Dove dobbiamo andare per andare dove dobbiamo andare? Questa vecchia battuta di Totò sembra adattarsi bene alla situazione in cui sta versando il centro-sinistra. Dopo il referendum, come personaggi in cerca d’autore, uomini e donne nei circoli decisionali dei partiti, fomentati dai media embedded quanto dagli organi di regime, si sono lanciati in spericolate disquisizioni su primarie sì o primarie no. Il papabile maximo, a urne appena chiuse, è apparso baldanzoso affermando che lui, già «avvocato del popolo», si recherà tra le folle a raccogliere il consenso; altri papabili sono stati enumerati, fino alla papessa in fieri, partita con il piede (nudo) sbagliato, peccando di superficialità e improvvisazione, tanto in termini di comunicazione che di contenuto. Buttandola così, subito, «in caciara», costringendo la Elly che anche stavolta non avevano visto arrivare, sulla difensiva. Facendo evaporare come neve al sole, invece di centellinarne il sapore e approfondendone il significato, il portato di un risultato che avrebbe tutti i requisiti per indicare la via. Perché il referendum ha detto molte cose che, a quanto pare, in pochi sono corsi a tesaurizzare, una lezione che rischia di andare perduta già da ora. Ma che vale la pena riassumere qui, per fare un ragionamento su cosa si prospetta per la Coalizione per il No perché possa fare una campagna elettorale vincente per il 2027.
Già, perché, per quanto possa apparire ovvio, la Coalizione per il No non si tradurrà automaticamente né in Fronte per la Costituzione né il alleanza progressista se non saprà cogliere quanto sta maturando nel corpo sociale del Paese, ben emerso nel risultato referendario. In primo luogo, il referendum ha riportato al voto un buon numero di elettori, non tanti quanti alle ultime elezioni politiche (sono stati un milione in meno) ma ben più delle ultime elezioni europee e amministrative sparse in giro per l’Italia. Nel confronto tra i Sì e i No e i voti ottenuti alle politiche dalle coalizioni sostenitrici delle due opzioni, appare che i partiti del Sì hanno perso 1,8 milioni di voti, mentre quelli del No ne hanno guadagnati 1,7 milioni. Se è chiaro che i “partiti del Sì” hanno perso elettori, che non sono andati a votare (come mostra l’affluenza dove questi avevano vinto) e solo in parte hanno votato No, il No ha dunque raccolto molti “nuovi” elettori che non avevano votato per i “partiti del No”. Ben più di 1,7 milioni, dunque, forse 3 milioni e mezzo. È chiaro, quindi, che il “fronte progressista” – la Coalizione del No – deve darsi da fare con una proposta politica che vada incontro alla loro domanda.
Qual è questa domanda? In primis, c’è un elettorato che non si riconosce nella destra, che ha voluto dare un segnale chiaro, nel segno della difesa della Costituzione: contro l’abuso dei poteri, contro l’autoritarismo, per mantenere quell’impianto sancito nella nostra carta ottant’anni fa. Ma c’è dell’altro. Intanto, come è stato rilevato, è stato un voto in parte trainato dai giovani – sono stati la classe d’età con l’affluenza più alta e la quota più alta di No – nonostante il loro modesto peso relativo nel corpo elettorale (il 15,1%). Inoltre, è stato un voto non “partitico”: non “anti-partitico”, come qualcuno ha detto, ma che segnala un’insoddisfazione generalizzata. Ben il 35.7% degli elettori, infatti, ha dichiarato di non riconoscersi nelle proposte dei partiti esistenti: tra questi, l’astensione è stata altissima (quasi il 70%), ma tra chi ha votato il No ha prevalso in larga misura (63,2%). Si tratta di ben 3,3 milioni di No, una bella fetta dei No totali (14 milioni e mezzo).
Il voto referendario, in sostanza, ha evidenziato un desiderio di un “altro” modo di governare il Paese, che sia nel segno egalitario ed equo della Costituzione. Certo, che nel Paese vi sia una richiesta crescente di attenzione, soprattutto da parte delle fasce più giovani, è ormai evidente: sono stati quelli che più hanno partecipato al referendum dell’anno scorso sull’articolo 18 (l’unica fascia di età per la quale l’affluenza fu sopra il 50%), sono stati quelli che più sono scesi in piazza nelle manifestazioni oceaniche per la Palestina. E sono quelli che più soffrono il precariato, condizioni di vita e di reddito difficili, un mercato del lavoro teso e bloccato, come mostrano gli ultimi dati Istat (che passano totalmente inosservati, ormai).
C’è una vasta parte del corpo sociale in sofferenza, in Italia, cui la politica deve prestare attenzione. Al referendum ultimo, le fasce in condizione economica peggiore, sono quelle che hanno meno partecipato, ma sono anche quelle che più si esprimono a favore del No. Sono le fasce che rappresentano un terzo del corpo elettorale ma che non appaiono più nei “radar” dei partiti progressisti. Ed è a queste che, quindi, essi devono rivolgersi, se vogliono vedere volgere a loro favore il risultato elettorale.
L’attenzione verso il ceto medio è importante (questo ancora rappresenta quasi un terzo del corpo sociale), anche perché negli anni questo ha visto progressivamente peggiorare il proprio status economico e sociale. Ma sono i ceti medio bassi che reclamano attenzione: i servizi pubblici privatizzati, una scuola che è tornata ad essere “classista”, una mobilità sociale sempre più vischiosa, salari fermi che perdono potere d’acquisto, il lavoro precario, sono tutti fattori che relegano queste fasce nelle parti “basse” della scala sociale, in condizioni di vita difficili, che le portano ad essere escluse. E che non partecipano al voto, sfiduciate.
È da questi dati che i partiti della coalizione del No dovrebbero partire. Perché se è vero che il risultato referendario ha evidenziato una quasi naturale “convergenza” di quei partiti verso un “fronte progressista”, è sul “che fare” che va trovata la quadra. Più che discutere su chi può essere il candidato o la candidata “leader” – ovvero il primo ministro in pectore – sarebbe importante sapere cosa i candidati propongono. Dove vogliamo andare? In che modo vogliamo andarci? A chi vogliamo rivolgerci? Cosa si vuole fare su fisco, lavoro, salari, infrastrutture, servizi, istruzione e sanità? Questo dovrebbero dire da subito candidati e candidati, solo così potrebbe avere senso parlare di “primarie”. Se così non sarà, il verdetto sarà sempre più deciso nella minoranza di quegli elettori che votano – i garantiti, i “portatori di interesse”, chi si sente ascoltato: ma così facendo, il voto non sarà che una spartizione di un “mercato elettorale” dato, limitato, che lascia fuori la metà del corpo sociale.
Negli ultimi mesi, com’è naturale, siamo stati tutti condizionati da quanto andava succedendo nel mondo: l’aggressione all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele, l’aggressione al Libano da parte di Israele, la carneficina a Gaza. Per non parlare dei dazi di Trump, dell’aggressione al Venezuela, del blocco inferto a Cuba, fino alla guerra in Ucraina, la denuncia dell’aggressione russa, l’invio di armi e fondi, il riarmo europeo. Tutto questo ha favorito il formarsi di una rinnovata coscienza pacifista, anti-bellicista, di denuncia dell’imperialismo e del neo-colonialismo, contro le politiche di riarmo. Per quanto unificante, però, questa coscienza – che è apparsa “trasversale” al fronte progressista tanto quanto la difesa della Costituzione – dovrà coniugarsi con una coscienza “sociale” e civile che rimetta al centro i temi dell’eguaglianza, dell’equità e della giustizia sociale.
C’è chi pensa che sarà sufficiente un “fronte progressista” che si unifichi attorno alle parole d’ordine del no al riarmo e del no al bellicismo, contro la Nato come alleanza offensiva, braccio degli Usa, contro la cooperazione con Israele – ma anche contro il “doppio-peso” tenuto verso Israele rispetto alla Russia, ad esempio – insomma più orientato “alla Sanchez” che “alla Von Der Leyen”. Perché, si è detto, è sulla politica estera che si decide la collocazione dell’Italia e, in questa, la collocazione dei progressisti. Il resto verrà. Ma se è vero che l’anima dei “pro-Palestina” è stata giovane, è anche vero che tanto i giovani, come i precari, i poveri e gli esclusi, vogliono tornare a sentirsi al centro, avere una vita meno difficile dei loro padri e nonni, più garantiti. È lì che dobbiamo andare: riprendendo a parlare di lavoro e di contratti, della mistificazione dell’ideologia del merito, della sicurezza sul lavoro, dei servizi a cui non tutti possono accedere, delle città invivibili cui ha accesso solo chi ha mezzi.
Insomma, una grande lezione degli ultimi due referendum – ma anche delle manifestazioni per la pace e per la Palestina – è che c’è una grande massa, soprattutto di giovani e di non garantiti, che non crede nei partiti ma esprime domande, e non è affatto «lontana dalla politica», come si dice. Dobbiamo capire che in un’elezione politica ciò che conta è il messaggio complessivo sui temi sui quali le persone si riconoscono, che riguardano la loro vita e il loro futuro. Se è vero che il mutamento in atto nell’ordine internazionale, le politiche di riarmo e il bellicismo stanno reindirizzando gli orientamenti di fondo dell’Europa e anche del nostro Paese, una risposta che guardi alle condizioni di vita e alla società è indispensabile. Certo, c’è chi dice che possiamo pure pensare ad un salario minimo, a interventi sulle pensioni e sul costo della vita, al fisco, ma in presenza di una politica riorientata al riarmo «tutto il resto passa in secondo piano». Importante sarebbe, invece, auspicare una convergenza sui fondamentali emi dell’agenda sociale – che attualmente manca – per coniugarla con la comune adesione ad una posizione anti-bellicista e contro il riarmo.
Ogni partito ha il suo personale politico variamente schierato, forse anche fossilizzato, e il sistema elettorale non ha certo facilitato l’emergere di posizioni plurime e di formazioni pluraliste. Ma la discussione sulle “cose”, più che sulle “persone”, dovrebbe facilitare la messa a punto di un programma fatto di quei pochi fondamentali punti per rimettere l’agenda sociale al centro della politica dei progressisti. Tutti, anche Rifondazione comunista, che potrebbe tornare in gioco dovrebbero muoversi in questa direzione. Dove dobbiamo andare è chiaro, come ci dobbiamo andare non ancora.
Pier Giorgio Ardeni
