Come cambierà l’Europa dopo il Covid19?

di Franco
Ferrari

Le previsioni sono sempre rischiose ma sembra di poter dire che l’uscita dalla crisi economica e sociale prodotta dall’epidemia di Covid19 non sarà un semplice ritorno al passato. Siamo entrati nel lockdown con una evidente impasse del progetto di integrazione europea e con una incipiente difficoltà delle economie europee, compresa quella tedesca. A questo dobbiamo aggiungere un cambiamento in atto nello scenario mondiale, con l’ascesa cinese e il declino americano, che in questi mesi ha prodotto nuove tensioni e che potrebbe accelerarsi proprio per come i due paesi hanno gestito l’epidemia.

Affermare che ci saranno dei cambiamenti non significa supporre che saranno necessariamente in meglio. Questo dipenderà da come influiranno le varie forze in campo, politiche ed economiche innanzitutto, e se nell’equazione sapranno intervenire anche movimenti e soggetti politici alternativi.

Per ora il principale progetto politico presentato dalla parte centrale (per potere e collocazione) dell’èlite europea, lo possiamo rintracciare nel documento comune sottoscritto da Emmanuel Macron e da Angela Merkel[1]. Quel testo ci fornisce quanto meno alcune indicazioni su quali preoccupazioni muovono i due principali paesi dell’Unione e quali obbiettivi condivisi indichino per il futuro.

Entrambi i firmatari rappresentano forze che non hanno risolto la loro crisi di egemonia. Il governo tedesco ha ritrovato il consenso grazie alla prudente ed abile gestione della Merkel (“scientifica” come ha tenuto a sottolineare Xi Jinping), ma resta sullo sfondo il prossimo cambiamento di leadership che ha già prodotto un passo falso. Macron invece resta impopolare e sembra molto incerto sulle sue future mosse politiche. Era stato eletto con una maggioranza di voti presi a sinistra, al primo turno, e poi per il legittimo riflesso anti-Le Pen al secondo. Ma il suo partito, che non è riuscito a costruito una vera struttura radicata sul territorio, tende a sbandare fra una tendenza che lo vuole un po’ più orientato a sinistra, dalla quale è nato un nuovo gruppo parlamentare, e l’orientamento, prevalente in sede locale, in vista delle prossime amministrative, ad allearsi con la destra conservatrice.

Quello che si può rilevare è che oggi il terreno sul quale i due Governi si muovono non è quello dell’imposizione dell’austerità come era stato nella crisi precedente (e non è escluso che fra qualche anno questa logica torni in auge) ma nella costruzione di una effettiva reazione europea alla crisi. Per non farsi illusioni è bene tenere a mente che entrambi rappresentano un orizzonte ideologico liberista anche se con alcune particolarità frutto delle rispettive culture politiche dominanti a livello nazionale.

La variante tedesca del liberismo (oltre all’ossessione per il pareggio di bilancio, momentaneamente accantonata) si differenzia dall’idea del liberismo thatcheriano o reaganiano, che lo rappresenta come una costruzione naturale verso il quale tenderebbe spontaneamente la società. Per la visione storica della Cdu invece il liberismo è il paradigma da perseguire ma è al contrario una costruzione artificiale che richiede un ruolo attivo dello Stato. Non si raggiunge con la deregolamentazione generalizzata, come quella che persegue Trump in questi giorni, ma con una complessa costruzione di regole. Quella francese incarnata da Macron mescola sovranismo gollista con elementi di dirigismo tecnocratico autoritario. Entrambi quindi attribuiscono capacità di iniziativa dello Stato, seppure in funzione di un modello di sviluppo interamente capitalistico. Nel caso tedesco con qualche aspetto di concertazione sociale in più di quella (praticamente nulla) alla quale si è dimostrato disponibile il Presidente francese.

Sono almeno quattro i temi attorno ai quali Germania e Francia cercano di orientare l’uscita dalla crisi:

  1. il ruolo dell’Unione Europea. Su questo versante le scelte pratiche sono più significative di quelle teoriche. Nel testo c’è solo un rimando alla Convenzione per il Futuro dell’Europa che dovrà trarre le lezioni della crisi. Dal punto di vista operativo la stessa proposta di Recovery Fund, apre ad una forma, per quanto prudente e limitata nel tempo, di mutualizzazione del debito (pur limitato ai debiti futuri e non quelli passati e soprattutto ad una più diretta presenza della Commissione europea nella destinazione delle spese). Contestualmente si prevede la revisione delle regole sugli aiuti di Stato e sulla concorrenza interna. Finora la Commissione europea ha sempre agito partendo dall’idea che il mercato unico richiedesse una qualche limitazione alla formazione di monopoli. Sembra di capire che oggi diventa prioritario non il terreno della concorrenza interna ma quello della competizione esterna e quindi si può aprire la strada alla creazione di aziende monopolistiche di livello europeo. Inoltre si prevedono interventi su due aspetti rilevanti nella costruzione di una economia europea che non sia non più solo somma di economie nazionali: una equa tassazione delle imprese e un salario minimo adattato ai livelli nazionali. Ci si può chiedere come tutto questo si potrà combinare con una struttura dell’Unione che resta basata su trattati interstatali e nella quale opera tutt’ora un forte deficit democratico. Probabilmente resta in piedi la strategia funzionalista. La democrazia, come le salmerie, forse seguirà in un futuro lontano;
  2. l’innovazione tecnologica. Sembra evidente che siamo ad un passaggio qualitativo e non solo quantitativo della composizione delle forze produttive. La Cina, da questo punto di vista, punta chiaramente sul salto tecnologico utilizzando fino in fondo l’intelligenza artificiale. L’Europa, indicano Francia e Germania, non possono restare indietro e devono garantire una propria sovranità sia nei confronti della Cina che degli Stati Uniti, per non restare schiacciati nel conflitto fra le due potenze. I riferimenti al 5G e all’innovazione digitale indicano alcune priorità della proposta franco-tedesca. Il salto tecnologico (in altri tempi si sarebbe parlato di rivoluzione tecnico-scientifica) solleva importanti problemi sia nei rapporti di forza all’interno del mondo produttivo che nella stessa organizzazione sociale, non escluse le ricadute sulle libertà individuali;
  3. la possibilità di deglobalizzare. Il documento fa riferimento al recupero della sovranità in ambito sanitario. Ma questo è un aspetto specifico che non implica di per sé una tendenza complessiva all’inversione del processo di globalizzazione del processo produttivo e dell’accesso ai beni e servizi. C’è un accenno più generale alla rilocalizzazione degli investimenti. Alcuni paesi dell’est Europa sperano di poter beneficiare di un rientro di aziende dall’estremo Oriente. Ma l’impressione che emerge dal documento è che si punti soprattutto a una ridefinizione dei rapporti con la Cina, con l’obbiettivo di ridefinire le catene del valore, rendendole meno esposte ad eventi imprevisti (e anche all’offensiva anti-cinese degli Stati Uniti), ma non di scommettere su un capitalismo organizzato per grandi aree autosufficienti. È di pochi giorni fa la notizia, riportata con grande enfasi dai media cinesi, della decisione della Volkswagen di investire due miliardi di euro per acquistare la maggioranza di due aziende attive nel settore delle auto elettriche. Una scelta significativa per le modalità e per la tempistica[2]. Sembra difficile che il governo tedesco contraddica la scelta di una delle principale aziende nazionali. D’altra parte la ridefinizione dei rapporti commerciali ma soprattutto finanziari con la Cina sono una delle priorità della Presidenza tedesca dell’Unione, rese pubbliche pochi giorni fa;
  4. il ruolo dello Stato. Ho richiamato sopra il background ideologico della Francia e della Germania che spinge per un ruolo attivo degli Stati soprattutto nei passaggi di crisi. Naturalmente lo Stato non è visto né come strumento di socializzazione del potere e della ricchezza (prospettiva socialista), né come garante di un compromesso capitale-lavoro (prospettiva socialdemocratica e anche di una parte dei partiti confessionali). Né siamo in presenza dello statalismo anticamera del gulag paventato da Angelo Panebianco sul Corriere della Sera. Lo si capisce dalla timidezza con la quale si delinea il rapporto con le aziende farmaceutiche nel capitolo che affronta il tema della “sovranità” sanitaria. Ci si limita ad auspicare che gli Stati parlino con “una voce sola” con le aziende, non certo che impongano la superiorità dell’interesse generale alla logica del profitto, che sarebbe il minimo, almeno in questo ambito. Lo Stato resta uno strumento di garanzia del predominio del capitale, ma con una funzione che non è quella del servizievole “maggiordomo” delle imprese (come vorrebbe la Confindustria italiana), bensì agente attivo di costruzione di una strategia di medio e lungo termine.

Su questi temi (come su quello che qui non ho toccato, della svolta ambientalista o Green New Deal non certo perché sia di minore importanza) mi sembra necessario che si costruisca una proposta alternativa delle forze antiliberiste e anticapitaliste, sia a livello nazionale che europeo. Se non ci si colloca all’altezza della sfida si rischia di svolgere, al più, quella che un politologo francese aveva definito come “funzione tribunizia”[3]. Utile ma poco ambiziosa.


[1] https://www.linkiesta.it/2020/05/macron-merkel-piano-iniziativa-500-miliardi/.

[2] http://epaper.chinadaily.com.cn/a/202006/08/WS5edd79afa3107831ec752943.html.

[3] Georges Lavau, A quoi sert le parti communiste français?, Fayard, Parigi, 1981.

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