Serve un Piano, ma non la solita musica

di Franco
Ferrari

Non si può dire che gli Stati generali organizzati da Conte abbiano fatto fare un significativo salto in avanti al dibattito pubblico su come far uscire l’Italia dalla crisi aggravata, più che prodotta dall’epidemia legata al Covid19. Gli unici momenti mediaticamente significativi sono stati, da due versanti opposti, l’aggressiva presenza della Confindustria, con le sue esose richieste, e l’iniziativa di Aboubakar Soumahoro, che si è fatto interprete della condizione della parte più sfruttata della classe lavoratrice.

Per il resto è sembrata una carrellata di organizzazioni per lo più attente alle proprie, a volte legittime, rivendicazioni, ma poco interessate a contribuire a dare una prospettiva generale di rinnovamento al nostro Paese. Capovolgendo un vecchio motto di John Kennedy, a partire da Confindustria che ha dato il la in questa direzione: “non chiederti che cosa puoi fare per il tuo Paese, chiediti che cosa il tuo Paese dovrebbe fare per te”.

A questo ha contribuito la stessa impostazione data da Conte e dal governo agli incontri. Non ha indicato con chiarezza quali dovrebbero essere gli obbiettivi da raggiungere nei prossimi anni, a partire da una lettura chiara delle contraddizioni e dei punti di crisi sui quali intervenire. Questo non è per un difetto di comunicazione ma per la permanente subalternità ad una visione ideologica che ritiene che la politica, il pubblico, debbano per forza essere subalterni all’impresa, la quale è l’unico arbitro dei propri obbiettivi e delle proprie esigenze. Quando emerge un timido tentativo di porre l’interesse generale al di sopra di quello rappresentato, ad esempio, da Confindustria, se non altro per qualche rigurgito del pur confuso populismo grillino, lo stesso Conte procede a sfumare, correggere, rettificare. Non solo Conte quindi, ma più propriamente manzoniano Conte Zio, addetto a “troncare, sopire” pur di non turbare troppo i sonni di lorsignori.

L’idea di fondo sulla quale si muove Confindustria è sempre la stessa e purtroppo le forze politiche, di governo ma anche di opposizione, ne sono, con gradazioni diverse che vedono aderirvi in massimo grado Italia Viva, fondamentalmente subalterne. La visione liberista è quella del mercato che si autoregola e dello Stato guardiano notturno e al più distributore di quale briciola per i poveri. Anche quando le crisi dimostrano che il mercato non si autoregola per nulla, il compito attribuito allo Stato è di elargire risorse a fondo perduto senza mettere il becco nelle scelte strategiche.

Il racconto che ci viene ripetuto da qualche decennio è che le imprese crescono e in questo modo arricchiscono il Paese. L’importante è non ingabbiarle con inutili regolamentazioni o di pretendere che lo Stato (o se si preferisce il pubblico) intervenga laddove il mercato non soddisfa le esigenze generali, ad esempio nel fornire occasioni di occupazione.

Anche se esiste un problema generale del capitalismo, evidente nella forma liberista o, come alcuni preferiscono chiamarlo, estrattivista, perché anche quando incrementa la ricchezza complessiva, non la distribuisce ai vari livelli della scala sociale. Nel caso italiano, vi si aggiunge che nemmeno l’incremento di ricchezza è stato garantito, tant’è vero che siamo ancora sotto il livello del PIL da cui partivamo prima della precedente crisi. Esiste quindi un problema delle classi dominanti italiane, a partire dall’imprenditoria, che da alcuni decenni producono stagnazione. Alcuni fenomeni sono noti e sono interni alla struttura proprietaria. Il complessivo nanismo delle aziende, unito al familismo, si sono dimostrati ostacoli importanti i cui effetti negativi sono ricaduti su tutti. A questo si aggiunga che esiste un’anima parassitaria di una parte significativa del capitalismo italiano. Lo dimostra la famiglia Agnelli, che si è appena attribuita oltre un miliardo di dividendi, derivati dalla fusione dell’FCA con la Peugeot. Gli Agnelli si appropriano di ingenti ricchezze senza nemmeno svolgere il loro lavoro di imprenditori che infatti attribuiscono ad altri. Per non parlare dei Benetton che hanno succhiato denaro dalla gestione delle Autostrade, utilizzando non il “libero mercato” di cui pure tutti si vantano, ma una condizione monopolistica, senza garantire nemmeno le condizioni basilari di sicurezza. È indicativa anche la scelta del nuovo presidente di Confindustria, pur così aggressivo nell’esporre gli interessi della parte padronale, che, se sono esatte le informazioni reperibili in rete, è, per parte sua, un imprenditore del nulla. Partecipe, con un modestissimo contributo di 31.000 euro, di una società finanziaria è riuscito attraverso un gioco di scatole cinesi, e con i soldi di altri, a diventare proprietario di due piccole aziende bio-medicali che contano qualche decina di dipendenti. Insomma un capitalista che non mette capitali di rischio, non immette innovazione di prodotto e non crea lavoro. Ma che in presenza di questo nulla vuole dettare le politiche economiche e del lavoro vincolanti per tutti.

Ho richiamato questi elementi, anche se abbastanza noti, per introdurre il tema che mi interessa. Ovvero la necessità di costruire un Piano che sia espressione di un altro blocco sociale e di un’altra visione della società.

La Confindustria e la direzione Bonomi (e in Italia abbiamo già avuto una organizzazione soprannominata “bonomiana” che ebbe un ruolo sostanzialmente reazionario) sono oggi, come quasi sempre, l’architrave del blocco conservatore, benché oggi rappresentino aziende che contano poco più di 5 milioni di dipendenti in una struttura occupazionale che, prima della crisi, era arrivata a 22 milioni di occupati.

Penso che il conflitto con Confindustria non vada collocato solo sul terreno della difesa, sacrosanta, dei diritti dei lavoratori e nemmeno solo su quello, altrettanto sacrosanto, della competizione nella ripartizione sociale della ricchezza esistente ( da profitti e rendita, che sono com’è ormai evidente sempre più inseparabili tra loro, al lavoro e ai beni sociali), ma sul terreno della stessa capacità di produzione della ricchezza.

Su questo versante, presumo, esistono opinioni diverse. Provo a sintetizzarle.

  1. La prima è che non sia compito nostro confrontarci su questo terreno, perché è lo stesso conflitto per le risorse se vinto, almeno parzialmente, a favore dei ceti popolari ad imporre al capitale, per riprodurre margini di profitto, di dover accrescere la ricchezza complessiva.
  2. La seconda impostazione, simile ma non coincidente, è che la stessa migliore redistribuzione della ricchezza tra le classi sociali crei le condizioni per un ampliamento della ricchezza complessiva(principalmente attraverso il potenziamento del mercato interno).
  3. La terza impostazione è quella che punta alla monetizzazione del debito, ovvero all’intervento della Banca Centrale Europea per mettere a disposizione, stampandole, le risorse monetarie per far fronte a tutte le esigenze sociali.

Ritengo che nessuna di queste tesi siano soddisfacenti, anche se ognuna contiene un elemento di verità.

Senza sciogliere questo nodo esiste il rischio che un mero elenco di obbiettivi, per quanto presi singolarmente o nel loro insieme, in astratto assolutamente popolari (chi non vorrebbe salari e pensioni più alti, servizi pubblici abbondanti e gratuiti, orari di lavoro ridotti, ecc. ecc.), risultino poco credibili e quindi poco mobilitanti.

Altro elemento che a me pare necessario nella definizione di un Piano alternativo è una più chiara definizioni di obbiettivi. E per obbiettivi intendo risultati che producano miglioramenti reali nella condizioni di vita (in senso materiale ma anche “spirituale” delle persone). Esistono molte analisi che ci dicono che in questi anni sono aumentate la povertà (con un ampliamento dei cosiddetti lavoratori poveri), la precarietà,  l’insicurezza sociale, ecc. Non basta parlare, spesso in modo del tutto retorico e a volte ingannevole, di digitalizzazione, di semplificazione e sburocratizzazione ecc, se non si è prima definito quali obbiettivi di interesse sociale si vogliono raggiungere. Anche la stessa crescita dell’economia (che pure io ritengo tema necessario anche per noi) non può essere visto come obbiettivo valido in se, se poi questa maggiore ricchezza finisce solo a beneficio di profitti e rendite. Nei tempi in cui il conflitto sociale e l’azione del movimento operaio era più rilevante, la crescita dell’economia era funzionale a fare stare meglio le persone. I decenni del liberismo hanno imposto un altro paradigma. Le persone devono stare peggio affinché l’economia possa andare meglio.

Indicare degli obbiettivi non è un mero esercizio tecnico (nemmeno il piano Colao è a-ideologico) ma apre conflitti politici e sociali e di egemonia rilevanti. Ad esempio uno studio recente della struttura occupazionale in Italia, elaborato dall’Istat con il concorso di tutte le strutture pubbliche che accumulano dati sul lavoro, metteva a confronto la realtà italiana con la media dell’eurozona. E, si badi bene, parliamo della media, non delle situazioni di eccellenza. Questo confronto ci dice che in Italia mancano 3.800.000 posti di lavoro. Siccome l’analisi è dettagliata, gli autori ci dicono che in Italia manca occupazione nei settori ad elevata concentrazione di lavoro qualificato e nel terziario, prevalentemente pubblico. Se si vanno a vedere alcune differenze specifiche si noterà che esiste un divario di 2,4 milioni di occupati nella fascia 15-39 anni, 4,3 milioni di occupati con laurea e postlaurea e 3,3 milioni di unità nelle professioni qualificate. Va da se che se al nord il gap occupazionale è di circa un punto nel Mezzogiorno di arriva a 23 punti percentuali di differenza. Se si vanno ad analizzare le singole aree produttive è impressionante vedere come in Italia manchino 1 milioni 435.000 occupati nel settore Sanità e assistenza sociale, parzialmente compensati parzialmente compensati da 434.000 occupati in più nel lavoro domestico, quindi colf e badanti. È del tutto evidente che anche solo porre come obbiettivo una consistente riduzione di questo differenziale richiede non qualche correzione politica ma una vera e propria rivoluzione di mentalità, prospettive, priorità politiche. Sarebbe stato interessante se gli Stati generali fossero stati convocati ponendo al centro l’esigenza di rispondere a questo obbiettivo. Creare nel giro di qualche anno 3 milioni 800.000 posti di lavoro, qualificati, destinati a laureati e postlaureati prevalentemente giovani e prevalentemente al sud.

Altro elemento che mi sembra necessario sia presente alle forze che vogliono costruire un Piano alternativo per la ricostruzione italiana è quello di affrontare alcuni nodi sono presenti alle forze dominanti a livello europeo, come ho cercato di interpretare in un mio precedente articolo che analizzava il documento sottoscritto da Macron e da Merkel. Per non farla troppo lunga li cito per titoli: processo di deglobalizzazione (è possibile, come, per ottenere che cosa), reindustrializzazione (stesse domande), costruzioni di monopoli europei, sovranità digitale, rapporto tra dimensione sovranazionale e nazionale e quindi ruolo dell’UE.

Sono ben consapevole che alcuni di questi sono temi complicati anche a sinistra e probabilmente aprono discussioni non facili. Ma non vedo come si possa dare credibilità ad un Piano alternativo se non si affrontano i nodi più ostici.

Andando in conclusione di questo già lungo articolo, segnalo ancora due questioni. La prima riguarda il rapporto tra obbiettivi e strategia. Non manca la capacità politica e ritengo anche le competenze nel campo alternativo per elaborare un piano ricco di contenuti. Ma penso sia pressoché inutile se attorno, a fianco a questo piano non si delinei anche una strategia politica, conflittuale, di battaglia culturale ecc. che indichi almeno un’idea su come questi obbiettivi possano essere almeno in parte raggiunti. Abbiamo provato anche qui da Transform Italia ad aprire un dibattito sulla strategia, senza particolari risultati. Non c’è dubbio che, visto la stato delle forze e la loro trasformazione, un dibattito strategico (che non sia la ripetizione di qualche luogo comune) possa sembrare una perdita di tempo. Ma la semplice reiterazione di pratiche già usate ed abusate rischia di logorare anche le residue forze rimaste. Lo slogan “la crisi la paghino i padroni, può essere certamente condiviso, ma il fatto che sia in circolazione, almeno dai tempi del Decretone di Emilio Colombo (ministro democristiano delle finanze) del 1970, non auspica molto in favore della sua realizzazione. Aprire un confronto sulla strategia, deve avvenire mentre si producono iniziative, si aprono conflitti ecc., altrimenti sarebbe una discussione puramente accademico, ma a me pare una condizione necessaria. Come diceva qualcuno: “imparare ad allacciarsi le scarpe mentre si sta correndo”.

Altro elemento di difficoltà è il rischio che di Piani alternativi non ce sia uno ma ce ne siano 50. Ogni organizzazione politica, sindacale, di movimento eccetera sarebbe comprensibilmente spinta ad elaborare il proprio, più come espressione di “accertamento in vita” di chi lo produce che non per l’autentica convinzione che possa attrarre e mobilitare. Se tutti auspichiamo che la cosiddetta “ripartenza” non sia un ritorno a prima, forse dovremmo applicare il principio anche a noi stessi. Se non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità era il problema, forse anche la nostra normalità un po’ era parte del problema.

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Colao meravigliao
Israele/Palestina: tra annessione e immaginazione

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