Stefania Ascari, deputata eletta per il M5S, con estrema frequenza sta operando un tentativo, a detta di chi scrive, estremamente importante che va in due direzioni. Da una parte cerca di “aprire” il parlamento, organizzando o ospitando iniziative politiche, presentazioni di libri legati a tematiche di attualità, soprattutto in ambito internazionale, dall’altra uscendo spesso in piazza e intervenendo ai presidi contro il genocidio attuato da Israele, per i diritti del popolo palestinese, contro la guerra e contro le politiche di Trump e Netanyahu.
Le sue prese di posizioni nette e rese virali sui social le hanno scatenato addosso accuse infamanti, minacce, insulti di ogni tipo che però non sono riusciti a fermarla. Il 19 marzo scorso, coadiuvata da alcune colleghe e colleghi del M5S, ha organizzato una grande e variegata assemblea dal titolo “Per un governo che attui la Costituzione: diritti, pace e libertà democratiche”.
Tantissimi gli invitati a parlare: esponenti di partiti d’opposizione presenti o meno in parlamento, comitati impegnati su singole tematiche attinenti (questioni internazionali, ambientali, militarizzazione del territorio, sanità, scuola ecc.) sindacati, con particolare attenzione alle esperienze di base. Un picco massimo di 300 partecipanti, per un momento di ricostruzione di spazio pubblico e di riappropriazione dei luoghi della politica. Esponenti della destra e giornali di tale schieramento, hanno lanciato anatemi perché, fra gli invitati, erano presenti esponenti della resistenza palestinese.
“Sono contenta di partire proprio da quel 19 marzo, perché è stata una giornata che per me ha avuto un valore profondo. Per un governo che attui la Costituzione non era uno slogan di parte, ma un appello sincero, plurale, aperto. Abbiamo voluto mettere insieme sensibilità diverse, storie diverse, esperienze di lotta e di impegno che troppo spesso vengono tenute ai margini del dibattito pubblico, quando invece rappresentano una parte viva del Paese. Credo che il livore con cui quella iniziativa è stata attaccata dipenda esattamente da questo, dal fatto che, quando si crea uno spazio libero, democratico e autonomo in cui si incontrano forze sociali, politiche e civiche, chi esercita il potere in modo verticale lo vive come una minaccia. Non perché ci fosse odio in quell’aula, ma perché c’era partecipazione vera. E oggi la partecipazione vera fa paura”.
Del resto non è la prima volta che le sue prese di posizione finiscono sotto attacco anche violento quando non intimidatorio. È così scarsa l’idea di democrazia in una parte delle istituzioni, anche al proprio interno? E come reagire?
“Sì, purtroppo non è la prima volta che mi trovo sotto attacco per le mie posizioni. E non parlo di critiche legittime, ma di toni che a volte diventano aggressivi, anche intimidatori. Questo è un segnale preoccupante. C’è una parte della politica che fatica ad accettare il dissenso, che lo vive come qualcosa da zittire invece che da ascoltare. Io penso l’opposto, il dissenso è il cuore della democrazia. Come reagisco? Non arretrando, ma continuando a dire quello che penso, a difendere spazi di confronto, dialogo e soprattutto a restare umana. Perché quando si perde l’umanità, si perde tutto”.
Ascari è particolarmente attiva nel sostegno alla causa palestinese e partecipa ai presidi che, quasi quotidianamente si svolgono davanti al Parlamento. Pensi sia importante mantenere una relazione forte con chi si espone in prima persona per queste motivazioni? Cosa pensi occorra per ampliare il consenso?
“Sul tema della Palestina, per me si tratta di una ferita aperta dell’umanità e del nostro tempo. Essere presenti ai presidi, mantenere una relazione costante con chi ogni giorno si espone in prima persona, è fondamentale. Non solo per testimoniare solidarietà, ma perché la politica, se vuole avere un senso, deve stare in connessione con il dolore reale, con le coscienze che si muovono, con chi lotta e non accetta l’indifferenza. Davanti a una tragedia così grande, il rischio peggiore è l’assuefazione. Per questo è importante esserci, guardarsi negli occhi, costruire legami, non lasciare sole le persone che resistono civilmente. Per ampliare il consenso bisogna innanzitutto rompere il muro della normalizzazione. Dire con chiarezza le parole che troppo spesso vengono evitate. E poi far capire che la Palestina non è una questione lontana, riguarda l’idea stessa di diritto internazionale, di dignità umana, di limite al potere, e quindi riguarda tutti e tutte noi”.
Come si scriveva all’inizio, con altrettanta frequenza Stefania Ascari è fra coloro che aprono il Parlamento a iniziative che servono a denunciare la crisi della democrazia, tanto nel contesto internazionale che nostrano. Presentazioni di libri, incontri a difesa dei giornalisti sottoposti a “cause temerarie” eccetera. A nostro avviso questo ti permette di farti un’idea del “Paese reale”, che idea ti stai facendo di quanto sta accadendo in questi mesi?
“Aprire il Parlamento a iniziative che denunciano la crisi democratica, che difendono le giornaliste e i giornalisti colpiti da cause temerarie, che danno voce a chi lotta contro guerre, disuguaglianze, repressioni, per me è un dovere. Le istituzioni non possono diventare luoghi sterili, separati dalla società. E sì, questo aiuta a farsi un’idea più profonda del Paese reale. L’idea che mi sto facendo è duplice, da un lato c’è una sofferenza sociale enorme, una sfiducia sedimentata, un senso diffuso di solitudine e impotenza; dall’altro, però, c’è anche un bisogno fortissimo di verità, di giustizia, di ascolto e di partecipazione. Non vedo un Paese spento. Vedo un Paese ferito, spesso tradito, ma non rassegnato. E quando si aprono spiragli veri, quando le persone sentono di non essere usate ma ascoltate, la risposta arriva”.
La sconfitta del governo al referendum, le manifestazioni No King e, prima ancora, quelle sulla Palestina, mostrano che soprattutto nel mondo giovanile, c’è un fermento nuovo e che incita alla partecipazione, anche non organizzata e ad oggi non completamente rappresentata. Se quanto affermo ti convince, come pensi che debbano reagire le forze politiche?
“Soprattutto tra i giovani si sta muovendo qualcosa. Le mobilitazioni di questi mesi lo dimostrano chiaramente. È una partecipazione che spesso non passa dai canali tradizionali, e proprio per questo va rispettata. Le forze politiche dovrebbero avere l’umiltà di mettersi in ascolto, senza voler subito incasellare o usare questo fermento, mettendosi in discussione. I giovani chiedono coerenza, serietà, radicalità. Non vogliono slogan, vogliono verità”.
È capitato mentre intervistavamo Stefania Ascari, ma capiterà sembra, sempre più spesso di andare a dormire sentendoci sull’orlo del baratro. Un presidente Usa ormai in preda a deliri di onnipotenza, Israele guidato da un governo che considera la guerra, lo sterminio, il genocidio come normalità giungendo ad istituzionalizzare la pena capitale su base etnica e intorno potenze mondiali o regionali rette da governi reazionari. La domanda che poniamo alla nostra interlocutrice è complessa: credi che fermare guerra e riarmo, porre la diplomazia come unico strumento atto a risolvere i contenziosi, sia la chiave giusta per non cadere o consideri ineluttabile la guerra come elemento strutturale di questo presente?
“Molte persone vanno a dormire con la sensazione di essere sull’orlo del baratro. È una percezione che capisco profondamente. La brutalizzazione dei rapporti internazionali, l’idea che la guerra sia tornata ad essere uno strumento normale, persino inevitabile, è forse una delle sconfitte più grandi della politica contemporanea. Io non considero affatto la guerra un destino ineluttabile. Considerarla tale significherebbe già arrendersi. Certo, sappiamo che gli interessi economici, geopolitici, militari che alimentano i conflitti sono enormi. Ma proprio per questo diventa ancora più necessario affermare con forza una scelta opposta: fermare il riarmo, investire nella diplomazia, nel diritto, nella cooperazione, nella giustizia sociale. La pace è la posizione più esigente, più concreta, più coraggiosa. E oggi è anche la più rivoluzionaria”.
L’anno prossimo si andrà ad elezioni politiche. Inevitabile e utile parlare ora di scenari futuri e chiedere a Stefania Ascari se ritiene possibile e auspicabile la realizzazione di un fronte unico contro le destre autoritarie e forse protofasciste. Quale dovrebbe essere la sua ampiezza? Quali pensi dovrebbero essere a tuo avviso gli elementi di programma unificanti e i segnali di discontinuità da lanciare al Paese per recuperare la crescente sfiducia che sono alla base della disaffezione al voto, ma più in generale ad una continuativa partecipazione alla vita politica?
“Io penso che costruire un fronte largo contro le destre autoritarie sia non solo possibile, ma necessario. Però deve essere un fronte vero, non una sommatoria elettorale senz’anima. Non basta dire ‘contro di loro’, bisogna dire con chiarezza ‘per cosa’ ci si unisce. E quel programma unificante, a mio avviso, dovrebbe poggiare su alcuni punti essenziali: piena attuazione della Costituzione, difesa e rilancio della sanità e della scuola pubblica, lotta alle disuguaglianze, dignità del lavoro, contrasto alla precarietà, conversione ecologica e sociale, difesa dei diritti civili e sociali, ripudio della guerra, tutela dell’informazione libera e dei principi democratici, contrasto alle mafie e alla violenza sulle donne. Ma oltre ai contenuti servono segnali di discontinuità netti: meno personalismi, meno tatticismi, meno cooptazione dall’alto. Più coraggio, più ascolto, più trasparenza. Le persone non tornano a votare perché glielo chiedi, tornano a partecipare se sentono che la loro voce conta davvero”.
Certo hanno creato delusione coloro che, dopo il referendum, sono corsi ad appropriarsi del risultato, immaginando già di considerare come propri i voti di chi ha difeso la Costituzione. Anche parlare subito di ipotetiche primarie che di contenuti, rischia di riallontanare chi si era affacciato alla partecipazione e ad oggi non si sente completamente rappresentato da nessuno.
“Su questo, capisco molto bene anche la delusione che esprimi. Quando, dopo un passaggio importante, c’è chi corre subito ad appropriarsi del risultato, a intestarselo, a trasformarlo immediatamente in una rendita di posizione o in una manovra di palazzo, si produce un effetto devastante. Si trasmette l’idea che ogni mobilitazione popolare sia solo materia prima da mettere a profitto. Ed è esattamente ciò che allontana le persone. Io credo che prima dei nomi, prima delle primarie, prima delle ambizioni personali, vengano i contenuti, i temi, la credibilità, la capacità di costruire fiducia. Se si inverte quest’ordine, il rischio di un nuovo allontanamento è reale. Le persone sono stanche di assistere a dinamiche autoreferenziali. Hanno bisogno di vedere una politica che non corra a occupare uno spazio, ma che si metta al servizio di una domanda collettiva. Alla fine, per me la politica ha senso solo se resta profondamente umana. Se perde questo, diventa solo gestione del potere. E invece dovrebbe essere uno strumento per ridurre le distanze, non per aumentarle. Io continuo a crederci, ma serve coraggio, verità e tanta, tanta onestà”.
Stefano Galieni
