Svolgere a Napoli l’assemblea nazionale No Kings può forse aver reso più difficoltosa la partecipazione, soprattutto per chi giungeva da nord, ma si è rivelata, al di là delle difficoltà tipiche di un momento di confronto, estremamente utile. La data scelta intanto imponeva di ragionare, tanto negli spazi di incontro in plenaria, quanto nei gruppi di lavoro in cui si è divisa la giornata, di lasciare poco spazio – che comunque non è mancato – a roboanti dichiarazioni di intenti e a misurarsi con la concretezza di una stagione che si preannuncia complessa, carica tanto di aspettative che di timori. L’aver aperto l’assise con l’intervento forte e toccante, di una studentessa di Gaza, da un anno in Italia, ha riportato l’attenzione sul genocidio palestinese e sull’urgenza di riprendere le mobilitazioni per tornare ad essere voce fastidiosa, forte e significativa, in opposizione all’acquiescenza del governo italiano e di quelli europei, complici politici, militari ed economici del crimine, ha dato la cifra sin dall’inizio di un incontro pieno e articolato.
Le scadenze dell’autunno si sono rivelate come gli elementi su cui concretizzare reali convergenze, necessarie per darsi un futuro non necessariamente legato a contesti territoriali o alla costruzione di alleanze direttamente impegnate sul fronte elettorale. Ne è emerso quello che può essere superficialmente guardato come un elenco di date ma di cui bisogna saper cogliere il filo che le lega. Si inizia sabato 10 ottobre con la mobilitazione mondiale per la Palestina e che in Italia vedrà cortei e presidi in numerose città. A seguire il 16, dove il mondo dei Friday for future, ha confermato la Giornata globale per il clima, che vedrà mobilitarsi soprattutto le studentesse e gli studenti. Il giorno dopo a Roma, indetto da un arco di forze che fa capo alla Cgil, ci sarà il corteo nazionale de “La via maestra”, la cui piattaforma tiene insieme diverse questioni: dal contrasto alla precarietà e al lavoro povero proponendo occupazione stabile e con salari dignitosi; la richiesta di investimenti e assunzioni nella sanità e nella scuola pubblica; la riduzione del prelievo fiscale su salari e pensioni andando a reperire le risorse necessarie tassando grandi ricchezze ed extraprofitti. Ampio spazio viene poi dato alla difesa della Costituzione, in particolare nel rispetto dell’art 11 e rifiutando ogni politica di riarmo. E, non da ultimo, si considera fondamentale il sostegno alla transizione ecologica che deve andare di pari passo con la tutela dell’occupazione e del territorio. La settimana successiva, come già scritto, su queste pagine, si terrà in un territorio devastato come Castel Volturno, una manifestazione nazionale che nasce per impedire la realizzazione di un Centro Permanente per i Rimpatri (CPR), che intercetta la richiesta che le risorse a questo destinate (43 milioni) vengano utilizzate per migliorare la qualità della vita nel territorio e non per inaccettabili luoghi di concentramento di persone. I promotori intendono dare un significato molto forte a questo appuntamento sia per rilanciare una soggettività conflittuale che parte dalla periferia del sud sia per riconnettere i nodi di un movimento antirazzista tanto carico di valori etici quanto improntato alla realizzazione di un fronte comune contro lo sfruttamento di chi lavora. Il giorno successivo si terrà un’assemblea europea per connettere le mobilitazioni c a partire dall’Albania, si vanno realizzando per opporsi alle politiche di repressione, detenzione e deportazione messe in atto dai diversi governi europei.
Il tema del rifiuto della logica della guerra come struttura portante del dominio neoliberista, che in parte è presente nella mobilitazione de La via maestra, sta però acquistando maggiore radicalità in vista di ulteriori mobilitazioni nazionali ed europee. Il primo parziale appuntamento è per il 30 ottobre quando si bloccheranno i porti da cui partono le navi cariche d’armi destinate ad Israele ma l’appuntamento su cui si vanno più concentrando gli sforzi è quello del 20 novembre e a cui si vorrebbe riuscire a dare dimensione europea. Le studentesse e gli studenti tedeschi già hanno proclamato uno sciopero generale per contrastare il ripristino – di fatto – della leva obbligatoria considerato necessario in un’ottica di preparazione ad una guerra immanente, ma connesso anche al tentativo di avere una gioventù “disciplinata” ed obbediente, pronta a rifiutare ogni forma di conflitto. La scelta tedesca si sta – ad avviso di chi scrive – rivelando come, guardando a quello che sta accadendo in Spagna, dove l’opposizione agli avvoltoi della speculazione edilizia ha portato centinaia di migliaia di giovani ad accamparsi in piazza e ha determinato anche una crisi politica e a quanto accade nelle scuole francesi dove divampa oramai da giorni una vera e propria rivolta sociale. I “No Kings” italiani, in relazione con i movimenti di diversi paesi europei, stanno promuovendo la possibilità che la giornata del 20 novembre veda come minimo comune denominatore una mobilitazione europea che ponga al centro tanto il rifiuto della corsa alla guerra e alle spese di riarmo quanto la richiesta di investimenti reali per sostenere la scuola pubblica e il disagio sociale che cresce nel continente.
In questo quadro uno degli elementi che accomunano i Paesi europei e non solo, è quello della crescente torsione autoritaria. Si manifesta in alleanze reazionarie che di fatto potrebbero eliminare i pochi spazi di democrazia formale ancora esistenti quanto in decretazioni d’urgenza o in azioni repressive volte a reprimere ogni forma di dissenso e di conflitto. Da mesi un gruppo nutrito e articolati di attiviste e attivisti sta lavorando alla realizzazione a Padova, per il 15 e 16 gennaio prossimi, di un convegno contro l’autoritarismo in cui provare a ragionare tanto di come opporsi concretamente a questa torsione sia a come prospettare modalità di agire il conflitto senza che prevalgano paura e intimidazione. Si tratta di un lavoro complesso in cui, come in ogni forma di convergenza, si incontrano e a volte si scontrano, generazioni, linguaggi, culture politiche non propriamente omogenee, ma che sembrano comunque rendersi sempre più conto che l’avversario comune sia al di fuori dai recinti della sinistra e abbia ben delineato le proprie coordinate egemoniche: guerra, sfruttamento, incompatibilità del profitto anche con le costituzioni borghesi, razzismo sdoganato come elemento comune e impianto ideologico dominante.
Se si può trarre un bilancio da questo incontro lo si potrebbe sintetizzare in poche parole “positivamente interlocutorio e carico di stimoli operativi”. Da apprezzare soprattutto una forte presenza giovanile e attiva che non si è limitata ad ascoltare ma si è anche appropriata dei luoghi di discussione anche a costo di escludere chi non appartiene alla loro generazione. Ma è presto per capire quanto questo si possa tradurre in nuova fase e in un nuovo protagonismo di massa, troppi sono ancora gli ostacoli e permangono, anche se meno evidenti, tentativi di mantenere forme di egemonia. Si prenda come positivo il passo fatto e si riprovi, una volta visti i risultati delle mobilitazioni che verranno messe in atto e delle proposte che emergeranno, a rincontrarci per un ulteriore e più solido salto di qualità. Dagli Usa giungono notizie di indebolimento dei “No Kings” originali, che sembrano aver perso la spinta propulsiva originaria, almeno per ora. Che debba o che possa giungere da questa parte dell’Oceano Atlantico una nuova spinta?
Stefano Galieni

