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Un’economia di esistenza

di Roberto
Musacchio

di Roberto Musacchio – È più importante tenere aperta una fabbrica di armi o mantenere in vita delle relazioni sociali?

La domanda, non demagogica, è il vero spartiacque della cosiddetta fase b.

Il fatto è che mentre si riempiono carta stampata e video di buoni propositi sul cambiare, alla prova dei fatti l’attrazione è sempre verso il modello fondato sulla produzioni di merci in regime di concorrenza e principalmente per le esportazioni.

Infatti quando si deve passare alla cosiddetta fase b in realtà le misure annunciate sono tutte volte a riaprire le produzioni e tutto il resto è sostanzialmente un impaccio che è bene stia confinato mentre l'”esercito” produttivo è in guerra.

La socialità, l’affettività sono di fatto un “lusso” quando invece sono ciò che ci tiene in vita in questo momento difficile.

Addirittura la scuola è meno importante di una merce, anche se molto si è fatto in questi decenni per trasformarla in una anticamera delle aziende, e della disoccupazione.

La fase b si riduce a come adattarci a un sistema che resta uguale con in più il virus.

E anche qui le domande che non trovano risposta sono tante.

Qual è la strategia sanitaria? Tanto parlare di app, con tutti  i problemi di privacy, che ora è scomparsa. Ma qual è il modello di prevenzione e intercetto territoriale? Quale il recupero del pubblico, la ricostruzione di un profilo di servizio nazionale dopo la feudalizzazione “regionale”? Quale certezza per i protocolli nelle attività produttive? E come si ricostruisce un trasporto pubblico, un regime degli orari? Che significa state a casa se non dovete produrre quando si stima che un quarto dei contagi sia domestico? Lo studente sta a casa, il genitore si infetta al lavoro o per strada e torna a casa e infetta chi non è andato a scuola? Che significa trattare uguale regioni con decine di migliaia di contatti e quelle ormai a zero quando per altro è chiusa la mobilità interregionale?

Sono domande “interne” al “loro” schema che in realtà ha una contraddizione di fondo e cioè quella di riproporre addirittura in modi esasperati la scissione tra produzione e riproduzione sociale e ambientale. Scissione ormai consolidata in questa globalizzazione che ci ha reso più vulnerabili al virus.

Questo modello di crescita senza virtù è talmente consolidato che sopravvive anche al cambio di sintassi interno al sistema. Assistiamo a fior di liberisti che si convertono al valore dello Stato e della spesa. Ma quello che resta è la dea crescita. Infatti il Def, che vale 3 anni, dopo le cifre terribili del crollo economico, e l’arrampicata sugli specchi del governo tra cose opposte come il Mes e gli eurobond o la Bce, torna a illuderci col rimbalzo della crescita.

D’altronde cosa si può aspettare in un dibattito dominato dai liberisti convertiti e dove la ricostruzione è simbolicamente affidata ad un comitato di nominati presieduto da un manager?

Sono lontani i tempi in cui la crisi petrolifera del 1973 innestava una discussione proposta da Enrico Berlinguer sull’austerità che era il contrario dell’austerity che prevalse allora e ha dominato il decennio ultimo.

Eppure c’è anche il paradosso che allora era l’impennata del costo del petrolio a determinare la crisi mentre oggi col virus il barile costa meno dell’acqua minerale.

Questo paradosso c’è proprio perché il petrolio non è la soluzione, come non lo è la crescita.

Noi abbiamo bisogno di una nuova economia non di mercato ma di esistenza, non di competizione ma di cooperazione.

Serve una agricoltura di sussistenza e non di esportazione ma di sovranità alimentare.

Per altro questa è una delle chiavi per risanare territori come la pianura padana che sono a sviluppo insostenibile.

Serve produrre servizi e beni collettivi e non merci.

Serve ridurre drasticamente gli orari di lavoro e ricomporli col tempo di riproduzione.

André Gorz parlava di redditi fatti da un doppio assegno uno per le attività produttive e uno per quelle riproduttive, che mai come oggi sono intrecciate nel dominio del capitale.

Marx parlava di fine del lavoro e della alienazione e di inizio del tempo della libera realizzazione di sé nella ricchezza delle relazioni sociali.

Sarà bene che questa divenga la vera fase b se non vogliamo che la barbarie ci spazzi via.

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