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La ricomposizione della classe meticcia. Risposta a Giovanni Russo Spena su estrattivismo sociale e conflittualità territoriale

di Alessandro
Scassellati

Questo contributo intende raccogliere e rilanciare le sollecitazioni teoriche di Giovanni Russo Spena, elevando la critica dell’estrattivismo sociale a paradigma interpretativo della contemporaneità. Attraverso la decostruzione dei dispositivi normativi e biopolitici della legge Bossi-Fini, si analizza come il razzismo istituzionale operi quale tecnologia di governo per frammentare la forza lavoro e attutire la crisi del capitalismo stagnante. Rifiutando sia le derive etno-nazionaliste sia l’utilitarismo della retorica liberale, l’analisi si focalizza sulla necessità urgente di una ricomposizione di classe. L’obiettivo politico fondamentale diventa quindi la costruzione di un’alleanza meticcia e plurietnica, capace di radicare il conflitto nei territori e convertire la cittadinanza universale in una piattaforma di emancipazione e uguaglianza sostanziale.

La base empirica dell’estrattivismo: asimmetrie di genere, welfare e svalutazione del capitale umano

Per rendere la nostra prospettiva anticapitalistica un’arma analitica efficace, non possiamo limitarci alla sola dimensione macro-politica, ma dobbiamo ancorare il conflitto alla concretezza dei dati e alle dinamiche intersezionali che governano l’estrattivismo sociale. I dati scientifici dell’ISTAT offrono una mappatura quantitativa spietata: sebbene la popolazione straniera rappresenti meno del 10% dei residenti, essa costituisce oltre il 31% della platea complessiva dei poveri assoluti in Italia, con un rischio di scivolamento nell’indigenza di 4,8 volte superiore rispetto ai nativi. Questo divario strutturale colpisce in modo asimmetrico le donne migranti, schiacciate tra il divario retributivo di genere e l’isolamento del lavoro domestico. È in questa molecolare frammentazione che si consuma una doppia marginalizzazione, dove la gabbia occupazionale del settore di cura privato si trasforma in una forma di confinamento spaziale e psicologico ampiamente tollerata dalle istituzioni.

A questa asimmetria di genere si salda un ulteriore dispositivo di spoliazione economica: il fenomeno del brain waste. L’Italia estrae capitale umano formato all’estero a costo zero, ma ne neutralizza i titoli di studio non riconoscendoli, dequalificando sistematicamente individui costretti a svolgere mansioni d’ordine inferiori alle proprie competenze. Si genera così un cortocircuito macroeconomico che produce contemporaneamente un danno al Paese d’origine (brain drain) e una stagnazione della produttività interna.

Questo sfruttamento multidimensionale viene infine blindato dal paradosso del welfare state nazionale. Sebbene la forza lavoro straniera sostenga attivamente, attraverso i propri flussi contributivi e fiscali, la tenuta demografica e la sostenibilità economica dell’apparato assistenziale pubblico, essa ne viene de facto esclusa. La burocrazia trasforma la stabilità anagrafica e la cittadinanza formale in filtri amministrativi selettivi. Di conseguenza, i migranti sperimentano barriere escludenti proprio nel momento in cui incorrono nella fragilità materiale o nella precarietà lavorativa causata dalla legge Bossi-Fini. Integrare queste determinazioni materiali significa comprendere che la povertà della popolazione straniera non è un fallimento dell’integrazione, ma l’esito matematico e funzionale su cui il ceto medio e l’imprenditoria autoctona riproducono la propria rendita di posizione.

 

La funzione biopolitica del “nemico” e il superamento del feticismo identitario

Il mio saggio “Povertà dei migranti e ceto medio: le implicazioni politiche dell’estrattivismo sociale” e le considerazioni di Giovanni Russo Spena convergono su un punto nodale: l’attuale assetto dello sfruttamento etnico in Italia non è un accidente storico, ma una precisa scelta politica del capitalismo maturo e stagnante. Per validare e approfondire la tesi di Giovanni relativa alla “torsione imperialista e securitaria”, occorre decostruire l’ossessione ideologica dei “valori occidentali” intesi come piattaforma di comando plutocratico. Questa retorica opera come un vero e proprio dispositivo biopolitico: la costruzione giuridica e culturale del migrante come “nemico” o come “corpo estraneo” non serve a respingere la forza lavoro, ma a disciplinarne l’inclusione subordinata. Trasformando il migrante in un soggetto permanentemente ricattabile, l’ordinamento – attraverso la persistenza del binomio permesso di soggiorno-contratto di lavoro tipico della legge Bossi-Fini – spoglia la manodopera straniera di qualsiasi reale potere contrattuale.

La convergenza con il pensiero di Frantz Fanon evocata da Giovanni è illuminante: lo Stato neoliberista arretra sistematicamente nella sua funzione sociale e redistributiva, ma avanza geometricamente nella sua funzione penale, di polizia e securitaria. Questa mutazione si rende necessaria per governare le contraddizioni materiali dell’estrattivismo sociale. Lo sfruttamento non si limita più ai tradizionali “ghetti agricoli” o ai nodi deregolamentati della logistica, ma penetra capillarmente nei settori della riproduzione sociale, come la sanità privata e il welfare domestico autogestito.

In questo contesto, la critica di Giovanni alle grossolane letture “rossobrune” che invocano la “remigrazione” in nome di un presunto proletariato autoctono è non solo condivisibile, ma scientificamente necessaria. citare Karl Marx in chiave etnica significa falsificare la teoria dell’esercito industriale di riserva. Come ricorda Giovanni, i movimenti generali del salario non sono regolati dalle identità culturali o dalle nazionalità, ma dal rapporto di forze tra capitale e lavoro. Il razzismo istituzionale non è un sentimento irrazionale, ma una tecnologia di governo della forza lavoro. La sua funzione primaria è scindere il proletariato, frammentare le rivendicazioni e sostituire il conflitto verticale contro il capitale con una guerra orizzontale e rancorosa tra sfruttati.

 

I limiti del progressismo liberale e la gabbia del ricatto giuridico

La seconda argomentazione di Giovanni investe la qualità dell’anticapitalismo contemporaneo e l’intrinseca debolezza della risposta liberale e moderata. La narrazione progressista dominante, che difende l’immigrazione sulla base della sua utilità economica (“salvano l’INPS”, “fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare”), compie un errore teorico e politico fatale. Questa postura non fa che avallare l’idea che l’attuale livello di sfruttamento para-schiavistico sia una precondizione strutturale e immodificabile del sistema-paese. Accettare il migrante solo in virtù della sua produttività economica significa ridurlo a mero fattore produttivo fungibile, legittimando di fatto l’architettura estrattiva del ceto medio e del ceto imprenditoriale.

L’analisi materiale della legge Bossi-Fini descritta da Giovanni mostra come lo shock della perdita del lavoro non sia un evento meramente economico, ma una sanzione esistenziale che cancella lo status giuridico di persona libera. Il lavoratore straniero che pretende un salario dignitoso o che tenta l’agibilità sindacale viene immediatamente minacciato dall’irregolarità e dal confinamento nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). Questo cortocircuito spinge ciclicamente la manodopera nella clandestinità forzata, alimentando quel bacino di “lavoro nero” e “lavoro grigio” da cui le PMI obsolete estraggono plusvalore per difendere i propri margini di profitto senza compiere investimenti tecnologici.

Come giustamente rileva Giovanni, i miglioramenti salariali non nascono dalle concessioni del mercato o dalla benevolenza delle leggi, ma dalla “potenza sociale” del conflitto e dall’organizzazione di classe. Le esperienze storiche di lotta – da Nardò alle piane calabresi, fino ai movimenti metropolitani per il diritto all’abitare – dimostrano che l’autorganizzazione è l’unico argine reale alla spoliazione dei diritti patrimoniali. Tuttavia, queste fiammate conflittuali rimangono frammentate se non si affronta il nodo della composizione di classe: il proletariato odierno è strutturalmente meticcio e plurietnico. Finché la componente migrante rimarrà isolata giuridicamente, il capitale utilizzerà la sua asimmetria di potere come leva per deprimere l’intera impalcatura dei salari nazionali.

 

La competizione traslata e la cittadinanza come piattaforma di ricomposizione

L’ultima sezione dell’argomentazione di Giovanni affronta la dimensione territoriale della “guerra tra poveri” e la necessità di una proposta radicale che superi lo sciovinismo del welfare. Il conflitto per la redistribuzione della ricchezza viene oggi abilmente intrappolato dalle destre reazionarie e moderate nella dinamica del rancore orizzontale. La sistematica riduzione dello Stato sociale e l’erosione dei servizi pubblici, prodotte da decenni di politiche di austerità, vengono ideologicamente fatte ricadere sulle spalle della popolazione straniera. Si attiva così la dinamica che nel mio saggio ho definito come ‘competizione traslata’: l’esclusione dai servizi scarsi (case popolari, asili nido, sussidi) spinge le fasce popolari autoctone a individuare nell’inclusione del migrante la causa primaria della propria marginalizzazione.

L’evocazione del modello di Minneapolis e delle ribellioni radicali statunitensi da parte di Giovanni suggerisce la necessità di pratiche molecolari e territoriali capaci di imbrigliare i dispositivi di controllo istituzionale. In Italia, questo si deve tradurre nella battaglia per la cittadinanza universale (Ius Soli e Ius Scholae) e per il diritto di voto amministrativo ai residenti stranieri. Come conclude Giovanni, queste non sono concessioni etiche o istanze umanitarie, ma necessità costituzionali per ripristinare l’uguaglianza sostanziale sancita dall’Articolo 3 della Costituzione.

Per spezzare l’estrattivismo sociale, la strategia progressista deve aggredire la base materiale del consenso del blocco conservatore. Questo significa disinnescare la complicità del ceto medio attraverso riforme strutturali come la care strategy pubblica (internalizzazione del lavoro di cura per azzerare i costi privati delle famiglie) e l’imposizione di una “scossa salariale” tramite salario minimo e controlli stringenti dell’Ispettorato del Lavoro. Solo legando organicamente le rivendicazioni materiali della classe lavoratrice autoctona (casa, sanità pubblica, salari) con le battaglie di emancipazione e sindacalizzazione della popolazione migrante sarà possibile alterare gli equilibri politici del paese e costruire un’egemonia progressista alternativa alla stagnazione capitalistica.

Alessandro Scassellati

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