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L’Europa allo specchio: il nichilismo occidentale e lo spettro della Russia nel libro di Hauke Ritz

di Alessandro
Scassellati

Il saggio di Hauke Ritz, Perché l’Occidente odia la Russia (Fazi Editore, Roma 2026), si staglia nel panorama editoriale e intellettuale contemporaneo non come un semplice pamphlet di politica estera, ma come un’opera di rottura radicale, capace di scardinare le narrazioni consolidate sul conflitto eurasiatico. La tesi centrale di Ritz è che l’attuale, feroce ostilità tra il blocco euro-atlantico (l’Occidente) e la Federazione Russa non possa essere ridotta alla paura, all’odio e alla volontà di “resa dei conti” che la Rivoluzione bolscevica del 1917 ha lasciato nelle classi dirigenti occidentali (“l’idea che la Russia dovesse essere punita per il suo passato sovietico”), né a un qualche incidente diplomatico, né alla sola reazione emotiva o strategica a eventi bellici contingenti come l’invasione dell’Ucraina. Al contrario, questi eventi sono per l’autore i sintomi terminali di una crisi d’identità profonda e sistemica dell’Europa e dell’Occidente stesso. Non a caso il titolo in tedesco del libro è “Von Niedergang des Westens zur Neuerfindung Europas”, ossia “Dal declino dell’Occidente alla rinascita dell’Europa”.

 

Ritz, filosofo della storia formatosi sul pensiero classico tedesco e profondo conoscitore delle dinamiche est-europee, sostiene che ci troviamo di fronte a un antagonismo secolare. Questo scontro non è nato nei palazzi dei ministeri della difesa (che hanno gestito la “guerra fredda militare”), ma affonda le sue radici in una “guerra fredda culturale” (studiata da Frances Stonor Saunders con particolare attenzione al ruolo giocato dalla CIA nel mondo delle lettere e delle arti), avviata alla metà degli anni ’50 e mai realmente terminata con la caduta del Muro di Berlino e del crollo dell’Unione Sovietica. E che anzi si è “prolungata in modo artificioso” e accelerato dopo l’11 settembre 2001, come parte dell’agenda neoconservatrice statunitense.

Il cardine fondamentale della strategia del programma di questa “guerra fredda culturale” è stata l’idea mutuata da Friedrich Nietzsche che i valori di una civiltà possano essere completamente riscritti (una “trasvalutazione di tutti i valori” per invertire “la rottura culturale operata dal cristianesimo”). Per Ritz questa politica culturale radicale è stata portata avanti consapevolmente dagli intellettuali fautori del pensiero postmodernista (i “decostruzionisti”), dalla cosiddetta “cultura pop” e dal movimento New Age (ma potremmo aggiungere anche i movimenti femminista, LGBQT+ e ambientalista). Con l’obiettivo della “demolizione e trasvalutazione dei valori della cultura laica e borghese dell’Europa nata tra il XVI e il XIX secolo” (con la demolizione della rivendicazione dell’”universalismo della cultura europea”).

Mentre nel 1989/1991 il mondo celebrava la “fine della storia”, un “nuovo ordine mondiale” e un “ordine internazionale basato su regole”, senza che le regole su cui l’ordine si sarebbe effettivamente basato venissero messe per iscritto, l’Europa ha perso l’occasione di terminare la “guerra civile europea” e di diventare un polo indipendente (attraverso la costruzione della “casa comune europea” da Lisbona a Vladivostock), preferendo essere la “periferia strategica” degli USA e diventare uno strumento del dominio unipolare statunitense all’insegna del “nuovo secolo americano” e dell’'”Occidente”. Questo ultimo visto come una “sfera di influenza”, frutto più della conseguenza dell’imperialismo che di una comune fede nella democrazia. Una categoria politico-ideologica che era stata creata durante la Guerra Fredda per coinvolgere l’Europa in un ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti.

Mentre la geopolitica (di cui Ritz dibatte approfonditamente e utilizza ampiamente le analisi, ma poi liquida come una pseudoscienza), erede delle teorie di Halford J. Mackinder e Nicholas J. Spykman, tende ad analizzare lo scontro in termini materiali — controllo delle risorse energetiche, rotte commerciali, espansione della NATO o profondità strategica dei territori — Ritz adotta una prospettiva multidisciplinare e metafisica.

Sostiene che gli Stati Uniti abbiano un interesse vitale a impedire un’alleanza tedesco-russa. Per Ritz, gli Stati Uniti agiscono come un “cuneo” che costringe l’Europa a recidere i legami economici ed energetici con la Russia. Ciò garantisce che l’Europa rimanga una “periferia strategica” dipendente dal GNL e dalla protezione militare statunitensi, anche a costo della deindustrializzazione europea.

Ma per lui, la Russia non è semplicemente un attore geografico sullo scacchiere eurasiatico o un fornitore di idrocarburi (“una stazione di rifornimento con missili”); essa rappresenta un “polo dell’alterità” irriducibile. La Russia è l’entità che, per storia, estensione e cultura, si rifiuta di farsi assorbire dal modello unico della modernità neoliberista di stampo statunitense. Un modello sociale e civile “irriducibile” che l’Occidente percepisce come una minaccia, paragonando lo scontro attuale a quello storico tra Roma e Cartagine, dove la sola esistenza dell’altro è percepita come una minaccia esistenziale.

Il libro, arricchito dalla prefazione di Luciano Canfora (si veda anche il suo Il porcospino d’acciaio, Occidente ultimo atto, Laterza, Roma-Bari 2026), suggerisce che l’Occidente percepisca la Russia come una minaccia esistenziale non tanto per la sua effettiva forza militare o economica (spesso sottostimata o derisa), ma per la sua stessa esistenza come alternativa culturale. La Russia funge da “grande Altro” che, rimanendo sovrana e distinta, mette implicitamente in discussione l’universalismo nichilista su cui poggia l’odierno ordine atlantico, l’erede di un aggressivo universalismo della cultura europea (in origine religioso, in seguito secolarizzato, ad esempio come il liberalismo e il socialismo) che si è trasformato nel concetto statunitense di “destino manifesto” di guidare il mondo, un compito apparentemente ricevuto da Dio. Se esiste una civiltà che può sopravvivere fuori dall’orbita dell’americanizzazione culturale e del neoliberismo radicale, allora l’intero progetto globale dell’Occidente perde la sua pretesa di inevitabilità storica.

Ritz approfondisce questo punto analizzando la psicologia delle élite occidentali. Queste ultime, secondo l’autore, hanno abbracciato una visione del mondo in cui la democrazia liberale e il libero mercato non sono solo strumenti di governo, ma dogmi di una religione civile universale. Chiunque si ponga al di fuori di questo perimetro non è visto come un legittimo competitore, ma come un portatore di un’eresia da estirpare. In questo senso, l’odio verso la Russia diventa una necessità psicologica per l’Occidente: serve a occultare il proprio vuoto interiore. La Russia viene trasformata in un contenitore in cui proiettare tutte le ombre e le paure di una società occidentale che ha perso il contatto con le proprie radici culturali classiche e umanistiche.

L’antagonismo, dunque, si sposta dal piano dei trattati internazionali e della geoeconomia a quello della percezione metafisica. Ritz vede nel rifiuto russo di piegarsi all’agenda culturale occidentale — dalle riforme economiche degli anni ’90 alla visione dei diritti sociali e della sovranità — l’origine di un risentimento profondo. L’Occidente “odia” la Russia perché essa è lo specchio che riflette la perdita di sovranità dell’Europa stessa. Per Ritz, l’Europa è stata ridotta a una “periferia strategica” degli Stati Uniti, e la vista di una nazione europea (come la Russia si percepisce storicamente) che rivendica la propria autonomia risveglia un senso di colpa e di inadeguatezza nel cuore del Vecchio Continente colonizzato culturalmente.

In ultima analisi, la genesi di questo odio risiede in una sfasatura temporale e filosofica. La Russia, agli occhi di Ritz, sta cercando di preservare una forma di modernità legata alla storia e alla tradizione, mentre l’Occidente è scivolato in una fase post-storica, post-moderna e, potremmo dire, nichilista. Lo scontro attuale è quindi la collisione tra una civiltà che crede ancora nella realtà della geografia e della storia (la Russia) e un’entità che vorrebbe abolirle in nome di un mercato globale senza confini e senza radici (l’Occidente). Comprendere questa dinamica significa ammettere che non ci potrà essere pace duratura finché l’Occidente non affronterà la propria crisi d’identità e non riconoscerà alla Russia il diritto di essere diversa, uscendo dalla logica della crociata ideologica che oggi domina il dibattito pubblico.

 

Un confronto con il pensiero conservatore tedesco

L’analisi di Ritz non è fondata sull’economia politica marxista nel senso classico (rapporti di produzione o lotta di classe),  seppure utilizza alcuni strumenti analitici del marxismo per decostruire l’imperialismo culturale e la natura delle élite occidentali. L’impianto teorico di Ritz è più vicino alla filosofia della storia che al materialismo storico. Non c’è un’articolazione dell’analisi di classe in relazione ai concetti utilizzati di Europa e di Occidente: tutto il ragionamento è limitato alle classi dirigenti e ai ceti intellettuali. Per intenderci, Ritz condivide con Piero Bevilacqua (La guerra mondiale a pezzi e la disfatta dell’Unione Europea, Castelvecchi, Roma 2025) una critica radicale alla sottomissione europea agli interessi statunitensi nel contesto del conflitto con la Russia. Ma mentre Ritz diagnostica una catastrofe metafisica causata dalla cancellazione della composita e internamente contraddittoria tradizione culturale greco-romana-ebraico-cristiana (oltre a modelli concettuali legati al socialismo e al comunismo, e più in generale, “all’intera tradizione della storia del pensiero”), da quello che potremmo sinteticamente definire un nichilismo culturale e dall’egemonia di “una cultura internazionale liberale di impronta americana”, Bevilacqua analizza la disfatta dell’UE attraverso la morte politica e la sottomissione all’egemonia del dollaro come valuta mondiale e di riserva (che Charles de Gaulle aveva definito “un privilegio esorbitante”) e al capitalismo finanziario statunitense. Una sottomissione della produzione (l’”economia reale”) al potere e ai flussi della finanza che caratterizza la fase neoliberista dell’economia globale e che sottende l’antico conflitto tra lavoro e rendita.

Quello che deve essere chiaro è che le tesi di Ritz presentano una forte affinità con il pensiero conservatore e identitario, in particolare quello legato alla tradizione filosofica tedesca. Sebbene la sua critica sia diretta contro l’ordine liberale atlantico, i temi che solleva ricalcano preoccupazioni storicamente care alla destra conservatrice. Vediamo di identificare questi temi in modo da poter andare in seguito ad analizzare più in dettaglio come Ritz li tratta.

Ritz utilizza la diagnosi nietzschiana per descrivere l’Occidente moderno come una civiltà che ha perso i propri riferimenti spirituali e culturali. Questo argomento è un pilastro del conservatorismo classico, che vede nella modernità liberale una forza de-costruttrice di tradizioni, famiglia e religione in favore di un individualismo materiale.

L’autore denuncia la “colonizzazione culturale” degli Stati Uniti, che avrebbe trasformato l’Europa in una periferia senz’anima. Questa critica alla globalizzazione omologante è centrale nella “Nuova Destra” tedesca (“Neue Rechte”) e nei movimenti identitari europei che auspicano un ritorno alla sovranità nazionale e culturale contro l’egemonia del modello statunitense. D’altra parte, anche per la destra statunitense – Tucker Carlson, Steve Bannon e gli intellettuali del Clermont Institute – l’individualismo radicale e il nichilismo culturale hanno mangiato l’anima degli stessi Stati Uniti: l’America è diventata un corpo senza spirito.

Ritz sostiene provocatoriamente che la Russia sia più europea dell’Europa inglobata nell’Occidente, avendo preservato legami con la storia e la profondità culturale che l’Occidente (e ora anche l’Europa) ha ripudiato. Questo tema risuona con il tradizionalismo, che spesso guarda alla Russia (o ad altri poli non-occidentali) come a un baluardo contro il declino morale e culturale dell’Occidente liberale.

L’approccio culturologico di Ritz ricorda la corrente della Rivoluzione Conservatrice tedesca degli anni 1920 – con autori come Carl Schmitt o Ernst Jünger-, che cercava una via per la modernità che non sacrificasse l’ordine, l’autorità e l’identità storica e nazionale. Anche Ritz propone una “terza via” per l’Europa, basata sulla neutralità e sulla distanza dagli imperi universalisti (come quello statunitense).

In sintesi, il cuore filosofico di Ritz è profondamente conservatore: si basa sulla nostalgia per una civiltà europea radicata, tragica e sovrana, che egli vede minacciata dal vuoto ideologico dell’Occidente contemporaneo.

Le sue tesi presentano profonde affinità nella diagnosi della crisi della civiltà europea con quelle espresse da Oswald Spengler ne Il tramonto dell’Occidente (testo pubblicato in due volumi tra il 1918 e il 1922), pur differendo sulla natura del declino e sul possibile ruolo della Russia. Entrambi gli autori vedono l’Occidente moderno non come un progresso, ma come una fase di esaurimento spirituale e culturale. Spengler distingue tra “Kultur” (fase vitale e creativa) e “Zivilisation” (fase terminale, meccanica e materialista), e sostiene che l’Occidente sia entrato nella fase della “Zivilisation”, dove l’intelletto sostituisce l’anima e il denaro sostituisce i valori. Ritz riprende questa logica denunciando il passaggio dall’Europa (portatrice di una “Kultur” profonda) all’Occidente (una “Zivilisation“ superficiale a guida statunitense). Per Ritz, l’Occidente è un “modello di civiltà vuoto” dominato dal consumismo e dal nichilismo, che ha soffocato l’identità europea originale, entrata in una lunga fase di declino dal 1914 (dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale) ad oggi, un periodo che “presenta tutte le caratteristiche di una lunga guerra civile europea’. Entrambi identificano una perdita di sostanza spirituale e culturale dell’Europa come sintomo di un declino. Spengler vedeva nella Russia una “cultura bambina” in attesa della sua fioritura, distinta e aliena rispetto a quella occidentale faustiana disposta a stipulare un patto col diavolo, consegnando la sua anima in cambio del potere, mentre Ritz considera la Russia l’ultimo baluardo della “Vecchia Europa”; mentre l’Occidente atlantico decade, la Russia preserva valori (giustizia sociale, profondità tragica, pensiero dialettico, rifiuto dell’iper-individualismo) che potrebbero servire alla “ri-invenzione dell’Europa”. Se per Spengler il declino è un processo organico e ineluttabile di invecchiamento delle civiltà, per Ritz è il risultato di una scelta politica e culturale (la colonizzazione statunitense dell’Europa) che può ancora essere invertita attraverso la sovranità e la neutralità.

 

La diagnosi filosofica: Nietzsche e la trasvalutazione dell’ordine dei valori

Se nei primi capitoli del saggio Ritz definisce in modo molto dettagliato e preciso le coordinate geopolitiche e storiche dello scontro tra Occidente e Russia, è nei due capitoli finali che l’autore scende nelle profondità abissali della filosofia per diagnosticare la “malattia dell’anima” che affligge l’Occidente moderno. Il cuore pulsante dell’analisi di Ritz è l’applicazione metodica e spietata del pensiero di Friedrich Nietzsche alla condizione politica e psicologica delle società contemporanee. Ritz non cita Nietzsche come un semplice orpello accademico, ma come l’unico clinico capace di interpretare il declino di una civiltà che ha smarrito la propria bussola metafisica.

La diagnosi di Ritz è netta: l’Occidente è affetto da una forma terminale di nichilismo reattivo. La libertà del soggetto, elaborata dalla filosofia occidentale, con Kant e Hegel, sta degenerando nel nichilismo e nella negazione di ogni pensiero dialettico, sta precipitando in un delirio di onnipotenza che genera mostri. A questo proposito, Ritz avrebbe potuto utilizzare la celebre e inquietante figura nichilista dell’”Ultimo Uomo” – l’individuo cinico e stanco che cerca solo conforto e ha perso ogni grande aspirazione –, descritta in Così parlò Zarathustra come l’antitesi dell’”Oltreuomo” (“übermesch”), capace di creare propri valori di senso basati sulla responsabilità umana, per tratteggiare il ritratto dell’odierno cittadino e politico occidentale. L’”Ultimo Uomo” è colui che ha barattato la grandezza, la profondità tragica e la ricerca della verità (che richiede “serietà e studio”) con la ricerca ossessiva del comfort, della sicurezza materiale, di un relativismo etico. e di un conformismo tecnologico che anestetizza ogni slancio vitale. In questo stato di “felicità” artificioso, sintetico e mediocre, ogni forma di alterità radicale — ovvero ogni civiltà che esprima ancora una volontà di potenza legata a valori storici , etici o spirituali — viene percepita come una minaccia intollerabile alla propria pace piatta.

In questo quadro filosofico, l’odio viscerale verso la Russia cessa di essere una scelta razionale di politica estera e diventa un meccanismo di difesa psicologica collettivo. Ritz sostiene che l’Occidente, essendosi svuotato internamente di ogni valore autentico che non sia il consumo, lo stile di vita individuale o la procedura burocratica, abbia un bisogno vitale di un nemico assoluto per poter definire, per via negativa, la propria esistenza. La Russia, che nella visione di Ritz conserva ancora — pur con tutte le sue contraddizioni — elementi della “Vecchia Europa” (come il senso della missione storica, il legame con la terra e una profondità culturale tragica che l’Occidente ha rimosso), funge da specchio insopportabile. L’odio, dunque, non è altro che la manifestazione politica di un risentimento: l’uomo occidentale svuotato di senso e significato odia istintivamente chiunque possieda ancora una scintilla di quella vitalità che egli stesso ha tradito o perduto.

Ritz  descrive il paradosso di una società che, pur proclamandosi pacifista e tollerante, promuove con fanatismo l’escalation militare. Questo nichilismo non cerca la vittoria per costruire un nuovo ordine, ma cerca lo scontro per distruggere ciò che non riesce a comprendere o a sottomettere. È una fuga in avanti: non avendo più nulla in cui credere internamente, l’Occidente cerca una missione esterna, una  crociata dei valori che possa dare un senso artificiale a un’esistenza svuotata di scopo. La demonizzazione di Putin e della Russia diventa quindi una forma di esorcismo; proiettando tutto il “male” su un avversario esterno, l’Occidente può evitare di guardare nell’abisso del proprio declino culturale.

Ritz osserva come l’Occidente utilizzi i “valori universali” (tutela dei diritti individuali e umani, la diffusione della democrazia liberale, la salvaguardia dei diritti delle minoranze) non come mete ideali, ma per legittimare la propria espansione geopolitica. Come strumenti di una morale gregaria e vendicativa. Chi non si adegua al gregge occidentale viene marchiato come malvagio. Questa inversione dei valori permette all’Occidente di giustificare la propria aggressività geopolitica come un atto di superiore moralità (il Bene), nascondendo dietro la retorica umanitaria una volontà di annientamento del diverso. Questo  permette all’Occidente di giustificare la propria aggressione geopolitica come una crociata morale. L’universalismo dei diritti viene usato per negare alla Russia (e ad altri) il diritto a una propria specificità culturale: se non sei occidentale, sei incivile.

Un punto cruciale dell’analisi di Ritz riguarda la perdita della capacità di comprendere la “dimensione tragica” della vita. Mentre la Russia, attraverso la sua letteratura (Dostoevskij, Cechov, Tolstoj) e la sua storia sofferta, accetta il dolore e il conflitto come parti integranti dell’essere, l’Occidente americano-centrico cerca di eliminare il tragico attraverso la tecnica e il “politicamente corretto”. Quando questa rimozione fallisce di fronte alla realtà della storia, la reazione occidentale è di rabbia pura. La Russia, ricordando all’Occidente che la storia è ancora fatta di sangue, terra e fede, distrugge l’illusione della “fine della storia” cara alle élite neoliberali e neoconservatrici, scatenando un odio che è, in ultima istanza, un desiderio di cancellare il testimone della propria decadenza.

Ritz conclude che questo nichilismo è autodistruttivo e mira a decostruire tutte le identità tradizionali (famiglia, nazione, religione). L’odio verso la Russia è l’ultimo atto di una civiltà che, non potendo più creare nulla di nuovo, sceglie di definire se stessa attraverso la distruzione dell’Altro. Per uscire da questa spirale, Ritz suggerisce che l’Europa dovrebbe riscoprire il proprio Nietzsche più profondo — quello che auspicava un’Europa sovrana e capace di “grande politica” — per smettere di essere lo strumento di un nichilismo d’oltreoceano e tornare a essere un polo di equilibrio e civiltà. Senza questo superamento del nichilismo, l’Europa è destinata a consumarsi in una guerra che non serve i suoi interessi, ma solo la cecità di chi ha smesso di amare la vita per adorare il vuoto.

Poiché la Russia resiste a questa decostruzione, diventa l'”Altro Assoluto”. L’odio dell’Occidente è visto come una risposta reattiva, un modo per trovare un senso di scopo attraverso un nemico esterno, poiché non ha più valori interni in cui credere.

 

La “colonizzazione culturale” e il ruolo degli Stati Uniti

Un pilastro fondamentale e ferocemente critico dell’analisi di Ritz riguarda la metamorfosi dell’Europa sotto l’influenza statunitense, un processo che l’autore non esita a definire come una vera e propria “colonizzazione culturale”. Per Ritz, il termine “Occidente” non è un sinonimo geografico o storico di Europa, ma un costrutto ideologico artificiale, una sorta di guscio vuoto creato a Washington per inglobare le nazioni europee e asservirle a un progetto imperiale estraneo alla loro natura profonda. La tesi è radicale: l’Europa non è più il soggetto della propria storia, ma l’oggetto di un’operazione di ingegneria sociale su vasta scala iniziata nel 1945 e giunta oggi al suo compimento più drammatico.

Ritz sostiene che gli Stati Uniti abbiano esercitato un potere molto più sottile e pervasivo di quello puramente militare della NATO. Si tratta di una “occupazione intellettuale” che ha agito attraverso il soft power, trasformando il modo in cui gli europei percepiscono se stessi e il mondo. In questo processo, la “coscienza europea” — basata sulla profondità filosofica, sul senso della storia, sull’etica pubblica, su un’idea di giustizia sociale, e su un modello di Stato sociale e solidale (il compromesso socialdemocratico) — è stata sistematicamente erosa e sostituita da uno “spirito occidentale” generico, fondato sul consumismo, sull’individualismo radicale, sul neoliberismo e su una cultura della superficie. Una colonizzazione culturale che ha voluto dire “smentire il concetto europeo di societas e sostituirlo con una forma di individualismo di impronta americana”. Ritz descrive questa transizione come una lobotomia storica: l’Europa è stata indotta a dimenticare le proprie radici culturali classiche e umanistiche per abbracciare un modello culturale statunitense presentato come l’unica forma possibile di progresso e libertà (di fatto, una sorta di genocidio culturale).

L’autore analizza con precisione chirurgica come questo sia avvenuto, citando la sostituzione della formazione spirituale e profonda dell’individuo con il pragmatismo educativo americano, orientato esclusivamente alla produzione e al consumo. In questa nuova cultura, non c’è più spazio per la complessità o per la comprensione delle ragioni dell’altro; tutto viene ridotto a uno scontro binario tra “buoni” (chi segue il modello americano) e “cattivi” (chi vi resiste). Qui risiede, secondo Ritz, la radice della moderna russofobia: la Russia è l’ultimo grande ostacolo a questa omologazione globale. Poiché la Russia rivendica una propria specificità culturale e rifiuta di dissolversi nel “mare magnum” dell’americanismo, deve essere demonizzata e isolata.

Ritz è particolarmente critico nei confronti delle élite dell’intellettualità e dei media europei contemporanei, che considera una classe manageriale colonizzata che è stata il principale veicolo della “guerra culturale”. Queste élite, educate nelle stesse università, ONG e programmi di scambio, formate negli stessi think-tank (come il German Marshall Fund) e nutrite dai medesimi media anglosassoni, hanno interiorizzato gli interessi degli Stati Uniti a tal punto da non riuscire più a distinguere ciò che è bene per l’Europa da ciò che è bene per Washington.  È stata creata una classe dirigente europea che pensa e parla come quella statunitense. Questo spiega perché l’Unione Europea agisca oggi in modo apparentemente suicida: tagliando i ponti energetici e culturali con la Russia. Non sta difendendo la propria sovranità. Non sta  perseguendo i propri interessi geopolitici (che, secondo Ritz, richiederebbero la pace con la Russia), ma sta consolidando la propria dipendenza totale dagli Stati Uniti. Ritz vede in questo una tragedia storica: il Vecchio Continente si è ridotto a una “periferia strategica”, un satellite che sacrifica la propria prosperità e la propria pace per sostenere un’egemonia unipolare in declino.

Un altro punto centrale è la critica al moralismo delle relazioni internazionali statunitense legato al concetto neoconservatore della “responsibility to protect” (la responsabilità della protezione) come motivazione per giustificare l’ingerenza negli affari interni di altri Paesi (non ammessa invece dal “modello di Vestfalia” di diritto internazionale tra Stati). Ritz osserva come gli Stati Uniti abbiano utilizzato i diritti umani e la democrazia liberale come armi di penetrazione geopolitica. Quando l’Europa adotta acriticamente questa retorica, finisce per partecipare a crociate morali che servono solo a destabilizzare l’area eurasiatica a vantaggio della potenza d’oltreoceano. La Russia, in questo scenario, diventa il bersaglio perfetto: un nemico contro cui l’Occidente può scagliare la sua indignazione morale per nascondere il proprio vuoto di valori interni.

In ultima analisi, per Ritz, la liberazione dell’Europa deve passare necessariamente per una “de-colonizzazione culturale”. Gli europei devono ritrovare il coraggio di pensare in modo autonomo, riscoprendo autori come Goethe, Schiller, Hegel, Marx e lo stesso Nietzsche, per comprendere che il loro destino non è quello di essere l’avamposto orientale di un impero atlantico, ma di essere il cuore di una civiltà multipolare capace di dialogare con la Russia, come anche con la Cina e l’Iran. Senza questo risveglio intellettuale, l’Europa resterà intrappolata in un conflitto che la consumerà, vittima di un “odio” che non le appartiene, ma che le è stato iniettato per renderla innocua.

 

Confronti intellettuali: Todd, Quinn, Arlacchi, Vanoli e Pieranni

Il pensiero di Hauke Ritz non emerge dal vuoto, ma si inserisce in un vivace e tormentato dibattito intellettuale europeo che, tra il 2024 e il 2026, ha cercato di ridefinire il concetto di “Occidente” di fronte a un ordine mondiale in rapida frammentazione. Sebbene Ritz condivida con molti suoi contemporanei la sensazione di un tramonto imminente, la sua analisi si distingue per la profondità filosofica e la centralità della “questione russa”. Confrontare Ritz con altre figure chiave permette di comprendere meglio l’unicità della sua posizione.

  1. Emmanuel Todd e la decomposizione dei sistemi. Il confronto con l’autore de La sconfitta dell’Occidente (Fazi Editore, Roma 2024) è obbligatorio (si veda la mia recensione qui). Entrambi identificano nel nichilismo il sintomo terminale della civiltà euro-atlantica, basata su una società libertina, senza più un’etica pubblica, religiosa o laica che sia che fissi i limiti invalicabili allo sfrenato individualismo e all’egoistico edonismo dei desideri illimitati, dove impera un narcisismo spinto che sta distruggendo le basi comunitarie del vivere insieme. Tuttavia, la divergenza risiede nella natura di questa patologia. Per Todd, il nichilismo è un fenomeno strutturale, quasi biologico: è l’esito della “fine del protestantesimo” (nella sua forma zombie) e della dequalificazione dei sistemi educativi, che hanno privato le società di una bussola morale e di coesione sociale, portando a un declino demografico e industriale che rende la sconfitta inevitabile. L’Occidente è dominato da “oligarchie nichiliste”. Per Ritz, invece, il nichilismo è frutto di una scelta filosofica e culturale. È una patologia dell’anima legata alla perdita della vitalità e alla rimozione della profondità della tradizione culturale europea. Si manifesta come russofobia irrazionale. Mentre Todd osserva lo sfacelo dei dati (aumento della mortalità infantile, calo della speranza di vita e dei livelli di produzione e di istruzione), Ritz osserva lo sfacelo delle idee: un Occidente che odia la Russia perché ha paura della propria ombra storica e si definisce solo in opposizione a un nemico esterno. Per Todd, la Russia è una “democrazia autoritaria” più stabile e razionale dell’Occidente “malato”, capace di attirare il resto del mondo (il Sud Globale) proprio perché non è affetta dal nichilismo distruttivo occidentale. In sintesi, mentre Ritz vede nel nichilismo una malattia dello spirito europeo da curare con una nuova filosofia politica, Todd lo vede come un sintomo dello sfacelo strutturale (demografico e industriale) di un sistema che non ha più una funzione storica.
  2. Josephine Quinn e il mito delle radici pure: Nel suo Occidente. Un racconto lungo 4.000 anni Feltrinelli, Milano 2024), la Quinn compie un’operazione di smantellamento storico (si veda la mia recensione qui). La sua tesi è che l’Occidente, come civiltà isolata e superiore, non sia mai esistito: è sempre stato il prodotto di millenni di scambi, migrazioni e contaminazioni globali (dal Levante all’India, dall’Africa alle steppe). Quinn sostiene che l’Occidente è sempre stato un sistema “aperto”, una “rete” di molteplici lingue e culture piuttosto che una pura discendenza greco-romana. Ritz, pur apprezzando la decostruzione dei miti, affronta il problema dal polo opposto. Per lui, sebbene l’Occidente possa essere un’invenzione storica, esso si è cristallizzato oggi in una realtà politica ferocemente esclusivista. Mentre la Quinn invita all’inclusione ricordando le radici comuni, Ritz denuncia come l’Occidente moderno usi la propria “identità” proprio per escludere e odiare ciò che non riesce a integrare (la Russia). In breve: per Quinn l’Occidente è un “web” aperto; per Ritz è una fortezza nichilista che si sta chiudendo al mondo. Per Ritz, l’Occidente è una maschera pericolosa indossata dagli Stati Uniti per controllare l’Europa; per Quinn, l’Occidente è un arazzo collaborativo che non avrebbe mai dovuto essere etichettato come una “civiltà” separata. Il “pensiero civilizzazionale” è un’invenzione errata del XIX secolo che compartimentalizza la storia in modo improprio. Quinn afferma che i valori occidentali – libertà, razionalità e giustizia – non sono mai stati esclusivamente occidentali, ma sono emersi da una rete molto più ampia di interazioni globali.
  3. Pino Arlacchi e la meccanica dell’egemonia. Il legame tra Ritz e Arlacchi (La Cina spiegata all’Occidente, Fazi Editore, Roma 2025), risiede nella critica radicale al ruolo degli Stati Uniti (si veda la mia recensione qui). Entrambi concordano sul fatto che Washington sia il “motore” dell’odio globale. Per Arlacchi, l’Occidente è un’oligarchia globale anglosassone che agita il “pericolo cinese” per giustificare la propria esistenza e il proprio complesso militare-industriale. L’Occidente teme la Cina non perché sia una minaccia militare reale, ma perché il suo successo dimostra che si può essere moderni senza essere occidentali. Avendo perso il primato industriale a favore della Cina, l’unico strumento di rilevanza globale rimasto a questa oligarchia occidentale è la coercizione militare e finanziaria. Per Ritz, la Russia svolge lo stesso ruolo di spauracchio necessario. Entrambi denunciano ferocemente l’ipocrisia dei “valori occidentali” e la retorica dei diritti umani (rispetto ai diritti sociali e alla lotta alle disuguaglianze e alla ricchezza smodata): Arlacchi li vede come armi di coercizione geopolitica usate per fermare la pacifica ascesa economica asiatica, mentre Ritz li analizza come un moralismo usato per demonizzare chiunque rivendichi una sovranità culturale. Entrambi smontano la narrazione dell’Occidente come “faro di civiltà”, ma la loro è una critica speculare: Arlacchi guarda all’economia e al diritto, Ritz alla filosofia e alla psicologia collettiva. Arlacchi esorta l’Occidente ad abbandonare il complesso di superiorità e ad accettare la Cina come partner paritario in un mondo multipolare, smettendo di alimentare le tensioni (come su Taiwan) che servono solo a mantenere in vita il complesso militare-industriale statunitense. Egli considera gli Stati Uniti la principale forza che cerca di impedire l’integrazione della massa continentale eurasiatica attraverso la “Belt and Road Initiative” lanciata da Xi Jinping nel 2013. Gli Stati Uniti creano “minacce” artificiali per giustificare la propria presenza militare e mantenere i propri alleati sotto un “ombrello di sicurezza” che in realtà è uno strumento di controllo. Mentre Ritz compie un’analisi più filosofica e identitaria (l’Occidente come malato di nichilismo), Arlacchi adotta un approccio più sociologico e politico (l’Occidente come oligarchia in declino). Entrambi, però, concordano sul fatto che l’attuale concetto di “Occidente” sia il principale ostacolo alla pace mondiale. Entrambi concludono che gli Stati Uniti stanno attualmente conducendo l'”Occidente” verso un vicolo cieco strategico. Ritz ritiene che ciò porterà a una catastrofe culturale, mentre Arlacchi lo considera un futile tentativo di arrestare un processo storico (l’ascesa dell’Asia) che si è già verificato.
  4. Alessandro Vanoli e la trappola del confine. Vanoli, ne L’invenzione dell’Occidente (Feltrinelli Milano 2024), traccia la storia del termine come un’identità fluida, un confine mobile, un’idea di “frontiera” che si è spostata nei secoli per definire chi è “dentro” e chi è “fuori”. Ritz porta questa analisi alle sue estreme conseguenze contemporanee. Per Ritz, l’Occidente non è più un confine geografico o storico, ma una trappola identitaria moderna. Questa trappola impedisce all’Europa di abbracciare la sua naturale e vitale dimensione eurasiatica. Se Vanoli ci spiega come abbiamo costruito il concetto di Occidente per scopi politici e culturali, Ritz ci avverte che quella costruzione è diventata una prigione: l’Europa è rimasta chiusa dentro un recinto ideologico statunitense, perdendo la capacità di dialogare con il proprio “Est”, condannandosi così a un isolamento che Vanoli aveva già intravisto nelle pieghe della storia.

In sintesi, Ritz si colloca al centro di questo crocevia intellettuale come il filosofo che sintetizza le preoccupazioni sociologiche di Todd, quelle storiche di Quinn e Vanoli, e quelle politiche di Arlacchi. La sua originalità sta nel suggerire che il superamento di questa crisi non passerà solo per nuovi trattati commerciali o mutamenti demografici, ma per un atto di liberazione culturale e metafisica. L’Europa deve smettere di vedere l’Occidente come il suo unico destino e tornare a considerarsi una parte del mondo multipolare, riscoprendo che l’odio per la Russia non è altro che il riflesso della paura di non sapere più chi siamo senza un nemico da combattere.

Infine, è interessante contrastare l’analisi di Ritz con quella di Simone Pieranni, Lo specchio americano. Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti (Mondadori, Milano 2026). I due saggi offrono prospettive complementari ma profondamente diverse sulla crisi dell’egemonia occidentale, analizzando come Russia e Cina abbiano rielaborato il proprio rapporto con il modello americano.

Ritz sostiene che l’ostilità occidentale verso Mosca non sia solo geopolitica, ma rifletta una profonda crisi d’identità della civiltà europea. L’Occidente non tollera una civiltà concorrente che conservi radici storiche che l’Europa, a suo dire, ha smarrito a favore di una “trasvalutazione “dei propri valori culturali influenzata dagli USA. L’odio verso la Russia sarebbe alimentato dalla necessità di mantenere l’egemonia unipolare degli Stati Uniti, impedendo un’emancipazione sovrana del continente europeo. Ritz fa risalire l’antagonismo a traumi storici mai superati, come la rivoluzione del 1917, che continua a rappresentare uno “spauracchio ideologico” per l’Occidente.

Da parte sua, Pieranni analizza il mutamento radicale dello sguardo cinese verso gli USA, passato dalla fascinazione del “sogno americano” (anni ’70 e ’80) alla competizione aperta. Per decenni, gli Stati Uniti sono stati per la Cina lo specchio in cui cercare la propria immagine futura, un mix di desiderio, imitazione e complesso d’inferiorità. Mentre l’Occidente etichettava la Cina, quest’ultima “prendeva appunti” e studiava con estrema intensità il modello (sociale, economico, politico e culturale) statunitense per identificarne i punti di forza e di debolezza, definire la propria identità, nonché per superare e, ora, rigettare il suo maestro. Oggi lo specchio si è rotto, mentre la Cina ritiene di aver trovato la propria strada per perseguire il “sogno cinese” (dove non è l’individuo ad essere il motore e il beneficiario del sogno stesso, bensì la collettività) come alternativa alla modernità occidentale. Pieranni evidenzia come Pechino non si senta più inferiore e guardi agli USA “dall’alto in basso”, rigettando il modello americano per proporre una propria idea di modernità (un capitalismo declinato come “economia socialista di mercato con caratteristiche cinesi” in cui lo Stato ha il ruolo dominante). Lo scontro è per ora sui dazi, ma riguarda l’idea stessa di modernità, il potere tecnologico e la capacità di definire le “regole del gioco” globale. Ora, semmai, è la Cina che offre all’Occidente euro-americano uno specchio per l’autocritica. Per la Cina (come per gli USA), l’Europa è un attore secondario in una sfida bipolare tra Pechino e Washington che potrebbe durare anche decenni e diventare uno scontro aperto militare di tipo nucleare.

 

Il caso Germania: la de-germanizzazione dello spirito

Un aspetto particolarmente originale e tormentato dell’opera di Hauke Ritz riguarda l’analisi della condizione tedesca, che egli eleva a caso studio esemplare della crisi europea. Ritz sostiene che la Germania non abbia subito soltanto una necessaria “denazificazione” dopo il 1945, ma un processo molto più profondo e sottile di “de-germanizzazione”. Secondo l’autore, la politica culturale delle potenze occupanti, in particolare quella statunitense, ha mirato a sradicare i fondamenti stessi dello spirito filosofico tedesco, percepiti come intrinsecamente pericolosi per l’egemonia liberale atlantica.

Per Ritz, la cultura tedesca della “profondità” — quella che va da Goethe a Hegel, fino alla tragicità di Nietzsche — è stata sistematicamente stigmatizzata come la radice metafisica del totalitarismo. Questo ha prodotto un trauma intellettuale collettivo: per decenni, ai tedeschi è stato insegnato che la loro tradizione filosofica, basata sull’idealismo e sulla ricerca di una sintesi storica, portasse inevitabilmente alla catastrofe (del nazismo e della Seconda Guerra Mondiale). Il risultato è stato che i tedeschi hanno smesso di leggere i propri classici come fonte di ispirazione politica e questo ha portato alla lobotomia culturale. La formazione interiore e spirituale è stata sostituita con un pragmatismo sociologico (con un ruolo chiave della “Scuola di Francoforte” di Adorno e Horkheimer) e un individualismo di stampo statunitense. La Germania è passata dall’essere la “terra dei poeti e dei pensatori” a essere la terra dei consumatori e dei tecnici, perdendo la capacità di pensare la “Grande Politica” in termini sovrani.

È in questo contesto che Ritz inserisce il paradosso del rapporto con la Russia. L’autore nota, con una punta di amara ironia, che mentre la Germania post-bellica ripudiava o anestetizzava i propri classici, la Russia (come la Germania Est) continuava a coltivarli con immenso rispetto. Per lo spirito russo, Hegel, Marx e lo stesso Goethe sono rimasti interlocutori vitali. Questo crea oggi un cortocircuito psicologico insopportabile per l’élite tedesca: la Russia funge da “custode” di quella profondità europea che la Germania è stata costretta ad abbandonare. Quando un tedesco guarda alla Russia, vede inconsciamente il riflesso della propria identità perduta, del proprio spirito “non-omologato”.

La russofobia tedesca contemporanea, secondo Ritz, è dunque una forma di auto-odio proiettato. Demonizzare la Russia permette ai tedeschi di esorcizzare il proprio passato e di confermare la propria fedeltà incondizionata al modello statunitense. Odiare il “barbaro orientale” diventa una prova di “democrazia”, un modo per dimostrare di aver reciso ogni legame con quella tentazione eurasiatica e quella profondità culturale e metafisica che un tempo definivano l’identità germanica. Ritz suggerisce che l’attuale accanimento tedesco nel voler rompere ogni legame economico e culturale con Mosca (fino all’accettazione passiva del sabotaggio dei gasdotti Nord Stream) sia un atto di auto-punizione: la Germania sacrifica se stessa per espiare la colpa di essere stata, un tempo, qualcosa di diverso dall’Occidente statunitense.

In ultima analisi, Ritz sostiene che non possa esserci una rinascita europea senza una “ri-germanizzazione” positiva dello spirito tedesco. Questo non significa affatto un ritorno al nazionalismo, ma il recupero della capacità di pensare criticamente l’Occidente partendo dalle proprie radici filosofiche e culturali. Per Ritz, la Germania deve smettere di essere lo scolaro modello del nichilismo atlantico e tornare a essere il ponte naturale tra l’Europa e la Russia. Solo riscoprendo la propria “profondità” e la propria collocazione geografica al centro del continente, la Germania potrà smettere di odiare la Russia e, di riflesso, smettere di odiare se stessa, contribuendo così alla nascita di un’Europa finalmente sovrana e multipolare.

 

Verso una rinascita: sovranità, neutralità e “Nuova Ostpolitik”

Dopo aver diagnosticato la malattia nichilista e aver denunciato la colonizzazione culturale subita dall’Europa, Hauke Ritz non abbandona il lettore al pessimismo, ma delinea una strategia di sopravvivenza che definisce una vera e propria “ri-invenzione dell’Europa”. Per l’autore, il destino del continente non è necessariamente quello di affondare insieme al declino dell’egemonia statunitense; esiste una via d’uscita, ma richiede un atto di coraggio politico e intellettuale senza precedenti: il recupero della sovranità attraverso la neutralità strategica.

Il fulcro della proposta di Ritz è il superamento del modello atlantista a favore di quello che egli chiama il “Modello Svizzero” su scala continentale. Ritz sostiene che l’Europa, per tornare a essere un soggetto storico e non un semplice teatro di scontro tra potenze, debba dichiararsi neutrale. Questa neutralità non va intesa come passività o isolazionismo, ma come una scelta attiva di autonomia geopolitica. Un’Europa neutrale smetterebbe di essere la “testa di ponte” orientale degli Stati Uniti e diventerebbe un polo di stabilità capace di bilanciare le tensioni tra l’anglosfera e l’area eurasiatica. Questo passaggio richiederebbe lo smantellamento della logica della NATO, che Ritz vede ormai non più come un’alleanza difensiva, ma come il principale ostacolo alla pace continentale (in proposito si veda il mio articolo qui).

Fondamentale in questo processo sarebbe il perseguimento di una “Nuova Ostpolitik”. Ritz ricorda la politica di distensione di Willy Brandt ed Egon Bahr, per raggiungere il cambiamento attraverso il riavvicinamento. Dovrebbe essere adattata al XXI secolo. Se la vecchia Ostpolitik serviva a prevenire l’olocausto nucleare durante la Guerra Fredda, quella nuova dovrebbe servire a integrare la Russia in un’architettura di sicurezza comune europea. Ritz è categorico: la pace in Europa è impossibile senza la Russia, e ancor più contro la Russia. L’Ostpolitik storica si occupava della divisione ideologica tra comunismo e capitalismo. Ritz si concentra su un conflitto culturale e filosofico, sostenendo che l’Occidente ora odia la Russia perché la percepisce come un residuo della “Vecchia Europa” che resiste alla “colonizzazione culturale” in stile statunitense. Propone di vedere il territorio russo non come una minaccia, ma come il naturale completamento economico e culturale dell’Europa. La cooperazione energetica, industriale e culturale/spirituale con Mosca è, per Ritz, l’unica garanzia per impedire che l’Europa diventi una landa de-industrializzata e povera, schiacciata tra il caro energia statunitense e la competizione asiatica. Ritz aggiunge che il danno per l’Europa è prima di tutto ontologico. Accettare la logica dello scontro significa, per un tedesco, negare la propria geografia. Ritz invita dunque a un “ottimismo della volontà”: l’idea che la storia non sia finita e che i tedeschi e gli europei possano ancora scegliere di non essere i figuranti di una tragedia scritta altrove.

Un elemento centrale della proposta di Ritz è la “de-intossicazione” dal linguaggio della demonizzazione. Egli suggerisce che il primo passo verso la sovranità sia linguistico: smettere di usare le categorie morali binarie imposte dai media atlantisti (“democrazie contro autocrazie”) e tornare al linguaggio della Realpolitik e del mutuo riconoscimento. Ritz sottolinea che l’Europa deve uscire dalla “trappola di Tucidide” in cui è stata infilata: non c’è ragione oggettiva per cui gli interessi di Berlino, Parigi o Roma debbano coincidere con quelli di Washington nel voler indebolire la Russia fino al collasso.

 

Conclusione: l’ultimo bivio dell’Europa e l’ottimismo della volontà

Il saggio di Hauke Ritz non si chiude con una semplice previsione politica, ma con un appello esistenziale. Giunti al termine di questa analisi, emerge con chiarezza che la “questione russa” non è un problema di confini territoriali o di equilibri di potenza nel senso ottocentesco del termine, ma la prova del nove per la sopravvivenza stessa della civiltà europea. La conclusione di Ritz è tanto un grido d’allarme quanto una proposta di palingenesi: l’Europa si trova di fronte a un ultimo bivio storico, dal quale dipenderà il suo ruolo nei secoli a venire o la sua definitiva uscita di scena.

Se l’Europa continuerà a percepirsi esclusivamente come l’avamposto orientale del nichilismo occidentale — accettando la narrazione statunitense che dipinge la Russia come il “male assoluto” e il polo eurasiatico come una minaccia — essa è destinata, secondo l’autore, alla dissoluzione. Questa dissoluzione non sarà solo economica (attraverso la de-industrializzazione e la dipendenza energetica), ma soprattutto culturale e spirituale. Un’Europa che rinuncia al dialogo con la Russia rinuncia a una parte di se stessa, recide i legami con la propria profondità storico-culturale e si condanna a diventare un museo a cielo aperto, una  periferia culturale senza voce e senza anima sotto la tutela di un impero d’oltremare che la utilizza come scudo geopolitico.

Tuttavia, Ritz intravede una via d’uscita nell’ottimismo della volontà. Recuperando la lezione di Gramsci, Ritz sostiene che il declino non è un destino ineluttabile. La “catastrofe europea” può essere evitata se l’Europa ritrova il coraggio di una nuova autocoscienza. Questo processo richiede quella che Ritz definisce una “de-intossicazione” intellettuale: la capacità di guardare alla Russia non più attraverso le lenti deformanti della propaganda atlantista, ma come a un partner indispensabile per la creazione di un ordine multipolare. La riconciliazione con Mosca non è dunque un atto di sottomissione, ma l’affermazione della propria sovranità culturale e metafisica.

La visione finale di Ritz è quella di un’Europa come polo di equilibrio. In un mondo che scivola verso uno scontro frontale tra il blocco anglosassone e quello sino-russo, l’Europa ha la missione storica di proporsi come una “grande Svizzera” continentale. Una neutralità attiva, capace di dialogare con entrambi i mondi, permetterebbe all’Europa di proteggere la propria prosperità e, al contempo, di fungere da mediatore universale. Questo richiederebbe il recupero della filosofia classica (da Hegel a Marx) per proporre un umanesimo del XXI secolo, nonché la riscoperta di quel genio europeo che ha sempre saputo armonizzare gli opposti: il locale e l’universale, la ragione e il tragico, l’Ovest e l’Est. È una visione che sfida i tabù del presente, ma che Ritz considera l’unica alternativa alla catastrofe europea finale. L’Europa può scegliere: restare l’appendice di un impero d’oltremare in fiamme o tornare a essere il centro di un equilibrio mondiale, riscoprendo che la sua forza non risiede nell’odio verso l’Oriente, ma nella capacità di armonizzare gli opposti.

In definitiva, ”Perché l’Occidente odia la Russia” ci lascia con una consapevolezza inquietante ma feconda: l’odio per l’Altro è sempre il riflesso di un vuoto interiore. Solo se l’Europa saprà colmare questo vuoto, riscoprendo i propri poeti, i propri filosofi e la propria collocazione geografica al cuore dell’Eurasia, potrà smettere di aver paura della Russia e tornare a essere il motore di una nuova rinascita culturale. La sfida è lanciata: de-colonizzare lo spirito per riprendere in mano il filo della propria storia.

Alessandro Scassellati

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