Ammissione di colpevolezza

di MariaPia
Calemme

di Maria Pia Calemme – Dal 4 maggio, com’è noto, partirà la famosa “fase 2” del piano di contenimento del contagio da Covid-19. Per molti, ma non per tutti. Nel decreto del 26 aprile, infatti, restano sostanzialmente invariate importanti “sospensioni” già in vigore. Due sembrano particolarmente significative perché rivelano un’ammissione di colpevolezza del pubblico relativamente all’incapacità di predisporre adeguate misure di prevenzione. Restano infatti “sospese” tutte le attività relative all’educazione, all’istruzione e alla formazione in presenza, i colloqui con i detenuti e le attività di volontariato in carcere. Si tratta di ambiti molto diversi, ovviamente, ma accomunati dall’alta presenza di persone in luoghi chiusi, per i quali si riconosce implicitamente l’impossibilità di osservare il distanziamento fisico e si ammette di conseguenza l’incapacità e/o la mancanza di volontà di adottare provvedimenti che lo renderebbero attuabile.

Alle imprese (che pure sono luoghi chiusi) si fa invece credito della capacità di approntare le misure necessarie a evitare che i lavoratori si contagino per effetto della vicinanza fisica e propaghino poi il contagio ai “congiunti” (una presunzione di innocenza del privato o, almeno, di una rilevante parte di esso).

Le scuole, è stato detto, riapriranno a settembre, ma non c’è alcun piano per rendere possibile la ripresa delle attività didattiche, per cui si dovrebbe dire che forse riapriranno. Le carceri, invece, sicuramente resteranno completamente chiuse per un tempo ancora indefinito. Nel nuovo Dpcm non sono previste per le carceri misure diverse da quelle, ampiamente insufficienti[1], già contenute nel Cura Italia (decreto del 17/3, poi convertito in legge), così come non è stato rimosso il divieto delle visite dei “congiunti” nelle Rsa, né sono stati assunti provvedimenti relativi ai Centri di permanenza per il rimpatrio (nemmeno menzionati nei vari Dpcm, come se le persone chiuse lì dentro non esistessero).

Studenti, detenuti, vecchi, disabili e immigrati – imprigionati in attesa di rimpatrio o imprigionati sulle navi perché non li si fa sbarcare – sono stati letteralmente ignorati perché non producono, non partecipano nemmeno con uno zero virgola zero qualcosa al Pil, anzi costano. E costano (costerebbero se si prendessero in considerazione), invece, le misure di sicurezza. Si attua, in questo modo, il distanziamento sociale: da una parte i “produttori di ricchezza” (si intendono le imprese, ma si fa finta che si parli dei lavoratori) e dall’altra i non produttori, stabilendone le rispettive libertà in misura proporzionale alla loro capacità di contribuire alla produzione. E se la libertà dei lavoratori è sola quella di andare a lavorare (quando termina l’orario di lavoro tornano a essere sostanzialmente confinati nello spazio domestico), chi vive recluso a diverso titolo non può nemmeno giocare su una doppia “identità”. Per queste persone il “rischio calcolato” della fase 2 è lo stesso della fase 1: fermi lì, aspettate e sperate.


[1] Sulle misure adottate si veda Le voci di dentro, su questo stesso sito. Sui numeri del carcere (presenze e contagi) si vedano i regolari bollettini del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà che monitora anche la situazione delle Rsa.

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