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35 anni di scelte e dilemmi elettorali del PRC

di Franco
Ferrari

In vista delle elezioni politiche del 2027, può essere utile ripercorrere le diverse scelte che il Partito della Rifondazione Comunista ha compiuto dal momento della sua fondazione avvenuta nel 1991. Questa ricostruzione si limita alle elezioni politiche nazionali, per rendere il confronto più omogeneo, escludendo quindi i vari percorsi seguiti per le elezioni europee o per i diversi livelli delle amministrazioni locali. L’interrogativo di fondo, a cui però qui non si cercherà di rispondere, è quali fattori abbiano portato una formazione politica che alla prima presentazione elettorale raccoglieva 2.200.000 voti sotto il proprio simbolo, a partecipare ad una coalizione elettorale che, nel 2022 ne ha raccolti 403.000. Per dare una risposta ovviamente la sola dimensione elettorale non è sufficiente ma il modo in cui si sono affrontate le varie scadenze consente di rilevare alcuni importanti mutamenti di strategia e, in parte anche di identità politico-ideologica che, per più versi hanno allontanato Rifondazione dalla impostazione originaria. Anch’essa comunque segnata dalla convergenza, che nel tempo si è dimostrata sempre più precaria, di impostazioni politiche divergenti che, forse, non sono mai arrivate a fondare una vera prospettiva unitaria che consentisse di gestire il necessario pluralismo dentro un progetto comune.

1992: ancora il proporzionale

Rifondazione nasce ai primi di febbraio del 1991 quando un gruppo di dirigenti del PCI si rifiuta di aderire al PDS. Inizialmente il nome scelto è Movimento per la Rifondazione Comunista che, con il primo congresso tenuto nel dicembre dello stesso anno, viene mutato in Partito.
Il PRC si trova quasi subito ad affrontare la prima impegnativa prova elettorale, dato che le elezioni politiche vengono fissate per il 5 aprile 1992. Il quadro politico è ancora caratterizzato, per l’ultima volta, dai partiti che avevano dominato il dopoguerra, tranne per il PCI che aveva deciso a maggioranza il proprio scioglimento e l’emergere inaspettato della Lega Nord. Pochi giorni prima del voto scoppia a Milano lo scandalo di corruzione che poi travolgerà molti dei partiti storici. Contemporaneamente si fanno sempre più forti le spinte in favore di un mutamento del sistema elettorale in direzione di un criterio maggioritario. Con questo il cuore del sistema si sposta dalla rappresentazione del pluralismo politico del Paese alla scelta su chi deve assumere il ruolo di governo.
“Rifondazione svolge una campagna elettorale in salita”, scrive Sergio Dalmasso nel primo dei suoi due volumi dedicati alla storia del partito. “Pochi i mezzi, scarso interesse (o dileggio) da parte di giornali e tv, portati a cercare le note di colore o a parlare di ‘irriducibili’, tentativo del PDS di cacciare i neo comunisti nell’angolo di una piccola forza residuale, per cui il voto non è ‘utile’. Esiste, però, l’entusiasmo di una forza nata da poco. Numerosissime le iniziative. Molti militanti sembrano ritrovare un impegno che avevano abbandonato da tempo”.
Il programma elettorale, sintetizza ancora Dalmasso, è “sintetico ed incentrato sull’attualità di una prospettiva comunista e sulla necessità di ricostruire l’opposizione. Punti centrali: una politica del lavoro conseguenza di un nuovo e diverso ‘sviluppo sostenibile’, la difesa dello stato sociale, la pace, il disarmo, la salvaguardia della democrazia, un nuovo meridionalismo”.
Pur in un contesto di proporzionalismo che non impone alleanze Rifondazione tiene aperta la proposta dell’unità dell’opposizione contro le ipotesi di governo istituzionale. “Occorre andare oltre le polemiche elettorali, superare frammentazioni e divisioni nella pratica di una lotta concreta”, scrive Liberazione il 22 febbraio. In un’intervista intitolata “I comunisti per l’unità della sinistra all’opposizione”, Cossutta dichiara: “è trascorso il 15 marzo senza che né il PDS né la Rete, né i Verdi abbiano risposto alla proposta unitaria avanzata dai capigruppo di Rifondazione Comunista, Libertini e Magri, per un’assemblea comune delle forze di opposizione…Siamo ancora in tempo; prima del voto si può tenere a Montecitorio una grande assemblea unitaria delle opposizioni, che nella autonomia e diversità di ciascuno, stabilisca un patto comune su scala mobile, difesa della occupazione, pensioni, sanità, fisco, difesa della democrazia. BASTA CON LA RISSA A SINISTRA. AVANTI CON L’UNITA’!”.
Nella prima prova elettorale nazionale Rifondazione ottiene 2.202.574 voti alla Camera e 2.163.317 al Senato, corrispondenti al 5,6% e al 6,5%. I consensi sono decisamente elevati nelle aree di tradizionale insediamento comunista. 10,3% in Umbria, 9,6% in Toscana, 8,3% nelle Marche, 7,4% in Liguria, 7% in Emilia. Vengono eletti 35 deputati e 20 senatori. Liberazione titola: “I comunisti ci sono. Ora la sinistra all’opposizione”.

1994: arriva Berlusconi

Le elezioni, fissate per il 27 marzo, introducono per la prima volta un sistema maggioritario (con una quota ancora riservata al proporzionale) che impone la formazione di coalizioni pena la certezza della sconfitta. Forza Italia inventa due coalizioni differenziate, una al nord con la Lega e un’altra al centrosud con gli ex missini ribattezzatisi Alleanza Nazionale. Per Rifondazione si apre una fase nuova che impone un ricorrente dilemma che si riproporrà in tutti gli appuntamenti elettorali successivi.
Il 1° febbraio decide di sottoscrivere un programma elettorale comune a PDS, PSI, Verdi, Rete, Cristiano-sociali e Alleanza Democratica. Liberazione commenta con molta enfasi: “Martedì 1° febbraio. Una data storica. Dopo quaranta anni di divisioni la sinistra si presenta unita, in una delle più difficili competizioni elettorali del Paese. L’alleanza della sinistra e dei progressisti è nata ufficialmente. Si è data un nome, un simbolo e soprattutto una dichiarazione programmatica di intenti. Primo obbiettivo sconfiggere la destra e costruire un’alternativa ai moderati. Prima, fondamentale base di partenza: la questione sociale… È caduta definitivamente l’ipotesi dei due tavoli separati, uno per l’accordo elettorale e l’altro per quello politico e di governo”.
“Il documento”, sintetizza Dalmasso, “piuttosto generico, arricchito poi da schede su singoli temi, propone un profondo rinnovamento del paese, chiede un impegno contro la destra, tenta una risposta alla bancarotta del vecchio assetto e del vecchio regime”, pur se “non mancano le contraddizioni”.
La campagna elettorale, guidata da Bertinotti, nel frattempo diventato segretario del Partito dopo la crisi che aveva portato all’allontanamento di Garavini, è caratterizzata anche da proposte che sollevano le rimostranze degli alleati. È il caso della tassazione dei BOT per chi superi i 150 milioni di lire o la rimessa in discussione della NATO.
“Bertinotti, con stile e modi diversi dalla stessa tradizione comunista, costituisce un elemento di novità per i mezzi di informazione, suscita interesse e curiosità nelle trasmissioni televisive”, annota Dalmasso.
Le elezioni non sono ancora del tutto bipolari perché il centro di derivazione democristiana si presenta separatamente dalle due coalizioni maggiori. La destra vince nettamente, ma Rifondazione riesce ad accrescere il proprio elettorato, ottenendo 2.334.029 voti, pari al 6%, nella quota proporzionale, con 39 deputati (+4) e 18 senatori (-2).
Il giudizio sul voto che vede gli eredi del neofascismo assumere funzioni di governo è delineato a fosche tinte: “Il sonno della ragione genera mostri. Un sonno che ha determinato la vittoria delle destre, che viene da lontano…I progressisti devono essere uniti. All’opposizione…Le sinistre si battono facendo ciò che i lavoratori si aspettano: che la sinistra faccia la sinistra”.

1996: la desistenza con l’Ulivo

Il governo di destra entra in crisi sulle pensioni e si forma un altro governo presieduto da un tecnico dopo quello di Ciampi. Contro Dini, che propone una legge sulle pensioni non molto diversa da quella che ha portato alla caduta di Berlusconi sotto la spinta popolare, il PRC si schiera all’opposizione subendo una scissione (i “Comunisti Unitari”).
Le elezioni sono fissate per il 21 aprile 1996, dopo che è fallito un tentativo di creare un governo istituzionale che unisca centro-destra e centro-sinistra. Il PRC decide l’accordo di desistenza con l’Ulivo. Il centro-sinistra e il PRC hanno due programmi diversi, ma i collegi vengono ripartiti in modo da non farsi concorrenza. In alcuni collegi Rifondazione si presenterà utilizzando il simbolo comune delle elezioni precedenti, quello dei “progressisti”.
“Questa soluzione”, scrive Dalmasso, “per la grande maggioranza del CPN, permette al partito di agire come soggetto autonomo, unitario verso le altre forze di sinistra. La costruzione del movimento di massa deve procedere di pari passo con il confronto con le altre forze ed aree culturali e permettere di affermarsi nella lotta per l’egemonia tra le ‘due sinistre’…Opposizione solamente da parte del piccolo nucleo ‘ferrandiano’, contrario ad ogni accordo”.
Il titolo di Liberazione il giorno del voto sintetizza le motivazioni di Rifondazione: “Un voto per far rinascere la speranza, per abbattere la disoccupazione e l’ingiustizia sociale. Il voto a Rifondazione vale doppio: per sconfiggere la destra e per ancorare a sinistra la sinistra”.
Tema che viene articolato nell’appello al voto: “Vogliamo battere le destre eversive di Fini e Berlusconi che minacciano gli stessi fondamenti democratici della Repubblica…Vogliamo sconfiggere la cultura reazionaria…Vogliamo mettere in discussione l’egemonia del pensiero unico liberista…Vogliamo riproporre una politica diversa: non separata dagli uomini e dalle donne reali…Vogliamo contribuire alla rinascita di una sinistra adeguata alle sfide di fine secolo”.
L’alleanza di centro-sinistra vince ma è determinante in questo successo la divisione tra il Polo berlusconiano e la Lega. Il PDS supera Forza Italia (21,1% a 20,6%) mentre Rifondazione ottiene il suo massimo storico. I voti sono 3.215.960 pari all’8,6%, con un incremento del 2,6% in soli due anni. Nelle regioni centrali ottiene l’11,2% e in quelle meridionali il 9%. Più basso ma comunque significativo il consenso ottenuto al nord (7,5%) e nelle isole (7,4%). Secondo Dalmasso “ha pagato l’operazione politica già vincente nel 1995, con perdita di tradizionali voti comunisti, ma recupero di consenso tra i giovani, settori non politicizzati in modo tradizionale, nell’area dell’astensionismo ormai cresciuto a sinistra”. L’ottimo risultato ottenuto nella parte maggioritaria non si traduce però in seggi (35 deputati e 11 senatori) perché non tutti gli elettori di centrosinistra supportano i candidati comunisti presentatisi sotto l’etichetta “progressista”.

2001: l’autonomia “non belligerante”

Alle elezioni del 13 maggio ci si va dopo aver attraversato la rottura tra Rifondazione e il governo Prodi e la scissione che ha dato vita ad un secondo partito comunista, quello dei Comunisti Italiani, guidato da Cossutta e Diliberto. “Il PRC si trova in una situazione difficile, stretto tra un sistema sempre più bipolare e da una legge penalizzante, quasi escluso dagli spazi televisivi. Il programma tende ad evidenziare la diversità, la proposta di una alternativa di società, di ricerca di tematiche concrete. Lo slogan “Perché rinasca la politica” tende a parlare ai delusi, a chi non vota da tempo. Alla militanza di sinistra in disarmo”, scrive Dalmasso.
Il PRC si presenta alla Camera solo nella quota proporzionale ma non entra in conflitto con il centrosinistra nella parte maggioritaria proponendo la formula della “non belligeranza”. La stessa tattica non si può realizzare al Senato perché il sistema è integralmente maggioritario, per questo verrà accusato della perdita da parte del centrosinistra di un consistente numero di seggi. Anche se lo stesso centrosinistra omette di fare un bilancio adeguatamente autocritico della sconfitta subita dopo cinque anni di governo.
Ingrao e Rossanda sottoscrivono un appello per il voto che contiene una limitazione: “voteremo Rifondazione comunista al proporzionale e dovunque possa passare o il voto serva ad accumulare utili resti. Non la voteremo dove non potrebbe passare e metterebbe a rischio la possibilità di sconfiggere un candidato di destra. In tal caso voteremo il candidato di centrosinistra se appena sia figura moralmente accettabile”.
Il PRC cerca di capovolgere a proprio favore il tema del “voto utile”: “il centrosinistra ha deluso le aspettative e le speranze per cui è andato al governo. Ed è per questo che il voto a Rifondazione comunista è utile anche politicamente. Perché interviene sul centrosinistra e sul sindacato confederale affinché cambino strada, affinché smettano di fare politiche che sono solo un po’ meno aggressive di quelle delle destre senza costruire una diversità e un’alternativa”.
Il Partito dei Comunisti Italiani, entrato al governo dopo la scissione e rimastovi nonostante il dissenso sulla guerra in Jugoslavia, ottiene 620.859 voti, pari all’1,7%. Rifondazione ne raccoglie 1.868.659, pari al 5,0%.
“Rifondazione”, commenta Dalmasso, “evita il soffocamento. Migliora leggermente rispetto ad europee e regionali, elegge undici deputati e quattro senatori, rappresenta l’unica controtendenza nella stretta dei due blocchi”. La polemica contro il partito per la sua scelta che, al Senato, avrebbe determinato la sconfitta del centrosinistra è molto dura. Spicca in particolare l’esternazione di Nanni Moretti, che non vede altre ragioni nella sconfitta del centrosinistra, dopo 5 anni di governo delle scelte di Bertinotti, il quale rilancia segnalando la crisi irreversibile del centrosinistra e la necessità di “ricostruire la sinistra”.

2006: l’Unione e il governo

Dopo un processo relativamente lungo di correzione della linea strategica che aveva portato alla presenza isolata del 2001 e che inizia dopo il fallimento del referendum sull’allargamento dell’articolo 18 alle piccole imprese, Rifondazione decide di partecipare alle primarie che devono individuare il leader della costituenda coalizione di centrosinistra. La vittoria di Prodi è scontata, ma non l’elevata partecipazione al voto. Bertinotti si candida e ottiene 630.000 voti sulla base dei quali si propone di “spostare a sinistra l’Unione”, il nome definitivo scelto dalla coalizione.
Contemporaneamente viene lanciata la proposta di realizzare in tempi brevi un nuovo soggetto politico che sia la sezione italiana della Sinistra Europa, il partito di livello europeo che era stato costituito in vista delle elezioni europee del 2004.
Un soggetto che dovrà ”dedicarsi a creare le condizioni per l’alternativa di sinistra”. Dovrebbe basarsi sull’incontro tra “la cultura dei movimenti, quella che nasce a Genova e che ha segnato e segna la stagione politica italiana e la cultura di Rifondazione. Quella di Venezia, per intenderci, quella che ha fatto sua l’idea della nonviolenza”. Questa prospettiva, che si rivolge all’arcipelago della sinistra critica, dei movimenti, del sindacalismo di lotta, dell’intellettualità singola e organizzata, dovrà assumere l’orizzonte dell’Europa, “il teatro reale di oggi, anzi il teatro minimo della politica”.
L’Unione, della quale Rifondazione costituisce una componente organica, elabora un programma molto dettagliato di 270 pagine. Per Rifondazione la questione principale è il rifiuto della “politica dei due tempi: risanamento finanziario e politiche per la redistribuzione del reddito e lo sviluppo sostenibile devono camminare insieme”.
Contemporaneamente si procede con l’ipotesi di costruzione del “nuovo soggetto” della sinistra anticapitalista, al quale Rifondazione porterà “la sua storia, le sue innovazioni, la sua forza, i suoi simboli. Mettendosi al servizio di altre culture, di altre storie, di altri simboli”. Nel frattempo, scrive Liberazione “da Genova in poi abbiamo ceduto sovranità ai movimenti”.
L’esito elettorale non conferma la larga prevalenza dell’Unione che era vaticinata dai sondaggi. L’abilità comunicativa, oltre alla disposizione di un importante sistema di media, permettono a Berlusconi di risalire nella fase finale della campagna elettorale, fino quasi a riuscire a capovolgere le previsioni.
Le elezioni del 2006 sono quelle nelle quali il bipolarismo è pressoché totale. L’Unione ottiene il 49,8%. Rifondazione ottiene 2.229.604 voti pari al 5,8% alla Camera ma la partecipazione alla coalizione consente un forte incremento di eletti. Al Senato va ancora meglio 2.518.624 voti pari al 7,4%. I Comunisti Italiani migliorano anch’essi il risultato rispetto alle politiche precedenti ottenendo 884.127 voti, pari al 2,3%. Complessivamente l’area comunista si attesta all’8,1%, non molto distante dal massimo risultato ottenuto nel 1996.

2008: la Sinistra – l’Arcobaleno

Il governo Prodi entra in crisi, questa volta non tanto per le pressioni da sinistra quanto per quelle che provengono da destra ma soprattutto dalla forza politica di maggioranza. Mastella apre la crisi, ma Veltroni con la costituzione del PD e la sua “vocazione maggioritaria” spinge per una ridefinizione del sistema politico in senso bipartitico e terremota la coalizione che sostiene Prodi. Il partito che si vuole leggero e sempre più veicolo elettorale basato sulle primarie, riprendendo malamente un modello copiato dagli Stati Uniti, vuole dominare l’intero campo dell’opposizione emarginando tutte le correnti di sinistra.
Per rispondere a questa manovra si dà vita ad una lista unitaria di quattro partiti: PRC, PdCI, Verdi e Sinistra Democratica, quest’ultima formato da chi nei DS non aveva aderito al Partito Democratico.
Scrive Liberazione: “chi crede che la sinistra abbia un futuro solo se si reinventa, completamente, solo se si ridisegna – a cominciare dalle forme organizzative – sa che c’è una soglia, superata la quale, questo processo diventerà inevitabile. Più voti ci saranno, più la nuova sinistra sarà vicina”.
“La Sinistra – l’Arcobaleno”, nelle parole del candidato a premier, Fausto Bertinotti, vuole essere solo “una tappa del percorso rifondativo molto più vasto, ricco e impegnativo per tutti”. L’obbiettivo che viene indicato e indicato come “irreversibile” è “la costruzione di un nuovo soggetto unitario e plurale della sinistra”. Questo soggetto sarà “unico” ma “non necessariamente un partito” ma certamente un’organizzazione politica “autonoma, democratica, partecipata, unitaria e autosufficiente”.
Nel corso della campagna elettorale, che tende sempre più a polarizzarsi tra la coalizione di destra e il PD, viene sottolineato da Bertinotti che la Sinistra Arcobaleno non è solo una lista elettorale, ma un progetto nel quale portare “il rinnovamento politico-elettorale che è vissuto dentro Rifondazione Comunista, dalla rottura di fondo con la cultura dello stalinismo, fino alla nonviolenza, passando per l’immersione nei movimenti”. L’ostacolo principale è individuato nella “cultura organizzativa in cui abbiamo lasciato imprigionare questa innovazione”.
Il 13 aprile, giorno del voto, Liberazione titola “Veltrusconi o Arcobaleno”, ma l’esito elettorale è disastroso. “La Sinistra Arcobaleno”, scrive Dalmasso, “frana al di là di ogni previsione negativa”. Se i sondaggi dell’ultimo giorno la davano tra il 5 e il 6 per cento, i dati la vedono al 3,12% (Camera) e il 3,21% (Senato) molto al di sotto dello sbarramento, fissato al 4%. 1.124.298 voti alla Camera, al Senato 1.053.0002. Nelle Regioni un tempo rosse, il voto si differenzia. In Emilia-Romagna la lista si ferma al 3,0%, in Umbria al 3,5%, mentre va decisamente meglio in Toscana dove raggiunge il 4,5%.
Sulla sconfitta pesano, ma solo parzialmente i 400.000 voti raccolti dalle due liste trotskiste formate da Ferrando, con lo 0,57% e Sinistra Critica che presenta come candidata premier Flavia D’Angeli con lo 0,46%. Una parte dell’elettorato si rifugia nell’astensione ma una quota significativa decide all’ultimo momento di orientarsi sul PD e sull’Italia dei Valori, l’unico partito coalizzato col partito di Veltroni.
“Il terremoto è enorme: il PdCI abbandona immediatamente il processo unitario, Mussi e Pecoraro Scanio si dimettono dalle segreterie dei loro movimenti. Bertinotti lascia ogni ruolo di direzione”, scrive Dalmasso che vede in questo momento l’inizio di un “lungo cammino del deserto”.

2013: Rivoluzione Civile

La sconfitta e l’esclusione dal parlamento nel 2008 producono una nuova crisi di Rifondazione Comunista. Il successivo congresso di Chianciano vede il partito spaccato a metà. Una parte, guidata da Vendola, manca per poco la maggioranza assoluta, l’altra metà si è differenziata in quattro diversi documenti che si accordano riuscendo per poco a vincere il Congresso ed eleggere Ferrero. Lo scontro da politico diventa identitario (oltre che di competizione per la leadership) e quasi inevitabilmente porta ad una scissione. SEL ripropone in qualche modo l’ispirazione della Sinistra Arcobaleno, mentre la metà rimasta del PRC vi contrappone una aggregazione che non porti allo scioglimento dei partiti componenti dando vita con il PdCI alla Federazione della Sinistra.
Nelle elezioni regionali del 2010, il PRC si presenta in modo differenziato. In alcune regioni mantiene l’alleanza col centrosinistra, in altre tenta la strada della contrapposizione. Il risultato è sintetizzato dal titolo di Liberazione: “Sinistra, la federazione c’è, ma perde quando è sola”.
Nel frattempo si accentua l’effetto della crisi dei debiti sovrani in Europa che investe anche l’Italia e il governo Berlusconi. A fine settembre 2010 si tiene la festa nazionale della Federazione della Sinistra e si decise l’avvio del processo che dovrà portare alla convocazione del Congresso costitutivo. Si ritiene che si arrivi rapidamente alle elezioni anticipate che poi in realtà, per l’opposizione di Napolitano, non ci saranno.
“La Federazione”, scrive Dalmasso, “guarda a un accordo elettorale per la difesa della Costituzione, ma non è disponibile a entrare in un eventuale nuovo governo: ‘A Bersani il compito di costruire il nuovo Ulivo, a noi quello di realizzare l’unità della sinistra’ (Ferrero). Programma: no alla guerra in Afghanistan, dimezzamento delle spese militari in favore di quelle sociali, diritto alla casa, al salario minimo, difesa dei contratti, norme contro le delocalizzazioni. Diliberto (la posizione avrà peso nella futura crisi del progetto) insiste perché si cerchi, con il PD, un accordo programmatico più definito”.
Le diverse strade tra SEL e Rifondazione in questa fase sono riepilogate da Dalmasso: “SEL punta tutte le sue carte sulle primarie del centro-sinistra, sulla figura, mediaticamente popolarissima, di Vendola che si presenta come strumento di rinnovamento e di successo, in un condizionamento dello schieramento su posizioni progressiste. Ferrero insiste su alleanze elettorali per sconfiggere la destra (una sorta di patto costituzionale) che non si trasformino in alleanze strategiche, ma segnino la netta autonomia della sinistra rispetto al PD e ai suoi alleati”.
Il 15 maggio del 2011 si tengono le elezioni amministrative dove, con la particolarità di Napoli e il successo di De Magistris fuori dal centro-sinistra, i risultati della Federazione “nei comuni vedono, ancora una volta, risultati migliori dove questa è in maggioranza, peggiori dove corre da sola contro i due blocchi”.
Con la formazione del governo Monti cade la prospettiva di trovare un’intesa con il centro-sinistra su un programma minimo di difesa democratica. Il 17 dicembre 2012, Antonio Ingroia, Luigi De Magistris (Movimento Arancione), Leoluca Orlando (Italia dei Valori/ La Rete), Orazio Licandro (PdCI) lanciano l’appello intitolato “Io ci sto” nel quale sono contenuti 10 punti programmatici sui quali avviare il confronto con il centrosinistra. All’assemblea partecipa anche il segretario di Rifondazione, Ferrero, con l’obbiettivo di “aggregare in questo quarto polo tutte le realtà che si sono opposte alle politiche del rigore messe in atto dai “tecnici” appoggiati da centro destra e centro sinistra”. Alla coalizione aderiranno poi anche i Verdi di Angelo Bonelli.
L’ex magistrato Ingroia assume il ruolo di candidato premier e il suo nome viene inserito nel simbolo. L’esito del voto è nuovamente negativo. La coalizione denominata Rivoluzione Civile ottiene 765.189, pari al 2,2% alla Camera e l’1,8% al Senato. Sinistra Ecologia e Libertà di Vendola conferma l’alleanza con il PD e ottiene 1.089.231 pari al 3,20, risultato non eclatante ma che permette di eleggere.
Rivoluzione Civile è un progetto molto più eterogeneo della Sinistra Arcobaleno dato che include il partito di Di Pietro che non si è mai definito di sinistra. In teoria questo doveva portare un patrimonio elettorale che nelle precedenti elezioni aveva superato il 4%, ma subiva una crisi di credibilità nell’imminenza del voto e veniva eroso dalla concorrenza del Movimento 5 Stelle.
Il IX Congresso del PRC che si tiene a dicembre dello stesso anno e nonostante il fallimento elettorale di pochi mesi prima, definisce una strategia che verrà perseguita negli anni successivi: “avviare un processo costituente, dal basso e democratico, della sinistra di alternativa, che sappia costruire l’alternativa contro questa Europa (disobbedienza ai trattati), le politiche di austerity e il governo Letta. Un processo di aggregazione della sinistra autonomo ed alternativo al centro-sinistra e a quel PD che ormai è diventato un partito moderato”.

2018: Potere al Popolo

Nella tarda primavera del 2017 i due portavoce del Comitato del NO al referendum costituzionale indetto per approvare le modifiche alla Carta introdotte da Renzi, e che si conclude con la sua sconfitta e le sue dimissioni, avviano un processo per la costruzione di una coalizione a sinistra del PD. Il 18 giugno si tiene un’assemblea al teatro Brancaccio di Roma.
Si avvia un percorso unitario nel quale convergono inizialmente PRC, Sinistra Italiana (fusione tra SEL e fuoriusciti dal PD) e Possibile, il movimento di Giuseppe Civati. Nel febbraio precedente si è formato Articolo 1 – Movimento Democratico Progressista, formato da esponenti di primo piano del PD, provenienti dal PDS, che sono stati messi in minoranza con l’arrivo di Renzi alla guida del partito.
L’avvicinamento di Articolo 1 al processo del Brancaccio, solleva l’opposizione sia del PRC che di altri gruppi, in particolare di alcuni centri sociali. Rifondazione chiede che non siano candidabili coloro che hanno assunto responsabilità di governo negli ultimi venticinque anni e una dichiarazione di alternatività al centrosinistra. La posizione di Rifondazione Comunista non viene condivisa da Sinistra Italiana e Possibile.
L’assemblea che doveva assumere le decisioni finali del processo unitario viene annullata dai due portavoce, Montanari e Falcone. La maggioranza delle forze che vi avevano partecipato dà vita alla lista di Liberi e Uguali (LeU), mentre Rifondazione partecipa all’assemblea nazionale convocata dal centro sociale napoletano Ex OPG – Je so’ pazzo. Nasce da qui la lista di Potere al Popolo!, a cui aderiscono anche il PCI (ex Comunisti Italiani) e i trotskisti di Sinistra Anticapitalista.
Potere al Popolo! presenta come capo formale della coalizione, così come richiesto dalla legge, Viola Carofalo dell’ex OPG. Il risultato ottenuto è lontano dalla soglia di sbarramento, con 372.179 pari all’1,13% alla Camera e l’1,06% al Senato. L’altra lista a sinistra del PD, Liberi e Uguali, ottiene 1.114.799 voti pari al 3,4% e riesce ad eleggere. Altre due liste di estrema sinistra raccolgono 135.000 voti pari allo 0,4%.
PaP decide di strutturarsi dandosi uno Statuto che riduce le sovranità dei soggetti organizzati che ne fanno parte. In contrasto con la proposta, voluta dall’ex OPG e dalla Rete dei Comunisti, a ottobre del 2018  Rifondazione Comunista si ritira dal progetto unitario. La scelta compiuta dal PRC nel 2018 porta a collocare il partito per la prima volta tra le formazioni di estrema sinistra con un ruolo sempre meno visibile nel progetto unitario.

2022: Unione Popolare

In vista delle elezioni politiche del 2022, Rifondazione Comunista partecipa alla formazione di una nuova coalizione assieme a Potere al Popolo che nel frattempo si è strutturato come un partito di fatto. A questo nuovo soggetto partecipano anche DemA, un piccolo gruppo costituito da Luigi De Magistris, e ManifestA, che raccoglie alcune parlamentari fuoriuscite dal Movimento 5 Stelle. Il nome scelto, Unione Popolare, si collega ad una esperienza unitaria realizzata in Francia fra tutte le forze della sinistra, la NUPES. Questa però si configura come convergenza di tutte le maggiori componenti della sinistra, socialdemocratici, ecologisti, comunisti e Insoumis melenchoniani. Una aggregazione che si propone di competere per la conquista del governo in un contesto diventato tripolare.
Il nome di De Magistris viene aggiunto al simbolo della coalizione ma la sua presenza non si è rivelata sufficiente ad allargare significativamente il seguito elettorale di PaP. Ottiene infatti l’1,43% alla Camera e l’1,36% al Senato. In voti il dato della Camera corrisponde a 403.149 suffragi, mentre l’Alleanza Verdi e Sinistra presente per la prima volta, coalizzata col PD, ottiene 1.021.808 voti pari al 3,6% consolidando l’area elettorali che era stata di LeU nel frattempo dissolta.
Il tentativo di mantenere in vita l’Unione Popolare anche dopo l’insuccesso, riproponendo uno statuto vincolante che è in buona parte una fotocopia di quello già adottato da Potere al Popolo, suscita molte obiezioni dalla maggioranza del PRC, che vi vede una importante perdita di sovranità. L’ultimo Congresso di Rifondazione ha considerato chiusa l’esperienza di Unione Popolare così come della interminabile ricerca del “soggetto plurale e unitario della sinistra alternativa”, puntando ad un rilancio della propria autonomia strategica, politica e organizzativa.
In vista delle elezioni del 2027, la prospettiva è aperta e il Congresso, pur escludendo la possibilità di un’alleanza organica con il PD, non esclude la possibilità di una intesa elettorale finalizzata a sconfiggere la destra. Un’ipotesi molto simile a quella perseguita nel 2011 che poi non si realizzò per la scelta del PD di convergere nel sostegno al governo Monti. La minoranza si oppone a questa ipotesi, restando ferma sulla scelta assunta nel congresso di Perugia del 2013 di totale alternatività al PD e al centrosinistra. Una strategia che ha prodotto una progressiva marginalizzazione del partito e che in vista del 2017 imporrebbe l’adesione al progetto già avviato da Potere al Popolo. I prossimi mesi decideranno non solo della scelta elettorale del PRC ma anche del più complessivo profilo politico-ideologico del partito a 35 anni dalla sua fondazione.

Franco Ferrari

Nota bibliografica

Per le elezioni fino alla sconfitta della Sinistra Arcobaleno ho utilizzato prevalentemente i due libri di Sergio Dalmasso: “Rifondare è difficile” (Centro Documentazione Pistoia e CRIC, 2002) e Rifondazione Comunista (Red Star Press, 2021). Altri testi consultabili non vanno oltre lo stesso periodo cronologico: Simone Bertolino, “Rifondazione comunista. Storia e organizzazione” (Il Mulino, 2004), Paolo Favilli, “In direzione ostinata e contraria. Per una storia di Rifondazione Comunista” (DeriveApprodi, 2011), Marco Di Maggio, “La sinistra in Italia dopo il PCI” (Carocci, 2025).

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1 Commento. Nuovo commento

  • Matteo Minetti
    04/12/2025 16:32

    Caro Franco, la tua conclusione l’avrei messa come premessa: ”
    In vista delle elezioni del 2027, la prospettiva è aperta e il Congresso, pur escludendo la possibilità di un’alleanza organica con il PD, non esclude la possibilità di una intesa elettorale finalizzata a sconfiggere la destra.”
    L’analisi del passato indica chiaramente la via per la sopravvivenza e quella per il martirio.
    Certo chi aspira alla santitá e alla vita ultraterrena spingerá con tutte le forze verso la morte per inedia del partito.
    Io proverei, con tutti i limiti del caso, a vincerle queste elezioni del 2027 su una piattaforma che ora rivendica tutto il “campo largo”: Salario minimo, riduzione di orario a partitá di salario, riforma fiscale e spesa sociale piuttosto che armamenti.

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