articoli

24 ottobre, da Castelvolturno diritti e non lager

di Stefano
Galieni

Castelvolturno è uno dei tanti “non luoghi” dell’Italia, in cui da decine di anni si sono accanite politiche sbagliate realizzate da governi di ogni posizione politica. Bisogna andarci per capire quanto il disagio sociale, la devastazione ambientale, lo strapotere delle organizzazioni criminali, abbiano corroso la stessa concezione del bello, di una vita dignitosa, fatta di lotta contro lo sfruttamento e di riscatto sociale. Il nome risuona sovente nelle notizie di cronaca nera, quando si parla del “clan dei casalesi” di nefasta memoria, molto meno quando si deve raccontare di storie di quotidiana resistenza umana e sociale, portate avanti con fatica immane da un tessuto vasto quanto mai raccontato interamente. Pochi giorni fa, il 18 settembre, ricorreva – dimenticato – il diciottesimo anniversario di una strage considerata di “serie b”. Kwame Antwi Julius Francis, Affun Yeboa Eric, Christopher Adams del Ghana, El Hadji Ababa e Samuel Kwako del Togo e Jeemes Alex della Liberia e si trovavano presso la sartoria Ob Ob Exotic Fashion a Ischitella, una frazione di Castel Volturno, nel giorno di San Gennaro, vennero trucidati da un commando camorrista, lo stesso che mezz’ora prima aveva fatto fuori, con la stessa tecnica un presunto e italianissimo informatore. Nelle prime ore si diffuse, come ovvio, la narrazione secondo cui i “sei africani” erano morti in un regolamento di conti e che erano coinvolti con le mafie importate soprattutto dalla Nigeria, per la gestione del traffico della prostituzione. Niente di vero, come appurato. I sei lavoratori erano fra coloro che si opponevano allo sfruttamento nei campi, ad una vita rinchiusa in un paese divenuto ghetto, tutti giovanissimi e in campo a prodigarsi per quello che fra gli autoctoni aveva perso senso, la lotta di classe. Chi li volle morti, tentò di intimidire una popolazione intera, le sue aspirazioni.

Oggi malgrado lodevoli tentativi, Castelvolturno resta un luogo da cui fuggire, che non offre futuro ma in cui oltre al danno, alle pattuglie che vanno a caccia di “immigrati” e lasciano pressoché intaccato il potere camorristico, si vorrebbe introdurre anche la crudele beffa di un Centro Permanente per i Rimpatri (CPR). Le procedure che ne permetteranno la realizzazione, in località La Piana, sono ormai in una fase avanzata. In un’area di 60 ettari verrà eretta una costruzione in grado di trattenere – il governo dice “ospitare” 120 persone, per un costo, solo per l’attuazione, di circa 43 milioni di euro. Per costruire inutili e crudeli luoghi di sofferenza i soldi ci sono, per migliorare la qualità della vita di chi abita in palazzi antistanti, farli vivere in un ambiente più sano, con minore criminalità organizzata e maggiori trasporti, migliore sanità, welfare sostanziale, queste risorse spariscono, non ci sono.

Un nuovo modello basato su sorveglianza e confinamento

Torna il “panopticon” teorizzato nel 1791 da Jeremy Benttham, filosofo e giurista inglese, l’idea della “migliore prigione del mondo” quella che permetterà un controllo totale dei trattenuti, pardon delle persone sottoposte a “confinamento” come almeno apertamente ha affermato, nel presentare nei documenti redatti, la presidente Giorgia Meloni. La raffinatezza verso chi non ha commesso alcun reato prevede una sorta di privazione della libertà graduata anche in base ad un non meglio definito “grado di ostilità” di ogni singolo trattenuto. Il bando è stato pubblicato da Invitalia nell’aprile scorso ed entro un anno potrebbe divenire realtà nel grande Parco umido La Piana, area ad alto interesse naturale e faunistico. Sarà costituito da un ballatoio, alto almeno 8 metri, accessibile soltanto alle forze dell’ordine e agli operatori dell’ente gestore e a cosiddetti “moduli abitativi” (celle) prefabbricati e blindati, pensati come divisi in “zona notte” (4 posti su letti a castello) e zona giorno. Ogni trattenuto disporrà di circa 4 metri quadrati, i moduli saranno separati da recinzioni in filo spinato alte 4, metri e il perimetro esterno avrà una simile conformazione ma alta 6 metri. Il testo del bando sembra pensato per vincere gli ostacoli che impone il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) e contemporaneamente per accogliere le indicazioni governative. Vengono infatti definita “condizioni materiali di detenzione e un regime appropriato alla specifica situazione legale”, in pratica la struttura è concepita come se contenesse al proprio interno un inferno, un purgatorio e (ma la forzatura è assurda) un paradiso, utilizzando la terminologia che utilizzavano un tempo gli ergastolani costretti nel carcere di Santo Stefano a Ventotene. Per tutti è previsto un controllo costante, attraverso il ballatoio, che garantiranno perenne visibilità e permetteranno compressione della libertà, ma più si è considerati pericolosi e più si è certi di finire in spazi in cui la compressione della libertà si riduce e si diventa invisibili anche agli altri, rischiando in pratica di subire ogni tipo di vessazione tesa a ridurre la riottosità ed ogni forma di rifiuto della ribellione. Un sistema dantesco verrebbe da dire in cui si può, nell’attesa di un rimpatrio che potrebbe non avvenire, senza aver commesso reati, si potrebbe essere costretti complessivamente fino a due anni e mezzo, come approvato dal Patto immigrazione e asilo, votato dal parlamento europeo il 12 giugno scorso e immediatamente recepito dall’Italia. Nel belpaese, che progetta intanto di esternalizzare fuori dall’Europa la detenzione amministrativa, intanto da tempo si opera per potenziare quella interna, tanto per ragioni di bieca propaganda elettorale che per tentare di tamponare il fallimento della stessa logica per cui, con tutti i distinguo del caso, aveva fatto partire simili spazi la legge Turco – Napolitano nel lontano 1998. Allo stato dell’arte, ai centri già operativi in Italia: Milano, Torino, Gradisca d’Isonzo (Gorizia), Roma, Brindisi, Bari, Capo Rizzuto (Crotone), Macomer (Nuoro), Caltanissetta, Lampedusa e Trapani, ma alcuni sono temporaneamente non operativi altri funzionanti solo parzialmente. Oltre a Castelvolturno il governo, prima delle elezioni vorrebbe, nonostante il parere spesso contrario degli enti locali, realizzarne almeno altri a Trento, Bolzano, Aulla (Massa), Ventimiglia (Imperia), Ferrara e in un luogo ancora non definito in Calabria. Sarebbero tanti i filoni di aprire in proposito, dalla privatizzazione della detenzione con conseguenti affari per gli enti che ne prendono in carico la gestione, al loro ridefinire una sorta di regime punitivo come minaccia presente in ogni territorio, a tutti i mutamenti che verranno apportati a seguito della realizzazione dei decreti attuativi del Patto europeo e del Regolamento Rimpatri, per realizzare una sorta di internazionale delle detenzioni, ma oggi non ci avventuriamo in questa ricerca.

Una reazione europea e dal basso

Per troppo tempo la detenzione amministrativa dei migranti, che rappresenta unicamente il punto terminale di un sistema di esclusione gerarchica dell’accesso ai diritti su base razzializzata, è rimasta a quasi esclusivo appannaggio degli addetti ai lavori, dei giuristi e, soprattutto di coloro che finivano col subirne le conseguenze. Ma nel frattempo – con scarsa visibilità mediatica – continuavano ad accadere nei CPR morti sospette, suicidi e atti di autolesionismo, rivolte, repressioni e divenivano leggi per cui, anche forme di resistenza, anche passiva e non violenta quali lo sciopero della fame divenivano reato punibile. Il silenzio ha permesso agli apparati repressivi di alzare l’asticella, prima attraverso l’impedimento ad attiviste/i e giornaliste/i di avere accesso nei centri, poi con un regolamento interno che rende la vita in quei luoghi infernali, peggiori e meno privi di garanzie di quanto avviene negli istituti di massima sicurezza. La miriade di decreti sicurezza, convertiti in legge, prodotti in materia di immigrazione e sicurezza, dall’attuale governo e le direttive europee hanno fatto da apripista. Pochi giorni fa, a seguito di un’inchiesta della Procura di Ravenna, circa 20 medici, presenti in numerose città italiane, sono stati sottoposti a perquisizioni, portati in questura e interrogati con l’accusa di aver prodotto certificazioni false che attestavano l’incompatibilità del trattenimento nei CPR, di alcuni migranti a causa di ragioni di salute. Uno di loro è attualmente inquisito – da solo per associazione a delinquere (?), si tratta di uno stimato infettivologo, Nicola Cocco, operante a Milano e studioso riconosciuto di Medicina delle migrazioni. Le forze politiche della destra stanno tentando di stringere il cappio su chiunque provi a portare assistenza nei centri, per loro natura ritenuti anche in articoli usciti sulla prestigiosa rivista medica internazionale Lancet, come “patogeni”. Alle stesse conclusioni era giunto il Consiglio di Stato con la sentenza 7839/25, in cui si afferma che la tutela alla salute è insufficiente all’interno dei CPR. Troppi elementi hanno finalmente portato a quella che si preannuncia come una prima grande mobilitazione nazionale antirazzista, per i diritti e non solo contro i CPR “Né qui né altrove” che si terrà a Castelvolturno il 24 ottobre prossimo, a partire dalle ore 13.00.

Un appello ampio in continua crescita

L’iniziativa è nata grazie ad una chiamata lanciata da monsignor Pietro Lagnese, vescovo di Caserta e arcivescovo di Capua, che nel territorio regionale campano ha portato alla realizzazione di un’alleanza a dir poco trasversale denominata Comitato regionale campano “No CPR, né qui né altrove” e che immediatamente ha trovato una risposta a dir poco entusiasta di organizzazioni nazionali e locali di ogni tipo, forze sociali e politiche. L’appuntamento del 24 ottobre era già stato preannunciato a Genova il 19 giugno scorso, durante l’assemblea nazionale della Rete No Kings, ma i fatti di cronaca di questi mesi ne stanno, se possibile aumentando in maniera esponenziale l’ampiezza. Nel frattempo, in Campania si sono susseguiti – come recita l’appello di convocazione – assemblee, concerti e catene umane. Lo stesso vescovo per manifestare la contrarietà tanto alla realizzazione di un’opera inumana e crudele, quanto allo sperpero di risorse di cui la collettività avrebbe bisogno per affrontare reali emergenze, si è recato nell’area in cui dovrebbe sorgere il centro e vi ha piantato un ulivo. Un gesto simbolico ma di forte valenza. L’appello a cui continuano a giungere adesioni è semplice, non ha neanche un tono aggressivo, ma si pone in maniera propositiva perché intende dialogare con il territorio e chi lo abita rifiutando le narrazioni tossiche che motiverebbero la realizzazione di quello che è considerato un vero e proprio lager, indicando intanto alcune richieste “La sicurezza sociale, anzitutto: risorse per i servizi, il lavoro, il sostegno al reddito, i trasporti, le famiglie e le persone più fragili. La cura del territorio e dell’ambiente: bonifica dei suoli, tutela dei fiumi, difesa dei litorali, contrasto agli sversamenti e all’abusivismo, restituzione alla comunità degli spazi sottratti alle mafie. E il cambiamento delle politiche migratorie: superare la logica del respingimento e della reclusione, per una politica fondata sulla lotta alla povertà, sugli ingressi regolari, sul permesso di soggiorno, sul diritto d’asilo, sull’accoglienza e sul contrasto allo sfruttamento.

Ci sono per questo dei determinati “No” e al tempo stesso dei decisi “Sì”. No al CPR, Né qui né altrove; No ai lager nelle nostre città; No a nuovi muri e fili spinati; No agli ecomostri; Si alla sicurezza sociale; Sì alla cura delle persone e dell’ambiente; Sì a Castel Volturno laboratorio di umanità, diritti e giustizia sociale”. Questo ha portato a creare un vero e proprio fronte, ampio e trasversale che comprende realtà ecclesiastiche, centri sociali, sindacati di base e confederali, imprese sociali, partiti. Il presidente della Regione, Roberto Fico ha manifestato la propria opposizione alla realizzazione del CPR.

…E i primi frutti si vedono

Un simile approccio ha permesso, ieri 22 settembre, di dar vita ad una ricca assemblea online di chi via via è andato aderendo alla manifestazione a cui, nei momenti di massima hanno partecipato quasi 200 persone a nome di realtà che erano chiamate a rappresentare. Al di là degli elementi specifici in tutti gli interventi sono emersi punti di forte comunanza: il fatto che l’adesione non sarà nominale ma sostanziale e dovrà vedere le singole organizzazioni seriamente impegnate, a spingere su questo tema sono state soprattutto le parrocchie, gli scout, un mondo cattolico che non si riconosce nell’idea di odio trasmessa da questo governo. Il mese che manca, secondo molte e molti bisognerà passarlo tanto a coinvolgere il territorio, in merito all’importanza di questa giornata, quanto a operare in termini di comunicazione e di organizzazione capillare e logistica, le persone che arrivano da lontano a raggiungere un luogo peraltro mal collegato come Castelvolturno. Si è lanciata la proposta di costruire comitati locali per il 24 ottobre in grado di sostenere o almeno diminuire le spese di trasporto, anche dal profondo nord, favorendo soprattutto la presenza di persone razzializzate, senza ledere l’autonomia delle singole organizzazioni o reti. Impossibile citare tutti gli interventi ascoltati ma ci si è riconosciuti molto in quello di Andrea Morniroli, attuale assessore alle Politiche sociali in Campania, che ha dichiarato di non vedere un simile ed ampio coinvolgimento dal 1995. C’è stato chi ha annunciato di spostare ad altra data, per poter partecipare, proprie iniziative già prefissate, chi ha messo a disposizione i propri spazi, le proprie reti, le competenze in maniera tale da dar vita ad un primo appuntamento enorme, pacifico e di massa. In cui il punto di caduta si traduce in una frase “Dignità, diritti e sicurezza devono camminare insieme, per tuttə”. Da ora parte un impegno e uno sforzo enorme per estendere le ragioni di questa manifestazione raccogliendo anche gli approcci che vanno giungendo da realtà impegnate in tematiche solo apparentemente distanti da quelle che riguardano questa piazza ma che invece sono portatrici di convergenze e capaci di ampliare il fronte e di proporre una reale contronarrazione per esempio contraria al riarmo, alle politiche di guerra, al genocidio in Palestina, alle diverse e sempre più raffinate forme di esclusione e di fascistizzazione che si vanno realizzando nel Paese.

Ma già si pensa al dopo

Già il giorno dopo, domenica 25 ottobre si terrà una assemblea nazionale promossa dal “Network Against Migrant Detention”, una rete transnazionale di organizzazioni e attivistə italiane, albanesi ed europee che si batte per l’abolizione della detenzione amministrativa dei migranti e contro la costruzione dei centri di detenzione e che avverrà ovviamente in gran parte online. Si è perfettamente compreso che così come questa vertenza deve basarsi su un’ampia convergenza nella composizione deve oltrepassare gli spazi nazionali, ponendo, almeno i Paesi europei più vicini, come nodi di lavoro comune, in cui le problematiche, in forme diverse, agiscono. Questo impone di non far restare la manifestazione del 24 un fuoco di paglia. Deve divenire anzi il punto di partenza per imporre una revisione radicale, tanto in campo culturale che politico della conformazione del diritto. Avrà anche questo un significato simbolico ma va ricordato. Nel luglio del 1989 un bracciante, rifugiato dal Sudafrica dell’apartheid, non riconosciuto come tale dal governo italiano, venne ucciso da camorristi nelle campagne di un altro paese del casertano Villa Literno. Si chiamava Jerry Essan Masslo. Allora non c’erano i centri detenzione ma non esisteva nemmeno una legge organica sul diritto d’asilo. La sua morte generò un movimento di indignazione popolare che, con tutti i limiti, portò alla prima legge organica sull’asilo. Che in questi giorni, da quel sud sfruttato, inquinato e dimenticato, riparta la mobilitazione per ottenere non solo la cancellazione di una pagina nera come quella della detenzione amministrativa, ma che ragioni in termini di ricostruzione di una normativa che garantisca integralmente i diritti delle/i richiedenti asilo, abrogando l’osceno Patto europeo da poco entrato in vigore e opponendo la cultura della convivenza a quella del rimpatrio, della cittadinanza a quella dell’innalzamento di muri, è una scommessa che va giocata.

Stefano Galieni

Articolo precedente
Berlino alle urne
Articolo successivo
L’imprevedibile intelligenza sul mondo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.