Un filo nero tra Monfalcone e Trieste

di Marino Calcinari

C’è un filo nero che lega, a Monfalcone, una situazione di degrado politico e di oltraggio alla dignità del lavoro, e a Trieste la reiterazione di una tendenza che dura da anni e che colpisce la città industriale ed operaia. Ed in entrambi i casi sono note le vittime (i lavoratori) e sono ben individuabili i colpevoli (Fincantieri, Confindustria). Non c’è da stupirsi se a Trieste oggi vengono di fatto tenuti sotto ricatto circa 14mila lavoratori del comparto industriale ed a Monfalcone altri 6.000, operai della Fincantieri, che pur lavorando ricevono stipendi sotto la soglia di povertà, né hanno diritto a rappresentanza e tutela ma, soggiogati dai meccanismi coercitivi del subappalto, ora aspettano che sia la legge a farsi sentire in loro difesa. Perché infine qualcuno s’è ribellato ed ha deciso di rivolgersi alla magistratura..Ma il senso di scoramento,la solitudine permangono e sembrano prevalere a Trieste come a Monfalcone anche perchè in entrambe le realtà l’Ente locale, che avrebbe dovuto farsi carico di questi problemi e tutelare i suoi cittadini, nel migliore dei casi,- quello di Trieste-, si è limitato a monitorare, passivamente, l’incedere della situazione.

Così la sindaca di Monfalcone, la leghista Anna Maria Cisint che aveva invocato qualche mese fa piu’ posti di lavoro per gli italiani in Fincantieri oggi tace sugli inquisiti, al 99% italiani, dirigenti di essa, che avrebbero veicolato (indagini sono in corso) organizzato, favorito e coperto il subappalto, per evitare il più costoso CCNL, dando e ricevendo mazzette dai caporali che poi taglieggiavano i salari dei lavoratori, in gran parte “stranieri”, così anche grazie a questo sistema nei soli primi mesi del 2019 la Fincantieri ha registrato utili miliardari con ricavi del 10% in più rispetto al 2018.

Viceversa a Trieste lo stesso sindaco Dipiazza, che avrebbe dovuto chiudere l’area a caldo della Ferriera, col massimo di candore informa come la società che ne è proprietaria (la Siderurgica Triestina) ben poco abbia realizzato dell’Accordo di Programma sottoscritto 4 anni fa e come tale inadempienza sia costata, con soldi pubblici elargiti al cavalier Arvedi di Cremona circa 800 milioni di euro… Come se ne esce? Arduo fare ipotesi ma illumina il fatto che siamo in presenza di due esempi, speculari ed esemplari, in cui a pagare sono, a Trieste come a Monfalcone, i cittadini.

Che a pagare i costi sociali di un dissennato ed autocratico modello d’ impresa siano i lavoratori, gli operai, la parte più debole e, ormai, meno tutelata della società non è mai stata una novità, ma che ciò possa avvenire in un contesto, dove un quadro politico locale ormai persegue logiche e pratica

politiche che vanno contro la democrazia, fa suonare più di un campanello d’allarme che pretende di non essere ignorato…

A Trieste si registrano 7.000 disoccupati, la chiusura di oltre 350 negozi, ed accanto alle fabbriche dove lavoro, occupazione e diritti sono a rischio (Siderurgica Triestina, Sertubi, Cartiera Burgo, Flextronics, Principe, Colombin, le principali) preoccupa l’esistenza di un mercato del lavoro frammentato (regolare, atipico, transfrontaliero, illegale) cui si somma la totale mancanza di una politica industriale che promuova investimenti. Ma non è una novità: già all’indomani dell’accordo del luglio 1993 Trieste fu la città in cui venne sperimentata quella geopolitica di “svalutazione del lavoro”, di futuro postindustriale che oggi il commerciante Dipiazza rivendica, ma già allora implicitamente sostenuta dalla Confindustria locale, che dopo il ridimensionamento strategico della cantieristica e della navalmeccanica negli anni ’70-’80 poco o nulla fece per intervenire a salvaguardia della continuità produttiva ed occupazionale della realtà industriale presente sul territorio.

Allora solo il PRC si oppose e si mobilitò proponendo soluzioni alternative, ed indicando la necessità di una Trieste città “plurale” che esprimesse in piu’ direzioni le potenzialità e risorse, economiche, culturali, scientifiche, che essa storicamente deteneva e quindi immaginare i possibili percorsi della reindustrializzazione controllata del territorio, della ristrutturazione e della riconversione ecologica del tessuto produttivo, della immediata bonifica delle aree dismesse, del rilancio della portualità. E su quest’ultimo aspetto lascia perciò ben sperare la notizia che, nell’ambito della BRI, l’Autorità portuale di Trieste abbia siglato un accordo con la Cina per l’avvio di progetti nei porti dell RPC: dalla movimentazione delle merci all’implementazione di attività produttive e piattaforme logistiche. Zeno D’Agostino, presidente dell’Autorithy triestina ha poi evidenziato, come solo il ruolo attivo dell’intervento pubblico sia garanzia di quel salto di qualità necessario a fare da volano ad altre opportunità e possibilità di innovazione in quel settore, con positive ricadute per tutta la città. Serve quindi un progetto nuovo, di vasto respiro, per lo sviluppo di quest’ area geografica dove si intrecciano e dialogano piu’ lingue, culture, economie, in grado di superare il modello neoliberista, le privatizzazioni ed i nazionalismi che le esaltano.

Si tratta semmai, e le condizioni ci sono, di preservare la proprietà pubblica, di praticare politiche di riappropriazione dei beni comuni, di difesa dell’ambiente e di politiche di convivenza civile, di solidarietà multietnica, di accoglienza come già si seppe fare con maggior lungimiranza tre secoli fa…

La vicenda che interessa l’area giuliana può diventare, con i dovuti passaggi ed interventi che la sinistra saprà progettare, l’occasione, che può ribaltare il quadro attuale, ben più ed oltre che i tanti appuntamenti elettorali, perché sarebbe chiamata in causa la politica,quella vera, che è programma, progetto, partecipazione, pratica dell’obiettivo. La vicenda del Porto può fungere da volano per questa opportunità. Perchè,anche se si tratta di un passaggio ancora tutto da acquisire, (ma le cui basi erano state gettate alcuni mesi fa dopo la firma del memorandum a Roma con Song Hailiang presidente della Cina Communications Construction Company) la valenza è strategica, in quanto per città si riaprirebbero nuove ed inesplorate possibilità di sviluppo in un contesto di integrazione globalee.

Qui è il caso di ricordare come la Cina abbia già investito 700 miliardi di euro per rinnovare e rilanciare il Porto del Pireo, e come l’Italia abbia solo 43mld di utili come partner commerciale della RPC, mentre la più attiva Germania ne realizzi 180 e vanti un avanzo commerciale con Pechino di oltre 18, 5 mld di euro . Trieste quindi, città di commercio, della scienza, della cultura dell’industria potrebbe proporsi come città laboratorio sia misurandosi con il presente di oggi (turismo, intrattenimento, assicurazioni e finanza) sia competendo per fare sinergia in direzione di una svolta progressista, almeno su questo terreno.

Una proposta che va in questa direzione è stata realizzata dall’Associazione ZENO di Trieste ed è stata presentata lunedì 4 novembre all’Hangar Teatri di Trieste. Giovani/e che vogliono restare a vivere ed a lavorare a Trieste ma in una città che abbia ancora una visione del futuro e che recuperi, come accadde tre secoli fa con la nascita del Porto Franco quello spirito di progresso che le consentì di passare dal medioevo alla modernità. Ecco cosa scrivono :

”Trieste città turistica? Siamo convinti che NON possa esistere una strategia di sviluppo della città basata esclusivamente sul turismo. Viceversa, abbiamo individuato nel boom turistico e nelle sue conseguenze sul mercato immobiliare uno dei nuclei di crisi che potrebbe avere, in futuro, effetti

negativi sulla vitalità economica e sul tessuto sociale di Trieste. (…) Per le stesse ragioni, riteniamo che la trasformazione del Porto Vecchio debba prevedere la possibilità di insediamenti produttivi, connessi con l’ecosistema della ricerca presente in città. Quell’area può essere infatti strategica nella

costruzione di un modello produttivo sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale. Anche per questo abbiamo pensato al trasferimento di parti degli enti di disseminazione, all’insediamento di un Development Centre etc. “

( il materiale è anche online e su FB “TS4- Trieste secolo quarto –, scaricabile al link bit.ly/ts4report).

Come Circolo del Manifesto, a titolo individuale o collettivo, daremo una mano.

Trieste 10 novembre 2018

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