La decisione del Parlamento spagnolo di respingere le misure proposte dal Governo Sánchez per rafforzare la tutela degli inquilini, limitare gli sfratti dei soggetti più vulnerabili e contrastare gli effetti della speculazione immobiliare rappresenta molto più di una vicenda interna alla politica spagnola. Le misure bocciate prevedevano, tra l’altro, il blocco degli sfratti delle persone vulnerabili fino al 2030, la proroga del congelamento degli affitti e nuove regole per gli affitti a breve termine. Il Parlamento le ha respinte in un clima di forte tensione sociale e di crescente protesta contro l’emergenza abitativa.
È un voto che parla all’intera Europa.
Parla a milioni di famiglie che ogni mese devono scegliere se pagare l’affitto o rinunciare ad altre spese essenziali. Parla ai giovani che non riescono ad uscire dalla casa dei genitori. Parla ai lavoratori che vedono una quota sempre maggiore del proprio salario assorbita dall’abitare. Parla agli anziani che rischiano lo sfratto dopo una vita trascorsa nella stessa abitazione.
Per questo la reazione che si sta sviluppando in Spagna non può essere considerata una semplice protesta locale. Le mobilitazioni di Madrid, la resistenza degli inquilini, le manifestazioni davanti al Parlamento e l’appello lanciato dai sindacati degli inquilini spagnoli pongono una questione che riguarda tutto il continente: se la crisi è europea, anche la risposta deve diventare europea. Dopo la bocciatura delle misure, gli stessi attivisti spagnoli hanno dichiarato di voler lavorare alla prospettiva di uno sciopero generale. La più grande emergenza sociale europea
Per anni la questione abitativa è stata trattata come un problema marginale. Oggi è impossibile continuare a ignorarla.
I dati europei confermano che la casa è diventata una delle principali fonti di disuguaglianza sociale. Nel 2025 i prezzi delle abitazioni nell’Unione Europea risultavano aumentati del 63,6% rispetto al 2015, mentre gli affitti sono cresciuti del 21,1%. In molti Paesi la crescita dei canoni ha superato ampiamente l’aumentati.
Secondo i dati europei, nel 2025 il 7,7% della popolazione dell’Unione Europea viveva in condizioni di “housing cost overburden”, cioè destinando oltre il 40% del reddito disponibile ai costi dell’abitare. Significa circa 34 milioni di persone.
Contemporaneamente l’Europa registra una crescente difficoltà di accesso all’alloggio, una riduzione dell’offerta pubblica e sociale e una sempre più accentuata finanziarizzazione del mercato immobiliare. Studi e analisi europee descrivono una situazione nella quale le abitazioni vengono trattate sempre più come attività finanziarie e sempre meno come beni sociali.
Non è un caso che la Commissione Europea abbia dovuto riconoscere l’esistenza di una vera e propria crisi abitativa continentale e che per la prima volta le istituzioni europee abbiano inserito il tema della casa tra le priorità politiche. Il fallimento del modello fondato sulla rendita
La vicenda spagnola ha un valore simbolico proprio perché mette a nudo il conflitto che attraversa oggi tutta l’Europa.
Da una parte vi sono milioni di inquilini, lavoratori, studenti, pensionati e famiglie che chiedono affitti sostenibili, protezione dagli sfratti e investimenti pubblici.
Dall’altra vi è un modello economico che ha progressivamente trasformato la casa in un mercato finanziario.
Negli ultimi anni fondi immobiliari, grandi investitori, società di gestione patrimoniale e piattaforme legate agli affitti turistici hanno acquisito un peso crescente nelle città europee. La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: diminuisce l’offerta abitativa accessibile, aumentano i valori immobiliari e interi quartieri vengono progressivamente espulsi dalle loro funzioni sociali.
La crisi non è il prodotto di un fenomeno naturale.
È il risultato di precise scelte politiche. Della riduzione dell’edilizia pubblica. Della privatizzazione del patrimonio abitativo. Della rinuncia degli Stati a intervenire sul mercato degli affitti. Della convinzione che il mercato avrebbe risolto da solo il problema della casa.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Perché serve uno sciopero generale europeo
La proposta avanzata dall’Unione Inquilini di aprire una discussione sulla costruzione di uno sciopero generale europeo per il diritto alla casa nasce da questa consapevolezza.
Non si tratta di una provocazione.
Si tratta della presa d’atto che la questione abitativa è ormai diventata il principale terreno di scontro sociale nel continente.
La casa riguarda il salario. Riguarda il welfare. Riguarda il lavoro. Riguarda i giovani. Riguarda le pensioni. Riguarda il diritto alla città e alla permanenza nei territori.
Non esiste oggi una vera politica sociale che possa prescindere dalla questione abitativa.
Per questo non basta più la mobilitazione dei soli movimenti per la casa.
Occorre coinvolgere il sindacalismo europeo, le organizzazioni dei lavoratori, le associazioni sociali, le reti studentesche e tutte le realtà che operano contro le disuguaglianze.
Uno sciopero generale europeo per il diritto alla casa avrebbe il merito di unificare rivendicazioni che oggi si esprimono in forme separate:- stop agli sfratti;- controllo pubblico degli affitti;- contrasto ai fondi immobiliari speculativi;- utilizzo del patrimonio pubblico inutilizzato;
rilancio dell’edilizia residenziale pubblica; tutela degli inquilini;
diritto dei giovani all’autonomia abitativa;lotta alla finanziarizzazione della casa.
Dalla solidarietà all’azione
L’Appello europeo promosso da Unione Inquilini e dall’Alleanza Internazionale degli Abitanti, sottoscritto da oltre 300 organizzazioni, dimostra che una rete europea per il diritto alla casa esiste già.
Le mobilitazioni internazionali di ottobre dedicate a Sfratti Zero rappresentano un primo passo.
Ma il voto del Parlamento spagnolo ci dice che siamo arrivati a un punto di svolta.
Quando persino misure limitate di tutela degli inquilini vengono respinte in nome delle esigenze del mercato, diventa evidente che il conflitto non riguarda più singole norme ma il modello di società che si vuole costruire.
Per questo non basta esprimere solidarietà agli inquilini e ai movimenti spagnoli.
Occorre raccogliere la loro sfida.
La lotta che oggi attraversa Madrid, Barcellona e la Puerta del Sol è la stessa che attraversa Roma, Milano, Lisbona, Parigi, Berlino e Bruxelles.
La crisi è europea.
E europea deve diventare la risposta.
Perché il diritto alla casa non può essere subordinato agli interessi della rendita finanziaria. E perché, senza una grande mobilitazione sociale e sindacale continentale, milioni di persone continueranno a pagare il prezzo di una crisi che non hanno creato.
La casa non è una merce. È un diritto. E come tutti i diritti, va difesa collettivamente.
Silvia Paoluzzi segretaria nazionale Unione Inquilini










