Il Fondo Monetario si mangia l’Europa

di Paola Boffo –

Cerchiamo in questo articolo di ricostruire, con il necessario ed opportuno rimando ai documenti istituzionali menzionati, nonché ad alcuni commenti autorevoli, la vicenda del Meccanismo Europeo di Stabilità, balzata alle cronache in queste ore. Il tema è complesso e dunque suscettibile di ulteriori verifiche e aggiornamenti.

Le notizie allarmanti emerse da qualche giorno sulla stampa e sui social sulla prossima probabile / possibile approvazione da parte del Consiglio Europeo della riforma del trattato sul Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), sono incentrate sull’accusa al Presidente del Consiglio Conte di aver approvato la riforma senza aver informato il Parlamento. Tutto è iniziato con un articolo su Insideover, testata registrata de il Giornale online srl, direttore responsabile Alessandro Sallusti, un articolo su La Verità, poi un video di Matteo Salvini su Facebook, che accusa Conte addirittura di alto tradimento per aver firmato “magari di notte”, un nuovo trattato che più che salva Stati sarebbe ammazza Stati, e le accuse analoghe mosse da Giorgia Meloni.

Poi sono venuti i tweet sul tema di Alberto Bagnai, Presidente della 6ª Commissione permanente (Finanze e tesoro) del Senato e di Carlo Borghi, Presidente della V Commissione (Bilancio, Tesoro e Programmazione) della Camera, che sono troppo frequenti per riportarli qui, ma possono essere letti facilmente in rete.

Le notizie sono rapidamente assurte alla ribalta nazionale ed istituzionale, dopo che la Presidenza del Consiglio ha smentito seccamente che ci sia stato alcun voto sulla riforma, e che questo dovrebbe essere ben noto a chi ricopriva qualche mese fa la carica di Vicepresidente del Consiglio.

A proposito della dovuta informazione al Parlamento va detto, infatti, che già nella Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia alla UE per il 2019 si legge: “Quanto a ESM, l’Italia sarà favorevole ad iniziative volte a migliorare l’efficacia degli strumenti esistenti, rendendone possibile l’utilizzo ed evitando l’attuale effetto “stigma”. Si opporrà tuttavia all’affidamento a ESM di compiti di sorveglianza macroeconomica degli Stati membri che rappresenterebbero una duplicazione delle competenze già in capo alla Commissione europea. In questo contesto il Governo intende lanciare un dibattito sui poteri e le prerogative della Banca Centrale Europea, con particolare riguardo al ruolo di prestatore di ultima istanza e alla politica dei cambi. In questa prospettiva assumerà tutte le iniziative utili per dare vita ad un Gruppo di lavoro ad alto livello che esamini la rispondenza dell’architettura istituzionale europea vigente e della politica economica con gli obiettivi del trattato istitutivo.”

Giovedì 21 marzo 2019 nel Bollettino delle Giunte e Commissioni parlamentari della Camera dei Deputati (XVIII legislatura) sulle Politiche dell’Unione europea (XIV) si legge, tra l’altro: “In materia di finanza pubblica e governance economica, come evidenziato dalla V Commissione, appare opportuno rinviare, in vista delle prossime elezioni del Parlamento europeo, la chiusura dell’esame in sede europea delle proposte relative, in particolare, all’istituzione di un Ministro europeo dell’economia e delle finanze (COM-2017-823) e di un Fondo monetario europeo, strutturato sulla base del Meccanismo europeo di stabilità (MES), che potrebbe avere un rilevante impatto sulla politica economica di ogni Stato membro, nonché della proposta di Direttiva del Consiglio (COM-2017-824) che imporrebbe di incorporare il Trattato del Fiscal Compact nel diritto dell’Unione europea, che rappresenterebbe il rafforzamento di un «vincolo esterno» tramite la sua internazionalizzazione nel diritto dell’Unione europea, con effetti potenzialmente restrittivi sull’economia nazionale.

Si ritiene peraltro condivisibile la posizione assunta dal Governo sia nel ribadire la propria contrarietà circa l’affidamento all’istituendo Fondo monetario europeo di compiti di sorveglianza macroeconomica degli Stati membri – che rappresenterebbero una duplicazione delle competenze già in capo alla Commissione europea – sia nel farsi promotore di un dibattito sulle funzioni della Banca centrale europea.

In generale, come evidenziato anche dalla V Commissione, per ciò che attiene alle proposte della Commissione europea, pur apprendendo con soddisfazione che il Governo ha rilevato una serie di criticità sulle quali sarà necessario un confronto serrato in fase negoziale, risulta opportuno che il Governo stesso si impegni sin d’ora, qualora il confronto negoziale non conduca agli esiti auspicati, ad esprimere il proprio voto contrario in seno a tutti i competenti organi dell’Unione europea, ferma restando l’opportunità, ove possibile, di sospendere ogni determinazione conclusiva nell’ambito dei predetti organi nell’attesa degli esiti delle prossime consultazioni elettorali per l’elezione del Parlamento europeo.”

Conte ha anche fatto sapere che al Consiglio europeo di dicembre l’Italia si comporterà esattamente come già stabilito nell’estate scorsa, quando, nella seduta del 19 giugno 2019 della Camera tenutasi per “Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri in vista del Consiglio europeo del 20 e 21 giugno 2019” nella sua replica affermava: “Esprimo il parere sulla proposta di risoluzione di maggioranza Molinari e D’Uva n. 6- 00076. In particolare, su questa prendo atto dell’invito ad avviare un dibattito nelle istituzioni europee” – è il punto nono, tra gli impegni che vengono sottoposti al Governo – “al fine di riformare i parametri di stabilità, prevedendo tra gli altri l’esclusione degli investimenti produttivi, inclusi quelli in capitale umano (…)”, e poi anche “(…) l’abolizione del riferimento al saldo strutturale (…)” “(…), al fine di sostenere crescita, lavoro e inclusione sociale (…)”. Qui mi permetto solo di avvertire che, forse più puntualmente, piuttosto che riformare il parametro di stabilità sarebbe più corretto “il Patto di stabilità e di crescita”; e per quanto riguarda l’abolizione del riferimento al saldo strutturale, suggerirei la “revisione”: una piccola sfumatura. Ritengo sia anche un buon suggerimento quello di invitare “a promuovere, in sede europea,” – penultimo capoverso – “una valutazione congiunta dei tre elementi del pacchetto di approfondimento dell’Unione economica e monetaria”. I tre elementi, lo ricordo, sono la riforma del trattato del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), dello Schema europeo di garanzia sui depositi (EDIS) e del budget dell’area euro. Ritengo che questo suggerimento sia proficuo, anche perché effettivamente sono dei meccanismi che devono procedere in una logica complessiva unitaria, ed è giusto che sia dal punto di vista sostanziale, che dal punto di vista tecnico e principalmente anche politico possano essere soppesati nel loro complesso, e quindi non si proceda con singole approvazioni o singoli approfondimenti senza procedere unitariamente. Esprimo, quindi, parere favorevole a questa risoluzione delle forze di maggioranza, mentre esprimo parere negativo per le altre a nome del Governo.”

Nelle risoluzioni approvate alla Camera e in Senato (n. 6-00065 Patuanelli, Romeo) si impegna, tra l’altro il Governo «in ordine alla riforma del Meccanismo europeo di stabilità, a non approvare modifiche che prevedano condizionalità che finiscano per penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti, e che minino le prerogative della Commissione europea in materia di sorveglianza fiscale» e a «render note alle Camere le proposte di modifica al trattato MES, elaborate in sede europea, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato».

La risoluzione del Partito Democratico, nella stessa sede, respinta, chiedeva al Governo fosse impegnato “e) a sostenere la revisione del trattato del Meccanismo europeo di stabilità (MES) con l’obiettivo di migliorare l’efficacia degli strumenti esistenti, evitando di attribuire al MES i compiti di sorveglianza macroeconomica già esercitati dalla Commissione europea)”.

La risoluzione proposta da Liberi e Uguali, anch’essa respinta, sul tema chiedeva invece che il governo fosse impegnato a “c) ad adottare iniziative per soprassedere in questa fase all’istituzione di un Ministero del Tesoro unico dell’Eurozona nei termini proposti dalla Commissione e rifiutare la trasformazione del meccanismo europeo di stabilità in Fondo monetario europeo dotato dei poteri di sorveglianza dei bilanci nazionali e dei connessi automatismi per la ristrutturazione dei debiti sovrani; d) ad adottare iniziative volte all’introduzione tra gli indicatori utilizzati, ai fini della verifica del rispetto delle regole europee, anche del criterio del saldo commerciale, puntando alla riduzione almeno al 3 per cento del limite massimo per il saldo positivo e negativo di bilancia commerciale di ciascun Paese membro e la contestuale predisposizione di un apparato sanzionatorio analogo a quello già previsto in caso di mancato rispetto per i deficit di bilancio eccessivi e dei vigenti parametri di natura fiscale.

D’altro canto, il 7 febbraio 2018 (quando al governo c’era Gentiloni) le Commissioni riunite V e XIV, esaminata, ai sensi dell’articolo 127 del Regolamento della Camera dei deputati, la proposta della Commissione europea, ai sensi della legge 234/2012, per un regolamento del Consiglio sull’istituzione del Fondo monetario europeo (COM-2017- 827), premesso che la proposta di regolamento prevede l’istituzione di un Fondo monetario europeo (FME), basato sulla struttura ormai consolidata del Meccanismo europeo di stabilità (cosiddetto Fondo « salva-Stati », ESM), ma ancorato all’ordinamento giuridico dell’UE, posto che attualmente l’ESM è disciplinato da un apposito accordo intergovernativo; avevano espresso una VALUTAZIONE FAVOREVOLE, con la seguente osservazione: “si valuti l’opportunità di attribuire al FME la capacità di collocare titoli anche sul mercato primario e non solo a banche e istituzioni finanziarie, al fine di potenziarne le possibilità di raccolta di capitale, adottando le necessarie precauzioni a tutela dei risparmiatori.”

Analogamente si era pronunciato il Senato il 24 gennaio 2018.

Nel frattempo sono cambiate maggioranze parlamentari e governi.

Che cosa è il MES

Il Meccanismo Europeo di Stabilità è stato istituito nell’ottobre 2012 al culmine della crisi economica che ha compromesso seriamente la crescita economica e la stabilità finanziaria e hanno provocato un grave deterioramento delle posizioni del disavanzo e del debito degli Stati membri.

Il MES fa parte della strategia dell’UE intesa a garantire la stabilità finanziaria nella zona euro. Fornisce assistenza ai paesi della zona euro che si trovano di fronte o rischiano di dover affrontare difficoltà finanziarie e prosegue l’opera del suo predecessore, il Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF), istituito nel 2010, che, ai sensi del Regolamento del Consiglio 407 del 11 maggio 2010 avrebbe consentito all’Unione di rispondere in maniera coordinata, rapida ed efficace a difficoltà gravi in un determinato Stato membro e la sua attivazione sarebbe avvenuta nel contesto di un sostegno congiunto UE/Fondo monetario internazionale (FMI), in collegamento con la Banca centrale europea (BCE), formalizzando l’intervento della troika nell’economia degli Stati.

I paesi della zona euro hanno firmato il trattato intergovernativo che ha istituito il MES il 2 febbraio 2012. Inaugurato alla fine dell’anno 2012, MES è un’organizzazione intergovernativa regolata dal diritto pubblico internazionale, con sede in Lussemburgo. I suoi azionisti sono i paesi della zona euro. MES emette strumenti di debito per finanziare prestiti e altre forme di assistenza finanziaria nei paesi della zona euro.

Il MES è autorizzato a:

  • concedere prestiti nell’ambito di un programma di aggiustamento macroeconomico;
  • acquistare titoli di debito sui mercati finanziari primari e secondari;
  • fornire assistenza finanziaria sotto forma di linee di credito;
  • finanziare la ricapitalizzazione di istituzioni finanziarie tramite prestiti ai governi dei suoi Stati membri.

Come abbiamo visto nell’urgenza del momento venne adottata una soluzione intergovernativa, ma l’esperienza ha dimostrato che la coesistenza tra le istituzioni dell’UE e un meccanismo intergovernativo permanente come il MES genera una situazione complessa in cui la tutela giudiziaria, il rispetto dei diritti fondamentali e la responsabilità democratica sono frammentati e applicati in modo incoerente. Inoltre, il processo decisionale nell’ambito del metodo intergovernativo comporta solitamente un complesso iter procedurale nazionale e spesso non garantisce la rapidità necessaria per un’efficace gestione delle crisi. Il MES, richiamato pure nel Trattato del Fiscal Compact, è quindi esterno al perimetro dell’Unione Europea. Questo è un limite rilevante perché accentua il carattere intergovernativo di alcune delle decisioni più importanti dell’eurozona e perché il MES non risponde delle sue azioni al Parlamento Europeo.

La riforma proposta

Facendo seguito al mandato ricevuto dai leader dell’UE in occasione del Vertice euro del 14 dicembre 2018, l’Eurogruppo del 13 giugno 2019 ha raggiunto, dunque, un ampio accordo sulla revisione del trattato del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), i cui principali contenuti sono riportati in una lettera del Presidente Centeno indirizzata al Presidente del Consiglio europeo in vista del Vertice euro del 21 giugno 2019, che allo stato attuale sembrerebbe superare la proposta di istituzione di un Fondo Monetario Europeo, finalizzata a includere il Meccanismo nel quadro giuridico dell’UE in una fase successiva. Questo intento, peraltro, discende direttamente dall’accordo franco-tedesco (“Renewing Europe’s promises of security and prosperity”, una dichiarazione comune adottata durante il Consiglio dei Ministri di Francia e Germania del 19 Giugno 2018 tenutosi a Meseberg, Germania), che statuisce che “Come primo passo, dobbiamo modificare il trattato intergovernativo del MES al fine di includere uno strumento di sostegno comune, rafforzare l’efficacia degli strumenti precauzionali per gli Stati membri e rafforzare il suo ruolo nella valutazione e nel monitoraggio dei programmi futuri. E in un secondo momento, possiamo quindi garantire l’integrazione del MES nel diritto dell’UE, preservando le caratteristiche chiave della sua governance.”

A giugno, i Leader europei hanno invitato l’Eurogruppo in formato inclusivo a continuare a lavorare su tutti gli elementi del pacchetto globale sul rafforzamento dell’UEM, ed innanzitutto, hanno concordato di proseguire i lavori per finalizzare il pacchetto di documenti relativi alla revisione del Trattato MES entro dicembre. Ciò include i documenti relativi all’introduzione del backstop comune (Linee guida sulle principali caratteristiche del backstop, abolizione dello strumento di ricapitalizzazione diretta delle istituzioni), i lavori sull’introduzione precoce del backstop, “le modifiche all’orientamento degli strumenti precauzionali e il documento di lavoro metodologico comune sull’analisi della sostenibilità del debito. Abbiamo invitato la Commissione e il MES a iniziare a lavorare su quest’ultimo quanto prima. Ci impegneremo a compiere progressi significativi su questi temi entro novembre.”

Si tratta di elementi molto importanti, non ancora definiti, che rendono incerta una effettiva definizione di tutti gli elementi che dovrebbero consentire un consenso generalizzato sulla riforma alla scadenza di dicembre 2019.

Le modifiche concordate al trattato del MES, sulle quali il Presidente dell’Eurogruppo ha espresso l’auspicio che si possa trovare un accordo complessivo sull’intero pacchetto di riforme entro la fine del 2019, in modo da consentire un immediato avvio del processo di ratifica negli Stati membri, sarebbero, in particolare, le seguenti.

Il MES, oltre a supportare la risoluzione delle crisi relative alle finanze pubbliche degli Stati membri, fornirebbe anche una garanzia comune (backstop) al Fondo di risoluzione unico delle banche sotto forma di linea di credito rotativo; una posizione comune dovrebbe stabilire le nuove modalità di cooperazione tra il MES e la Commissione europea all’interno e all’esterno dei programmi di assistenza finanziaria, nel pieno rispetto del quadro giuridico dell’UE; già nell’aprile 2018 MES e Commissione europea hanno firmato un memorandum di intesa sulla loro futura cooperazione, che preserva il ruolo e le prerogative istituzionali derivanti dai trattati. Commissione e MES dovrebbero procedere ad incontri periodici e scambi di informazioni in relazione alle loro specifiche competenze. Nella preparazione dell’assistenza finanziaria, la Commissione dovrebbe assicurare la coerenza fra le misure adottate e il quadro di coordinamento della politica economica europea, lavorando sulla base delle proprie previsioni di crescita e delle ulteriori stime effettuate, mentre il MES dovrebbe valutare, nella prospettiva del creditore, le potenzialità di accesso al mercato da parte degli Stati membri e i relativi rischi. Nel caso in cui la collaborazione non dovesse portare a una posizione comune, alla Commissione europea spetterebbe la valutazione generale sulla sostenibilità del debito pubblico mentre al MES quella della capacità di rimborso del prestito da parte dello Stato membro interessato. Il MES, in collaborazione con la Commissione europea e la BCE, avrebbe il compito di monitorare e valutare il quadro macroeconomico e la situazione finanziaria dei suoi membri, compresa la sostenibilità del debito pubblico; tale attività si svolgerebbe in via preventiva, indipendentemente da richieste di sostegno e ad a uso esclusivamente interno, per mettere poi il MES nelle condizioni di rispondere tempestivamente alle eventuali richieste (articolo 3), o comunque successivamente alla formale presentazione di una richiesta di supporto finanziario. In quest’ultimo caso, la valutazione dovrebbe eseguirsi in modo trasparente e prevedibile, pur consentendo un margine sufficiente di giudizio (articolo 13); sarebbero riformate le clausole d’azione collettiva con l’introduzione, a partire dal 1° gennaio 2022, anche delle clausole d’azione collettiva con approvazione a maggioranza unica (single limb CACs) (articolo 12); circa gli strumenti precauzionali (ovvero l’apertura di linee di credito a Paesi che ne fanno richiesta), sarebbero introdotti criteri più stringenti ed una procedura semplificata per i Paesi in grado di garantire il rispetto di specifici requisiti (allegato 3 del Trattato).

Un primo strumento di intervento si configurerebbe come la linea di credito condizionale precauzionale (PCCL) e sarebbe limitato ai Paesi membri la cui situazione economica e finanziaria, pur fondamentalmente solida, potrebbe tuttavia essere influenzata da uno shock negativo al di fuori del loro controllo. Il Paese richiedente dovrebbe soddisfare una serie di 3 criteri e firmare una lettera di intenti impegnandosi a continuare a soddisfare tali criteri.

Gli Stati membri dovrebbero, tra l’altro, rispettare alcuni parametri quantitativi di bilancio nei due anni precedenti la richiesta di assistenza finanziaria (tra cui un disavanzo inferiore al 3% del PIL e un rapporto debito/PIL inferiore al 60% del PIL o una riduzione di questo rapporto di 1/20% all’anno), non essere soggetti alla procedura per disavanzi eccessivi, non avere squilibri eccessivi e il loro debito pubblico dovrebbe essere considerato sostenibile.

La seconda linea di credito soggetta a condizioni rafforzate (ECCL), invece, sarebbe aperta ai membri del MES che non sono ammissibili alla PCCL, a causa della non conformità rispetto ai suddetti criteri di ammissibilità, ma la cui situazione economica e finanziaria rimanga comunque forte e il cui debito pubblico sia considerato sostenibile. Il Paese richiedente dovrebbe firmare un memorandum d’intesa (Memorandum of Understanding – MoU) impegnandosi a intervenire con le necessarie riforme nelle proprie aree di vulnerabilità. Pertanto, mentre la PCCL si baserebbe sulla definizione unilaterale degli interventi da porre in essere per la risoluzione della crisi alla base della richiesta di supporto, la ECCL si fonderebbe sulla negoziazione della condizionalità, da graduare in ragione dell’intensità dell’intervento, con una sostanziale partecipazione della Commissione, del MES e della BCE alla definizione degli interventi da realizzare ai fini della risoluzione della crisi.

Le condizioni di politica economica sono stabilite nel protocollo d’intesa che il paese aderente al programma sottoscrive. Il paese e la Commissione europea a nome del MES negoziano il memorandum d’intesa. Le condizioni sono in genere riforme specifiche, che si possono concentrare normalmente su tre aree:

  • Consolidamento fiscale – misure per ridurre la spesa pubblica, riducendo i costi della pubblica amministrazione e migliorandone l’efficienza, e per aumentare le entrate attraverso privatizzazioni o riforme fiscali;
  • Riforme strutturali – misure per stimolare la crescita potenziale, creare posti di lavoro e migliorare la competitività;
  • Riforme del settore finanziario: misure per rafforzare la vigilanza bancaria o ricapitalizzare le banche.

Il finanziamento del MES sarebbe quindi ancora più condizionato da “accordi” per definire piani di tagli, ristrutturazioni e riforme, sulla falsariga dei planes de ajuste estructural imposti dalla Banca Mondiale e dal FMI ai paesi dell’America latina negli anni ’80 del secolo scorso, e che contribuirono significativamente all’aumento della povertà e al declino della qualità dell’istruzione, della sanità, della protezione sociale e dell’ambiente di quei paesi.

L’avanzamento del processo di approfondimento della UEM

In preparazione del Vertice euro del 21 e 22 giugno 2019 la Commissione aveva preparato un documento di valutazione dei progressi compiuti nell’approfondimento della Unione Economica e Monetaria e della governance economica e sorveglianza dei bilanci, veramente meritevole di lettura, dove si ricorda che subito dopo la crisi finanziaria e del debito, uno dei primi passi è stato dotare la zona euro di meccanismi di gestione della crisi a sostegno dei governi che perdono l’accesso al mercato a tassi di interesse sostenibili e che con una capacità totale di 500 miliardi di euro, il Meccanismo europeo di stabilità può ora fornire assistenza finanziaria agli Stati membri della zona euro colpiti o minacciati da gravi problemi di finanziamento.

Sono, inoltre, stati messi in atto elementi chiave dell’Unione bancaria volti a “rafforzare il settore finanziario, indebolire il legame tra le banche e i rispettivi emittenti sovrani, limitare i salvataggi pubblici delle banche e superare gli effetti destabilizzanti della frammentazione normativa e della vigilanza lungo i confini nazionali. Il codice unico di norme per le banche offre un insieme di norme prudenziali applicabili in tutta l’UE e funge da fondamento per il mercato unico nel settore bancario. Il meccanismo di vigilanza unico supervisiona le banche più importanti dell’Unione bancaria. Se una banca importante fallisce e la sua risoluzione è nell’interesse pubblico, quest’ultima avviene a livello centrale nel contesto del meccanismo di risoluzione unico seguendo un insieme coerente di norme.” (ndr: purché non si tratti di una banca tedesca, visto che, pare, la direzione generale alla concorrenza (Dg Comp) ha espresso parere favorevole al salvataggio da 3,6 miliardi di Nord Lb attraverso l’iniezione di capitali pubblici da parte dello Stato della Bassa Sassonia (che fornirà capitali per 1,7 miliardi). Questa modalità di salvataggio non comporterebbe, secondo Dg Comp, un aiuto di Stato. Dal Sole 24 ore del 14 novembre 2019).

Le discussioni tra gli Stati membri della zona euro in merito all’attuazione della roadmap per l’approfondimento dell’UEM, che riepiloghiamo in coda a questo articolo, hanno avuto luogo nell’Eurogruppo e in altre sedi parzialmente intergovernative, in particolare per quanto riguarda lo strumento di bilancio per la convergenza e la competitività, la riforma del meccanismo europeo di stabilità e il futuro dell’Unione bancaria. La Commissione ha svolto un ruolo soprattutto tecnico e orientato a garantire che i compromessi politici siano coerenti con il quadro giuridico dell’UE. Questo aspetto ci appare particolarmente problematico, .

Per quanto concerne il Meccanismo Europeo di Stabilità, la Commissione rimarca che “a tempo debito” dovrebbe essere incluso nel quadro giuridico dell’UE, e che la proposta di revisione del trattato che istituisce il meccanismo europeo di stabilità, quale soluzione intermedia, mira a rafforzare ulteriormente la prevenzione e la risoluzione delle crisi nella zona euro. Non dovrebbe comportare duplicazioni rispetto ai compiti delle istituzioni dell’UE né rendere più complesso il quadro di sorveglianza economica. In proposito, nel 2018 la Commissione e il meccanismo europeo di stabilità hanno raggiunto un’intesa comune sulla cooperazione a venire al fine di chiarire i rispettivi ruoli.

Il progetto di riforma del Meccanismo europeo di stabilità prevede una revisione degli strumenti finanziari precauzionali intesi a sostenere i paesi con fondamentali economici sani che potrebbero soffrire a causa di shock negativi che sfuggono al loro controllo. È essenziale un chiarimento delle condizioni di accesso a tali strumenti, per garantire la trasparenza e precisare quanto è possibile attendersi da essi. Al tempo stesso le condizioni di ammissibilità non dovrebbero prevalere sull’obiettivo degli strumenti precauzionali, dovrebbero essere coerenti con le condizioni poste dal quadro di sorveglianza dell’UE e dovrebbero essere plasmate in modo da rispettare le competenze delle istituzioni dell’UE.

Sempre la Commissione, a giugno 2019: “È stato convenuto che il meccanismo europeo di stabilità fornisca un sostegno comune al Fondo di risoluzione unico sotto forma di linea di credito. I leader hanno stabilito di introdurre il sostegno a partire dal 2020, completandolo al più tardi entro il 2023. In ultima istanza, il sostegno comune contribuirà ad una gestione efficace e credibile delle crisi bancarie nell’ambito del meccanismo di risoluzione unico e sarà rimborsato attraverso i contributi del settore bancario europeo. Per garantire un quadro di risoluzione credibile per le banche, l’accordo sul sostegno comune deve assicurare che le risorse possano essere messe a disposizione rapidamente. Sono quindi essenziali tempi brevi per il processo decisionale (12/24 ore) e una procedura di votazione d’urgenza. È inoltre importante che le responsabilità del meccanismo europeo di stabilità siano chiaramente definite e che non si creino sovrapposizioni o attriti con le istituzioni e gli organi dell’UE incaricati di vigilare sulle banche o di gestire le crisi bancarie. Un punto ancora più importante è che la riforma del trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità non sia di ostacolo a future modifiche della legislazione dell’UE, poiché questo comporterebbe problemi fondamentali per l’autonomia dell’ordinamento giuridico dell’UE. La legislazione bancaria dell’UE deve rimanere aperta a ulteriori sviluppi conformemente al metodo comunitario, per potersi adeguare alla mutevole situazione del mercato e per completare l’Unione bancaria.”

Alcune autorevoli opinioni sul MES

Come, peraltro, ha rilevato anche Giampaolo Galli, dell’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani presso l’Università Cattolica di Roma nella sua recente audizione alla V Commissione della Camera dei deputati “La riforma in itinere sposta decisamente l’asse del potere economico nell’Eurozona dalla Commissione Europea al MES. Non a caso, nei suoi interventi al Parlamento Europeo, la nuova Presidente della Commissione ha sostanzialmente evitato di parlare della governance dell’Eurozona. In particolare, non ha detto nulla sulla proposta della Commissione di creare un Fondo Monetario Europeo e un ministro delle finanze dell’eurozona dotato di un bilancio capace di svolgere funzioni di stabilizzazione macroeconomica: il silenzio di Ursula von der Leyen si spiega con la considerazione che questo insieme di questioni era già stato affrontato e risolto dall’Eurogruppo e dall’Eurosummit del giugno scorso nel senso di dare un ruolo secondario alla Commissione; in particolare, il MES sta di fatto diventando quello che nelle intenzioni iniziali della Commissione avrebbe dovuto essere il Fondo Monetario Europeo.” Sulla posizione della Commissione al riguardo e su un’Europa “sempre più intergovernativa, sempre meno federalizzante” si può leggere un approfondimento interessante anche qui.

Ancora Galli: “nella riforma che viene proposta emerge, in modo implicito ma abbastanza chiaro, l’idea che un paese che chiede aiuto al MES debba ristrutturare preventivamente il proprio debito, se questo non è giudicato sostenibile dallo stesso MES. Si noti che la novità non sta tanto nella possibilità che un debito sovrano venga ristrutturato – cosa che è già avvenuta nel caso della Grecia – ma nell’idea che la ristrutturazione diventi una precondizione, pressoché automatica, per ottenere i finanziamenti.”

Fra le notizie che abbiamo menzionato in apertura si richiamava anche l’intervento del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, al Seminario OMFIF-Banca d’Italia “Il futuro dell’area dell’euro”, tenutosi a Roma il 15 novembre 2019, con specifico riferimento al suo richiamo all’ “enorme rischio” per l’Italia nascosto nella riforma del MES. Visco dice anche che “La costruzione europea è a un punto morto, mentre sono fortemente necessari progressi nei settori chiave, in cui l’Unione è più brava a vietare le cose che a realizzarle. …Le proposte di riforma elaborate dopo il picco della crisi prevedevano il graduale rafforzamento dell’integrazione, prima nell’area finanziaria e poi per le finanze pubbliche. Tuttavia, sette anni dopo, sono stati compiuti solo progressi parziali. …

Questo deadlock deve essere risolto e devono essere create le condizioni per consentire in futuro di adottare misure che oggi sembrano impossibili. …

L’inflazione nell’area dell’euro rimane a livelli ancora troppo bassi e questi bassi livelli stanno spingendo nuovamente verso il basso le aspettative di inflazione a breve termine. È riemerso il rischio di un disancoraggio delle aspettative a medio-lungo termine. La risposta del Consiglio direttivo (della BCE) è stata tempestiva, adeguata e proporzionata. Ma ancora una volta stiamo vedendo che per sfruttare al massimo il potenziale espansivo delle misure di politica monetaria, altre politiche dovrebbero muoversi nella stessa direzione.

Le politiche fiscali a sostegno dell’attività economica nell’area dell’euro possono offrire un ritorno più rapido alla stabilità dei prezzi. Per garantire una crescita sostenuta e più elevata, sono necessarie riforme per rimuovere eventuali ostacoli allo sviluppo, favorire l’innovazione e aiutare a modernizzare il sistema produttivo. Agendo in modo isolato, la politica monetaria non può fare altro che proseguire lungo il percorso di misure “non standard”. Ciò aumenta il rischio di effetti collaterali negativi, che a loro volta devono essere tenuti sotto controllo utilizzando strumenti di natura sempre più amministrativa.

È stato sostenuto che le politiche fiscali nazionali potrebbero assorbire gli effetti delle fluttuazioni cicliche negli Stati membri e che i mercati finanziari potrebbero fornire un’assicurazione analoga a quella che sarebbe fornita da un’unione fiscale. Tuttavia, le ricadute tra paesi potrebbero ridurre l’efficacia delle iniziative nazionali e, nella situazione attuale, diversi bilanci nazionali hanno poco spazio di manovra a causa degli elevati debiti pubblici. Inoltre, i mercati finanziari europei sono lungi dall’essere perfettamente integrati, il che limita chiaramente la loro redditività come ammortizzatori.

Negli Stati Uniti, in Canada e in altri paesi federali, una parte significativa della variabilità del reddito dei singoli Stati è compensata dal sistema fiscale federale (le stime basate su metodi diversi sono in media del 10-15% sia per gli Stati Uniti che per il Canada). La differenza tra l’area dell’euro e le federazioni a pieno titolo in termini di capacità di assorbimento degli shock è ancora maggiore quando guardiamo ai mercati dei capitali.

Il buon funzionamento di un’area valutaria richiede un mercato unico dei capitali che faciliti l’accesso ai finanziamenti per le imprese. Inoltre, un mercato integrato aiuta ad assorbire gli shock macroeconomici locali, aumenta la solidità del sistema economico e rafforza la stabilità finanziaria. Ciò contribuirebbe ovviamente anche alla trasmissione efficace e rapida delle misure di politica fiscale e monetaria.

Ma è uno sforzo complesso. Implica un’azione decisiva nei confronti dell’armonizzazione delle leggi societarie, in materia di valori mobiliari, fallimentari e fiscali, nonché delle procedure di vigilanza. Mentre tale armonizzazione può iniziare con cambiamenti nella legislazione nazionale pertinente e concentrarsi su quelle aree che possono produrre effetti più ampi, l’obiettivo finale deve essere quello di raggiungere una regolamentazione comune. …

Non credo di dover lottare per convincervi della mancanza di progressi significativi nella costruzione europea. C’è stato un sostanziale trasferimento di sovranità in materia economica e finanziaria, specialmente negli ultimi anni. È davvero illusorio credere che possiamo dirigere il corso dell’economia e della finanza, fenomeni palesemente globali, all’interno degli stretti confini dei singoli paesi europei. La costruzione, tuttavia, è sbilenca e incompleta; la sua stessa sostenibilità richiede che gli elementi mancanti siano incorporati presto.”

Solo pochi giorni fa scrivevamo che “Ancora una volta è quindi necessario ribadire che la manovra economica si può esercitare nei limiti assai stretti dettati dalla UE, e di conseguenza che allo stato delle cose non è possibile praticare una politica fiscale espansiva che possa effettivamente invertire la rotta.”

È sempre più evidente il deficit di democrazia nell’Unione europea, dove la finanza è al governo e la politica è impotente. O meglio, invece di operare per regolare l’economia e adattarla alla società, la politica si è impegnata ad adattare la società all’economia. Invece di proteggere i cittadini dall’insicurezza socio economica, la politica si propone tutt’al più di fungere da soccorritore di ultima istanza nei confronti di coloro che più direttamente sono colpiti.

Le istituzioni europee non sono più (soltanto) quelle previste dai Trattati dell’Unione Europea, ma si arricchiscono di altri enti, non elettivi, con geometria e competenze variabili, nell’ambito della nuova governance, e tutto ciò si traduce, nell’era della disciplina di bilancio, nell’accentuarsi dello scollamento fra i governi “tecnici”, nazionali o sovranazionali, e la rappresentanza democratica. Ed è appena il caso di menzionare il fatto che fondamentali decisioni vuoi di politica economica vuoi relative alla (ri)strutturazione dei sistemi che governano i rapporti di lavoro, la protezione sociale, le regole nei mercati dei servizi, l’intervento dello stato nell’amministrazione e nell’economia, la proprietà pubblica di asset strategici, siano “negoziate” mediante lettere e memorandum allegati, nei quali si pretende di assumere impegni anche per conto delle future maggioranze formate a seguito di elezioni, e in spregio talvolta della volontà popolare espressa dalle consultazioni referendarie.

Appendice

Il pacchetto per l’approfondimento dell’Unione Economica e monetaria – Comunicazione sulle ulteriori tappe verso il completamento dell’Unione economica e monetaria”, COM(2017) 821 del 6 dicembre 2017

(Sul tema si veda anche il dossier del Senato e la valutazione espressa e trasmessa alle istituzioni europee dalle Commissioni V e IX della Camera, espressa ai sensi della legge 234/2012)

La Comunicazione della Commissione denominata “Comunicazione sulle ulteriori tappe verso il completamento dell’Unione economica e monetaria” – COM(2017) 821 presenta la sintesi delle motivazioni e del contenuto delle iniziative presentate dalla Commissione il 6 dicembre 2017, e rammenta in che modo il pacchetto presentato si inserisce in una più ampia tabella di marcia (roadmap) per il completamento dell’Unione economica e monetaria entro il 2025, delineando il cronoprogramma per i successivi 18 mesi.

Il pacchetto rientra pertanto in questa agenda più ampia, aggiungendosi alle misure già adottate e a quelle future, A partire dalla relazione dei cinque presidenti del giugno 2015 e dal Libro bianco sul futuro dell’Europa del marzo 2017, in particolare sulla base dei documenti di riflessione predisposti successivamente. In tal senso rappresenta il contributo della Commissione all’agenda dei leader approvata dal Consiglio europeo del 20 ottobre 2017 (L’agenda dei leader è un programma di lavoro concreto per guidare l’azione dell’UE fino al giugno 2019. È stata elaborata dal presidente Tusk in consultazione con tutti i capi di Stato o di governo dell’UE.).

La Commissione si muove, con le sue proposte, intorno a tre dimensioni: il rafforzamento dell’unità, innanzitutto intorno alla moneta unica per gli stati aderenti e per quelli che si sono impegnati ad aderire all’euro, come parti interdipendenti dell’Unione economica e monetaria; il miglioramento dell’efficienza, attraverso procedure semplificate, maggiori sinergie e l’integrazione di accordi intergovernativi, specificamente quello relativo al patto di bilancio, nei Trattati; l’accrescimento della responsabilità democratica, per fare in modo che i Parlamenti nazionali e il Parlamento europeo possano avere maggiori poteri di controllo sulla governance economica dell’Unione.

Il pacchetto di proposte presentate il 6 dicembre 2017 comprende:

Proposta di REGOLAMENTO DEL CONSIGLIO sull’istituzione del Fondo monetario europeo ancorato al quadro legislativo dell’Unione – COM(2017) 827

La proposta, che ha alla base la struttura ormai consolidata del meccanismo europeo di stabilità, istituito nell’ottobre 2012 al culmine della crisi, crea un Fondo monetario europeo (FME) inserito nel quadro giuridico dell’UE. L’iniziativa assume la forma di una proposta di Regolamento del Consiglio, subordinata all’approvazione del Parlamento europeo, ai sensi dell’articolo 352 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, in base al quale “se un’azione dell’Unione appare necessaria, nel quadro delle politiche definite dai trattati, per realizzare uno degli obiettivi di cui ai trattati senza che questi ultimi abbiano previsto i poteri d’azione richiesti a tal fine, il Consiglio, deliberando all’unanimità e su proposta della Commissione, e previa approvazione del Parlamento europeo, adotta le disposizioni appropriate”. Si tratta di un’iniziativa che era stata già annunciata nella relazione dei cinque presidenti e che era stata richiesta dal Parlamento europeo, il quale ha sottolineato la necessità che il Fondo monetario europeo sia dotato di adeguate capacità di assunzione e di concessione di prestiti e di un mandato chiaramente definito. Il Fondo, istituito come soggetto giuridico unico ai sensi del diritto dell’Unione, dovrebbe succedere al Meccanismo europeo di stabilità, istituito nell’ottobre 2012, e sostituirlo, rafforzandone l’ancoraggio istituzionale. La proposta è integrata dal progetto di quello che potrebbe diventare un accordo intergovernativo con il quale gli Stati membri della zona euro convergono sul trasferimento di fondi dal MES al Fondo monetario.

Proposta mirante ad integrare nella sostanza il trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’ordinamento giuridico dell’Unione – COM(2017) 824

Il trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria è un trattato intergovernativo firmato da 25 Stati membri dell’UE. Esso integra il quadro di bilancio dell’UE, incluso il patto di stabilità e crescita.

La proposta, che assume la forma di una proposta di direttiva del Consiglio, che richiede la consultazione del Parlamento europeo, ai sensi dell’articolo 126, paragrafo 14, secondo comma, del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, dà attuazione all’articolo 16 del trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance, con cui tutte le parti contraenti si sono impegnate giuridicamente ad adottare misure per incorporare il contenuto del trattato nel diritto dell’Unione entro cinque anni dall’entrata in vigore, ossia entro il 1º gennaio 2018. All’epoca dei negoziati sul trattato, in particolare il Parlamento europeo e la Commissione hanno insistito sulla sua incorporazione nel diritto dell’UE entro un lasso di tempo definito, richiesta che gli Stati membri hanno accettato nell’articolo 16. Successive risoluzioni del Parlamento hanno peraltro sottolineato che la governance dell’Unione economica e monetaria deve essere collocata all’interno del quadro istituzionale dell’Unione per essere legittima e democratica. Va altresì ricordato che la regola sul pareggio di bilancio, prevista dal trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria, è già stata incorporata in alcuni ordinamenti nazionali.

Comunicazione sui nuovi strumenti di bilancio per una zona euro stabile nel quadro dell’Unione – COM(2017) 822

La comunicazione illustra in che modo certe funzioni di bilancio di fondamentale importanza per la zona euro e per l’intera UE possano essere sviluppate nell’ambito delle finanze pubbliche attuali e future dell’Unione.

La comunicazione ricorda i risultati che possono essere conseguiti nell’attuale quadro finanziario dell’UE ed espone diverse idee e opzioni, alcune delle quali preparano il terreno per le proposte che saranno presentate in relazione al quadro finanziario pluriennale post-2020. In prospettiva le risorse dell’UE dovrebbero essere usate sempre più per finanziare i beni pubblici europei, in quanto essi apportano un vantaggio all’intera UE e non possono essere garantiti in modo efficace da nessun singolo Stato membro. A tal fine, una modernizzazione del sistema delle risorse proprie potrebbe rivelarsi opportuno se non addirittura indispensabile.

La proposta contempla le iniziative finalizzate al supporto per le riforme strutturali, presentate in pari data (COM 825 e 826), mentre altre proposte citate nel documento saranno presentate successivamente nel contesto del quadro finanziario pluriennale post-2020, per il quale sono state presentate proposte dettagliate nel maggio 2018.

Modifiche mirate del regolamento sulle disposizioni comuni allo scopo di mobilitare finanziamenti a sostegno delle riforme nazionali – COM(2017) 826 N.B.: la proposta è stata abbandonata dalla stessa Commissione, a seguito del mancato consenso che ha raccolto

La proposta, che assumeva la forma di una proposta di regolamento del Consiglio che modifica il Regolamento 1303/2013 recante disposizioni comuni sui Fondi strutturali e di investimento europei, era finalizzata ad introdurre la possibilità per gli Stati membri di utilizzare la riserva di efficacia dell’attuazione istituita ai sensi degli articoli da 20 a 22 del regolamento 1303/2013 al fine di sostenere le riforme strutturali. La proposta di regolamento prevede l’avvio di una iniziativa pilota nel periodo 2018-2020, che offre agli Stati Membri che si sono impegnati ad attuare riforme discusse a livello dell’UE e concordate nei cosiddetti “impegni di riforma” la possibilità di utilizzare in tutto o in parte la riserva di efficacia prevista nell’attuale ciclo di programmazione. La sperimentazione sarebbe attuata in vista di definire nel QFP post-2020 una dotazione di bilancio separata da destinare a azioni per sostenere specifiche riforme strutturali, che si aggiungerebbe ai fondi strutturali e di investimento europei, che manterrebbero il loro insieme di regole e condizionalità. Viene così rafforzato ulteriormente il collegamento tra le priorità del semestre europeo e il bilancio dell’Unione, nell’ambito della politica di coesione, già istituito per il periodo di programmazione 2014-2020.

Modifica volta a rafforzare il programma di sostegno alle riforme strutturali – COM(2017) 825

L’iniziativa assume la forma di una proposta di Regolamento del Consiglio che modifica il Regolamento (UE) 2017/825, per adattare l’obiettivo generale del programma di sostegno alle riforme strutturali e aumentarne la dotazione finanziaria, utilizzando lo strumento di flessibilità a norma dell’articolo 11 dell’attuale quadro finanziario pluriennale e invitando gli Stati membri ad avvalersi della possibilità prevista dall’articolo 11 del regolamento sul programma di trasferire allo stesso una parte delle risorse loro destinate nell’ambito della componente «assistenza tecnica» dei fondi strutturali e di investimento europei (fondi SIE). Il programma di sostegno alle riforme strutturali per il periodo dal 2017 al 2020 esiste dal 20 maggio 2017, con una dotazione di bilancio di 142,8 milioni di euro, ed è stato istituito con l’obiettivo di rafforzare la capacità degli Stati membri di preparare e attuare riforme amministrative e strutturali volte a sostenere la crescita, anche attraverso un’assistenza per l’uso efficiente ed efficace dei fondi dell’Unione. La proposta di rifinanziamento discende dal fatto che numerosi Stati membri hanno chiesto un sostegno a titolo del programma, e che le richieste di sostegno sono distribuite in tutti i settori interessati dal programma, quali la governance e la pubblica amministrazione, l’amministrazione delle entrate e la gestione delle finanze pubbliche, la crescita e il contesto imprenditoriale, il mercato del lavoro, l’istruzione, la sanità e i servizi sociali, il settore finanziario e l’accesso ai finanziamenti.

Comunicazione sul ministro europeo dell’Economia e delle finanze – COM(2017) 823

Nel suo discorso sullo stato dell’Unione, il presidente Juncker ha appoggiato l’idea di un ministro europeo dell’Economia e delle finanze, che svolgerà un ruolo determinante per rafforzare la coerenza, l’efficienza, la trasparenza e la responsabilità democratica della governance economica dell’UE. Certe funzioni potrebbero infatti essere accentrate da un ministro europeo al fine di perseguire l’interesse generale dell’economia dell’UE e della zona euro, rafforzare il coordinamento delle politiche e migliorare la combinazione delle politiche a tutti i livelli. Il ministro europeo monitorerebbe inoltre l’uso degli strumenti di bilancio dell’UE e della zona euro e cercherebbe di ottimizzarne l’impatto a sostegno delle priorità comuni.

La comunicazione definisce inoltre il quadro istituzionale potenziale in cui opererebbe il ministro. Il ministro rafforzerebbe la dimensione europea della definizione delle politiche economiche e garantirebbe un controllo parlamentare rigoroso a livello di UE senza rimettere in discussione le competenze nazionali. Combinando le funzioni esistenti e le competenze disponibili a livello di UE, il ministro contribuirebbe a un quadro di governance più efficiente che dovrebbe integrare e agevolare l’esercizio delle competenze nazionali, anche nell’ambito della loro interazione a livello di UE.

Nella Comunicazione 821, esaminata in questa nota, la Commissione delinea una tabella di marcia, stabilita in linea con l’agenda dei leader, contenente le tappe seguenti per i 18 mesi successivi, con l’obiettivo di approfondire l’Unione economica e monetaria dell’Europa entro il 2025:

entro la metà del 2018:

  • adozione degli atti giuridici necessari per completare l’Unione bancaria, compreso il pacchetto sulla riduzione dei rischi del novembre 2016 per rafforzare la resilienza delle banche dell’UE. In parallelo, occorre proseguire i lavori sulle proposte relative all’Unione dei mercati dei capitali;
  • accordo su un sostegno comune (backstop) per il Fondo di risoluzione unico affinché sia operativo entro il 2019;
  • adozione della proposta di modifica volta a raddoppiare le attività del programma di sostegno alle riforme strutturali entro il 2020;
  • adozione delle modifiche mirate del regolamento sulle disposizioni comuni per sostenere l’attuazione delle riforme nazionali.

entro la fine del 2018:

  • adozione della proposta relativa al sistema europeo di assicurazione dei depositi;
  • formalizzazione delle prassi di dialogo tra il Parlamento europeo e la Commissione

entro la metà del 2019:

  • adozione della proposta relativa alla creazione del Fondo monetario europeo
  • adozione della proposta relativa all’integrazione del trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nel diritto dell’Unione;
  • all’istituzione di una rappresentanza unificata della zona euro nel Fondo monetario internazionale;
  • intesa comune sul ruolo del ministro europeo dell’Economia e delle finanze all’interno della prossima Commissione; l’Eurogruppo accetterebbe di eleggere il ministro come suo presidente per due mandati consecutivi;
  • conclusione delle discussioni sulle proposte pendenti volte a migliorare il funzionamento della zona euro e ad adottare, nel contesto del prossimo quadro finanziario pluriennale: 1) proposte per il sostegno alle riforme strutturali, 2) uno strumento di convergenza specifico per gli Stati membri non appartenenti alla zona euro, 3) una funzione di stabilizzazione;
  • finalizzazione di tutte le iniziative legislative pendenti relative all’Unione dei mercati dei capitali, cioè la revisione delle autorità europee di vigilanza, tutte le modifiche del regolamento relativo all’infrastruttura dei mercati europei e il prodotto pensionistico paneuropeo.

Allegati (pdf):

3 febbraio 2015 Trattato ESM (in italiano

22 gennaio 2018 Dossier Camera dei Deputati Le proposte sul futuro dell’Unione economica e monetaria (COM(2017)821-827) sul pacchetto del 6 dicembre 2017

23 gennaio 2018 Ufficio studi del Senato n. 123 – Atti UE

7 febbraio 2018 COMMISSIONI RIUNITE V (Bilancio, tesoro e programmazione) e XIV (Politiche dell’Unione europea) SOMMARIO ATTI DELL’UNIONE EUROPEA

27 aprile 2018 Memorandum of Understanding on the working relations between the Commission and the European Stability Mechanism

14 giugno 2019 Bozza revisione ESM

14 giugno 2019 lettera del Presidente dell’Eurogruppo al Presidente dell’Eurosummit

14 giugno 2019 Allegato III: Eligibility criteria for ESM precautionary financial assistance

26 giugno 2019 Senato e Camera – Dossier: Consiglio europeo – Bruxelles, 20-21 giugno 2019 – Le Conclusioni

7 agosto 2019 Lettera Presidente Eurogruppo a Eurogruppo

4 settembre 2019 Camera dei Deputati – La riforma dell’Unione economica e monetaria

ottobre 2019 Parlamento Europeo- Analisi approfondita- The European Stability Mechanism: Main Features, Instruments and Accountability

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L’Europa rapita
La fine del neoliberalismo e la rinascita della storia

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