La sicurezza è “nazionale” quando si tratta di arginare la Cina. Ma chi protegge il lavoro, la capacità produttiva, la tecnologia e l’indotto europei? La vicenda Pirelli mostra una forma di deindustrializzazione che non comincia con le lettere di licenziamento. Comincia quando la fabbrica rimane, ma la nuova capacità produttiva, i nuovi posti di lavoro e l’apprendimento tecnologico si spostano altrove.
Nell’aprile 2025 Pirelli spiegava che l’espansione produttiva negli Stati Uniti era ferma per gli ostacoli normativi legati alla governance e alla presenza di Sinochem nell’azionariato. Un anno dopo il governo italiano è intervenuto con il Golden Power, riducendo fortemente l’influenza cinese sulla società. Pirelli ha poi dichiarato che proprio quelle modifiche le hanno permesso di concordare con il Bureau of Industry and Security americano le condizioni per introdurre Cyber Tyre sul mercato statunitense. Il 22 settembre arriva la conseguenza industriale: circa un miliardo di euro destinato allo stabilimento di Rome, in Georgia, capacità fino a sei milioni di pneumatici l’anno entro il 2033, ultima generazione del sistema robotizzato MIRS, Cyber Tyre e circa mille nuovi posti di lavoro. Cyber Tyre non è semplicemente una gomma più sofisticata. È un sensore che dialoga con l’elettronica del veicolo e trasforma lo pneumatico in una componente del sistema digitale dell’automobile. Già nel 2009 Pirelli lavorava con Brembo e Magneti Marelli per integrare pneumatico intelligente, sistemi frenanti ed elettronica di controllo. Questa è la natura della manifattura avanzata: una tecnologia non cresce isolatamente, ma insieme a software, automazione, componentistica, ricerca, manutenzione e fornitori. Non sappiamo quali aziende seguiranno Pirelli negli Stati Uniti e sarebbe arbitrario sostenerlo. Sappiamo però che spostare il centro della crescita significa spostare progressivamente anche il baricentro dell’ecosistema industriale.
Non contenti, gli Stati Uniti alzano ancora l’asticella. Proprio il 22 settembre, lo stesso giorno in cui Pirelli approva il miliardo di investimenti in Georgia, al Senato viene formalmente riportato il Connected Vehicle Security Act, S.4429. Non è ancora legge, ma il testo dice molto della direzione americana: industria automobilistica, occupazione, filiere, manifattura avanzata e leadership tecnologica vengono trattate come parti della sicurezza economica nazionale. Per determinate categorie di veicoli connessi e tecnologie associate introduce restrizioni legate alla presenza di soggetti riconducibili ai paesi classificati come avversari, con soglie superiori al 15 per cento per i produttori di veicoli connessi e al 25 per cento per determinate attività legate a software e componenti.
Non occorre ordinare una delocalizzazione. Basta modificare le condizioni di accesso a un mercato abbastanza grande perché governance, capitale, produzione e ricerca vengano riorganizzati di conseguenza. La fabbrica italiana può continuare a produrre mentre quella americana diventa la fabbrica nella quale cresce la generazione successiva. È questa la forma più difficile da vedere della deindustrializzazione: il marchio resta, il brevetto resta, gli occupati di oggi possono perfino restare. Sono gli investimenti, i nuovi lavoratori e le competenze di domani a nascere altrove.
Il secondo movimento arriva dai semiconduttori. Il MATCH Act, S.4281, anch’esso ancora un progetto di legge, mira ad allineare i controlli degli alleati sulle esportazioni di apparecchiature per chip verso la Cina a quelli statunitensi. Il testo prevede prima la pressione diplomatica sugli alleati e poi, in assenza di allineamento, la possibilità di estendere i controlli americani a determinati prodotti stranieri attraverso tecnologie e componenti sottoposti alla giurisdizione statunitense. Il bersaglio europeo più evidente è ASML. Non è più soltanto la questione di dove produrre: diventa anche la questione di chi possa decidere a quale mercato vendere e persino dove prestare assistenza alle apparecchiature installate.
Si delinea così un vicolo cieco. Per conservare l’accesso agli Stati Uniti, le imprese europee possono essere spinte a ridurre determinati rapporti con la Cina; nello stesso tempo Washington cerca di ottenere che anche le tecnologie europee limitino l’accesso al mercato cinese. L’Europa rischia quindi di perdere su entrambi i lati: una parte della nuova capacità industriale cresce negli Stati Uniti, mentre si restringe uno dei mercati nei quali le tecnologie ancora prodotte in Europa potrebbero essere vendute.
L’asimmetria non riguarda soltanto la tecnologia. Riguarda l’energia, cioè una delle condizioni materiali della produzione. Nell’accordo economico transatlantico del 2025 l’Unione europea ha dichiarato l’intenzione di acquistare fino al 2028 gas naturale liquefatto, petrolio e prodotti nucleari statunitensi per 750 miliardi di dollari. Nello stesso documento Bruxelles si impegna a lavorare a requisiti di sicurezza tecnologica “in linea” con quelli americani. Energia e allineamento tecnologico compaiono quindi nello stesso quadro politico.
Intanto la Commissione riconosce che i prezzi industriali dell’energia in Europa restano molto superiori a quelli dei principali concorrenti: l’elettricità industriale è stata indicata a livelli due o tre volte superiori a quelli statunitensi, mentre il differenziale sul gas è ancora più ampio. Questo non è un dettaglio contabile. Se l’energia costa strutturalmente di più in Europa, il differenziale diventa un incentivo permanente a localizzare nuova capacità produttiva dove produrre costa meno.
Washington, peraltro, conserva per sé margini che l’Europa tende a restringere. Gli Stati Uniti hanno vietato l’importazione di uranio russo, ma la normativa consente deroghe quando non esista una fonte alternativa praticabile o quando l’importazione venga considerata nell’interesse nazionale. Non significa che l’Europa compri dagli Stati Uniti energia russa rivenduta a prezzo maggiorato: questo non è dimostrato. Significa però qualcosa di politicamente più chiaro. Gli Stati Uniti subordinano le proprie restrizioni alle esigenze della propria base produttiva; l’Europa dovrebbe chiedersi se faccia altrettanto.
Nemmeno un euro più debole risolve questo problema. Una moneta deprezzata può sostenere le esportazioni europee rendendole meno costose all’estero, ma non annulla un divario strutturale nei costi energetici e rende contemporaneamente più costose molte materie prime acquistate in dollari. Il cambio può guadagnare tempo; non crea fabbriche, filiere o tecnologia. Se la struttura produttiva si indebolisce, non esiste svalutazione capace di sostituirla.
È a questo punto che il rapporto con la Cina va guardato fuori dalla grammatica dei blocchi. Pechino ovviamente ha interessi propri, né sono inesistenti i problemi di reciprocità, accesso al mercato o squilibri commerciali. Ma la Cina continua a proporre commercio, investimenti, negoziato e istituzioni multilaterali come terreno della relazione economica. Soprattutto, quella relazione non è chiusa: il 29 giugno Cina e Unione europea hanno istituito un nuovo meccanismo di consultazione su riequilibrio commerciale e degli investimenti, controlli sulle esportazioni, proprietà intellettuale e riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio.
E mentre la Cina viene trattata sempre più attraverso la categoria americana del nemico, alcune esperienze europee parlano tutt’altra lingua e meritano attenzione. Gotion investirà circa 1,1 miliardi di euro nell’impianto PowerCo di Valencia acquisendone il 49 per cento e partecipando allo sviluppo di una filiera europea delle batterie. Stellantis e CATL stanno realizzando a Saragozza una società paritetica con investimenti fino a 4,1 miliardi per una fabbrica di batterie al litio-ferro-fosfato che potrà raggiungere una capacità di 50 GWh. Capitale e tecnologia cinesi, ma fabbriche, lavoro e capacità produttiva in Europa.
Ci si chiede, perché solo in Europa non sappiamo usare il mercato europeo per negoziare le condizioni delle partnership industriali e commercaili? Se Pechino vuole venderci automobili, batterie e tecnologie, l’Europa può pretendere produzione locale, ricerca, occupazione, fornitori europei, tutela dei dati e maggiore accesso per le proprie imprese in Cina. Questo è il contrario della passività: significa trasformare l’interdipendenza in capacità produttiva europea. I cinesi sono assolutamente disponibili a sedersi e decidere insieme le regole per investire in Europa. e lo hanno detto in tutte le lingue possibili.
Ed è proprio qui che la costruzione di una separazione sempre più rigida dalla Cina rischia di chiudere una delle poche vie d’uscita dal vicolo cieco in cui si trova l’unione Europea. Se restringiamo gli investimenti cinesi mentre la nuova capacità europea viene attirata negli Stati Uniti, se accettiamo ci infliggiamo costri energetici più alti e siamo disposti a farci letteralmente dettare legge sui mercati nei quali possiamo vendere le nostre tecnologie, resta una domanda molto semplice: su che cosa pensa di competere l’Europa?
Non si riequilibra una relazione commerciale semplicemente comprando meno dalla Cina. Bisogna avere qualcosa da venderle. E per avere qualcosa da vendere bisogna continuare a produrre, innovare e industrializzare in Europa.
Da sinistra sarebbe opportuno , anzi necessario affrontare materialmente il tema occupazionale , non solo affrontare di volta in volta la crisi di turno, questo è il punto. Perdere manifattura avanzata significa perdere operai specializzati, tecnici, ingegneri, ricerca, fornitori, salari, organizzazione del lavoro e gettito fiscale. Significa perdere anche una parte della base materiale sulla quale si finanzia il welfare. Politica industriale e politica sociale non sono due problemi separati: decidere dove vengono investiti il capitale e la tecnologia significa decidere dove saranno creati il reddito e il lavoro della prossima generazione.
Se Cyber Tyre è strategico quando bisogna proteggerlo dall’influenza cinese, deve essere strategico anche il luogo nel quale Cyber Tyre cresce. Se ASML è una risorsa europea, deve contare anche la capacità europea di decidere dove vende. Se l’energia è una condizione della produzione, il suo costo non può essere trattato come una variabile secondaria rispetto all’allineamento geopolitico.
Altrimenti la fabbrica resta, il marchio resta e il brevetto resta. È il futuro che si sposta. E questo, più che sicurezza, ha il sapore di uno scippo.
