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Se curi le persone in un CPR, dimentica Ippocrate

di Stefano
Galieni
Circa 23 medici, ieri mattina, sono stati svegliati all’alba dalle forze dell’ordine e condotti in questura. Uomini e donne accomunate da due elementi in comune: l’esercizio di una professione per cui si presta fede al giuramento di Ippocrate e non a normative politiche, il loro intervenire, sovente, nei CPR, i Centri Permanenti per i Rimpatri dove, da giugno si può restare chiusi per ventiquattro mesi, estendibili ad altri sei, senza aver commesso reati penali, in attesa, forse, di essere deportati nei paesi di origine in quanto sprovvisti dei titoli per restare in Italia e perché non si è rispettato l’ordine di allontanamento dal territorio nazionale. Sin da quando sono nati – sotto un governo di centro sinistra e con altro nome – queste strutture di detenzione privatizzata (solo la sorveglianza è compito delle forze dell’ordine), sono state nell’occhio del ciclone. Già la privazione della libertà personale, in assenza di reato penale, sarebbe degna di maggiore attenzione. Le strutture aperte durante gli anni e che hanno anche garantito enormi profitti agli enti gestori, si sono rivelate – come previsto – immediatamente irriformabili e inutilmente crudeli. In quasi trenta anni dalla loro prima apertura (1998) non si contano i casi di suicidio riuscito o meno, di atti di autolesionismo, di rivolte per le condizioni inaccettabili di vita al loro interno, di fughe. Presto si sono rivelati inadeguati anche per il fine previsto, l’espulsione e il problema si è risolto aumentando di volta in volta i periodi massimi di detenzione, alzando le sbarre e rendendo dentro la vita sempre più “non vita”, attraverso un accanimento giuridico che per certi versi rasenta il sadismo al punto da farli definire lager. Basti pensare che per evitare problemi sovente si garantiscono, senza prescrizione, psicofarmaci ed ansiolitici, in particolare benzodiazepine atte a calmare le persone recluse, a trasformarle in zombie per tutta la giornata. Spesso sono farmaci richiesti dai reclusi, per sopportare il tempo sospeso ma ci sono numerose testimonianze, mai finite in tribunale, di somministrazione nei pasti, per garantire a personale e vigilanza meno problemi.
Entrarci dentro, anche per un’ispezione è quasi impossibile, sono ammesse/i ma con discrezionalità, parlamentari e consiglieri regionali che possono farsi accompagnare da un proprio collaboratore ma, nel timore che chi accompagna sia un attivista, col regolamento entrato in vigore nel 2022, chi collabora con l’esponente politico deve dimostrare di essere regolarmente contrattualizzata/o altrimenti resta fuori. Le prefetture che controllano i singoli centri agiscono con propria discrezionalità anche per gli ingressi, impediscono ai trattenuti di avere con sé cellulari dotati di videocamera con cui potrebbero riprendere la vita quotidiana e le vessazioni subite, il diritto alla difesa e ai colloqui con i familiari è sovente limitato e anche questo elargito su base premiale in base al comportamento del detenuto. Questo non avviene neanche nelle carceri di massima sui CPR che negli anni passati sono stati motivo di grandi mobilitazioni, da tempo è quasi calato il sipario, ci voleva l’ultima trovata governativa per riaccendere i riflettori. I nemici sono oggi i medici. Sulla base di un’indagine fatta partire dalla Procura di Ravenna si dichiara che sarebbero stati scritti 34 certificati “falsi”, grazie ai quali i detenuti venivano considerati inidonei al trattenimento e rilasciati.
Per evidenziale la “gravità” del reato di cui sono accusati i professionisti, ma ad oggi uno solo risulta indagato ed è uno stimato esperto di Medicina delle Migrazioni, si sono attivati gli agenti del Servizio Centrale Operativo (SCO), che hanno effettuato perquisizioni – alla ricerca di cosa – a Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese. Mentre scriviamo siamo ancora in attesa di avere notizie di alcuni di loro, ancora trattenuti nelle questure, ma un tema si pone.
I CPR sono luoghi patogeni per eccellenza, in cui proliferano le malattie trasmissibili, dove se si è in condizioni di fragilità fisica o psichica anche un giorno può essere fatale, in cui le persone non dovrebbero poter essere trattenute. Non siamo solo noi ad affermarlo che potremmo essere considerati come animati da un pregiudizio ideologico. La Corte costituzionale (sent. 96/2025) ha sancito l’illegittimità dei CPR nella misura in cui non sono adeguatamente disciplinate le condizioni di trattenimento all’interno. Il Consiglio di Stato, (sentenza 7839/25) ha persino evidenziato l’insufficiente tutela della salute all’interno di dette strutture. Alcuni centri sono stati chiusi o ne è stata ridotta la capienza, proprio in virtù del fatto che sono state considerate strutture insalubri. Gli esponenti della destra si stanno scagliando in queste ore contro i medici, alcuni sindaci invitano alla cautela e ripongono fiducia nella magistratura. Dopo le “toghe rosse” avremo i “camici” dello stesso colore? Molto probabilmente le accuse verranno – ci auguriamo – archiviate e questa vicenda finirà nel dimenticatoio. Ma una riflessione è d’obbligo. Un medico rispettoso della professione, anche per ragioni precauzionali di medicina preventiva, dovrebbe sentire l’obbligo di considerare illegittimi molti dei trattenimenti. Con questo blitz militare e repressivo, quanti dottori si sentiranno intimiditi ed eviteranno di prendere decisioni che potrebbero compromettere la propria professione? L’obiettivo è isolare i trattenuti e minacciare chiunque provi a frapporsi alla macchina dentata delle espulsioni, come da tempo si fa con gli avvocati. Nei periodi in cui questi strumenti di deportazione hanno “funzionato” non più del 50% dei trattenuti veniva effettivamente rimpatriato. Magari intimidendo i medici, allontanando giornalisti e politici, limitando la difesa, si spera di ottenere risultati maggiori in termini di efficienza. Nell’augurarci che i medici continuino, come fanno quasi sempre, a non farsi condizionare dai decisori politici, invitiamo ancora con maggiore forza a partecipare il prossimo 24 ottobre alla manifestazione che si terrà a Castelvolturno (CE), contro l’apertura di un nuovo CPR di cui parleremo. In programma se ne dovrebbero aprire altri sei in tempi brevi in tutta Italia – Piantedosi realizza il sogno di Minniti – mentre proseguono le trattative per delocalizzarli in paesi terzi, sulla base del modello albanese, magari anche con risorse europee. Chissà che quanto accaduto in queste ore non costituisca una avvisaglia con cui si dice direttamente a chi cerca di salvare vite “dimenticatevi di Ippocrate”?
Stefano Galieni
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