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Finis Austriae tra irredentismo adriatico ed i nascenti nazionalismi

di Marino
Calcinari

“Nel crepuscolo di un mondo”è uno scritto di Franz Werfel che annota nel giorno della morte di Francesco Giuseppe, il 21 novembre 1916 mentre la Guerra declinava verso il suo inevitabile, il tragico epilogo di quella che sino a poco tempo prima era stata la belle epoque, ed i primi anni di quella Grande Guerra che avrebbe cambiato per sempre il volto del continente europeo. L’ultima cerimonia che si svolse nella Cripta dei Cappuccini il 30 novembre 1916 difatti sancì la fine di un’epoca. “ L’intendente di corte si rizza nella persona e risponde chiaro e reciso, accentuando ad alta voce ogni sillaba del seguente “Gran Titolo”: ”Sua maestà apostolica imperiale e reale

Francesco Giuseppe, Imperatore d‘Austria, Re d’Unghera, Re di Boemia, Re del Lombardo- Veneto, Re di Galizia e Lodomiria, Re di Croazia e di Slavonia, Re di Gerusalemme, Granduca dell’Austria Superiorre ed Inferiore, Duca di Stiria, Salisburgo, Carinzia, Carniola e della Marca Slovena, Duca di Slesia, Duca di Bucovina, Magravio di Moravia, Conte principesco del Tirolo, Signore di Trieste”.. Pochi attimi di silenzio poi la voce dell Officiante avrebbe declamato il Piccolo Titolo, quello che accoglieva la salma dell’Imperatore come quella di un peccatore e penitente. Ora quel mondo scompariva per sempre.

***

Angelo Vivante era nato l’11 agosto 1869, i suoi genitori provenivano da Mantova e facevano parte della garnde comunità ebraica di Trieste ; visse quindi anch’egli nel crepuscolo di un mondo che stava per finire e che nessuna geopolitica allora avrebbe potuto prevedere. Vivante esprimeva però, più che uno stato d’animo, la irrimediabile consapevolezza di una tragedia che nessun evento in controtendenza avrebbe mai saputo arrestare.

Utilizzando le parole di Franz Werfel non sarebbe esistito più, non dopo la Grande Guerra, il mondo in cui era vissuto e nell’esprimere la sua tristezza consapevole mise insieme un libro che ancora oggi si legge. Quindi noi, infelici e indegni epigoni, scorriamo le pagine di quanto scrisse in “ Irredentismo Adriatico” nel 1912, che non è un testo esclusivamente politico ma può essere considerato alla stregua di una elegia funebre o più semplicemente anche il lascito consapevole di un tempo irripetibile.. Trieste col primo grande sciopero generale nel 1897, che bloccò del tutto la città, aveva fatto pervenire a Vienna il più preoccupante dei segnali d’allarme per la tanto decantata stabilità dell’impero, della sua coesione sociale, della ultrasecolare dedizione dealla città adriatica alla dinastia asburgica. Se anche la “fedelissima” si ribellava- sentenziò allora qualcuno nella lontana settentrionale Vienna -, il tempo della fine non poteva essere lontano. Periodizzando, quello del 1897 non fu però l’ultimo ma certo fu il più forte e significativo segnale d’ allarme che il centro ricevette dalla periferia, prima dei moti del 1902, e che ovviamente venne sottovalutato. Anzi, rimase certamente inascoltato, e peggio fu quando venne stravolto dalla neghittosa superficialità del ceto dominante del tempo, e dalla dispotica nequizie del governo conservatore, che scelse – anziche’ il dialogo, le riforme sociali, l’apertura democratica e l’evoluzione federalista dello Stato – le più anacronistiche politiche di restaurazione sociale e ciò avvenne con la repressione poliziesca contro gli operai ed i movimenti nazionali. Lo sciopero dei fuochisti del Lloyd che si svolse nel febbraio 1902 fu la miccia che diede fuoco alle polveri e che destabilizzò la “pax austriaca”.

Angelo Vivante scrisse “Irredentismo adriatico” proprio a partire da quel fatto ed il libro che per sottotitolo recitava: “Contributo alla discussione sui rapporti austro- italiani e quindi dei rapporti fra la nazione italiana “riunita in un tutto politico” aveva il merito di indagare ed illustrare a tutto campo il quadro multietnico che dalle Alpi Orientali, dai Carpazi, dal Danubio e dalla Sava gravitavano più o meno intensamente, sulla costa orientale adriatica, che alcuni scrittori qualificavano come “Halb Asien”(“quasi Asia) un microcosmo dilatato che comprendeva una realtà plurinazionale (“hinternationale”) in cui “.. la grande massa della popolazione rurale ucraina è costituita da piccoli e poveri agricoltori che dipendono dai proprietari terrieri polacchi..” che però era antiteica ad ogni forma di nazionalismo come scrisse, osservando il suo microcosmo, Joseph Roth, un Heimatlos, che con molto dolore e nostalgia registrava la fine di un mondo… Non parliamo quindi di una immaginaria Mitteleuropa i cui punti apicali (ed immaginari) erano Trieste, Zlotogrod, Vienna, Wygnanka. Quelle pagine indagavano, con ammirevole meticolosità, fotografandone le zone oscure, la realtà geopolitica ed i nascenti contrapposti nazionalismi. “Ventiquattro paesi, notate bene,non province, non dipartimenti governativi ed amministrativi, tracciati con la riga, ma formazioni organiche originarie, la cui storia spesso risale fino all’emigrazione dei popoli ed anche all’epoca romana.” Le connessioni ed i problemi della convivenza fra diverse etnie e gruppi etnici e nazionalità richiedevano consapevolezza su più versanti “… altre meno incivili forme di consociazione umana matureranno nel grembo della storia e i confini scellerati spariranno veramente dagli emisferi “ scriveva Karl Emil Franzos che descrisse l’estrema periferia orientale dello Stato multinazionale austriaco era nato il 25 ottobre 1848 a Czortkow nella Podolia presso l’antico confine austro-russo, di famiglia austriaca e morì a Berlino il 28 gennaio 1904.

Vivante era socialista, pacifista, aveva origini ebraiche ma ripudiò la fede dei padri, si dichiarò aconfessionale e credendo nei valori della solidarietà internazionalista e di classe, si mobilitò per questo ideale, perciò non resse il dolore e lo strazio che sopraggiunsero quando nel 1914 scoppiò la guerra e quando l’anno dopo il Regno d’ Italia entrò in conflitto, dopo aver rotto l’alleanza con l’Austria e schierandosi con le nazioni del Patto di Londra. E pensare che gli austriaci erano venuti in nostro soccorso dopo il terremoto di Messina del 1908, ci fecero avere centinaia di case fatte in legno da falegnami tirolesi e stiriani ; Rilke era ospite a Duino dai principi Thurm und Taxis, Stifter scelse Trieste per finire la sua vita, Hamerling ci aveva insegnato,da qui erano partiti gli eroi viaggiatori delle acque artiche, Weyprecht e Payer che avevano raggiunto le spiagge ghiacciate del Polo Nord…

Il libro del Vivante si articola in quattro capitoli, nel primo si descrive la storia politica della città e dell’entroterra dal 1799 al 1861, nel secondo si elencano cittadini, vicende, episodi politici, tra i quali ad esempio la nascita “esogena”dell’irredentismo ( Imbriani) e si cita la vicenda Oberdank,che avrebbe voluto uccidere Francesco Giuseppe, nel terzo il Vivante esamina il fattore nazionale che intrecciava la questione etnica e quella politica confrontando i problemi del proletariato (multietnico) di Trieste con quello dell’etnia italiana ; e constatava come la città fosse da tempo cosmopolita e disdegnasse soprusi o forzature nazionaliste, e peggio le tendenze separatiste. Nel quarto capitolo predomina l’analisi del “fattore economico” la creazione della rete ferroviaria, lo sviluppo del commercio marittimo, la nascita dei cantieri navali e dell’industria, ed egli accenna alla superiorità, per importanza economica e politica di Trieste nei confronti di Venezia e di tutti gli altri porti italiani! e cita Marx che sull’importanza del porto di Trieste aveva scritto nel 1857. Nel 1894 invece possiamo annotare la nascita della “Lega Sociale Democratica” che fu la prima oranizzazione proletaria politica che ebbe la sua sede in un Palazo di via san Maurizio in un edificio tuttora esistente ma che nessuno oggi riconosce più… Vivante, nel 1905 lasciò il lavoro presso “Il Piccolo” quotidiano fondato dall’imprenditore Teodoro Mayer, tra i più attivi esponenti della Comunità ebraica triestina, per dedicarsi pienamente all’impegno politico nel gruppo dirigente del partito socialista. Non sappiamo in seguito a quale diverbio però egli ruppe con la Comunità ebraica, cui apparteneva ma non rinnegò mai la sua fede politica e si impegnò nelle battaglie che il Partito Socialista portava avanti ; nel 1906 cominciò a scrivere per Il Lavoratore,1 giornale di cui divenne caporedattore e si presentò come candidato alle elezioni locali. Fu quindi spesso polemico con l’irredentismo e difese quanti come lui volevano uno stato federalista ritenendo possibile una evoluzione democratica dell’Istituzione Imperiale. Lo scoppio della guerra e poi l’ingresso dell’Italia nel conflitto lo colpì profondamente, come una smentita definitiva delle sue speranza e del venir meno del suo contributo a una politica di pacificazione e di riforma in senso federalista dello stato plurinazionale austriaco.

Lo smarrimento per quanto stava accadendo, le notizie che giungevano dal fronte serbo e da quello russo dove si combatteva contro le truppe zariste allorquando nella fortezza di Leopoli vennero catturati o decimati migliaia di soldati, anche e soprattutto nostri concittadini inquadrati nell’Infanterieregiment n. 97 ”Georg Freiherr von Waldstätten”, furono per lui causa di depressione, sconforto, smarrimento ed erano certo notizie troppo dolorose che nessuna anima consapevole avrebbe saputo o potuto tollerare. Fu quindi ricoverato nella struttura ospedaliera di san Cilino per l’aggravarsi di una crisi depressiva; ma qui si gettò dalla tromba delle scale dell’ospedale psichiatrico di Trieste e morì dopo pochi giorni di agonia dopo, il 1° luglio 1915.

Marino Calcinari

Post Scriptum

Quello che si verifico’ negli ultimi giorni del gennaio 1918, con lo sciopero generale di massa nella cintura industriale di Vienna, che mobilitò oltre centomila operai della cintura industriale fu l’atto ufficiale e definitivo della sconfitta politica e militare dell’Impero. Insomma, verrebbe da dire, schematizzando gli avvenimenti, che se uno sciopero preannuncio’ la catastrofe, un altro sciopero la compi’. Forse Werfel avrà ripensato anche a questo episodio mentre scriveva le novelle del “Crepuscolo di un mondo” ? Puo’ darsi, visti i malinconici accenti con cui scrisse quasi vent’ anni dopo questo passo: “ Puo’ darsi che abbiate ragione, non so. Io ad ogni modo provo un’ impressione molto strana quando rivedo i paesi e le città, che una volta appartennero al mio vecchio mondo. Certo le Alpi del Tirolo, i laghi del Salzkammergut, i dolci orizzonti della Boemia, gli altipiani selvaggi del Carso, le rigogliose contrade dell’Adriatico, i palazzi di Vienna, le chiese di Salisburgo, le torri di Praga, tutto questo è rimasto lo stesso, almeno nel suo aspetto esteriore. Eppure no, anche l’aspetto esteriore io stento molto a riconoscerlo immutato. Forse che non fa parte di esso lo spazio nel quale si sviluppa, l’aria che lo penetra, la luce che lo anima e, più di tutto il resto, l’occhio che lo abbraccia? Ciò che si è mutato, che si è mutato anche al di fuori dell’elemento umano, è ben dif icile da esprimere. Non voglio dire che tutte queste regioni e città abbiano perduto un determinato splendore. Forse è piuttosto un velo che hanno perduto, un velo benefico, un velo di Maia che celava molte cose. Questo pero’ io so con certezza: una volta lì stava il mio mondo, col quale ero particolarmente legato. Col più lontano villaggio di pastori nei Carpazi io sentivo ancora una certa parentela, non so perchè. Ora anche il luogo più vicino mi è estraneo, la mia propria città, la mia propria strada, la mia propria casa; non so perchè, in un senso molto complicato, sono diventato senza patria.” Franz Werfel, nato a Praga, vissuto a Vienna, esule negli Stati Uniti, scrisse queste parole come prefazione ad una serie di racconti, ed è noto per l’epica narrazione de “ I 40 giorni del Mussa Dagh” che esaltava la resistenza degli Armeni e ricordava il loro genocidio. “L’impero austriaco”, più che un saggio era un’accorata lamentazione dell’epoca in cui egli viveva, di quell’anno 1936, quando l’ombra nera della svastica stava per stendersi come una cappa di ferro e di piombo su ancora quanto rimaneva dell’antica Austria mitteleuropea.. Anch’egli come Vivante, rimasto privo del suo mondo scelse però di andare altrove per sopravvivere.. Infine, nel 1942 un altro scrittore austriaco, giornalista e drammaturgo, Stephan Zweig, figlio di un industriale ebreo, esule in Brasile, naturalizzato britannico scelse di darsi la morte piuttosto che assistere alle tragedie del secondo conflitto mondiale ed alla possibile vittoria dell’hitlerismo. Il suo ultimo romanzo fu la “Novella degli scacchi”, un sottile studio ed indagine sulla psicologia umana e incompiuto fu il libro “ Die Welt von gestern” – il mondo di ieri -ricordi di un Europeo, che più che un’autobiografia è la stupenda malinconica evocazione di un’epoca nella quale il libero spirito di umanità fu calpestato dalla barbarie di due guerre mondiali. Anch’egli come Vivante decise di non poter più sopportare lo strazio di quella barbarie. Egli e la moglie si suicidarono il 23 febbraio 1942.

  1. “IL Lavoratore” esce ancora oggi come periodico della Federazione triestina del Partito di Rifondazione Comunista di Trieste [↩]
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