Nel 2022 il tema dell’intelligenza artificiale è letteralmente esploso nel dibattito pubblico, in particolare sui Large Language Module (LLM) grazie alle prestazioni della versione 3.5 di ChatGPT prodotto da OpenAI. Entro gennaio 2023, ChatGPT era diventato quello che allora era l’applicazione software consumer in più rapida crescita nella storia, guadagnando oltre 100 milioni di utenti in due mesi. Il rilascio di ChatGPT ha stimolato il rilascio di prodotti concorrenti, tra cui Gemini, Claude, Llama, Ernie e Grok, Microsoft ha lanciato Copilot, inizialmente basato sul GPT-4 di OpenAI. Nel maggio 2024, è stata annunciata una partnership tra Apple Inc. e OpenAI, in cui ChatGPT è stato integrato nella funzione Apple Intelligence dei sistemi operativi Apple. A luglio 2024, il sito web di ChatGPT era tra i 10 siti più visitati a livello globale. Si è scatenata una concorrenza sfrenata tra i maggiori competitor a colpi di investimenti di decine di miliardi di dollari, nello sviluppo delle applicazioni e dei data center che raggruppando la potenza di elaborazione e di memorizzazione dei dati di decine di migliaia di server rendono possibile ‘nutrire’ i LLM con l’insieme globale delle informazioni accessibili tramite la rete. Di questo abbiamo trattato ampiamente e in un articolo del precedente numero della rivista abbiamo riportato le prime analisi che intravedono nello sviluppo attuale dell’I.A. l’ennesima bolla che già precedenti ondate di innovazione tecnologico-digitale hanno prodotto1. A prescindere dalle problematiche relative alla proprietà intellettuale dei dati necessari ad istruire ed abilitare le competenze dei LLM, si approssima il limite dato dall’esaurimento del bacino globale di dati disponibili ed il conseguente pericolo che le piattaforme cannibalizzino la loro stessa produzione. I Large Language Module costituiscono l’ultima straordinaria implementazione delle tecnologie che stanno alla base delle diverse aree dell’ecosistema dell’I.A., parte dell’ecosistema globale delle tecnologie digitali che indubbiamente costituiscono il motore delle complessive trasformazioni tecnologiche dell’attuale sistema capitalistico, dell’economia mondo, della formazione sociale globale, così come la vogliamo definire; quindi fattore fondamentale delle sue trasformazioni. Possiamo definire quell’ecosistema tecnologico forza produttiva fondamentale, capace di strutturare pervasivamente i processi di innovazione trasformazione.
È fondamentale evidenziare ancora una volta il suo ruolo di potenziamento della capacità di intervenire sul mondo della vita, in tutta la sua complessità e stratificazione, sugli ecosistemi e sull’andamento climatico. Attraverso l’ecosistema digitale passa un flusso che cresce esponenzialmente le informazioni relative al mondo della vita, all’interazione tra la riproduzione sociale e ambiente, sistema climatico ed ecosistemi. Un flusso di informazioni sempre più complesso, un tasso di informazione per unità di prodotto che cresce esponenzialmente, questo dato ha portato a definire un processo di smaterializzazione dei processi produttivi, dei prodotti messi sul mercato, sino a definire una nuova ontologia della merce, il prodotto come servizio, come nodo di relazioni. Una sorta di utopia per cui crescendo il contenuto informativo di questa unità astratta ne sarebbe ridotto il contenuto energetico, creando quindi la soluzione al problema del riscaldamento globale causato dalle emissioni di gas serra prodotte dall’uso dei combustibili fossili.
L’evoluzione concreta del sistema economico globale sta andando nella direzione opposta, l’utopia della crescita ininterrotta di una economia dematerializzata si sta rivelando al contrario una distopia. Lo testimoniano i dati sulla produzione energetica delle diverse regioni del globo, riassunti nel fallimento delle conferenze sul clima, la biodiversità e la desertificazione, assieme a quella sulla contaminazione delle matrici ambientali da parte delle materie plastiche, come riportato in alcuni articoli2; il 2024 si è rivelato l’anno più caldo di sempre con un aumento di 1,5° sul periodo preindustriale.
Peraltro il carattere dominante dell’attuale fase storica sono il conflitto e la competizione, la cosiddetta de-globalizzazione, l’esatto contrario di quella cooperazione globale, fondata sulla condivisione di risorse tecnologiche e finanziarie, di materie prime e linee di approvvigionamento, indispensabile per una transizione energetica ed ecologica che non può che essere assieme globale e regionale, capillare e pervasiva.
Ne è la dimostrazione il passaggio all’elettrico nella mobilità, la sostituzione dei motori a combustione con i motori elettrici, del tutto evidente se analizziamo i casi opposti dell’Unione Europea e della Cina, prescindendo una volta dagli USA. Il passaggio all’elettrico da parte dell’industria automobilistica europea non ha investito l’insieme della filiera, con una produzione mirata alla parte alta del mercato con modelli ad alto costo. D’altra parte negli ultimi 10 anni l’industria automobilistica europea ha pensato bene di distribuire dividendi agli azionisti 250 miliardi di dollari in luogo di investirli nell’innovazione tecnologica. L’agenda indicata dalle istituzioni europee non è integrata in una politica industriale condivisa con le case costruttrici, con il risultato di venire messa in discussione nel nuovo parlamento uscito dalle ultime elezioni, nei nuovi equilibri politici delle istituzioni3. Il passaggio all’elettrico nella mobilità costituisce un asse portante della transizione energetica ed ecologica pianificata dall’Unione, il cosiddetto Green Deal è messo in discussione. La Cina al contrario ha messo in campo una strategia integrata nella transizione energetica e nel passaggio all’elettrico nel settore della mobilità in particolare come mostrano i dati disponibili al 2023 e al primo quarter del 20244. Anche in paesi come la Cina dove è massimo lo sforzo per sostituire le fonti fossili nella produzione energetica e nella mobilità, il consumo energetico complessivo di una economia condannata alla crescita -per mantenere il proprio equilibrio economico e sociale- richiede di continuare a consumare i combustibili fossili, il carbone in particolare.
Da anni la Cina sta espandendo la propria produzione di energia rinnovabile più rapidamente di qualsiasi altro paese. Nel 2023, ha rappresentato circa il 63% della nuova capacità eolica e solare mondiale e il 40% della capacità installata cumulativa. A giugno, l’Agenzia internazionale dell’energia ha previsto che entro il 2030 la capacità installata della Cina per le energie rinnovabili si avvicinerà ai 3.200 gigawatt (GW), ovvero 2,5 volte il livello del 2022. Ma né la velocità né l’ampiezza di questa espansione hanno frenato la crescita della potenza del carbone. In aprile, una relazione del Global Energy Monitor ha rilevato che la Cina aveva approvato 200 GW di nuova energia a carbone dal 2022. La crescita percentuale del consumo nazionale di carbone nel 2023 ha superato il dato globale, attirando l’attenzione della comunità internazionale. Ciò è dovuto a tre ragioni, e si riferisce a tre sfide di fondo. In primo luogo, altre fonti di energia non sono ancora in grado di soddisfare la crescente domanda di energia. In secondo luogo, vi è una carenza di fonti di energia elettrica che sono pulite, ma anche in grado di fornire flessibilità operativa. In terzo luogo, lo sviluppo della tecnologia per fornire calore da energia pulita è in ritardo. (…)
Nel 2023, in tutta la Cina sono stati utilizzati 9.220 terawattora (TWh) di elettricità, il 6,7% in più rispetto al 2022. Questo è stato circa il doppio rispetto agli Stati Uniti (4.267 TWh) e 3,5 volte l’Unione europea (2.696 TWh), secondo i dati analizzati dal think-tank europeo Ember. Il solo consumo di Shandong è stato di 797 TWh, pari a 1,5 volte quello del più grande consumatore europeo di elettricità, la Germania (514 TWh).
Il consumo di elettricità negli Stati Uniti e nei paesi sviluppati del l’UE è stabile, se non in calo. In Cina, è ancora in crescita, con una media del 5,7% all’anno tra il 2013 e il 2023, secondo Ember. Questa cifra si confronta con una crescita dello 0,4% all’anno negli USA, e con un calo dello 0,7% all’anno nell’UE nel suo complesso e del l’1,5% in Germania. La Cina ha visto una crescita annua del consumo di elettricità dell’8,1% nel primo semestre di quest’anno, con una crescita per l’intero anno prevista del 6,5%, secondo il Consiglio cinese dell’elettricità. Tale aumento sarebbe superiore al consumo totale di elettricità attuale della Germania5.
Con la presidenza Trump con molta probabilità gli Stati Uniti si avviano a rallentare se non bloccare le politiche di attuazione di una transizione energetica ed ecologica incrementando invece l’estrazione degli idrocarburi, intensificando le guerre commerciali in particolare con la Cina, proseguendo peraltro una tendenza già in atto.
Un orizzonte distopico è quello che si concretizza sempre di più nella formazione sociale globale, molto materialmente il processo di dematerializzazione dell’economia che si realizzerebbe nella crescita esponenziale dell’ecosistema digitale, si traduce nel fallimento sostanziale della transizione climatica, ecologica energetica che i rapporti sociali di produzione capitalistici sono in grado di realizzare.
In sintesi il fallimento della transizione tecnologico-digitale per abilitare la transizione climatico-energetica contraddice l’ipotesi riportata da Kohei Saito nel suo libro ‘Slow Down: How Degrowth Communism Can Save the Earth’6.
“E in effetti, ci sono studiosi che, come William Nordhaus, credono che invece di ridurre le emissioni di anidride carbonica così drasticamente che avrebbe un impatto negativo sull’economia, Sarebbe più saggio incoraggiare la crescita economica e permettere alle società di diventare abbastanza ricche da consentire al progresso tecnologico di risolvere il problema per noi.” Indubbiamente una ipotesi che la realtà si sta incaricando di smentire. La logica assomiglia a quella dell’enunciato secondo cui l’aumento della ricchezza dei più ricchi trascina il benessere di tutta la società.
A proposito del modello proposto da Nordhaus, riprendiamo sempre da Kohei Saito: “Le temperature sono già aumentate di circa 1 °C in più rispetto a questi livelli [preindustriali], il che significa che dobbiamo agire ora per mantenerle al di sotto di 1,5 °C. Concretamente, ciò significherebbe ridurre di quasi la metà le emissioni di biossido di carbonio entro il 2030 e ridurre le emissioni nette a zero entro il 2050. Se, d’altro canto, le emissioni continueranno al loro ritmo attuale, l’aumento delle temperature globali supererà 1,5° gradi C entro il 2030 e potrebbe addirittura raggiungere un massimo di 4° C entro il 2100. Ci sono, naturalmente, tentativi di ridurre le emissioni di gas serra che si verificano in questo momento in tutto il mondo, compreso l’accordo di Parigi, ma questi tentativi sono deplorevolmente inadeguati; si dice che essi risulteranno comunque in un aumento di 3,2 C rispetto al livello preindustriale entro la fine del secolo, un aumento che si avvicina al modello di Nordhaus che favorisce il progresso tecnologico e la crescita economica come mezzo più efficace per combattere i cambiamenti climatici”.
La critica alle posizioni alla Nordhaus rimanda al dibattito sul cosiddetto ‘accelerazionismo’ che nella sua ‘versione di sinistra’ prospetta la possibilità di spingere l’evoluzione tecnologica al di là delle costrittive logiche del profitto e dello sfruttamento insite nel capitalismo, liberando le potenzialità insite nella tecnologia moderna – e sopite forzosamente dal sistema attuale – per fini di miglioramento sociale ed emancipazione. Matteo Pasquinelli nell’introduzione alla raccolta di saggi da lui curata ‘Gli algoritmi del capitale ‘Accelerazionismo, macchine della conoscenza e autonomia del comune’ scrive:
“Diversamente dai personaggi di Cosmopolis, la tesi variamente sostenuta dagli autori del presente libro è che capitalismo e sviluppo tecnologico possano essere radicalmente separati e ridisegnati in senso rivoluzionario, che le lotte politiche taglino di traverso la composizione tecnica, che l’astrazione più estrema dell’intelligenza sia un’arma propria della moltitudine e che il futuro debba essere riconquistato come terreno di una visione politica contro il moralismo dell’austerity.”
E successivamente:
“In una battuta, si potrebbe dire che non è sufficiente affermare che il capitalismo di oggi è un capitalismo cognitivo, ovvero che valorizza e organizza la conoscenza e le informazioni prodotte dal lavoro di una moltitudine globale ovunque assoggettata ad almeno una catena di montaggio numerica e a un dispositivo digitale (tutti hanno almeno un telefono cellulare). Il capitalismo ha sviluppato forme di intelligenza autonoma e di scala superiore. Si deve dire: il capitale stesso ‘pensa’. ”
Questa seconda citazione rimanda letteralmente alla problematica attuale dell’Intelligenza Artificiale, alla capacità dell’ ecosistema tecnologico- a cui corrisponde la definzione- di riorganizzare l’intero sistema dei sistemi digitali ed attraverso di essi l’insieme dei processi e sistemi particolari che strutturano le formazioni sociali, i rapporti sociali di produzione, tanto per ripetersi. Quell’enunciato ‘il capitale stesso pensa’ corrisponde oggi al dibattito su quali orizzonti -catastrofici o meno- apra lo sviluppo impetuoso dell’A.I. quanto sia vicina la realizzazione dell’AGI Artificial General Intelligence7. Il dibattito in corso sull’I.A., sulla possibilità che venga raggiunto il livello di prestazioni definito come AGI, prescinde dal quesito su quale sia il sistema economico sociale in cui si realizzi l’evoluzione dell’I.A. benché sia evidente a tutti il fatto che essa, assieme al complessivo ecosistema digitale, costituisce un fattore di trasformazione radicale delle formazioni sociali. Il problema che ci si pone è la capacità umana di governare la tecnologia o che al contrario ne venga soverchiata. Uno dei primi a lanciare un allarme sull’I.A è stato Goffrey Hinton8 per i suoi studi sulle reti neurali.
Nella realtà il processo di astrazione dei rapporti sociali, su cui si fonda il rapporto sociale di capitale, ha ormai un tale impatto sulla riproduzione della vita, sugli equilibri climatici da averne superato i confini, le soglie entro cui l’una e gli altri si riproducevano, o essere sul punto di farlo. Il nesso astratto-concreto nel rapporto di capitale non riguarda ovviamente la sola contraddizione col lavoro concreto, ma si allarga alla contraddizione con l’insieme dei processi e delle condizioni nelle quali la vita si riproduce. Qui si fa riferimento ad una precisa definizione di ‘confini planetari’ come da nostro articolo Tre conferenze, un’unica crisi: i veri confini del mondo9.
“Il riferimento ai confini planetari, in letteratura il cosiddetto planetary boundaries framework, è fondamentale per cogliere l’articolazione e le interconnessioni delle crisi climatico-ecologiche. “Il concetto di confini planetari (PBC) è emerso come un concetto chiave di sostenibilità globale nelle arene internazionali dello sviluppo sostenibile. Inizialmente presentata come un’agenda per la ricerca globale sulla sostenibilità, ora mostra il potenziale della governance di sostenibilità. “Il concetto di confini planetari presenta un insieme di nove confini planetari all’interno dei quali l’umanità può continuare a svilupparsi e prosperare per le generazioni future per la prima volta, tutti i nove processi che regolano la stabilità e la resilienza del sistema terrestre. Questi nove confini planetari sono stati proposti per la prima volta dall’ex direttore del centro, Johan Rockström, e da un gruppo di 28 scienziati di fama internazionale nel 2009. I Confini Planetari sono i limiti sicuri per la pressione umana sui nove processi critici che insieme mantengono una Terra stabile e resiliente.”
D’altra parte il concetto di confine, di limite rimanda agli albori, al Rapporto sui limiti dello sviluppo commissionato dal MIT al Club di Roma10.
Nel testo citato di Kohei Saito analizza la possibilità di realizzare il ‘decoupling’ il disaccoppiamento tra andamento dell’economia ed emissione di gas climalteranti; in sintesi il disaccoppiamento relativo riduce le emissioni per unità di prodotto, ma in presenza di una crescita della produzione globale si ottiene il risultato di accrescere le emissioni, da cui la necessità di una riduzione della produzione accoppiata alla riduzione delle emissioni unitarie. La riduzione della produzione, del valore complessivo prodotto è in tutta evidenza in contraddizione assoluta con la logica della riproduzione del capitale stesso. Ciò colloca la crisi climatica al centro delle contraddizioni del modo di produzione capitalistico, l’analisi riprende allora il Marx della ‘Frattura metabolica’ e quindi si rifà a quella rivisitazione del pensiero marxiano operata da John Bellamy Foster11 Foster cita Marx quando nel capitale coglie la “Rottura irreparabile nel processo interdipendente del metabolismo sociale” e nel suo articolo citato riprende in particolare analisi nel primo e terzo libro del Capitale.
In quanto contraddizione centrale del modo di produzione il luogo dove affrontare la ‘frattura metabolica’ è il lavoro e quindi le forme di produzione, cooperazione sociale alternative di cui Kohei Saito propone alcuni esempi.
“In questo modo, l’immaginazione di ciò che è possibile si espande gradualmente, qualunque progresso sia già stato fatto permettendo la concettualizzazione di possibilità fino ad ora impensabili per il futuro. Cosa succederebbe se la produzione alimentare di Detroit fosse interamente locale e consumata? E se l’uso personale dell’automobile fosse vietato entro i confini della città di Copenaghen? Queste concrete proposizioni del ‘what if’ sono il mezzo per superare una povertà di immaginazione che accetta semplicemente lo status quo come immutabile, aprendo una spaccatura nel dominio del capitale.”
“Il luogo di produzione è il luogo della formazione della comunità. Man mano che i suoi confini si espandono, questa comunità ha il potere di avere un impatto sempre maggiore sulla società nel suo complesso. Movimenti che nascono dal lavoro hanno il potere di trasformare alla fine anche il regno della politica. Per questo il tema principale che questo libro affronta non è la dimensione dello stile di vita – non del Modo di Vivere Imperiale – ma piuttosto il modo di produzione che rende possibile questa forma di consumo. In altre parole, è imperativo che trascendiamo il Modo di Vivere Imperiale. La sola via per una tale trascendenza è superare il sistema di produzione che lo sostiene.”
“Per riassumere, il Capitale di Marx afferma che l’unico modo per sanare la spaccatura metabolica tra l’umanità e la natura è quello di rivoluzionare radicalmente il lavoro in modo che la produzione possa essere condotta in sincronia con la natura ancora una volta. Il lavoro è la mediazione del rapporto tra l’uomo e la natura, e costituisce quindi il collegamento tra i due. Ecco perché è cruciale cambiare la natura stessa del lavoro se vogliamo sopravvivere alla crisi climatica che si avvicina.”
Ed infine la decrescita.
“Nel capitolo 4 affermo che la vera forma del suo pensiero emerge dal Capitale solo quando comprendiamo le implicazioni del suo studio sulla fine della vita sull’ecologia e sulle forme sociali comuni. E solo questa versione pienamente sviluppata del suo pensiero può servire come arma di cui abbiamo bisogno per sopravvivere al presente. La vera forma del pensiero di Marx può essere organizzata in cinque punti principali. Si tratta di 1) transizione verso un’economia basata sul valore d’uso, 2) riduzione del l’orario di lavoro, 3) abolizione della divisione uniforme del lavoro, 4) democratizzazione del processo produttivo e infine 5) priorità al lavoro essenziale.”
Il senso dell’ultimo punto.
Le riflessioni di Marx sulla decrescita sono state trascurate per quasi 150 anni. Ecco perché anche le richieste che sembrano uguali a quelle dei precedenti marxisti finiscono per funzionare in modo diverso, come non sono mai state formulate prima in un contesto di rallentamento economico. In questo senso, è un aggiornamento del Capitale per l’Antropocene. Il comunismo di decrescita può condurre ad una transizione verso un’economia sostenibile solo nella misura in cui rallenta la crescita economica. La decelerazione è il nemico naturale del capitalismo, che può funzionare solo accelerando. È impossibile sincronizzare la produzione con la velocità dei cicli della natura in un sistema capitalista che richiede costantemente profitti illimitati. Ecco perché il movimento veramente rivoluzionario non è l’accelerazione, ma la decelerazione.
Dopo aver articolato i 5 punti, Kohei Saito propone un nesso tra giustizia climatica, movimenti e politica che trova un suo punto fermo nel municipalismo come pratica che si connette globalmente e trascende ogni confine, capacità delle comunità locali, a vari livelli, di costruire forme di cooperazione sociale alternativa, in questo fa riferimento all’esperienza di Barcellona ed alla dichiarazione del 202012.
Dell’esperienza catalana si sottolineano le forme di cooperazione. “Un segreto per il successo continuo del movimento di Barcellona sia a livello di politica che di metodologia è la lunga tradizione delle cooperative operaie – le stesse cooperative operaie che Marx chiamava esempi di ‘possibile’ comunismo. La Spagna è sempre stata un focolaio di associazioni cooperative e Barcellona è famosa per la sua economia sociale solidale, che comprende non solo le cooperative dei lavoratori, ma anche le cooperative di consumatori, le società di mutua assistenza, i collettivi di prodotti biologici e così via. L’economia sociale solidale impiega circa 53.000 persone, pari al l’8% della popolazione attiva della città, e produce il 7% della produzione lorda totale della città.”
L’aggiornamento ai giorni nostri, pochi anni dopo la scrittura di questo libro, mostra il precipitare della congiuntura verso un diffondersi della logica di guerra, della militarizzazione della competizione globale, la rottura delle forme di solidarietà e cooperazione. Un contesto nel quale crescono le diseguaglianze tra le diverse regioni del globo ed al loro interno, vale a dire crisi di quel contesto in cui -quello che possiamo chiamare municipalismo globale- non trova alimento ed incontra difficoltà spesso insormontabili.
A fronte di questo sta la crescita dell’impronta materiale, ecologica ed energetica del sistema tecnologico del digitale trainato dalle diverse declinazioni di ciò che va sotto la definizione di intelligenza artificiale, piegato alla logica del ‘dual use’ dell’uso duplice civile e militare ovvero a fini di ‘sicurezza’ interna ed esterna. La stratificazione delle forme di lavoro, nelle singole formazioni sociali ed a livello globale, va senz’altro incontro a mutamenti maggiori rispetto al passato. Il ‘capitale che pensa’ rivoluziona le sue forme di valorizzazione, introduce nuovi livelli e dispositivi di elaborazione autonoma dell’informazione e produzione artificiale di conoscenza, ma si estendono forme di lavoro e di sussistenza alla base della piramide sociale che affondano in forme tradizionali di miseria e subordinazione o in nuove funzioni necessarie a rendere digeribili le informazioni per il mega apparato dell’I.A.
L’impatto sui modelli e le forme concrete di governo delle società sono sotto i nostri occhi, come conseguenza di una continua scomposizione sociale, rottura delle forme di cooperazione autonoma e solidarietà capaci di attraversare i confini e rompere il nesso di sfruttamento tra nord globale e sud globale; come conseguenza della autonomizzazione del potere nei confronti di ogni possibilità di partecipazione reale. La dimensione e la velocità delle trasformazioni sembrano sovrastare la capacità di innovare le forme di resistenza sociale e cooperazione antagonista, di riconoscimento riflessivo e reciproco tra i soggetti sociali emergenti in questo vorticoso mutamento; mutamento che nelle sue dinamiche peraltro produce aree la cui dinamicità è a livelli diversi dal mutamento parossistico alla stagnazione, come ben sperimentiamo nel nostro paese.
Soprattutto i processi di concentrazione e centralizzazione con cui si realizza l’evoluzione dell’ecosistema digitale, con la conseguente esaltazione dei valori finanziari, rendono residuale ogni preoccupazione di affrontamento della crisi climatica, sottraendolo anche all’attenzione dell’opinione pubblica, nonostante la cronaca quotidiana di eventi meteorologici estremi e di degrado progressivo degli equilibri climatici di intere regioni del globo.
I meccanismi di formazione della pubblica opinione, di formazione di un senso comune sullo stato delle cose, vedono un imbarbarimento della comunicazione nei social network che contribuiscono in modo crescente alla formazione delle credenze collettive; da ultimo la rinuncia ad un minimo di controllo dell’attendibilità delle informazioni postate di Zuckerberg con lo stop al fact-checking sui social controllati da Meta, decisione applaudita da Musk, impegnato a sua volta in una campagna di orientamento dell’opinione pubblica a livello globale di sostegno ai movimenti ed ai partiti di estrema destra. Una decisione che rimanda agli equilibri tra potere politico ed economico, con le loro reciproche relazioni e aree di influenza, all’epoca della presidenza Trump. Tuttavia -come riportato din un articolo del Sole 24 Ore13- secondo Walter Quattrociocchi, direttore del Centro di Data Science and Complexity for Society (CDCS) dell’Università di Roma “La Sapienza”, la decisione di Meta nasconde un’ammissione implicita: «Il fact-checking non funziona e non funziona da anni. Nel nostro lavoro Debunking in a World of Tribes abbiamo mostrato che il fact-checking, lungi dall’essere una soluzione, spesso peggiora le cose, rafforzando la polarizzazione e consolidando le echo chamber». Duncan Watts, in un articolo pubblicato su Nature, ha evidenziato che il discorso di intellettuali e giornalisti sulla disinformazione è spesso scollegato dalla realtà: «Si parla di fake news come problema principale, ignorando che è il modello di business delle piattaforme a creare le condizioni per cui la disinformazione prospera».
In sintesi la decrescita, la decelerazione sembra essere l’unica prospettiva reale per evitare la catastrofe climatica ovvero la rottura sostanziale del rapporto di capitale che domina l’umanità, in quanto esso si riproduce con una costante accelerazione e nella decelerazione vede la sua morte, dove la decelerazione non va confusa con le crisi che il capitale riproduce periodicamente. Decrescita come prodotto di una mutazione radicale del modo di produzione, la produzione dell’abbondanza attraverso la riduzione della produzione di ricchezza in senso capitalistico, secondo i 5 punti di cui ci ha parlato Kohei Saito.
Ad oggi forse dobbiamo attendere che la catastrofe colpisca il nord globale, la sua capacità di rimandare nel tempo e nelle periferie del mondo le manifestazioni crescenti della catastrofe imminente., nella realtà le periferie si stanno esaurendo così come il tempo. Affinché non sia così si deve realizzare una conoscenza condivisa, attraverso pratiche condivise dell’ineluttabilità di questa svolta radicale a fronte dei segni già presenti della catastrofe incombente, per non soggiacere ad una logica catastrofista, al valore palingenetico della catastrofe globale.
Roberto Rosso
- https://en.wikipedia.org/wiki/Dot-com_bubble.[↩]
- https://transform-italia.it/tre-conferenze-ununica-crisi-i-veri-confini-del-mondo/ https://transform-italia.it/sepolti-nel-deserto-sotto-una-piramide-di-plastica/ https://transform-italia.it/desertificazione-dei-suoli-e-delle-anime/.[↩]
- https://europa.today.it/economia/auto-elettriche-regolamento-ue-novita-2025.html.[↩]
- https://www.iea.org/reports/global-ev-outlook-2024/trends-in-electric-cars; https://www.iea.org/reports/global-ev-outlook-2023.[↩]
- https://dialogue.earth/en/energy/china-faces-three-challenges-to-a-coal-free-future/, August 22, 2024.[↩]
- Questo testo pubblicato all’inizio del l’autore riassume i testi precedenti, in particolare su Marx nell’Antropocene si può leggere il saggio di Alessandro Scassellati su questo numero della rivista https://transform-italia.it/se-marx-e-rosso-ma-anche-verde-e-possibile-puntare-sullidea-del-comunismo-della-decrescita/.[↩]
- https://en.wikipedia.org/wiki/Artificial_general_intelligence.[↩]
- https://www.nytimes.com/2023/05/01/technology/ai-google-chatbot-engineer-quits-hinton.html.), appena insignito del premio Nobel per la fisica del 2024((https://www.nobelprize.org/prizes/physics/2024/hinton/facts/.[↩]
- https://transform-italia.it/tre-conferenze-ununica-crisi-i-veri-confini-del-mondo/.[↩]
- https://it.wikipedia.org/wiki/Rapporto_sui_limiti_dello_sviluppo.[↩]
- John Bellamy Foster (September 1999). “Marx’s Theory of Metabolic Rift: Classical Foundations for Environmental Sociology”. American Journal of Sociology. (March 2000). Marx’s Ecology: Materialism and Nature. New York: Monthly Review Press. Vedi la rassegna di contributi https://mronline.org/2013/10/16/metabolic-rift/.[↩]
- https://www.barcelona.cat/barcelona-pel-clima/en/barcelona-climate-energency-declaration.[↩]
- https://www.ilsole24ore.com/art/aumenteranno-disinformazione-e-fake-news-social-mark-zuckerberg-AGcnUFBC [↩]

1 Commento. Nuovo commento
Consiglio anche la lettura di Adrienne Buller, Quanto vale una balena. Le illusioni del capitalismo verde. Un’altra giovanissima ricercatrice che spalanca le porte sulla insostenibilità della “crescita verde” (keynesiana).