, cioè autoritario, debba darsi l’obiettivo di immaginare, creare e costruire pratiche proprio lì dove i rapporti di forza sono più squilibrati: dove lo spopolamento e l’apatia lasciano alla contestazione dell’esistente solo le cornici del complottismo, del reducismo e della rassegnazione.

È questa la sfida da lanciare, ed è su questo che i gruppi di lavoro e i tavoli dovrebbero ragionare. Non solo su come portare queste pratiche a Milano, Roma e Napoli, ma su come possano avere senso ad Avellino, a Rieti, a Monza o ad Alba.

Propongo quindi che una delle prossime assemblee nazionali si tenga in contemporanea in tre aree interne o provinciali del paese, con introduzioni e conclusioni congiunte, gli stessi laboratori e uno sforzo reale per portare compagne e compagni dalle città a conoscere e sostenere queste realtà.

Stefano Kenji Iannillo presidente ARCI Avellino

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