Il Sudario della Memoria attraversa la Sicilia. Geografie dell’indignazione e dell’impegno civile nel tempo del genocidio
La memoria non è un archivio polveroso destinato alla custodia necrofila del passato, ma un campo di lotta politico ed etico in cui si decide la fisionomia del presente. Quando la violenza sistemica e l’annientamento cinico riducono le esistenze umane a numeri impersonali, la pratica del ricordo collettivo diventa l’unico argine possibile contro la barbarie normalizzata.
In questo scenario si inserisce con la forza deflagrante di un atto d’accusa il Sudario della Memoria, un’opera e al tempo stesso un dispositivo di mobilitazione civile che attraversa la Sicilia da Palermo a Siracusa, smascherando l’indifferenza istituzionale e la complicità silenziosa delle coscienze occidentali di fronte al massacro o peggio genocidio in atto a Gaza.
Nato da un’intuizione del professor Giovanni Giuseppe Susino e dei suoi studenti a Pozzallo — in una feconda linea di continuità ideale con il pensiero radicale di pace di Giorgio La Pira —, questo lenzuolo monumentale di settanta metri non è un semplice manufatto commemorativo. È una ferita aperta nello spazio pubblico. Composto da ventotto lenzuola matrimoniali cucite insieme dalla maestria artigiana della sarta Sabrina e acquistate grazie al fondo autogestito degli stessi studenti, esso reca impressi i nomi di diciottomila e cinquecento bambini uccisi sotto le bombe. Diciottomila e cinquecento universi di sogni, respiri e futuro cancellati dalla dinamica illogica e spietata della geopolitica della distruzione.
A questo elenco implacabile si aggiunge un lenzuolo rigorosamente bianco: una pagina di silenzio assordante dedicata a tutte le vittime senza nome, ai corpi dilaniati di cui la storia non conserverà neppure l’anagrafe, vittime di una carneficina che l’informazione mainstream troppo spesso anestetizza o rimuove.
Il viaggio del Sudario, coordinato con tenacia militante da Florinda Vitale e Tiziana Spampinato per l’associazione ALI (Amore Libertà Intervento), si configura come un vero e proprio esercizio di contropotere pedagogico e sociale. Non si tratta di una liturgia commemorativa sterile, ma di un atto politico sovversivo: riprendere la parola nei luoghi della formazione e della cittadinanza per denunciare il genocidio e rifiutare la normalizzazione della guerra come tratto ineludibile dell’ordine mondiale.
In un’epoca in cui la politica istituzionale abdica al proprio ruolo etico riducendosi a gestione burocratica dell’esistente, il Sudario della Memoria ci ricorda che la pace non è l’assenza formale di conflitto armato, ma il frutto avvelenato della giustizia negata. Portare quel lenzuolo nelle piazze, farlo entrare negli istituti scolastici come il De Amicis o il Calvino, significa esigere che nessuno possa più dire “non sapevo”. Ogni tappa è un tribunale etico e morale a cielo aperto, un richiamo implacabile alla responsabilità individuale e collettiva di fronte alla barbarie contemporanea. La memoria, in questa prospettiva radicale, smette di essere consolatoria e torna a essere ciò che non avrebbe mai dovuto smettere di essere: un grido d’accusa, un urlo di ferma denuncia e un progetto irrinunciabile di liberazione.
Laura Tussi
