Dopo decenni di accelerata globalizzazione il mondo sta attraversando una fase di transizione dagli esiti ancora incerti, nel corso della quale il mondo occidentale e gli Stati Uniti non sono più gli unici player significativi in campo. Per questo conoscere la Cina è cruciale. Bisogna, però, partire dal fatto che in questo caso non stiamo parlando di un semplice Stato-nazione, ma di una civiltà millenaria. Questo significa che la Cina che vediamo oggi ha radici profonde nella storia di “lunga durata”. Senza la conoscenza di queste radici non è dunque possibile comprendere la sua attuale natura e il suo senso di direzione.
Pino Arlacchi – sociologo di fama internazionale e profondo conoscitore della Cina1 – nel corposo libro La Cina spiegata all’Occidente (Fazi Editore, Roma 2025) rivela e analizza i tre “segreti” che permettono di capire l’eccezionalità del “miracolo cinese”, la spettacolare rinascita attuale2, iniziata con la Rivoluzione guidata da Mao Tse-Tung e poi acceleratasi con le riforme di Deng Xiaoping dal 1978 (con il ripudio della collettivizzazione dell’agricoltura e della rigida pianificazione dell’economia), che hanno trasformato il mercato e il capitalismo in forze da usare a vantaggio del progetto socialista e non in nemici irriducibili, da combattere a tutti i costi e in qualunque circostanza. D’altra parte Deng sosteneva che “i principi del socialismo sono: primo, sviluppo delle forze produttive; secondo, prosperità condivisa”. Un cambiamento di rotta che ha portato la Cina a imporsi come prima potenza economica mondiale e attore centrale del nuovo ordine geopolitico globale in formazione.
Pertanto, Arlacchi analizza i tre grandi fattori strategici, poco noti al pubblico italiano e occidentale, che ritiene abbiano reso la Cina ciò che è:
- il non-espansionismo, cioè il sinocentrismo universalista, pacifico e inclusivo, legato a una radicata avversione alla guerra, alla violenza e al suprematismo razzista. Arlacchi sostiene che la Cina non ha una vocazione imperialista, ma piuttosto un approccio “centripeto” che privilegia la coesione interna rispetto alla conquista esterna;
- la meritocrazia politica, il “governo dei migliori”, come strumento di governo efficiente che da duemila anni consente di selezionare un personale dirigente politico-amministrativo dotato di competenze ed esperienze di grande qualità. Arlacchi sostiene che il sistema politico cinese si basa su una selezione rigorosa dei funzionari, ereditata dal modello dei mandarini imperiali o literati (shi). Questo, a suo dire, garantisce una leadership competente, efficiente e relativamente stabile;
- un peculiare modello economico-politico socialista, che Arlacchi definisce “socialismo 2.0”, con un Partito/Stato che ha scelto consapevolmente di usare il capitalismo invece di distruggerlo, forzandolo a comportarsi come una risorsa al servizio del benessere collettivo. La Cina combina un mercato dinamico con un forte controllo statale, quello che Pechino chiama “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”. Per Arlacchi questo ibrido è la chiave della rapida crescita economico-produttiva e della stabilità sociale cinese. “Un sistema che utilizza in modo selettivo meccanismi di mercato all’interno di un quadro istituzionale che mantiene il controllo politico sui parametri fondamentali dell’economia e interviene attivamente nella formazione dei prezzi e della configurazione dei mercati. Il profilo socialista di questo sistema non risiede tanto nella proprietà formale dei mezzi di produzione (sebbene lo Stato mantenga posizioni dominanti nei settori strategici), quanto nella metodica subordinazione della logica del valore di scambio a obiettivi sociali definiti politicamente” (pag. 398).
Secondo Arlacchi, questa triade di mega fattori che si mescolano e rafforzano a vicenda è la chiave per comprendere una civiltà millenaria – molto diversa da quella europea e occidentale nella visione del mondo e nell’assetto delle sue istituzioni –, il cui profilo si è delineato cinquemila anni fa e che da tremila anni si è consolidato in un sistema dotato di straordinaria resilienza.
La tesi di Arlacchi è che la Cina di oggi è erede della Cina imperiale molto più di quanto si possa pensare. L’arte del buon governo esercitata da un’élite selezionata per merito, refrattaria all’uso della forza e convinta che l’economia di mercato sia uno strumento dello Stato e non viceversa, è sopravvissuta all’aggressione occidentale e alla rivoluzione socialista culminata nella nascita della Repubblica Popolare nel 1949, che ne ha ereditato e rilanciato i principi. Il risultato è la Cina di oggi: un manufatto sociologico complesso e originale, che Pechino definisce “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”.
Frutto di una ricerca appassionata lunga una vita (iniziata da studente alla Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento alla fine degli anni sessanta), sostenuto da una ricchissima documentazione anche quantitativa e dall’esperienza diretta in Cina, La Cina spiegata all’Occidente consente di approfondire la conoscenza della Cina contemporanea, in particolare dalle riforme di Deng Xiaoping (1978) fino all’ascesa della Cina a prima potenza economica mondiale, mostrando come le istituzioni millenarie siano state reinterpretate e rafforzate dal Partito Comunista. Arlacchi usa una cassetta degli attrezzi delle scienze sociali, cercando di offrire al lettore gli strumenti per capire la Cina oltre i luoghi comuni e le narrazioni superficiali prevalenti nel discorso occidentale, spesso sinofobico: “Per mezzo di questo libro spero di contribuire a contrastare l’industria della paura e dell’ignoranza che alimenta gran parte della narrazione sulla Cina diffusa oggi in Occidente. La chiave per entrare nella mentalità della Cina e dei cinesi è la conoscenza delle istituzioni politiche originali che essi hanno creato nel corso dei millenni e dentro le quali vivono ancora oggi” (pag. 40).
Il non-espansionismo
Un lato oscuro della civiltà occidentale, sempre più documentato dagli storici della World History negli ultimi decenni, è quello legato ai “caratteri della pulsione distruttiva e autodistruttiva che ha afflitto la civiltà europea. […] Intendo alludere al demone della conquista e della predazione di territori e risorse altrui che ha agito nella storia occidentale sin dalle sue origini nell’antichità classica greco-romana sconcertando osservatori e vittime” (pag. 28). D’altra parte, secondo lo storico Charles Tilly, le guerre (finanziate attraverso la predazione e la tassazione di popoli vicini e lontani e costate distruzioni e milioni di morti e feriti) sono state lo strumento fondamentale della formazione degli Stati nazionali europei. Le guerre hanno fatto gli Stati e gli Stati hanno fatto le guerre.
Un lato oscuro che Arlacchi sostiene essere pressoché assente in Cina, e più in generale in Asia, per cui la quasi assenza delle guerre internazionali nella sua storia (se non quelle motivate dalla difesa della propria sicurezza lungo le frontiere nord-occidentali occasionalmente attraversate da popolazioni nomadi delle steppe centro-asiatiche) deve essere connesso con l’alto grado di sviluppo infrastrutturale ed economico raggiunto dalla Cina premoderna e moderna. Per Arlacchi esiste un legame evidente tra la pace goduta dalla Cina lungo molti secoli e lo sviluppo della sua economia, della sua civiltà e demografia (la popolazione è passata da 100 a 381 milioni dal 1300 al 1820, contro i 58 e i 133 dell’Europa occidentale nelle stesse date). La Cina non ha dovuto sostenere i costi umani e finanziari delle guerre perché non si è lanciata in imprese di conquista o di invasione di Stati confinanti per impadronirsi di risorse pregiate e per aumentare la platea dei contribuenti fiscali. Tutto al più, per secoli alla Cina faceva capo un sistema tributario internazionale asiatico: i governanti di altri Stati versavano un tributo – in realtà si trattava di uno scambio di doni in gran parte simbolico – all’imperatore cinese come riconoscimento della sua superiore autorità.
Arlacchi considera migliore l’universalismo pacifico cinese, impersonato da un imperatore unico avversario dei conflitti interni ed esterni, mentre il mondo occidentale è sempre stato caratterizzato da lotte aspre che ne hanno minato la coesione. Sun Tzu, il generale militare, stratega, filosofo e scrittore cinese vissuto durante la dinastia Zhou, considerato il massimo teorico cinese dell’arte della guerra, sosteneva che “inanellare cento vittorie in cento battaglie non è l’acme dell’eccellenza. Sottomettere il nemico senza combattere è l’acme dell’eccellenza”. La sua idea era che le guerre si evitano o si vincono con gli stratagemmi, con l’inganno, la sorpresa, con l’uso dell’intelligence, della controinformazione e della guerra simbolica e psicologica. Prescrizioni che sono l’esatto opposto di quelle di Clausewitz che privilegiava lo scontro corpo a corpo, la materialità e la brutalità della battaglia, l’annientamento totale delle forze nemiche come scopo e principio fondamentale dello scontro.
Il paradosso è che la caduta della Cina nel XIX secolo fu dovuta proprio al suo punto di maggiore forza rispetto all’Europa. “Fu la minore attenzione dedicata dalla Cina imperiale all’’arte criminale’, cioè al sapere militare rispetto a quello della buona politica e della buona amministrazione, a segnarne il destino e la fine nel corso dello scontro ottocentesco con l’Occidente. La sconfitta della Cina fu dovuta alla superiorità della tecnologia bellica occidentale. Quella che la quasi totalità degli accademici europei ha chiamato pudicamente ‘tecnologia occidentale’ tout court. Gli stessi accademici hanno attribuito la rovina della Cina all’’arretratezza orientale’ [il cosiddetto “dispotismo orientale”], omettendo di considerare il millennio di supremazia cinese in ogni campo durato fino al XIX secolo” (pag. 32). La Cina preferiva utilizzare la polvere da sparo per i fuochi d’artificio e affrontò lo scontro con la potenza militare inglese con pochi archibugi, bombarde e cannoni, e venne così sconfitta.
Secondo Arlacchi, il carattere centripeto e pacifico della civiltà cinese – un cosmo che guarda a sé stesso e che si considera nel contempo universale, privo perciò di una spinta espansiva di tipo sia territoriale sia economico e militare – “è l’aspetto forse più difficile da afferrare per chi fa parte di una civiltà di carattere opposto, ‘estroverso’, centrifugo e guerresco come quella occidentale, abituata a vivere dal Cinquecento in poi sulle spalle altrui” (pag. 39). L’Occidente, scrive Arlacchi, non può resistere alla tentazione di proiettare sulla Cina la propria psicologia aggressiva, formatasi lungo secoli di crociate, conquiste e pretese di dominare il mondo.
Il grado di espansività e di bellicosità delle due civiltà è connesso con i loro caratteri di fondo, forgiati dalla geografia, dalla politica e dalla storia quasi negli stessi anni: l’antichità greco-romana dell’Occidente coincide con l’epoca degli “Stati combattenti” della Cina e della fondazione dell’Impero unificato nel 221 a.C. (sotto la dinastia Qin; ben 1800 anni prima del Regno di Francia del Re Sole, il primo Stato moderno dell’Europa). È in questa epoca che si sono affermate le principali coordinate filosofiche ed etiche delle due civiltà: Confucio, Mencio, Mozi e i legalisti cinesi sono vissuti nello stesso arco di tempo di Socrate, Platone e Aristotele. Ma tra le due scuole c’è una profonda differenza, specialmente nella loro cosmologia, nella gestione della diversità etnica e culturale, nelle loro concezioni della guerra e dell’uso della violenza, nonché dell’arte di governo e dei diritti dei cittadini.
Per comprendere la visione di un mondo inclusivo e senza confini che caratterizza la civiltà cinese, Arlacchi richiama l’idea dell’armonia cosmologica definita dal termine Tianxia, secondo la quale siamo “tutti sotto lo stesso cielo”, elaborata tremila anni fa, sotto la dinastia Zhou (1046-256 a.C.). L’idea di una società universale, di un mondo pacifico e senza confini che è soggetto politico a sé stante. Un mondo dove non ci sono gerarchie permanenti di razze, classi, culture, etnie e giurisdizioni3. Nel Tianxia non ci sono centri né periferie, né schiavi, né barbari, né razze, né esseri inferiori, né coloni né colonizzati. Una visione presente in tutta la storia della civiltà cinese sotto forma di una potente forza cosmopolita e inclusiva (come una specie di anima della politica) contrapposta alle tendenze verso il conflitto, il caos e la sopraffazione.
Tendenze purtroppo prevalenti nella civiltà occidentale dove la politica interna e internazionale, fin dai tempi della polis greca, ha avuto bisogno di un antagonismo per trovare forza e vitalità. Etnocentrismo eurocentrico, razzismo, suprematismo, genocidio, schiavismo e colonialismo sono esperienze congenite alla storia dell’Occidente almeno dopo il 1492: dall’Europa alle Americhe, dall’Africa all’Asia e all’Oceania.
Nel Tianxia, al contrario, qualunque elemento esterno al sistema viene considerato “un problema da risolvere e non un nemico da sconfiggere o annientare”. È stato così possibile l’apparente paradosso di una Cina governata dai “barbari”4, da stranieri, per la maggior parte della sua storia5.
Il punto, secondo Arlacchi, è che l’antropologia cinese è processuale, non ontologica. Per Confucio l’essere umano è un “lavoro in corso”, un’entità perfettibile. Un processo di crescita personale e di “incivilimento”, il cui culmine è lo jen, l’amore per il prossimo, che è aperto a tutti attraverso l’educazione, l’interiorizzazione dei valori morali, la pratica della virtù e la coltivazione di se stessi. Chi è percepito come Altro può sempre acculturarsi nelle norme cinesi e diventare cinese.
I cinesi sono stati e restano l’unico popolo completamente laico (e filosoficamente sincretico), refrattario alla trascendenza. Confucio e gli altri grandi maestri di etica pubblica e privata sono stati lontani da ogni forma di fede soprannaturale. Per questo i cinesi non hanno mai pensato di dover andare in giro per il mondo per diffondere la propria fede e la propria civiltà sulla base di uno speciale mandato ultraterreno. Buddhismo, islam, ebraismo, cristianesimo (si pensi ai nestoriani e ai gesuiti guidati dall’italiano Matteo Ricci) hanno quasi sempre goduto della libertà di espressione. Lo storico Edward Gibbon mise a confronto la ferocia dell’Inquisizione cattolica con la tolleranza religiosa del “famigerato” Gengis Khan. “Nell’enorme impero multirazziale Yuan – scriveva nel suo capolavoro sull’Impero romano – tutte le religioni erano ammesse. … A Pechino diverse moschee e templi ancora in piedi oggi devono le loro origini ai mongoli. Le persone potevano praticare il loro culto in circa cento templi buddhisti e taoisti sparsi in tutta la città”.
La meritocrazia politica
Il fattore meritocrazia politica è quasi ignoto al pubblico occidentale perché si trova completamente fuori dai radar mediatici e del flusso di conoscenze sulla Cina. Anche gli studiosi stranieri più indipendenti fanno raramente ricorso al concetto di meritocrazia per interpretare le dinamiche politiche cinesi – in particolare, quelle che riguardano un’istituzione chiave come il Partito Comunista Cinese (PCC) –, il funzionamento dello Stato e della società civile, nonché le strategie più rilevanti adottate da Pechino nel campo dell’economia e della finanza.
Quando parla di meritocrazia, Arlacchi si riferisce non solo alla versione socialista incarnata dal PCC, ma a una forma di governo basata su un’istituzione denominata “sistema degli esami”, istituito formalmente dalla dinastia Sui (581-618 d.C.) sulla scorta di forme di selezione che esistevano già sotto gli Han (206 a.C. – 220 d.C.) e pienamente operativo ancora oggi. Ogni dipendente dello Stato e quasi tutti i dipendenti pubblici di alto grado vengono selezionati tramite un concorso competitivo che inizia con prove scritte e orali6. L’operato di ciascun dirigente è sottoposto in seguito a regolari valutazioni con scadenze fisse e con criteri e procedure predeterminati.
La forza dell’Impero cinese (durato 2.132 anni, dal 221 a.C al 1912) ha avuto nella selezione meritocratica dei suoi dirigenti un punto dirimente. In passato erano i consiglieri-ministri e i mandarini al servizio dell’imperatore, ora sono i funzionari del PCC al servizio del popolo. La superiorità del sistema meritocratico socialista risiede per Arlacchi nella capacità di selezionare davvero i migliori, i quali non fanno i propri interessi ma quelli di tutti.
Fin dalle sue origini, però, il sistema soffre di alcuni vizi di fondo quali la corruzione, l’ossificazione e il rischio di perdita di legittimità. Era così nella Cina imperiale ed è così oggi. La differenza è che nel passato la meritocrazia era lo strumento di governo dell’imperatore, mentre oggi è il principio che struttura una leadership comunista che si dichiara al servizio del popolo.
A differenza del sistema liberal-democratico occidentale teorizzato da Montesquieu, in Cina non esistono né separazione dei poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) né Stato di diritto7. Il PCC in Cina coincide quasi con lo Stato e rappresenta anche un segmento non indifferente della società civile. La magistratura non è indipendente, ma espressione dell’esecutivo e del Partito. Il presidente della Repubblica Popolare è anche segretario del Partito e capo delle forze armate (capo del Comitato centrale militare). Il Politburo, il vertice supremo del Partito, indirizza e controlla strettamente l’operato del governo.
La singolarità del PCC è di essere nello stesso tempo Stato, Partito e società civile. L’élite della società civile governa lo Stato tramite il PCC, che non è un’associazione politica di cittadini come le altre, ma un gruppo sociale di circa 100 milioni di persone selezionate e valutate una per una attraverso metodi la cui selettività cresce man mano che ci si sposta verso l’alto. È il Partito che nomina i funzionari. Solo i sindaci e gli amministratori dei comuni piccoli e medi vengono eletti come nelle democrazie occidentali, ma le elezioni vengono vinte comunque dal Partito Comunista.
Alla base il sistema è aperto a tutti, senza riguardo a privilegi di ricchezza e potere. L’ascesa lungo i ranghi è fermamente meritocratica, con filtri e controlli periodici non di facciata. In teoria, chiunque può diventare presidente della Repubblica o segretario del PCC. In pratica, vige una prassi di cooptazione e di corsie preferenziali per gli eredi e i sodali dei massimi dirigenti.
La presenza del PCC è capillare, ubiqua8, anche se non interferisce in alcun modo nella vita quotidiana dei cittadini. Il Partito è il sistema nervoso della società/Stato cinese. Per Arlacchi è il Moderno principe di Antonio Gramsci, un Partito di “intellettuali organici” che organizza il consenso della società, la “volontà collettiva” del popolo, tramite la gestione dei beni comuni. Esercita la stessa funzione svolta dai literati, gli shi, il corpo dei i consiglieri-ministri, dei dignitari-filosofi e dei mandarini che ha governato la Cina imperiale per 2.500 anni dopo aver sconfitto la più potente delle élite rivali, l’aristocrazia terriera, e aver conquistato la completa preminenza sui due poli concorrenti esterni alla corte imperiale quali i vertici dell’esercito e il ceto dei mercanti (lo Stato imperiale non dipendeva dai loro prestiti, ma dalla tassazione dell’agricoltura).
La rivoluzione comunista di Mao Tse-Tung è stata possibile con la costruzione di un Partito meritocratico, composto di intellettuali organici alla classe contadina (che negli anni 1920 costituiva il 90% della popolazione), identificata da Mao come forza rivoluzionaria, e modellato da una ideologia egualitaria (il marxismo-leninismo) adattata alla società cinese.
Arlacchi spiega che i funzionari dal livello di sindaco in poi ”non sono dei docili burocrati né dei banali carrieristi pronti a eseguire passivamente le direttive dei loro superiori e le norme dello Stato-Partito” (pag. 222). Non sono dei “burocrati weberiani” ma politici a tutto tondo, “impegnati in un’attività competitiva che richiede inventiva e managerialità. La loro carriera e i loro incentivi dipendono dal raggiungimento di target ben precisi, da conseguire in un ambiente che consente loro una libertà di azione sconosciuta al personale politico dell’Occidente capitalistico” (pp. 222-223). Una libertà di azione che è imposta dal fatto che il sistema statale cinese è nello stesso tempo molto centralistico e molto decentralizzato, fino al limite del federalismo. “Lo Stato centrale fissa le linee maestre politiche e amministrative [decide la politica estera, la politica interna e le linee della politica economica del paese] da seguire accuratamente, ma sono le entità subalterne – le province, le contee, le città e i comuni, nonché le imprese statali e quelle miste tra pubblico e privato9 – che stabiliscono come realizzarle entro i tempi stabiliti. Queste entità sono guidate da una misura di imprenditori-funzionari-politici che sono liberi di usare le risorse di un territorio con un grado di discrezionalità molto elevato, parallelo a un grado di accountability altrettanto alto, dovuto al fatto che i leader amministrativi sono anche membri del Partito” (pag. 223). Ogni storia di successo della Cina contemporanea “si trova in un governo locale che l’ha inventata e seguita passo passo nella sua crescita. Un governo socialista autonomo, che dispone direttamente delle forze produttive fondamentali, dalla terra all’energia, alle materie prime, ai capitali finanziari, alle infrastrutture, combinandole in progetti di sviluppo” (pag. 225). Questa è la chiave per comprendere lo spettacolare successo delle oltre 2.500 Zone Economiche Speciali e di molte nuove aree metropolitane, nonché la realizzazione delle fittissime reti ad alta velocità ferroviaria, autostrade, dighe e canali idrici, nuove città, nuovi aeroporti, nuovi terminal container e nuovi porti. Un enorme potere nelle mani di “personaggi creativi, poliedrici, calcolatori e audaci nello stesso tempo, individualisti e dediti al bene collettivo, ligi ai principi del socialismo e pronti a buttarsi nell’agone sregolato del capitalismo industriale” (pag. 225). Una dinamica che oltre a spingere per un sempre maggiore decentramento, con le province che tendevano a comportarsi come Stati autonomi in concorrenza tra di loro e sempre più indipendenti, ha fatto sì che emergessero alcuni leader provinciali che sono diventati “delle star populiste alla testa di vere e proprie macchine politiche dispensatrici di favori in cambio di sostegno e popolarità da usare per scavalcare le vette del Partito e accumulare rilevanti fortune personali” (pag. 229), ricevendo tangenti.
Per questi motivi, negli anni di Xi Jinping (dal 2012), è stata intensificata la lotta alla corruzione degli alti gradi politici e militari, dando vita ad una sorta di “mani pulite” cinese sotto la guida prima di una Commissione centrale per l’ispezione disciplinare e poi della Commissione nazionale di supervisione. La corruzione, che serviva anche a bilanciare le esigue retribuzioni dei dipendenti e funzionari pubblici, aveva raggiunto un costo economico enorme, stimato tra il 3 e il 5% del PIL. Alla fine il sistema è imploso perché l’enormità della corruzione rischiava di bloccare lo sviluppo e minacciava la legittimità e il consenso per il Partito. Nel decennio 2013-2023 sono state colpite sia “le tigri che le mosche” e sono stati processati o condannati 5 milioni e 400 mila membri del Partito. Ha fatto clamore la condanna all’ergastolo nel 2014 di una grossa “tigre”, Zhou Yongkang, membro del Comitato permanente del Politburo e capo della commissione politica e giuridica centrale del Partito. Nel 2023 Xi Jinping ha dichiarato di aver riportato una decisiva vittoria sulla corruzione dilagante fino alla sua ascesa al potere.
Le altre facce problematiche della medaglia della rapida spettacolare crescita economica cinese sono state il degrado ambientale e la disuguaglianza sociale (era diventato uno dei paesi più diseguali del pianeta) e territoriale (tra le province costiere più ricche e quelle dell’interno del paese). Anche su queste questioni critiche negli anni di Xi Jinping il Partito-Stato ha intensificato il suo impegno per contenerli e invertire le tendenze (ad esempio, c’è stata una contrazione dei miliardari cinesi). “La sfida della Cina contemporanea non è più quella della povertà assoluta, ma della disuguaglianza relativa e della capacità di estendere i benefici dello sviluppo alle regioni e ai gruppi finora rimasti ai margini” (pag. 374). Il XIV Piano Quinquennale (2021-2025) e l’Agenda 2035 enfatizzano il rafforzamento delle imprese statali strategiche, l’espansione dell’economia dei servizi pubblici, il consolidamento della pianificazione ecologica e il controllo sociale sulle tecnologie digitali – tutti elementi che indicano un’ulteriore espansione del socialismo 2.0 nell’economia e nella società.
Il socialismo 2.0
Secondo Arlacchi, seguendo Fernand Braudel ed Giovanni Arrighi, pur avendo ospitato la più grande economia di mercato del mondo, la Cina non ha mai conosciuto, né nel suo passato remoto né oggi il capitalismo. La Cina può essere definita capitalista (in Occidente si parla spesso di un “capitalismo di Stato”, autoritario, inefficiente e corrotto) solo rinunciando a usare la distinzione tra la sfera del mercato, che è universale e che ha a che fare con il mondo degli scambi e dei luoghi di commercio, e quel prodotto squisitamente occidentale che è il capitalismo10 Un mondo quest’ultimo popolato da operatori orientati al profitto, quelli che Confucio chiamava “piccoli uomini” che dovevano essere lasciati in pace e se possibile favoriti, perché fonte di graditi profitti aggiuntivi a quelli dell’agricoltura. Adam Smith sosteneva che il libero mercato deve essere uno strumento dello Stato e citava proprio la Cina come esempio di uno sviluppo “naturale” del mercato portatore di stabilità e di ricchezza delle nazioni, in contrasto con la strada “innaturale” imboccata dagli Stati europei nelle mani dei capitalisti e dei banchieri dediti allo sfruttamento del commercio coloniale e delle guerre per la supremazia.
Il modello di sviluppo cinese è crollato assieme alla Cina imperiale alla metà dell’Ottocento perché colpito nel suo tallone d’Achille della potenza militare. L’Impero Inglese, con le sue guerre dell’oppio, impose alla Cina il “libero mercato” della droga con le sue cannoniere, risolvendo così a suo favore il problema dell’emorragia finanziaria nella bilancia dei pagamenti delle merci. Occupò Pechino e rase al suolo il mirabile Palazzo d’Estate e si appropriò di Hong Kong per 150 anni. Iniziò così per la Cina “il secolo dell’umiliazione”.
Il modello è risorto nel 1949 con la rivoluzione maoista ed è ridiventato con Deng Xiaoping un “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi” che mira a costruire una società di “prosperità condivisa”, “moderatamente prospera” a basso indice di disuguaglianza e di concentrazione di patrimoni. Un sistema economico e politico che cerca di imbrigliare e piegare ai propri fini il capitalismo (attraverso attività puntuali e coerenti di regolazione, restrizione, pianificazione indicativa e coordinamento strategico), a disinnescarne il potenziale distruttivo, trasformandolo in una forza propulsiva del socialismo. Un tentativo di addomesticare la bestia più feroce e potente della storia umana (“gli spiriti animali del capitalismo” evocati da Keynes) e che per ora ha dato vita ad un sistema che sopravanza per forza intrinseca, produttività e saldezza il capitalismo euro-americano dominato dalla finanza privata, ormai pervenuto alla fase terminale della sua egemonia.
“Lo Stato cinese non è nelle mani dell’economia, come nel capitalismo – scrive Arlacchi -, ma è l’economia a essere nelle mani dello Stato-Partito” (pag. 205). Per Arlacchi si tratta di “un sistema originale, fondato su una combinazione di Stato, mercato e società che non è né capitalistica né occidentale” (pag. 278). Arlacchi segue il pensiero del suo maestro Giovanni Arrighi il quale invitava a guardare alla relazione tra potere dello Stato e capitale come a quella strategica: “Potete aggiungere tutti i capitalisti che volete a una economia di mercato, ma fino a che lo Stato non viene subordinato al loro interesse di classe, quella economia di mercato resta non capitalistica” (citato a pag. 284). Secondo Arlacchi, seguendo l’approccio di Karl Polanyi alla “società di mercato” e al “contromovimento” come spinta autoprotettiva in una società in pericolo di dissoluzione (si veda il mio articolo qui), “l’originalità cinese dimostra la possibilità di un ordinamento in cui il mercato non costituisce una sfera autonoma governata da leggi proprie, ma l’ingrediente di una formula complessiva, in cui l’economico e il politico si interpenetrano e si strutturano reciprocamente, assieme al sociale e al culturale” (pag. 380). Per cui la Cina è una formazione sociale in cui Stato, mercato e società non sono entità distinte ma momenti di un continuum sostenuto da una complessa architettura istituzionale.
La proprietà privata dei beni è stata contenuta e circoscritta, mentre permangono la proprietà e il controllo pubblico delle risorse strategiche: dal suolo alle infrastrutture, dalla tecnologia all’ambiente, dalle banche ai beni comuni. Con l’ambiziosa iniziativa di politica industriale Made in China 2025, portata avanti con un massiccio intervento finanziario e di coordinamento da parte dello Stato/Partito, è stato conseguito l’obiettivo di trasformare la Cina da potenza manifatturiera a basso costo (la “fabbrica del mondo”) in leader globale dell’innovazione tecnologica e nelle produzioni di alta tecnologia (5G, veicoli elettrici, energie rinnovabili, e-commerce/fintech, semiconduttori, intelligenza artificiale, robotica, aerospaziale, bio-medicina e nuovi materiali). Arlacchi fa una comparazione tra i grandi progetti cinesi di successo e quelli europei, generalmente caratterizzati da mancanza di trasparenza, incompetenza e cattiva organizzazione, che hanno un effetto irrisorio sul PIL dell’Unione. “La Cina emerge oggi come l’unica potenza globale capace di concepire e realizzare autentici mega progetti, intesi come iniziative che combinano una visione strategica di lungo termine, una governance centralizzata, obiettivi chiaramente definiti e misurabili, timeline precise di implementazione e una catena di comando esecutiva unificata” (pag. 302). Secondo Arlacchi, “la Cina sembra aver perfezionato l’arte della sintesi tra pianificazione statale e dinamismo di mercato, mentre l’Occidente resta imprigionato nella obsoleta dicotomia tra intervento pubblico e iniziativa privata” (pag. 303).
Un pilastro del sistema è la finanza cinese non capitalistica: in Cina non esiste il capitale finanziario. È un modello alternativo alla finanziarizzazione occidentale, perché le banche cinesi (tutte sotto controllo pubblico, come in una parte dei paesi europei fino agli anni ’70 del secolo scorso, ossia prima della controffensiva neoliberista) funzionano come “capitale sociale” al servizio dello sviluppo produttivo e infrastrutturale della società, ma anche delle esigenze dello Stato (con una particolare concentrazione nei settori identificati come strategici dai piani quinquennali). Movimenti di capitale a breve termine, finanza privata, ingresso di capitale privato nei settori strategici sono apertamente scoraggiati o proibiti dallo Stato/Partito, mentre le banche pubbliche sono la fonte di un abbondante “capitale paziente” (con orizzonti temporali di 10-15-20 anni), potenzialmente disponibile al sostegno della produzione, della “economia reale” (l’85% dei prestiti bancari è diretto verso imprese produttive e progetti infrastrutturali, contro il 10-15% in Occidente).
Un altro pilastro sono le imprese di Stato. Sono il braccio operativo dello Stato/Partito nell’economia e svolgono funzioni indispensabili di equilibrio sistemico (correzione dei fallimenti di mercato con la fornitura di beni pubblici e servizi essenziali a prezzi accessibili, anche attraverso la fissazione di “prezzi-chiave” sotto controllo amministrativo; controllo dei monopoli naturali; sostegno degli investimenti in ricerca e sviluppo a lungo termine e ad alto rischio; stabilizzazione macroeconomica attraverso investimenti anticiclici; mantenimento dei livelli occupazionali; sostegno allo sviluppo delle aree più svantaggiate). Rappresentano circa il 30% del PIL cinese (a fianco di 2,2 milioni di imprese cooperative e di milioni di piccole e medie imprese private straordinariamente vivaci e dinamiche che rappresentano oltre il 60% del PIL) e controllano il 50% degli asset industriali totali (la quota delle imprese private è pari al 37%). Hanno dimostrato una notevole capacità di innovazione ed efficienza operativa, provando di sapersi adattare alle sfide del mercato sia interno che globale. Rivestono un ruolo basilare nell’economia della Cina perché assicurano il diretto controllo pubblico dei settori cruciali per la sicurezza nazionale e lo sviluppo economico come energia, telecomunicazioni, trasporti, difesa e finanza. “Ciò permette al governo centrale di dirigere gli investimenti secondo le priorità nazionali e di attuare gli ambiziosi piani quinquennali secondo i tempi e i modi stabiliti” (pag. 286). Il Partito/Stato ha creato un sistema coordinato che combina controllo politico e dinamismo imprenditoriale: se le imprese statali controllano i settori strategici principali, quelle miste pubblico-private (circa 380 mila con una quota del PIL del 27% nel 2002) operano nei settori emergenti, mentre le imprese interamente private agiscono nei settori competitivi non strategici.
Arlacchi sottolinea il fatto che le imprese private cinesi vantano tassi di profitto più elevati e rischi notevolmente inferiori rispetto alle controparti occidentali perché possono beneficiare di 5 fattori chiave:
- un costo del capitale più basso (bassi tassi di interesse);
- la disponibilità di infrastrutture fisiche e digitali che riducono i costi operativi;
- la configurazione dei mercati di sbocco, con il mercato cinese che è il più vasto del mondo ed è relativamente protetto dalla concorrenza straniera attraverso barriere tariffarie e non tariffarie;
- l’equilibrio nei rapporti di forza tra capitale e lavoro. Nonostante i rilevanti aumenti salariali degli ultimi due decenni, il costo del lavoro in Cina rimane competitivo non solo in termini assoluti ma soprattutto in rapporto alla produttività (aumentata di quasi 10 volte nello stesso periodo);
- la gestione del rischio economico. Il sistema cinese si distingue per la drastica socializzazione del rischio, dove lo Stato assorbe gran parte dell’incertezza economica che nei contesti occidentali grava interamente sulle imprese private. Lo Stato svolge questa funzione di “assicuratore di ultima istanza” attraverso molteplici canali (il coordinamento macroeconomico per stabilizzare il ciclo economico; gli interventi settoriali anticiclici; la gestione coordinata delle filiere produttive).
“La vera peculiarità del sistema cinese sta nell’aver creato un ambiente dove l’interesse privato del capitalista e l’interesse pubblico dello sviluppo nazionale non sono contrapposti ma allineati, attraverso una sofisticata architettura istituzionale che canalizza lo spirito animale dell’imprenditore verso obiettivi socialmente utili. È questa architettura istituzionale a costituire il vero segreto del miracolo economico cinese” (pag. 361).
Grandi risultati ha conseguito la Cina in poco più di 40 anni (tra il 1980 e il 2022) riguardo all’eliminazione della povertà. Sono stati conferiti dignità e diritti a 850 milioni di persone grazie alla mobilitazione di oltre tre milioni di funzionari di partito e dipendenti pubblici. Le vaste zone rurali sono state profondamente trasformate grazie alla diffusione dell’elettricità, dell’acqua potabile, delle strade, dei servizi sanitari, dell’istruzione, dell’occupazione. Il reddito medio delle famiglie povere è cresciuto da 1000 a 12.588 yuan.
Verso una guerra per la supremazia globale?
Arlacchi dedica la parte conclusiva del suo saggio alle conseguenze della rinascita della Cina. Tenta di rispondere all’interrogativo sul possibile scontro armato tra le due massime potenze del pianeta – Stati Uniti e Cina – e alla domanda sul ruolo della Cina nel nuovo ordine mondiale post-americano e post-occidentale che si va consolidando.
La sua risposta alla prima domanda è netta: non crede alla “trappola di Tucidide”, cioè ad una guerra tra Cina e Stati Uniti per la supremazia mondiale che sarebbe inevitabile come quella tra Sparta ed Atene del IV secolo prima di Cristo. Secondo Arlacchi, gli ostacoli allo scontro nascono dal fatto che per fare la guerra bisogna essere in due e “la Cina ha reso il costo del conflitto così astronomico e asimmetrico da trasformarlo in un’opzione impraticabile” (pag.465); dal fatto che l’Asia orientale di oggi è una delle regioni più stabili, prospere e pacifiche del mondo; e dal fatto che il declino americano sta avvenendo in un contesto globale sfavorevole all’uso della forza militare.
Alla seconda domanda risponde sostenendo che l’ascesa cinese è tutta interna ad un riequilibrio storico dei rapporti tra il Nord e il Sud del pianeta, una riscrittura delle regole del gioco che per secoli hanno privilegiato l’Occidente, e che la politica estera cinese è coerente con il profilo più equo e più pacifico di un nuovo ordine multipolare e policentrico che avanza. Il sistema cinese non ha vocazione estroversa, non usufruisce della sinergia tra colonialismo, militarismo e capitalismo. Dal 1978 ad oggi la politica estera cinese ha costantemente privilegiato la stabilità, lo sviluppo economico, la cooperazione e le “relazioni di armonia” rispetto all’espansionismo militare o al confronto diretto. La Cina, nonostante il suo crescente standing globale, non mostra alcuna intenzione di assumere il ruolo di gendarme mondiale che gli Stati Uniti hanno voluto ricoprire negli ultimi 80 anni.
La visione cinese è quella di un mondo multipolare di eguali, dove ogni paese possa perseguire il proprio modello di sviluppo senza interferenze esterne (in linea con il concetto confuciano di “armonia nella differenza”, che privilegia l’influenza economica e culturale rispetto alla proiezione di potenza militare diretta)11. La proposta cinese al mondo non è quella di una sua espansione militare, ma quella della Belt and Road Initiative (BRI), il programma di investimenti dal profilo pacifico e cooperativo che realizza infrastrutture e altri beni pubblici ed economici e coinvolge ormai oltre metà dei paesi del pianeta.
In questo quadro, Arlacchi ritiene che l’Europa dovrebbe decidere se continuare ad essere l’impotente e declinante periferia orientale del mondo atlantico sotto il dominio statunitense o se riuscire a darsi un ruolo politico-istituzionale ed economico nell’ambito di un sistema euroasiatico in ricomposizione.
Alessandro Scassellati
- Pino Arlacchi è tra le massime autorità mondiali in tema di sicurezza umana, è noto per libri importanti diventati anche dei bestseller come Mafia, contadini e latifondo nella Calabria tradizionale. Le strutture elementari del sottosviluppo (Il Mulino, Bologna 1980), La mafia imprenditrice. L’etica mafiosa e lo spirito del capitalismo (Il Mulino, Bologna 1983), Gli uomini del disonore (Mondadori, Milano 1992) e Addio Cosa Nostra (Rizzoli, Milano 1994) e per la sua attività pubblica contro i poteri criminali. Professore di Sociologia, ex vicesegretario generale e direttore esecutivo del programma antidroga e anticrimine dell’ONU, è stato collaboratore e amico dei giudici Chinnici, Falcone e Borsellino. Deputato e senatore, parlamentare europeo, è stato tra i maggiori architetti della legislazione antimafia italiana contemporanea e autore delle più recenti strategie contro le mafie, le droghe e il riciclaggio adottate dalle Nazioni Unite. Dal 2019 è presidente del Forum internazionale di criminologia e diritto penale, un’associazione di studiosi d’eccellenza provenienti da cinquanta paesi, con sede a Pechino. Vive a Roma, è sopravvissuto a un attentato mafioso e per tredici anni è stato protetto da una scorta di Stato. Tra i suoi libri più recenti: I padroni della finanza mondiale. Lo strapotere che ci minaccia e i contromovimenti che lo combattono (Chiarelettere, Milano 2018), Contro la paura. La violenza diminuisce. I veri pericoli che minacciano la pace mondiale (Chiarelettere, Milano 2020) e Giovanni e io. In prima linea con Falcone contro Andreotti, Cosa Nostra e la mafia di Stato (Chiarelettere, Milano 2022).[↩]
- Nella sua ricostruzione storica, Arlacchi ci ricorda che il livello di vita e di civiltà della popolazione cinese (come di quella dell’India) si è mantenuto pari o superiore a quello dell’Europa occidentale fino al momento in cui le potenze militari occidentali non l’hanno attaccata, scatenando le guerre dell’oppio che hanno inaugurato il “secolo dell’umiliazione” nel 1849. Nel 1820, Cina e India avevano il 57% della popolazione e quasi il 50% del PIL globale, con quello della Cina che superava del 43% quello dell’Europa occidentale, mentre almeno otto città cinesi superavano il milione di abitanti (Parigi e Londra ne contavano mezzo milione, Napoli 350 mila). La prima università imperiale cinese fu fondata nel 165 a.C. e nel secondo secolo d.C. era frequentata da 30 mila studenti. Come documentato dallo storico inglese Joseph Needham, già intorno all’anno Mille la Cina era il centro di produzione e di irradiazione di ogni tipo di invenzione: la carta, la stampa, la polvere da sparo, la bussola magnetica, l’orologio, il ventilatore e il mulino a pale da acqua, la balestra, il ponte sospeso con catene di ferro. Le innovazioni tecnologiche che erano state messe a punto in Cina vennero utilizzate in Europa solo diversi secoli dopo. Dopo il 1849, nel corso di un secolo di spoliazione e di assoggettamento coloniale, la Cina è stata deindustrializzata e messa in ginocchio. La sua economia da centrale era diventata periferica. Nel 1950, la Cina (insieme all’India) era il più grande paese povero del pianeta, con il 4,5% del PIL globale, mentre gli Stati Uniti e l’Inghilterra i più ricchi, con il 27,3% e il 6,5%. Nell’arco di un secolo di “Grande divergenza”, come argomentato da Kenneth Pomeranz, la Cina e l’intera Asia erano state saccheggiate e umiliate.[↩]
- Il Tianxia precede di migliaia di anni la narrativa di Immanuel Kant su una società cosmopolita e una pace universale. Ma Kant si limitava ad immaginare una federazione di Stati-nazione che si astenevano dal regolare i propri conflitti con la guerra, mentre il Tianxia si basava sull’idea di un ordine politico inclusivo, composto dall’intera umanità vista come un insieme di individui cooperanti e solidali che si sentono e sono cittadini del mondo.[↩]
- Arlacchi nota come il pensiero cinese non contiene un concetto equivalente a quello occidentale di “barbaro”. L’idea dello straniero è neutra, descrittiva, senza alcuna componente razzista e discriminatoria, tipica della tradizione culturale occidentale basata sull’idea che il genere umano sia diviso da una gerarchia invalicabile tra barbari e civilizzati. Per i cinesi, il termine “barbaro” non esprime una diversità razziale – e neppure religiosa, etnica o nazionale – ma uno stadio di sviluppo culturale inferiore a un dato standard di incivilimento. Uno stadio destinato a evolversi tramite il contatto con una civiltà più avanzata come quella cinese.[↩]
- I casi più noti sono la dinastia mongola Yuan (1271-1368) e quella Manchu dei Qing (1644-1912). Sono 365 anni di dominio straniero, cui vanno aggiunti, a partire dal 221 a.C., altri 706 anni delle dinastie Liao, Jin, Xi Xia, Xianbei. Ci furono perfino delle invasioni da parte del regno del Tibet nell’epoca Tang che comportarono anche una breve (22 anni) occupazione di territorio cinese. È stato calcolato che il governo delle dinastie espresse dal popolo egemone Han (in realtà un termine che designa un’entità ibrida generata dalla mescolanza di numerosi gruppi etnici e culturali) si è esteso per soli 280 degli ultimi mille anni.[↩]
- L’esame per la pubblica amministrazione è notoriamente estenuante, con domande di diritto, fisica, biologia, politica e ragionamento. Dallo scorso anno, è stata introdotta anche una sezione di teoria politica, che “si concentra sulla capacità dei candidati di analizzare e risolvere problemi utilizzando le teorie innovative del Partito”. Le domande dell’anno scorso riguardavano i principali discorsi di Xi Jinping degli ultimi 12 mesi e i plenum del Partito Comunista. Circa 3,7 milioni di persone si sono iscritte ai due giorni di test di quest’anno, i primi da quando il governo ha aumentato il limite di età per alcune posizioni. Il limite di età per i candidati generici è aumentato da 35 a 38 anni, mentre quello per i laureati è stato aumentato da 40 a 43 anni, in linea con i recenti aumenti dell’età pensionabile in Cina per la prima volta dagli anni ’50 (L’età pensionabile prevista dalla legge per le donne aumenterà da 50 a 55 anni per le donne che ricoprono impieghi manuali e da 55 a 58 anni per le donne che ricoprono impieghi impiegatizi. Per gli uomini, l’età pensionabile aumenterà da 60 a 63 anni.). Sono in competizione per 38.100 posti vacanti nella pubblica amministrazione in tutto il Paese, l’equivalente di una media di 97 persone per posto di lavoro.[↩]
- Lo Stato di diritto è una forma di Stato in cui tutti i poteri pubblici, compresi i cittadini, sono vincolati e agiscono nel rispetto della legge, che è generale e astratta. I suoi principi fondamentali includono la separazione dei poteri, la tutela dei diritti e delle libertà individuali e il controllo giurisdizionale effettivo da parte di organi indipendenti e imparziali.[↩]
- Il PCC ha sviluppato una presenza capillare anche all’interno delle grandi imprese private. Oltre il 92% delle aziende private con più di 100 dipendenti ospita cellule di Partito interne. Queste strutture non sono meramente simboliche: il 73% di esse partecipa regolarmente alle decisioni strategiche aziendali, fungendo da canale di comunicazione bidirezionale tra impresa e autorità.[↩]
- La Cina può vantare 135 aziende nella lista Fortune Global 500, di cui 49 statali, circa 40 completamente private e altre 50 a controllo misto ma con significativa partecipazione privata.[↩]
- Per i marxisti ortodossi la Cina ha un’economia capitalista. Recentemente, Ernesto Screpanti lo ha sostenuto, dato che parte da una definizione del capitalismo “come un sistema economico in cui il lavoro è mobilitato con il contratto di lavoro subordinato e il controllo dei mezzi di produzione è assegnato al capitale, il quale usa il lavoro salariato per estrarre plusvalore e impiega il plusvalore per valorizzare e accumulare il capitale stesso”. La tesi di Screpanti è che in Cina c’è “un capitalismo misto”.[↩]
- In numerosi discorsi, Xi Jinping ha articolato i “cinque principi per un nuovo ordine internazionale”: rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, non-aggressione, non-interferenza negli affari interni, uguaglianza e beneficio reciproco, coesistenza pacifica. Si veda il mio articolo qui.[↩]
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Grazie
INTERESSANTE UN PUNTO DI VISTA ALTRO SU ALTRE SOCIETÀ CHE CI APRE A NUOVE VISIONI.