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Povertà dei migranti e ceto medio: le implicazioni politiche dell’estrattivismo sociale

di Alessandro
Scassellati

Il testo ha l’ambizione di effettuare un salto di scala analitico. Passa dalla descrizione dei meccanismi di sfruttamento della popolazione migrante alla codificazione del loro significato politico ed egemonico. L’uso della categoria di “estrattivismo sociale” è centrale sul piano teorico. Sposta la colpa dal “capitalismo astratto” alle responsabilità materiali e immediate di specifici blocchi sociali nazionali. Il testo non tratta lo sfruttamento come un’anomalia morale, ma come una scelta politica ed economica strutturale di un capitalismo maturo ma stagnante. Si disvelano le radici del blocco sociale conservatore che si regge sul grande e piccolo ceto imprenditoriale e larghi segmenti del ceto medio. Occorre avere il coraggio politico di identificare la base materiale del consenso della destra e dei moderati, come di larga parte delle forze politiche moderate, non solo nella reazione ideologica o nella paura culturale, ma nella difesa di una rendita di posizione economica del variegato mondo del ceto medio (es. risparmio sul welfare privato tramite assistenti familiari, profitti delle PMI tramite compressione salariale).

Introduzione

Nel dibattito pubblico e sociologico sull’Italia contemporanea, il fenomeno della povertà ha smesso da tempo di essere un evento congiunturale per trasformarsi in una caratteristica strutturale del modello economico nazionale. All’interno di questa cornice di progressivo impoverimento delle classi lavoratrici, la condizione dei migranti rappresenta l’anello più debole e, al contempo, l’indicatore più nitido delle contraddizioni del sistema-paese. Esiste un legame biunivoco e non casuale tra la condizione di cittadino straniero (soprattutto se proveniente da Paesi Terzi) e il rischio di scivolamento nella povertà relativa e assoluta. I dati statistici ufficiali descrivono costantemente una realtà in cui l’incidenza dell’indigenza tra le famiglie composte da soli stranieri è drammaticamente superiore rispetto a quella dei nuclei autoctoni. Questa asimmetria non è il prodotto di un fallimento individuale o di un mancato “percorso di integrazione”, ma l’esito lineare di precisi dispositivi giuridici, economici e sociali che operano in modo sinergico.
Per comprendere la genealogia di questa povertà subita dalla popolazione migrante, è necessario superare la concezione classica dell’indigenza come mera assenza di reddito. La povertà dei migranti in Italia è una povertà multidimensionale, generata da una stratificazione di svantaggi che si accumulano e si rinforzano a vicenda. 
Il primo e fondamentale livello di questa architettura è di natura giuridica: la legislazione italiana sull’immigrazione ha istituzionalizzato un regime di ricatto legale, legando indissolubilmente il diritto alla permanenza sul territorio nazionale alla titolarità di un contratto di lavoro. Questo meccanismo spoglia la forza lavoro straniera di qualsiasi reale potere contrattuale, costringendola ad accettare condizioni di estrema precarietà e sottomissione pur di evitare l’irregolarità e l’espulsione.
A monte di questo ricatto giuridico si colloca una segregazione occupazionale radicata, che relega i lavoratori stranieri nei segmenti più dequalificati, usuranti e deregolamentati del mercato del lavoro italiano. I migranti rappresentano oltre il 10% della forza lavoro complessiva e settori chiave per l’economia nazionale come l’agricoltura, la logistica, l’edilizia, la ristorazione e i servizi di cura si reggono ampiamente sul lavoro migrante, configurando una vera e propria “razzializzazione del lavoro”. In questi ambiti, lo sfruttamento assume forme che spaziano dal “lavoro grigio” e sotto-retribuito fino alle manifestazioni estreme del caporalato e delle nuove forme di schiavismo contemporaneo. A parità di ore lavorate, un cittadino straniero percepisce sistematicamente un salario inferiore rispetto a un lavoratore nativo, rientrando a pieno titolo nella categoria dei working poor: individui che, pur lavorando a tempo pieno, non riescono a superare la soglia della sussistenza materiale.
Tuttavia, l’analisi economica non è sufficiente se priva di uno sguardo intersezionale. La vulnerabilità dei migranti non è omogenea, ma viene rimodellata dalle lenti del genere, della provenienza geografica e dei processi di discriminazione sistemica. Le donne migranti, ad esempio, subiscono una doppia marginalizzazione, schiacciate tra il divario retributivo di genere e l’isolamento sociale del lavoro domestico e assistenziale sommerso. A ciò si aggiunge il fenomeno del cosiddetto brain waste, ovvero il sistematico declassamento professionale di individui in possesso di titoli di studio elevati conseguiti all’estero, non riconosciuti dalle istituzioni italiane e quindi neutralizzati all’interno di mansioni d’ordine. L’Italia estrae capitale umano formato all’estero a costo zero, ma lo dequalifica, creando un danno economico sia al Paese d’origine (brain drain) sia a quello d’arrivo.
Infine, questa spirale di impoverimento viene blindata dalle geometrie asimmetriche del welfare state italiano. Quest’ultimo, pur preservando nei suoi principi costitutivi una forte matrice universalistica e inclusiva, ha progressivamente stratificato al proprio interno dispositivi di selezione formali e informali. Questi meccanismi convertono la cittadinanza formale e la stabilità anagrafica in un filtro d’accesso de facto alle tutele. Si determina così un paradosso sistemico: la forza lavoro straniera sostiene, attraverso i propri flussi contributivi e fiscali, la tenuta demografica e la sostenibilità economica dell’apparato assistenziale pubblico. Tuttavia, a causa della precarietà lavorativa, essa si scontra con barriere selettive e requisiti amministrativi escludenti proprio nel momento in cui sperimenta condizioni di indigenza o fragilità materiale.
L’obiettivo di quest’analisi è dunque quello di decostruire i meccanismi formali e informali che producono e riproducono la povertà migrante in Italia. Attraverso l’esame dei dispositivi normativi, delle dinamiche di sfruttamento settoriale, delle discriminazioni intersezionali e delle esclusioni istituzionali, si cercherà di dimostrare come la povertà della popolazione straniera non sia una disfunzione collaterale del sistema, bensì un elemento funzionale alla riproduzione di un modello economico estrattivista basato sulla compressione dei diritti e dei salari di cui beneficiano il ceto imprenditoriale e il ceto medio autoctono che in larga parte costituiscono la base sociale del blocco politico conservatore e moderato.

1. La demografia e la condizione sociale dei migranti in Italia: il quadro quantitativo

L’analisi scientifica del nesso tra migrazione e deprivazione materiale necessita, come base di partenza, di una rigorosa mappatura quantitativa ricavata dai dati ufficiali dell’Istat. Al 1° gennaio, la popolazione straniera residente in Italia ammonta a 5 milioni e 560mila individui, pari al 9,3% della popolazione totale del Paese. In particolare, i cittadini non comunitari (provenienti da Paesi Terzi) regolarmente presenti e titolari di un permesso di soggiorno valido in Italia sono oltre 3 milioni e 810 mila (dati consolidati ISTAT). Rappresentano circa il 73% della presenza straniera complessiva nel Paese.
Sotto il profilo della composizione di genere, per quanto riguarda i migranti nel loro complesso si registra un sostanziale equilibrio statistico: le donne rappresentano il 50,4% del totale dei residenti stranieri (circa 2,8 milioni di unità). In particolare, sull’intera platea dei cittadini non UE, gli uomini rappresentano circa il 51,5% e le donne il 48,5%. Le comunità provenienti dall’Europa dell’Est (es. Ucraina, Georgia, Moldova) e dall’Estremo Oriente (Filippine) presentano tassi di femminilizzazione superiori al 70-80%, storicamente legati all’inserimento nel lavoro di cura. I flussi da Africa subsahariana, Bangladesh e Marocco vedono una netta prevalenza maschile (oltre il 65-70%), inizialmente trainata dai settori dell’agricoltura, dell’edilizia e della logistica. La presenza dei cittadini dei Paesi Terzi è fortemente radicata nel Centro-Nord (83,2%), con la sola Lombardia che ne ospita circa un quarto del totale. Tra i cittadini non UE, i gruppi principali sono composti da cittadini provenienti da Ucraina, Marocco, Albania, Cina e Bangladesh. Gli stranieri non comunitari titolari di imprese individuali in Italia sono circa 389 mila, mentre i lavoratori attivi regolarmente registrati negli archivi previdenziali superano i 2,5 milioni, incidendo per oltre il 10% sul totale degli occupati nazionali.
Sul piano della vulnerabilità economica, i dati ISTAT sulla povertà assoluta (parametrata sull’impossibilità di accedere a un paniere minimo di beni e servizi essenziali) e sulla povertà relativa (calcolata sulle soglie di spesa per consumi) evidenziano un profondo divario strutturale tra la popolazione nativa e quella straniera. Circa 1,8 milioni di cittadini stranieri risiedono in condizioni di povertà assoluta. L’incidenza percentuale tocca il 35,6% tra la popolazione straniera, a fronte del 7,4% registrato tra i cittadini italiani. Un cittadino straniero ha dunque una probabilità di 4,8 volte superiore di essere povero assoluto rispetto a un autoctono. L’incidenza colpisce il 35,2% dei nuclei familiari composti da “soli stranieri”, mentre crolla al 6,2% tra le famiglie di “soli italiani”. Pur rappresentando meno del 10% dei residenti, gli stranieri costituiscono il 31% della platea complessiva dei poveri assoluti in Italia. A fronte di una media nazionale dell’10,9%, la povertà relativa colpisce le famiglie con presenza di cittadini stranieri con percentuali comprese tra il 28% e il 30%, confinandole stabilmente in una fascia di fragilità economica continuativa.
Sotto il profilo metodologico, è tuttavia fondamentale precisare che queste rilevazioni macro-analitiche dell’ISTAT aggregano l’intera popolazione straniera residente, includendovi sia i cittadini dell’Unione Europea sia i cittadini extra-UE provenienti da Paesi Terzi. Sebbene l’indice di indigenza colpisca il comparto migratorio nel suo complesso, la letteratura sociologica ed economica dimostra che è proprio la componente extracomunitaria a occupare il segmento di massima vulnerabilità all’interno di quel 35,6% di poveri assoluti. Mentre i cittadini comunitari beneficiano dello status giuridico di europei e della conseguente piena libertà di circolazione, soggiorno e stabilimento occupazionale, i cittadini dei Paesi Terzi rimangono intrappolati nelle maglie selettive e restrittive del Testo Unico sull’Immigrazione. Sono i vincoli normativi di questi ultimi — e non un’ipotetica attitudine culturale — a esporli in via prioritaria al rischio di scivolamento nell’indigenza. Di conseguenza, i dati statistici generali sulla povertà straniera vanno letti come il riflesso di una piramide dell’esclusione al cui vertice negativo si collocano stabilmente i titolari di permessi di soggiorno extra-UE, per i quali la fragilità materiale è esasperata dalla precarietà del titolo legale di permanenza.

2. Il binomio permesso di soggiorno-lavoro: l’istituzionalizzazione del ricatto

L’ossatura giuridica che governa i flussi migratori e la permanenza dei cittadini stranieri non comunitari in Italia trova il suo fulcro nel Testo Unico sull’Immigrazione (D.Lgs. 286/1998), profondamente modificato dalla Legge 181/2002, nota come legge Bossi-Fini. Il principio cardine di questa architettura normativa è il vincolo indissolubile e rigido tra la regolarità del soggiorno sul territorio nazionale e la titolarità di un contratto di lavoro regolare. Dal punto di vista della sociologia del diritto e dell’economia del lavoro, questo nesso non si limita a regolamentare i flussi di manodopera, ma opera come un formidabile dispositivo di disciplinamento sociale e di subordinazione economica. Agganciando il diritto all’esistenza legale di un individuo alla sua produttività economica per un determinato datore di lavoro, lo Stato italiano ha istituzionalizzato un regime di asimmetria strutturale, trasformando il permesso di soggiorno in uno strumento di ricatto sistemico che ridefinisce radicalmente i rapporti di forza all’interno del mercato occupazionale.
In un normale mercato del lavoro regolato dal diritto, la perdita dell’occupazione rappresenta un evento traumatico legato alla sfera para-economica e alla sicurezza sociale dell’individuo, mitigato (laddove esistano) dagli ammortizzatori sociali. Nell’ordinamento italiano, per il lavoratore migrante non comunitario, il licenziamento o la scadenza di un contratto a termine non comportano esclusivamente la privazione del reddito, bensì l’immediata minaccia dell’irregolarità e della conseguente espulsione dal territorio dello Stato. Questa configurazione normativa inverte e scardina i tradizionali rapporti di forza negoziali tra lavoratore e datore di lavoro. Il capo d’azienda o il caporale non detengono più soltanto il potere economico di interrompere l’erogazione di un salario, ma acquisiscono il potere bio-politico di decidere della regolarità giuridica del dipendente, della sua permanenza nel Paese e, di riflesso, della stabilità dell’intero suo nucleo familiare. La revoca del lavoro si traduce nella cancellazione dell’identità legale del soggetto.
Questa vulnerabilità esistenziale, codificata per legge, si converte direttamente in un potente vettore di sfruttamento economico. Sapendo che il mantenimento dello status di lavoratore regolare è l’unica barriera che separa l’individuo dal reato di irregolarità e dal rischio di trattenimento nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), il lavoratore non comunitario si trova in una condizione di totale impossibilità di rifiuto. Tale ricatto costringe ad accettare passivamente condizioni che violano sistematicamente i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL): salari orari drammaticamente sotto le soglie legali e di sussistenza, estensioni coatte dei turni di lavoro senza alcuna remunerazione degli straordinari, totale assenza di tutele antinfortunistiche e ricorso massiccio al “lavoro grigio”, una pratica in cui solo una frazione minima delle ore effettivamente prestate viene registrata in busta paga. Il permesso di soggiorno cessa così di essere un diritto di cittadinanza per divenire la leva di una compressione salariale sistematica, funzionale a settori economici a bassa marginalità che scaricano sulla manodopera migrante il peso della propria competitività.
La logica conseguenza di questa subordinazione assoluta è il totale annullamento della capacità di autotutela dei lavoratori e della loro agibilità sindacale. Di fronte ad abusi conclamati, truffe contrattuali, violenze verbali o fisiche e totale inosservanza delle norme di sicurezza, la via della denuncia formale alle autorità ispettive o alla magistratura è di fatto preclusa. Per il lavoratore migrante, denunciare il proprio sfruttatore significa innescare un meccanismo che porta alla distruzione del posto di lavoro e, di conseguenza, all’avvio delle procedure di espulsione prima ancora che i tempi della giustizia civile o penale possano accertare il reato e garantirgli una tutela. Si realizza in questo modo un cortocircuito normativo che garantisce una sostanziale impunità alla parte datoriale abusante: l’ordinamento delega il controllo della legalità proprio a colui che ha il massimo interesse economico a violarla, lasciando il lavoratore privo di scudi giuridici efficaci e condannandolo al silenzio forzato per pura strategia di sopravvivenza.
Infine, il meccanismo Bossi-Fini produce una perversa ciclicità che spinge periodicamente i migranti regolari nella totale illegalità, configurando una vera e propria fabbrica istituzionale dell’irregolarità. Sebbene la normativa preveda il rilascio di un permesso di soggiorno per attesa occupazione alla perdita del lavoro, la durata di questo titolo (spesso ridotta a un anno o vincolata a rigidi parametri di rinnovo) è del tutto anacronistica rispetto alle tempistiche reali di ricollocamento in mercati del lavoro caratterizzati da forte precarietà e frammentazione. Quando il termine scade senza che il lavoratore sia riuscito a formalizzare un nuovo contratto a lungo termine, un individuo che ha vissuto, lavorato, pagato le tasse e versato contributi previdenziali in Italia per anni viene repentinamente de-legalizzato. Questa instabilità permanente impedisce qualsiasi programmazione esistenziale di lungo periodo, intrappolando il cittadino straniero in un limbo di vulnerabilità cronica in cui l’invisibilità giuridica non è l’effetto di una scelta di devianza, ma l’esito matematico e strutturale di una legge escludente.

3. Settori ad alta densità migrante: precarietà, caporalato e nuove forme di schiavismo

L’inserimento della popolazione straniera nel mercato occupazionale italiano è storicamente governato da una rigida e profonda segregazione occupazionale. I lavoratori migranti non si distribuiscono in modo omogeneo nel tessuto produttivo, ma vengono incanalati e confinati nei segmenti secondari del mercato del lavoro, caratterizzati dalle cosiddette “mansioni 3D” (Dirty, Dangerous, Demanding: sporche, pericolose, esigenti). Questi settori strategici per il capitalismo nazionale si distinguono per un altissimo tasso di deregolamentazione, frammentazione contrattuale e destrutturazione dei diritti salariali. In questa cornice, l’arretramento dello Stato nella vigilanza e la compressione dei margini di profitto delle imprese si scaricano interamente sui corpi e sui redditi della manodopera straniera, traducendosi in forme di precarietà cronica che, nei casi più estremi, configurano vere e proprie nuove forme di schiavismo contemporaneo.
Il settore primario – l’agricoltura – rappresenta l’archetipo dello sfruttamento etnico in Italia. Dalle serre del Sud (come le piane di Foggia, Gioia Tauro e Metaponto o l’Agro Pontino) fino alle vigne e alle raccolte stagionali del Nord (dalla Franciacorta alle Langhe del ricco Piemonte), l’agricoltura italiana poggia stabilmente sulle braccia dei braccianti migranti. In questo ambito, l’intermediazione illecita della manodopera ha assunto la forma sistemica del caporalato. Il “caporale” (italiano o straniero) non è un mero intermediario abusivo, ma l’ingranaggio centrale di un sistema para-istituzionale di controllo totale sulla vita del lavoratore. Egli gestisce in regime di monopolio i trasporti verso i campi, il reclutamento quotidiano e l’accesso ad alloggi degradati (spesso baraccopoli o ghetti isolati privi di acqua ed elettricità). Il salario del bracciante viene sistematicamente decurtato dalle trattenute coatte imposte dal caporale per questi “servizi” forzati. La remunerazione, rigorosamente a cottimo (parametrata sui cassoni o sui chili di prodotto raccolto), costringe a turni estenuanti che superano le dodici ore consecutive, spesso sotto temperature torride e senza alcuna tutela sanitaria, riducendo la persona a mero fattore produttivo fungibile.

Nei nodi cruciali della circolazione delle merci e dello sviluppo urbano – la logistica dei grandi hub intermodali del Centro-Nord e i cantieri edili – lo sfruttamento del lavoro migrante assume forme tecnologicamente e giuridicamente più sofisticate.
L’architettura dei subappalti nel settore logistico si regge sulla proliferazione di consorzi e cooperative fittizie, utilizzate dalle imprese committenti come vere e proprie scatole vuote societarie. Questa frammentazione non risponde a una mera esigenza organizzativa, ma configura un preciso dispositivo di ingegneria finanziaria volto all’outsourcing strutturale. Attraverso questo meccanismo, l’azienda committente opera una transustanziazione contabile: trasforma il costo del lavoro — per sua natura rigido e gravato da oneri previdenziali e tutele di licenziamento — in una fattura di servizi commerciali, ossia in un costo variabile puro. Ciò permette di calibrare e comprimere istantaneamente la spesa per la manodopera in base alle fluttuazioni simmetriche delle merci, scaricando l’intero rischio d’impresa sui corpi dei lavoratori stranieri.
Queste entità giuridiche, create al solo scopo di assorbire la forza lavoro, aprono e chiudono nell’arco di pochi anni. Questo ciclo vitale artificiale permette di azzerare sistematicamente i debiti fiscali e i contributi previdenziali accumulati, che svaniscono nel nulla insieme alla liquidazione della cooperativa. Il danno per i lavoratori immigrati è di doppio taglio: economico e sanzionatorio. Sul piano retributivo, la chiusura programmata di queste sigle cancella il diritto al Trattamento di Fine Rapporto (TFR) e frammenta i contributi pensionistici.
A questa flessibilizzazione economica si salda una deliberata elusione della sicurezza sul lavoro, la quale cessa di essere un vincolo normativo per tramutarsi in un fattore di dumping e competitività. Nei segmenti protetti dal velo giuridico del subappalto, i margini di profitto vengono estratti attraverso l’accelerazione forzata dei ritmi di carico e scarico e il risparmio sistematico sui Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) o sulla formazione antinfortunistica. In caso di sinistro, la polverizzazione delle responsabilità legali azzera la prevenzione dei rischi: l’assenza di un datore di lavoro reale e rintracciabile favorisce il camuffamento degli infortuni, che vengono denunciati come incidenti domestici o permessi di malattia per evitare ispezioni ministeriali.
Il ricatto giuridico esaminato nel capitolo precedente si traduce qui in un preciso silenziatore dei diritti sanitari: la paura di perdere il titolo legale di soggiorno spinge il facchino o il corriere extracomunitario a monetizzare la propria integrità fisica, giungendo a occultare gli infortuni patiti sul lavoro pur di preservare la continuità contrattuale necessaria al rinnovo. La frammentazione societaria garantisce infine l’impunità della committenza: al sorgere di ispezioni o contenziosi, la cooperativa “scatola vuota” dichiara un repentino fallimento, mentre la forza lavoro viene riassorbita il giorno successivo da una nuova sigla neocostituita, azzerando l’anzianità di servizio e scardinando ogni continuità di tutela giuridica.
Il settore del lavoro domestico e dell’assistenza familiare rappresenta un pilastro invisibile ma fondamentale su cui si regge la tenuta della riproduzione sociale italiana, di fronte al progressivo invecchiamento della popolazione e al disinvestimento pubblico nelle strutture socio-sanitarie. Come evidenziato nella ricerca pionieristica di G. B. Sgritta (Badanti e anziani in un welfare senza futuro. Edizioni Lavoro, Roma 2009), questo comparto si caratterizza per una frammentazione molecolare e per una pervasiva dimensione sommersa, svolgendosi interamente all’interno delle mura domestiche.
La segmentazione di questo mercato non è neutra, ma risponde a una precisa logica di razzializzazione e genere: il bacino delle assistenti familiari e delle operatrici socio-assistenziali è composto quasi esclusivamente da donne straniere provenienti da aree geografiche mirate, in particolare dall’Europa dell’Est (Ucraina, Romania, Moldova) e dall’Asia (Filippine, Sri Lanka). Questa forte concentrazione etnico-nazionale converte il lavoro di cura in una vera e propria gabbia occupazionale ed esistenziale, da cui è quasi impossibile uscire per vie di mobilità ascendente.
La condizione più critica è quella delle lavoratrici coabitanti, che risiedono stabilmente nell’abitazione dell’assistito, sperimentando una sovrapposizione totale tra spazio di vita e spazio di lavoro in cui i confini contrattuali evaporano e la reperibilità richiesta diventa di fatto continua (H24), annullando i diritti fondamentali ai riposi settimanali e alle ferie. A questa forma di confinamento spaziale e psicologico si salda una violenza economica strutturale e sistemica, ampiamente tollerata dalle istituzioni. Il mercato della cura privato opera in Italia come un vero e proprio ammortizzatore sociale surrogato a costo zero per lo Stato, dove le famiglie autoctone scaricano sulla lavoratrice dei Paesi Terzi i costi economici e organizzativi del welfare assistenziale pubblico mancante. Per mantenere sostenibili questi costi, il comparto fa leva su un’evasione contributiva e contrattuale di massa. Anche in presenza di un contratto formalizzato, si assiste all’elusione sistematica dei contributi previdenziali minimi ordinari attraverso la falsa dichiarazione del monte ore settimanale (lavoro grigio), azzerando la futura base pensionistica delle lavoratrici.
Il ricorso al lavoro totalmente in nero è strutturale: le famiglie, agendo come datori di lavoro privati privi di vincoli ispettivi, comprimono i costi omettendo il pagamento del TFR, delle tredicesime mensilità e negando l’adeguamento dei salari agli scatti di anzianità reali previsti dal CCNL di categoria. Le lavoratrici straniere, ricattate dal bisogno economico e dalla necessità di esibire un reddito per il rinnovo del permesso di soggiorno, sono costrette ad accettare questa sistematica spoliazione dei propri diritti patrimoniali. L’isolamento nel micro-contesto familiare inibisce qualsiasi forma di organizzazione collettiva o sindacale, rendendo questo comparto un serbatoio di manodopera iper-sfruttata e deregolamentata, dove l’affetto e la vicinanza emotiva richiesti nell’accudimento vengono perversamente utilizzati dai datori di lavoro per colpevolizzare la lavoratrice ed estorcere prestazioni gratuite aggiuntive.
All’interno di questo scenario non mancano, tuttavia, dispositivi istituzionali virtuosi volti a scardinare la logica del sommerso attraverso l’introduzione di contratti protetti e rigidamente regolati. Un esempio significativo è rappresentato dal programma Home Care Premium (HCP) erogato dall’INPS. Questa misura di assistenza domiciliare si configura come un efficace argine alla svalutazione salariale: l’erogazione delle prestazioni è infatti vincolata alla sottoscrizione di contratti con gli assistenti familiari basati su tabelle retributive specifiche gestite tramite i CAF. Questo meccanismo di triangolazione amministrativa e controllo preventivo impedisce di fatto i sotto-pagamenti e garantisce l’applicazione di tariffe lecite e tutele piene.
Pur rappresentando un’eccellenza metodologica, l’HCP sconta però un limite strutturale intrinseco che ne riduce l’impatto su scala sistemica. Il programma è una prestazione ad hoc interamente finanziata dalla Gestione Unitaria delle prestazioni creditizie e sociali: i suoi beneficiari sono pertanto limitati in via quasi esclusiva ai dipendenti e pensionati pubblici (della gestione ex-INPDAP) e ai loro nuclei familiari. Di conseguenza, l’efficacia di questa buona pratica non riesce a riverberarsi sulla vasta ed esposta platea del welfare privato autogestito. Al di fuori del perimetro del pubblico impiego, le famiglie italiane a medio-basso reddito — prive della marginalità economica necessaria a sostenere i costi totali della contrattazione regolare — continuano ad alimentare un mercato parallelo in cui si annidano forme di “lavoro grigio” di sussistenza, elusione contributiva ed estensione unilaterale degli orari di reperibilità.
Come avviene per il lavoro domestico confinato nelle mura di casa, nella ristorazione (pubblici esercizi, hotel, catering) si attiva una gerarchia etnica basata sulla visibilità del lavoratore. I lavoratori migranti vengono concentrati nelle mansioni invisibili al cliente (lavapiatti, aiuti cuoco, addetti alle pulizie). Sono lavori pesanti, ad alta temperatura e fisicamente logoranti. I ruoli di contatto con il pubblico (camerieri, cassieri) restano spesso appannaggio dei nativi, formalizzando una barriera invisibile basata sullo stigma linguistico o culturale. Inoltre, la ristorazione è il terreno d’elezione per l’uso distorto dei contratti flessibili. Al lavoratore straniero viene firmato un contratto part-time da 12 o 20 ore settimanali. Le ore effettive lavorate sul campo superano regolarmente le 50 o 60 ore settimanali, coprendo spezzati, weekend e turni notturni. Le ore eccedenti vengono liquidate in contanti (“fuori busta”) a tariffe orarie stracciate e prive di maggiorazioni per straordinari o festivi. Ciò congela il dipendente nella condizione di working poor e azzera la sua futura base previdenziale. Questa vulnerabilità contrattuale tocca il picco nei contesti a forte stagionalità, come le località turistiche. Schiacciato dalle scadenze burocratiche delle questure per dimostrare la continuità del reddito, il personale straniero si ritrova privo di scudi negoziali: per evitare il limbo della disoccupazione nei mesi di bassa stagione, è costretto ad accettare ritmi deregolamentati, ferie non godute e l’azzeramento dei riposi settimanali.
Molte micro-imprese della ristorazione (bar, piccoli ristoranti, pizzerie) operano a bassa marginalità e con forti inefficienze strutturali. Anziché investire in digitalizzazione della filiera, ottimizzazione dei processi o qualità del servizio, utilizzano la compressione salariale della manodopera straniera ricattabile come unico strumento per rimanere sul mercato e mantenere prezzi competitivi per il ceto medio autoctono.
Al di là delle forme estreme di illegalità, la povertà della popolazione migrante occupata nei settori regolari è alimentata da un uso distorto e sistematico dei contratti flessibili previsti dall’ordinamento italiano. Si assiste a una proliferazione patologica di contratti a chiamata (lavoro intermittente) e di part-time involontari, in cui il lavoratore dichiara la propria disponibilità a tempo pieno ma viene contrattualizzato per poche ore settimanali. Questo meccanismo alimenta il fenomeno del “lavoro grigio”: la prestazione lavorativa è formalmente regolare e coperta da un contratto, ma una quota rilevante delle ore effettivamente prestate e dei turni straordinari viene pagata in contanti, fuori busta paga e a tariffe inferiori. Questa trappola contrattuale comprime i redditi mensili ben al di sotto della soglia di sussistenza, azzera la maturazione dei diritti previdenziali futuri e riduce i contributi versati, congelando il lavoratore migrante nella condizione permanente di working poor, ovvero di un soggetto economicamente attivo ma strutturalmente povero.
La persistenza di queste geometrie di sfruttamento e l’inosservanza sistematica dei protocolli antinfortunistici non sono imputabili a una mera impossibilità tecnica di controllo da parte dello Stato. Esse costituiscono l’esito lineare del progressivo e scientifico depotenziamento dell’apparato ispettivo pubblico, che garantisce alla parte datoriale abusante una sostanziale impunità. L’ingranaggio centrale di questo arretramento istituzionale è rappresentato dalla crisi d’organico strutturale che paralizza l’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL). I dati dei sindacati di categoria (Fp Cgil, UilPa) e i monitoraggi ministeriali evidenziano una scopertura di organico drammatica. A fronte di un tessuto economico nazionale polverizzato in milioni di micro-imprese (circa 7,9 milioni), aziende agricole e hub logistici, il corpo ispettivo operativo sul campo è ridotto a poche migliaia di unità. In interi distretti produttivi strategici ad altissimo tasso di irregolarità, la carenza di ispettori tecnici (quelli specificamente deputati alla verifica della sicurezza sui cantieri e nei campi) riduce la probabilità statistica di subire un controllo a eventi sporadici e ampiamente calcolabili nel bilancio di rischio aziendale.
Le campagne straordinarie di vigilanza condotte dall’INL – come i controlli congiunti nel bracciantato agricolo – fotografano regolarmente uno scenario devastante: oltre il 66% delle aziende agricole ispezionate risulta irregolare, con picchi in cui più di un lavoratore su dieci è totalmente invisibile (in nero). Eppure, nonostante la conclamata pervasività del fenomeno, l’azione dell’Ispettorato rimane strutturalmente asfittica. Gli ispettori in servizio, schiacciati da carichi burocratici insostenibili e privi di banche dati integrate capaci di incrociare in tempo reale i nulla osta al lavoro con gli indici di congruità contrattuale, si ritrovano a operare con le armi spuntate. A ciò si aggiunge l’insufficienza strutturale dei mediatori linguistico-culturali durante gli accessi ispettivi. Senza figure capaci di filtrare la comunicazione, la sottomissione psicologica dei migranti – terrorizzati dal ricatto del permesso di soggiorno – impedisce loro di verbalizzare gli abusi o i turni reali davanti all’autorità pubblica.
Lo sfruttamento etnico in Italia non prospera dunque in un vuoto legislativo, ma nell’alveo di una cosciente omissione di vigilanza. Tollerando la riduzione degli organici dell’INL e riducendo le risorse destinate alla salute e sicurezza, lo Stato italiano ha di fatto esternalizzato alle imprese la facoltà di regolare i ritmi e i costi del lavoro attraverso l’illegalità, rendendo la morte o il grave infortunio del lavoratore migrante non un tragico imprevisto, ma un costo collaterale ampiamente preventivato all’interno di una catena produttiva deregolamentata.

4. Intersezionalità: genere, razza e discriminazione sistemica

L’esame di questa mappa della segregazione occupazionale – che si muove dalle dinamiche di sfruttamento visibile nei campi e nei cantieri fino all’invisibilità molecolare del lavoro domestico e delle cucine della ristorazione – dimostra come la precarietà dei migranti non sia distribuita in modo casuale o uniforme. Tuttavia, fermarsi a una lettura puramente macroeconomica o settoriale rischia di restituire una fotografia parziale, riducendo l’indigenza a una mera questione di svalutazione salariale o di classe. Per comprendere perché determinate mansioni degradate siano occupate stabilmente da specifici gruppi di individui e perché la vulnerabilità colpisca i soggetti con intensità e forme così diverse, si rende necessario un cambio di paradigma teorico. Le strutture materiali del mercato del lavoro non operano nel vuoto, ma si innestano su gerarchie sociali preesistenti. Diventa quindi indispensabile adottare la lente dell’intersezionalità: solo decostruendo il modo in cui il genere, la provenienza etnico-nazionale, lo stigma razziale e lo status giuridico si sovrappongono e si co-producono a vicenda, è possibile decifrare l’architettura profonda e la violenza sistemica che governano la povertà migrante in Italia. Questo sistema di esclusione opera attraverso meccanismi di segregazione culturale e istituzionale, agendo direttamente sui corpi dei lavoratori e incanalandoli in percorsi di marginalità economica difficilmente reversibili.
Il primo pilastro della discriminazione sistemica nel mercato del lavoro italiano è rappresentato dai processi di razzializzazione delle mansioni. Con questo termine si definisce quel pregiudizio culturale e strutturale radicato che associa automaticamente determinati gruppi etnici o nazionali a specifiche attività lavorative posizionate alla base della piramide sociale. I corpi migranti vengono percepiti dal sistema produttivo e dalla società ospitante come naturalmente idonei a svolgere lavori faticosi, ripetitivi, usuranti e dequalificati. Questa dinamica si traduce in una rigida “orizzontalizzazione occupazionale”: una barriera invisibile ma impenetrabile che blocca la mobilità sociale ascendente dei cittadini stranieri. Indipendentemente dalle loro aspirazioni, attitudini o competenze, i lavoratori immigrati rimangono intrappolati all’interno di specifici ghetti professionali. La provenienza geografica diventa così un marchio che predetermina il valore economico della persona sul mercato, legittimando socialmente l’erogazione di retribuzioni inferiori e la compressione dei diritti.
All’interno della popolazione migrante, la componente femminile sperimenta la forma più acuta e complessa di marginalizzazione economica, subendo quella che in letteratura viene definita “doppia discriminazione” o doppia asimmetria (di genere ed etnica). Le donne straniere si trovano schiacciate contemporaneamente dal divario retributivo e occupazionale che colpisce le donne in Italia, e dalla penalizzazione sistematica legata alla loro condizione di cittadine extracomunitarie. Questa morsa intersezionale le confina quasi esclusivamente in due macro-ambiti professionali altamente svalutati: il lavoro di cura e assistenza domestica (colf e assistenti familiari) e il settore delle pulizie industriali o dei servizi alberghieri. Si tratta di ambiti caratterizzati da contratti precari, part-time involontari, isolamento relazionale e un’altissima quota di lavoro nero. La segregazione in queste nicchie occupazionali de-professionalizzanti non solo azzera ogni possibilità di carriera, ma produce una dipendenza economica totale (dal datore di lavoro o dal partner), esponendo le donne migranti a un rischio di povertà assoluta e vulnerabilità sociale nettamente superiore a quello dei loro omologhi maschili e delle donne autoctone.
Un’ulteriore e macroscopica manifestazione della discriminazione sistemica si realizza attraverso il fenomeno del declassamento professionale, internazionalmente noto come brain waste (letteralmente, lo “spreco di cervelli”). Migliaia di cittadini stranieri residenti in Italia sono in possesso di titoli di studio elevati – lauree magistrali, specializzazioni mediche, ingegneristiche o umanistiche, diplomi tecnici superiori – conseguiti nei loro Paesi d’origine. Tuttavia, l’architettura istituzionale italiana erige barriere burocratiche quasi insormontabili per il riconoscimento legale di questi titoli (le procedure di equivalenza ed equipollenza). Questo vuoto normativo e amministrativo costringe professionisti e intellettuali stranieri a subire un brutale declassamento sul piano occupazionale, venendo arruolati come operai generici, braccianti o assistenti domiciliari. La neutralizzazione delle loro competenze non rappresenta soltanto una violazione della dignità personale, ma costituisce un meccanismo attivo di produzione della povertà: privando il lavoratore della possibilità di spendere il proprio capitale umano, il sistema lo condanna a percepire i salari minimi delle mansioni esecutive, congelandone il potenziale reddituale e bloccando sul nascere ogni forma di mobilità sociale intergenerazionale.
Se il fenomeno del brain waste cristallizza la marginalità economica dei migranti di prima generazione, l’analisi intersezionale deve necessariamente spingersi a verificare le traiettorie di vita dei loro figli, nati o cresciuti sul territorio nazionale. Le cosiddette “seconde generazioni” rappresentano il banco di prova su cui si misura la permeabilità sociale del sistema-paese. L’evidenza sociologica dimostra, tuttavia, che l’indigenza non è un evento biografico isolato, ma un fattore materiale che tende a trasmettersi per via ereditaria. Questa riproduzione intergenerazionale della povertà è attivamente sostenuta da due potenti dispositivi istituzionali: l’architettura giuridica della cittadinanza e i meccanismi selettivi del sistema scolastico.
Il primo e più profondo ostacolo alla mobilità sociale ascendente è il deficit di cittadinanza causato dall’assenza dello Ius Soli nell’ordinamento italiano. La Legge 91/1992, incardinata sul principio rigido dello Ius Sanguinis, costringe i figli dei migranti a rimanere giuridicamente “stranieri nella propria terra” fino al compimento del diciottesimo anno di età, subordinando poi l’acquisizione della cittadinanza a rigidi e anacronistici requisiti di reddito familiare e continuità residenziale. Questa condizione di perenne subalternità giuridica si traduce in una immediata penalizzazione economica. I giovani senza cittadinanza rimangono esclusi dai concorsi pubblici, non possono accedere a determinate professioni regolamentate e subiscono limitazioni draconiane alla propria mobilità internazionale ed educativa, vedendosi di fatto preclusa la possibilità di competere a parità di condizioni nel mercato del lavoro qualificato. Oggi l’Italia affronta già l’ingresso scolastico delle “terze generazioni”, per le quali il deficit giuridico dello Ius Sanguinis produce alienazione culturale ancora più marcata rispetto ai genitori.
A questo confinamento legale si salda un sofisticato processo di razzismo istituzionale operato dal sistema scolastico, che agisce come un dispositivo di riproduzione delle disuguaglianze piuttosto che come ascensore sociale. I dati del Ministero dell’Istruzione evidenziano un’anomala concentrazione di studenti con background migratorio all’interno degli istituti professionali e dei centri di formazione regionale, a fronte di una presenza marginale nei licei. Questa polarizzazione non è l’esito di libere scelte o di minori attitudini cognitive, ma il prodotto del bisogno immediato delle famiglie a basso reddito di inserire i figli nel mercato del lavoro per sostenere il bilancio familiare, nonché di una sistematica “canalizzazione scolastica cooperata”, ossia di un processo sinergico e sistemico in cui diversi attori e fattori sociali convergono, spesso inconsciamente, per produrre lo stesso risultato escludente.
Durante l’orientamento al termine del primo ciclo di istruzione, il corpo docente – spesso guidato da pregiudizi etnici inconsci o da un paternalismo escludente – tende a indirizzare i ragazzi di origine straniera verso percorsi formativi brevi e orientati al lavoro manuale immediato. La motivazione addotta è quasi sempre legata alle presunte difficoltà economiche o linguistiche della famiglia, che non consentirebbero di sostenere studi accademici lunghi. Questo cortocircuito pedagogico neutralizza preventivamente il potenziale intellettuale delle nuove generazioni, allineando i loro destini formativi alle mansioni dequalificate dei genitori e condannandoli a un precoce inserimento nei segmenti più precari e sotto-retribuiti del mercato occupazionale. Il sistema scolastico italiano, in questo modo, si fa complice della cronicizzazione di una sottoclasse etnica, strutturalmente povera e priva degli strumenti politici e culturali per spezzare la catena dello sfruttamento.

5. Divari di reddito e asimmetrie macroeconomiche: l’analisi empirica dei dati INPS

Nell’analizzare la vulnerabilità economica dei cittadini dei Paesi Terzi, è doveroso premettere che l’architettura teorica del sistema di protezione sociale italiano conserva una forte matrice universalistica e inclusiva, offrendo sulla carta scudi formali imponenti a tutela della salute e della ridotta capacità lavorativa, senza discriminazioni legate alla nazionalità. Sotto il profilo strettamente previdenziale, ad esempio, la Legge n. 222/1984 garantisce l’Assegno ordinario di invalidità a tutti i lavoratori dipendenti o autonomi, così come l’ordinamento estende le tutele dell’Invalidità Civile a tutti i cittadini stranieri regolarmente soggiornanti.
Lo scontro analitico e materiale non avviene dunque sul piano dei principi della legge, bensì nell’impatto tra questi requisiti cartolari e la realtà strutturale di un mercato del lavoro deregolamentato. Questo contrasto svela come l’universalismo formale si converta in selettività escludente non appena entra in contatto con le carriere frammentate dei migranti. L’accesso concreto alle tutele della Legge 222/84, infatti, richiede tassativamente un’anzianità assicurativa minima di 5 anni, con almeno 3 anni di contribuzione nel quinquennio precedente la domanda. Questo specifico requisito amministrativo, apparentemente neutro, si trasforma in uno scoglio insormontabile per la popolazione extracomunitaria, la cui permanenza nel mercato è costantemente interrotta da licenziamenti, lavoro nero o grigio.
La segregazione reddituale sistematica dei cittadini non comunitari è chiaramente fotografata dai successivi bilanci quantitativi dell’istituto previdenziale. I dati ufficiali dell’Osservatorio sugli Stranieri dell’INPS contano oltre 4,6 milioni di cittadini stranieri presenti negli archivi previdenziali, di cui la stragrande maggioranza (quasi 4 milioni) sono lavoratori attivi. La radiografia delle loro retribuzioni svela l’ampiezza di una faglia economica strutturale: a parità di ore e di qualifica, la retribuzione media annuale di un lavoratore non comunitario è inferiore del 26% rispetto a quella di un lavoratore nativo, ma crolla verticalmente nelle mansioni a forte trazione femminile. La scomposizione del dato evidenzia la presenza di tre distinti gironi della vulnerabilità salariale. Nei settori privati non agricoli, i 2,7 milioni di dipendenti stranieri percepiscono una media di 18.800 euro, una cifra già di per sé indicativa di una forte diffusione del fenomeno dei working poor. La situazione precipita nel comparto del lavoro domestico e di cura (circa 500.000 posizioni) e in quello agricolo (314.000 braccianti), dove le retribuzioni medie annue crollano rispettivamente a 9.800 euro e 9.700 euro. Queste cifre, situate ampiamente al di sotto di qualsiasi soglia di sussistenza autonoma per un nucleo familiare, non derivano da una minore produttività biologica della forza lavoro, ma dall’interazione di fattori contrattuali patologici.
Il primo di questi fattori è il fenomeno del sotto-inquadramento professionale coordinato. Le imprese tendono a contrattualizzare la manodopera straniera applicando sistematicamente i livelli d’ingresso minimi dei CCNL, bloccando il riconoscimento degli scatti di anzianità e ostacolando le progressioni verticali qualificanti. Il secondo elemento è la proliferazione incontrollata dei cosiddetti “contratti pirata”. Si tratta di accordi collettivi siglati da sigle sindacali e datoriali minoritarie prive di reale rappresentatività, scritti al solo scopo di abbassare i minimi tabellari, tagliare le maggiorazioni orarie per gli straordinari e comprimere le tutele del welfare aziendale a svantaggio dei comparti a forte presenza migrante. Il terzo ingranaggio è il ricorso strutturale al “lavoro grigio”, dove la contrattazione part-time involontaria costringe il lavoratore a subire la registrazione in busta paga di una frazione minima delle ore effettivamente prestate, ricevendo il resto in contanti a tariffe stracciate.
Questa svalutazione salariale si interseca con una brutale asimmetria di genere all’interno dei dati INPS. Mentre la presenza maschile domina l’agricoltura (75,4%) e i settori industriali non agricoli (65,1%), il lavoro domestico registra l’11% appena di tasso di mascolinità. Le donne migranti rimangono così confinate nel settore meno remunerato in assoluto, dove la retribuzione media annua femminile si ferma a 9.748 euro, consolidando una condizione di indigenza di genere strutturata.
Le conseguenze a lungo termine di questi divari emergono con chiarezza nell’analisi della componente dei pensionati stranieri negli archivi dell’Istituto. Su circa 378.000 pensionati censiti, oltre la metà (51,5%) non percepisce una pensione da lavoro (Vecchiaia o Invalidità), bensì riceve esclusivamente prestazioni di tipo assistenziale (assegni sociali), per un importo medio annuo di appena 7.398 euro. Questo dato evidenzia l’effetto cumulativo della precarietà: le carriere frammentate, i periodi di disoccupazione involontaria indotti dai rigori della legge Bossi-Fini e il ricorso massiccio al lavoro sommerso impediscono ai migranti di maturare i requisiti contributivi minimi per una pensione previdenziale.
L’interazione di questi fattori INPS genera una drastica e definitiva compressione della capacità di accumulazione della ricchezza finanziaria. Se il lavoratore autoctono può storicamente fare affidamento su un paracadute patrimoniale privato e transgenerazionale – inteso come l’insieme degli asset immobiliari di proprietà, dei risparmi accumulati e della ricchezza ereditata dal nucleo familiare storico di origine –, il migrante parte da una condizione di patrimonio iniziale pari a zero. Questa asimmetria strutturale è ulteriormente aggravata dal drenaggio finanziario imposto dalle rimesse verso il Paese d’origine, un obbligo economico che sottrae liquidità immediata. I bassi salari erogati e registrati dalle banche dati dell’INPS vengono interamente assorbiti dai costi della pura sussistenza immediata, azzerando sul nascere qualsiasi capacità di risparmio privato. Questa impossibilità di accumulare capitali esclude sistematicamente i cittadini stranieri dall’accesso al credito bancario ordinario e dall’ottenimento di mutui, precludendo l’acquisto della casa e alimentando un circuito vizioso in cui la povertà reddituale si salda a una precarietà patrimoniale permanente, che si tramanda intatta alle generazioni successive.

6. Barriere d’accesso al welfare e cittadinanza escludente

Le asimmetrie strutturali preannunciate in sede introduttiva trovano una puntuale declinazione materiale nelle modalità operative attraverso cui la rete di protezione sociale italiana si interfaccia con la popolazione straniera. Quando l’analisi si sposta dal piano teorico a quello delle prassi amministrative, emerge con chiarezza come l’infrastruttura del welfare pubblico non si limiti a subire passivamente le disuguaglianze generate dal mercato del lavoro, ma agisca attivamente come un dispositivo di stratificazione e confinamento sociale. La condizione di vulnerabilità economica dei migranti viene istituzionalizzata attraverso una serie di filtri normativi e amministrativi. Questo meccanismo trasforma i diritti sociali, originariamente concepiti come universali e legati alla persona, in prerogative selettive subordinate allo status giuridico e anagrafico dell’individuo, consolidando quel regime di esclusione che la letteratura sociologica definisce ‘nazionalismo del welfare’.
Il principale dispositivo istituzionale di esclusione della popolazione straniera dalle tutele sociali si consuma sul terreno del diritto all’abitare, attraverso la manipolazione politica dei requisiti di residenza anagrafica prolungata. Molte amministrazioni regionali e comunali hanno storicamente subordinato l’accesso ai bandi per l’Edilizia Residenziale Pubblica (ERP, le case popolari) e l’erogazione di sussidi straordinari di sostegno al reddito alla permanenza continuativa sul territorio per un numero elevato di anni (spesso cinque o dieci).
Questo sofisticato sbarramento burocratico ha costretto la Corte Costituzionale a un massiccio lavoro di supplenza giurisprudenziale per ripristinare la legittimità costituzionale ed erodere le barriere del localismo escludente. Il punto di svolta fondamentale è rappresentato dalla Sentenza n. 44 del 9 marzo 2020. Investita della questione di legittimità costituzionale riguardante la legge della Regione Lombardia (L.R. n. 16/2016), che imponeva il requisito della residenza o dell’attività lavorativa ultraquinquennale nella regione per l’accesso ai servizi abitativi pubblici, la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di tale norma per palese violazione del principio di uguaglianza e ragionevolezza sancito dall’Articolo 3 della Costituzione. La Corte ha stabilito un principio dogmatico insindacabile: il requisito della residenza prolungata non presenta alcun nesso logico o razionale con la funzione stessa del servizio pubblico in questione, la cui unica finalità deve essere quella di soddisfare l’esigenza abitativa di chi si trova in una condizione di effettivo e immediato bisogno materiale. Subordinare l’assegnazione di una casa popolare a un criterio temporale significa tradire la ratio solidaristica dell’edilizia sociale, privilegiando il mero radicamento territoriale a scapito dell’indigenza.
Questo orientamento è stato blindato e ulteriormente specificato dalla successiva Sentenza n. 9 del 29 gennaio 2021. Esaminando la normativa della Regione Abruzzo (L.R. n. 34/2019), la Corte Costituzionale ha ribadito che la residenza pregressa sul territorio regionale costituisce un “elemento prognostico debole” circa la futura stabilità del beneficiario e che essa non può in nessun caso essere elevata a barriera assoluta d’accesso. Sebbene la Consulta abbia ammesso che gli enti locali possano valorizzare una presenza prolungata sul territorio all’interno dei criteri per l’attribuzione dei punteggi in graduatoria (per premiare una stabilità di lungo periodo), essa ha vietato tassativamente che il radicamento sia trasformato in un requisito di ammissibilità preliminare capace di escludere un soggetto a monte, azzerandone lo stato di bisogno.
Nonostante la limpidezza di questo binario giurisprudenziale, il paradosso politico risiede nella resistenza amministrativa e nell’inerzia applicativa che caratterizzano molti enti locali. Molti Comuni continuano a reinserire surrettiziamente micro-vincoli burocratici o criteri di anzianità sproporzionati nei bandi ordinari. Questa prassi perpetua una discriminazione indiretta che colpisce duramente i migranti extracomunitari, i quali, a causa della forte mobilità geografica interregionale imposta dai licenziamenti e dalla precarietà del mercato del lavoro flessibile, faticano a certificare una continuità anagrafica pluriennale in un singolo distretto comunale, venendo così espulsi dai canali pubblici di contrasto alla povertà abitativa.
Per elevare l’analisi oltre la pura descrizione materiale e decodificare la stabilità di questo assetto, è possibile interpretare la vulnerabilità dei migranti attraverso le categorie sociologiche di Karl Polanyi (si veda il mio libro “Ecosocialismo o barbarie. La lezione di Karl Polanyi e la sfida democratica al neoliberismo”, Left, Roma 2026), rileggendo le forme di integrazione dell’economia (mercato, redistribuzione e reciprocità) alla luce della sfera riproduttiva. La prima forma, lo scambio di mercato, lungi dall’operare come uno spazio neutro di allocazione spontanea, si manifesta nel contesto migratorio come una rigida orizzontalizzazione occupazionale. Il mercato estrae forza lavoro a basso costo confinandola indefinitamente alla base della piramide occupazionale, azzerando qualsiasi dinamica di ascesa sociale verticale e istituzionalizzando il ricatto biopolitico. A questo sbilanciamento risponde in modo patologico la seconda forma polanyiana, la redistribuzione, tradizionalmente incarnata dall’apparato centrale del welfare state. La redistribuzione pubblica subisce un cortocircuito selettivo: la rottura dell’universalismo formale tramuta la cittadinanza anagrafica in un filtro d’esclusione burocratica, trasformando il welfare pubblico da scudo contro l’indigenza a dispositivo di stratificazione e segregazione istituzionale. È in questo vuoto drammatico tra l’asfissia del mercato e il ritiro della redistribuzione che si attiva la terza forma, la reciprocità, basata su relazioni simmetriche di mutuo sostegno. Nel caso della popolazione straniera, la reciprocità cessa di essere una scelta culturale e si configura come una strategia forzata di sopravvivenza biologica e sociale: il capitale sociale ed etnico diventa l’unica infrastruttura molecolare capace di assorbire i traumi dell’esclusione. Su questa rete di reciprocità e solidarietà informale si innesta storicamente l’azione del terzo settore, il quale tenta di sviluppare politiche di sostegno all’integrazione e di supplenza istituzionale, agendo come intonaco protettivo per una forza lavoro altrimenti schiacciata dalle dinamiche estrattive.

7. Anatomia dell’estrattivismo sociale: profitti delle PMI e rendita del ceto medio

L’analisi delle dinamiche di impoverimento e segregazione della popolazione migrante non può limitarsi a una descrizione fenomenologica o a una condanna morale dello sfruttamento. Per comprendere la stabilità macroeconomica e il consenso politico che blindano questo modello, è necessario applicare la categoria teorica di estrattivismo sociale.
Proprio come l’estrattivismo tradizionale estrae valore dalle risorse naturali dei territori coloniali senza rigenerarle, consumando l’ecosistema fino all’esaurimento, il capitalismo italiano maturo e stagnante estrae valore sistematico dai corpi e dal tempo della manodopera straniera. Questo processo avviene attraverso: la compressione violenta dei salari al di sotto della soglia di sussistenza; l’azzeramento o l’elusione delle tutele contrattuali e previdenziali; la negazione dei pieni diritti civili e politici garantita dall’architettura giuridica nazionale.
L’estrattivismo sociale non persegue l’accumulazione tramite investimenti in ricerca, sviluppo o innovazione tecnologica, ma si configura come un modello basato interamente sul dumping sociale. Esso agisce come un sussidio occulto e permanente che garantisce la tenuta economica e lo stile di vita di una parte rilevante della società italiana autoctona.
Per evitare le trappole di una lettura sociologica superficiale, è fondamentale decostruire il blocco sociale che beneficia di questa rendita, smettendo di considerare il ceto medio italiano come un attore monolitico. Le basi materiali, le finalità economiche e i gradi di responsabilità etico-giuridica divergono profondamente lungo una linea di frattura netta, che separa l’accumulazione datoriale dalla sussidiarietà per disperazione.
La prima frazione del blocco estrattivo è composta dal pulviscolo di piccoli e medi imprenditori, proprietari terrieri, subappaltatori edili e gestori di cooperative che operano nei distretti produttivi nazionali. In questo comparto, il ricorso alla manodopera straniera ricattabile e sotto-retribuita risponde alla classica logica dell’estrazione di plusvalore e della difesa dei margini di profitto aziendali.
Qui l’illegalità contrattuale — che oscilla tra il “lavoro nero” totale e il “grigio” dei part-time involontari o dei contratti pirata — costituisce una scelta aziendale razionale e sistematica. L’arretramento dello Stato nella vigilanza ispettiva viene coscientemente capitalizzato per evitare investimenti nella riqualificazione dei processi produttivi.
Il calcolo della compressione dei costi e del risparmio aziendale si articola su tre livelli numerici precisi, analizzati prendendo come benchmark empirico un’azienda medio-piccola del comparto agricolo operante con 15 braccianti stagionali per una durata di 6 mesi all’anno. A fronte di una tariffa oraria prevista dai contratti collettivi provinciali (fluttuante tra gli 8,50 e i 10,00 euro lordi), il bracciante inserito nei circuiti del caporalato o del lavoro grigio viene remunerato a cottimo o con tariffe d’arbitrio comprese tra i 3,00 e i 4,00 euro all’ora. Attraverso la falsa registrazione in busta paga di una frazione minima delle giornate effettivamente lavorate (ad esempio, dichiarando la soglia minima di 51 giornate annue a fronte di oltre 200 giornate reali), l’azienda evade circa il 75% dei contributi previdenziali e assistenziali dovuti all’INPS. Per la struttura aziendale presa in esame (15 braccianti per 6 mesi), l’applicazione combinata di queste pratiche genera un abbattimento del costo del lavoro stimabile in un range compreso tra 40.000 e 50.000 euro annui.
Questo margine di 50.000 euro non viene accumulato per finanziare un salto di scala tecnologico (come l’automazione della raccolta o l’agricoltura di precisione). Al contrario, serve unicamente a coprire l’inefficienza strutturale dell’impresa e ad assorbire lo “strozzamento dei prezzi” imposto dalla Grande Distribuzione Organizzata (GDO), la quale acquista i prodotti agricoli al picco del ribasso. Il ceto imprenditoriale scarica così interamente sui corpi e sui diritti della manodopera migrante la pressione competitiva delle catene globali del valore, trasformando lo sfruttamento in una precondizione di sopravvivenza aziendale. La responsabilità politica di questa frazione sociale è diretta e dolosa: essa sostiene e finanzia le forze politiche reazionarie e moderate per mantenere intatto l’impianto restrittivo della Bossi-Fini, consapevole che la fine della ricattabilità del migrante azzererebbe istantaneamente il proprio modello di business.
Questa morsa estrattiva sulle PMI non può tuttavia essere compresa se isolata dal contesto macroeconomico e normativo dell’Unione Europea. Lo strozzamento dei prezzi imposto dalla GDO e la conseguente compressione salariale si inseriscono nell’alveo della Politica Agricola Comune (PAC), i cui criteri di assegnazione dei sussidi – storicamente sbilanciati sui volumi della proprietà terriera piuttosto che sulla qualità del lavoro – premiano le grandi rendite e lasciano le micro-imprese agricole esposte alla competizione al ribasso. Al contempo, il disinvestimento nei servizi assistenziali pubblici non è una mera scelta locale, ma l’esito lineare dei vincoli fiscali e dei patti di stabilità europei, che hanno imposto il dogma dell’austerità. La scarsità di welfare che costringe il ceto medio a sfruttare l’informalità domestica viene così programmata a monte dalle geometrie finanziarie di un’Eurozona che antepone il rigore di bilancio alla riproduzione sociale.
La seconda frazione del blocco sociale è composta da insegnanti, impiegati pubblici, professionisti, quadri aziendali, tecnici e pensionati con redditi medio-bassi. Questa componente del ceto medio non estrae plusvalore per accumulare capitale o generare profitto commerciale; si ritrova a operare nelle vesti di “datore di lavoro privato” nel mercato della cura e dell’assistenza familiare (colf e assistenti familiari) per pura assenza di alternative pubbliche. Di fronte al progressivo invecchiamento demografico della popolazione e al disinvestimento sistematico dello Stato nelle strutture socio-sanitarie residenziali e nell’assistenza domiciliare pubblica, la famiglia della classe media viene abbandonata a se stessa nella gestione della non-autosufficienza di anziani e disabili. Il ricorso a una lavoratrice migrante coabitante H24, inserita nei circuiti dell’informalità o del lavoro grigio, non configura una strategia di speculazione capitalistica, ma una scelta tragica dettata da un’emergenza esistenziale ed economica.
Per comprendere come l’illegalità contrattuale sia diventata un ammortizzatore sociale surrogato a costo zero per lo Stato, è necessario analizzare il bilancio economico della rendita estrattiva familiare. I dati e i parametri contabili (WebColf, Censis) evidenziano un differenziale economico netto basato sull’applicazione di un livello contrattuale CS (lavoratrice convivente, 54 ore settimanali):

Voce di costo (Livello CS – Convivente 54h)Rapporto regolare (contratto CCNL)Rapporto irregolare/grigio (nero di fatto)
Retribuzione mensile netta~ 1.200 €~ 1.000 €
Contributi INPS / Cassa colf~ 222 €0 € (Evasione totale)
Rateo ferie e tredicesima~ 218 €0 € (Omesse o non pagate)
Accantonamento TFR~ 105 €0 € (Liquidato informalmente)
Costo totale mensile famiglia~ 1.745 €~ 1.000 €

Il risparmio immediato per il nucleo familiare che ricorre all’irregolarità contrattuale è di circa 745 euro al mese per singola lavoratrice, traducendosi in un beneficio netto di circa 9.000 euro su base annua. Questo differenziale rappresenta la cifra esatta che permette a un nucleo di ceto medio dipendente o pensionato di non scivolare a sua volta nella povertà relativa per garantire l’assistenza a un proprio familiare. Si determina così una drammatica catena della vulnerabilità, in cui la famiglia autoctona sviluppa una tolleranza strutturale verso l’irregolarità e la compressione dei diritti civili delle lavoratrici straniere.
Tuttavia, questa economia assistenziale sommersa non rappresenta un’efficienza strutturale, bensì un debito patrimoniale latente. Se l’asimmetria di potere legata al titolo di soggiorno inibisce l’azione sindacale della lavoratrice migrante finché il contratto è attivo, la cessazione del rapporto — per licenziamento o per decesso dell’assistito — interrompe questo circuito di sottomissione psicologica, innescando una massiccia emersione del contenzioso giudiziario. Le vertenze legali promosse tramite i patronati agiscono così come un formidabile indicatore proxy per quantificare l’estensione reale dell’estrattivismo molecolare. Il ricalcolo ex post delle ore effettive di reperibilità notturna, dei riposi festivi saltati e delle mansioni superiori si converte alla fine del ciclo assistenziale in una ‘tassa differita’. Con richieste risarcitorie e sanzioni civili retroattive dell’INPS che oscillano frequentemente tra i 15.000 e i 35.000 euro, si svela l’illusorietà del welfare privato surrogato: il trauma finanziario finale azzera il patrimonio storico della stessa classe media, confermando come questo settore privilegi la difesa della propria stabilità immediata rispetto a qualsiasi istanza di emancipazione, salvo poi subirne il costo differito nel tempo.
Mentre il ceto imprenditoriale agrario e manifatturiero utilizza l’estrattivismo sociale come leva competitiva internazionale per difendere margini di profitto privati senza innovare, il ceto medio dipendente lo utilizza come scudo difensivo contro il declassamento economico. In entrambi i casi, l’attuale modello economico italiano dimostra di aver spezzato il patto sociale della modernità: l’impiego regolare non è più un argine contro l’indigenza, e la figura del working poor straniero incarna la forma contemporanea di una subalternità cronica e funzionale su cui l’intera società autoctona appalta i propri costi di produzione e riproduzione sociale.

8. La competizione traslata e la crisi dell’egemonia progressista

La tenuta ideologica del modello estrattivo e l’efficacia elettorale delle forze reazionarie e moderate non possono essere liquidate come fenomeni di mero razzismo culturale o rigurgito ideologico. Al contrario, esse affondano le radici in una precisa riconfigurazione materiale del conflitto sociale, che ha spostato l’arena dello scontro dai luoghi della produzione industriale ai territori della riproduzione sociale. Per comprendere l’impasse in cui versano le forze progressiste e l’avanzata delle destre nelle periferie urbane, è necessario decostruire il mito della concorrenza lavorativa e analizzare la faglia della competizione traslata sui beni pubblici scarsi.
L’evidenza empirica spazza via la narrazione populista della sostituzione etnica e della “concorrenza sleale” tra lavoratori autoctoni e stranieri all’interno del mercato occupazionale. Il mercato del lavoro italiano non si configura come un’arena omogenea di competizione, bensì come un mercato duale rigidamente spaccato in due segmenti asimmetrici e non comunicanti. Il primo segmento è composto da lavoratori autoctoni che, seppur investiti da processi di precarizzazione, godono della sponda della cittadinanza formale, di tutele contrattuali minime e del paracadute transgenerazionale delle reti di welfare familiare. Il secondo segmento è occupato dalla forza lavoro migrante, rigidamente confinata e intrappolata nelle mansioni 3D.
Esiste una vera e propria blindatura etnica delle professioni svalutate, che agisce come una barriera protettiva per la forza lavoro nazionale. Gli italiani non competono con i braccianti sikh nelle serre dell’Agro Pontino, né con le donne ucraine o filippine nella coabitazione assistenziale H24, né con gli operai egiziani nei subappalti edili o nei turni notturni della logistica.
Dal punto di vista occupazionale, l’estrattivismo non sottrae lavoro agli autoctoni; al contrario, permette la sopravvivenza economica di intere filiere industriali e agroalimentari che mantengono stabili i posti di lavoro di livello impiegatizio, tecnico e manageriale occupati in prevalenza da cittadini italiani. Tuttavia, l’istituzionalizzazione della precarietà giuridica dei non-nazionali finisce per deprimere indirettamente il potere contrattuale dell’intera classe lavoratrice. Finché l’ordinamento manterrà milioni di lavoratori in una condizione di ricattabilità strutturale legata al titolo di permanenza, l’intera impalcatura dei salari e dei diritti nazionali rimarrà schiacciata verso il basso, frammentando le rivendicazioni e impedendo la costruzione di un fronte sindacale unito.
Se la concorrenza sul posto di lavoro è un mito retorico, la concorrenza reale si è traslata sul mercato dei beni pubblici e del welfare territoriale. La “guerra tra poveri” non si combatte per l’accesso a un salario, ma per l’accesso ai diritti sociali erosi da decenni di tagli alla spesa pubblica e politiche di austerità. Quando lo Stato arretra e taglia i finanziamenti ai servizi sociali e civili, trasforma i diritti fondamentali in risorse scarse ed escludenti. È in questo preciso momento che si innesca la faglia del conflitto nei quartieri popolari e nelle periferie urbane. Nelle graduatorie per l’assegnazione delle case popolari (ERP), per l’accesso agli asili nido comunali o per l’erogazione di sussidi straordinari di sostegno al reddito, l’applicazione rigorosa dei parametri ISEE vede la popolazione migrante — strutturalmente più povera a causa della svalutazione salariale subita — posizionarsi quasi sempre nei primi posti utili.
I lavoratori salariati italiani, esclusi da questi stessi servizi a causa di criteri di reddito minimamente superiori o di tetti di spesa pubblica insufficienti, vivono questa dinamica come una spoliazione istituzionale. Non disponendo delle risorse patrimoniali necessarie per accedere al welfare privato (cliniche private, asili nido privati, mercati immobiliari liberi), le fasce popolari autoctone individuano nell’inclusione del migrante la causa diretta della propria esclusione.
Le forze conservatrici, reazionarie e moderate intercettano questo scontento attraverso una sapiente operazione di sciovinismo del welfare. La retorica del “Prima gli italiani” risponde a una logica materiale precisa: di fronte a una torta di risorse pubbliche che si rimpicciolisce, la soluzione proposta non è l’ampliamento delle risorse tramite una tassazione progressiva sui grandi patrimoni o sui profitti del ceto imprenditoriale estrattivo, ma un regime di apartheid basato sull’esclusione categoriale e giuridica dei non-nazionali.
La destra e le forze politiche moderate offrono alle fasce popolari autoctone un dividendo identitario e normativo: la promessa di utilizzare la cittadinanza formale come un’arma di esclusione per scavalcare i migranti nelle graduatorie del welfare. Le storiche battaglie dei sindaci conservatori per introdurre nei bandi comunali il vincolo della “residenza prolungata” (5 o 10 anni) — esplicitamente bocciate dalle Sentenze della Corte Costituzionale per palese violazione del principio di uguaglianza — rispondono esattamente a questo mandato politico di protezione del subalterno nazionale a scapito del subalterno straniero. La criminalizzazione giuridica del migrante serve a mantenerlo in uno stato di ricattabilità permanente che produce il basso costo del lavoro da cui dipende il benessere del ceto medio, mentre la retorica dei “porti chiusi” coesiste pacificamente con sanatorie silenziose e decreti flussi volti a soddisfare le esigenze del sistema produttivo.
In questo scenario, i partiti progressisti affrontano una crisi d’identità e di consenso drammatica, determinata dall’incapacità strutturale di ricomporre la frattura tra le componenti del proprio potenziale blocco sociale. La polarizzazione blocca l’azione della sinistra storica, schiacciata tra due interessi materiali inconciliabili:

  1. il “ceto medio riflessivo” urbano che costituisce l’elettorato di riferimento dei partiti progressisti moderati, pur professando valori cosmopoliti, umanitari e di accoglienza, questo settore sociale è il primo beneficiario materiale dell’estrattivismo sociale, in particolare nell’economia della cura. Il sistema di riproduzione sociale di questo ceto regge quasi interamente sul lavoro privato di colf e assistenti familiari straniere operanti nel settore informale. Riformare radicalmente e immediatamente i diritti e i salari di queste lavoratrici significherebbe far saltare la sostenibilità economica delle famiglie della classe media. L’elettorato progressista moderato difende quindi i migranti a parole, ma beneficia materialmente del loro sotto-inquadramento orario e contributivo;
  2. le periferie e le fasce popolari autoctone che si sentono tradite dalle retoriche multiculturali che non tengono conto della redistribuzione della ricchezza. Senza politiche pubbliche universali sulla casa, sulla sanità e sulla scuola, l’inclusione dei migranti viene vissuta dagli italiani impoveriti come un gioco a somma zero, dove le risorse esistenti vengono deviate verso i nuovi arrivati.

L’errore strategico del blocco progressista moderato risiede nel replicare alle fasce popolari che “gli italiani non vogliono più fare certi lavori”, frase che insulta la loro condizione di precarietà e dimostra l’incapacità di comprendere la dinamica reale del conflitto. Finché la sinistra moderata non riconoscerà che la paura delle periferie è basata su una reale e amministrata scarsità di risorse pubbliche, la destra continuerà a esercitare la propria egemonia politica offrendo lo sciovinismo giuridico come unica valvola di sfogo e protezione sociale.

9. L’alternativa radicale: care strategy, scossa salariale e pianificazione pubblica

Uscire dalla condizione di barbarie giuridica ed economica descritta nei capitoli precedenti richiede un capovolgimento radicale delle politiche pubbliche. Un’agenda progressista non può cadere nell’ingenuità riformista di credere che l’introduzione di correttivi marginali e l’eliminazione del dumping producano una transizione indolore verso la legalità. Ampi settori del sistema produttivo nazionale — in particolare l’agricoltura intensiva, la logistica dei subappalti, l’edilizia molecolare, la ristorazione e il welfare privato — sono caratterizzati da una bassa marginalità cronica e sopravvivono storicamente solo grazie al differenziale salariale garantito dal ricatto giuridico sui migranti.
Per disinnescare la guerra tra poveri ed eliminare la scarsità amministrata, l’alternativa progressista deve abbandonare l’approccio puramente umanitario e moralistico della sinistra tradizionale. È urgente scardinare il nesso tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, istituendo un universalismo effettivo fondato sui diritti fondamentali della persona. Per rompere materialmente il blocco sociale conservatore/moderato e governare la transizione economica, il programma politico deve articolarsi su alcuni (tre) assi strutturali e interconnessi.
Per scardinare la complicità materiale del ceto medio dipendente e dei pensionati, la retorica della sinistra non deve colpevolizzare il nucleo familiare privato, costretto a muoversi all’interno di una catena della vulnerabilità per pura assenza di welfare. Una proposta politica che si limiti a dire “regolarizziamo le assistenti familiari e aumentiamo i loro contributi” è destinata al fallimento egemonico, poiché terrorizza le famiglie dei ceti sociali medio-bassi che vedrebbero esplodere i propri costi mensili (fino a 1.745 euro al mese), scivolando nella povertà relativa.
Tuttavia, il passaggio strutturale dal welfare privato-informale all’assunzione pubblica centralizzata richiede tempi logistici e organizzativi non immediati. Per evitare che questo sfasamento temporale congeli lo status quo, la fase di transizione deve essere governata da una misura ponte immediata: lo shock del credito d’imposta monetario diretto, universale e rimborsabile. Di fronte alla composizione reddituale del ceto medio-basso e dei pensionati, la tradizionale deducibilità fiscale si rivelerebbe un dispositivo monco, poiché neutralizzata dall’incapienza IRPEF che caratterizza le fasce di reddito minori. Istituendo un credito d’imposta strutturale pari al 100% del costo del lavoro domestico e assistenziale regolare — comprensivo di retribuzione, contributi INPS e ratei di TFR, liquidabile direttamente sul conto corrente del nucleo familiare o compensabile mensilmente — lo Stato azzera istantaneamente il vantaggio economico del lavoro nero o grigio. In questo modo, questo modello di ‘welfare fiscale attivo’ anticipa gli obiettivi della care strategy: la famiglia della classe media viene privata di qualsiasi incentivo materiale a rischiare sanzioni, alimentare lo sfruttamento o subire il debito latente del contenzioso giudiziario, poiché il costo del contratto regolare viene interamente rimborsato dallo Stato, allineando la convenienza privata alla legalità dei diritti.
La soluzione strutturale consiste nella care strategy pubblica: un piano straordinario di internalizzazione e assunzione pubblica del lavoro di cura e assistenza familiare. Disinnescando la necessità dell’informalità domestica, si ottengono tre risultati politici simultanei. Si garantisce stabilità contrattuale, salariale e previdenziale alle donne migranti. Si sollevano le famiglie della classe media dal drenaggio dei risparmi storici. Si rompe dall’interno il blocco sociale conservatore, sradicando l’interesse economico privato alla tolleranza del lavoro nero e grigio. Trasformando la cura degli anziani da un costo privato a un servizio pubblico universale, le famiglie azzerano la spesa privata e ottengono assistenza gratuita. In questo modo, la convenienza economica della classe media cessa di basarsi sul lavoro nero e si allinea finalmente all’emancipazione dei lavoratori migranti.
Sul versante delle forze produttive (PMI, agricoltura, ristorazione, logistica), lo Stato deve imporre la legalità contrattuale attraverso una scossa salariale, azionata tramite l’introduzione di un salario minimo legale stringente e inderogabile, supportato dal potenziamento drastico degli organici e delle banche dati dell’INL. Se un lavoratore migrante costa e gode degli stessi diritti di un lavoratore autoctono, cessa immediatamente di essere un concorrente al ribasso.
Dal punto di vista della teoria economica progressista, l’innalzamento rigido e universale del costo del lavoro per via legale recupera la funzione selettiva del salario, ispirandosi alle storiche intuizioni del modello svedese Rehn-Meidner (sviluppato negli anni ’50 dagli economisti Gösta Rehn e Rudolf Meidner). Lo sfruttamento para-schiavistico della manodopera straniera ha agito per decenni come un ammortizzatore che ha anestetizzato il ceto imprenditoriale, disincentivando gli investimenti in macchinari, sicurezza e automazione (mentre un tempo l’inventività, la flessibilità e lo spirito d’impresa della piccola borghesia e dell’imprenditoria locale erano considerate la vera ossatura economica del Paese). Se un’azienda agricola o una cooperativa logistica non è strutturalmente in grado di pagare un salario dignitoso ai propri dipendenti, quell’azienda è obsoleta e deve essere espulsa dal mercato. La scossa salariale costringe il sistema produttivo a una scelta netta: o l’innovazione tecnologica per recuperare produttività interna, o il fallimento aziendale.
Una politica progressista deve favorire la “distruzione creativa” delle PMI obsolete che si basano unicamente sullo sfruttamento del lavoro, ritenendola necessaria per la modernizzazione economica e l’eliminazione dei sussidi a modelli estrattivi. La sfida sindacale si sposta dalla difesa dell’impresa marginale alla tutela della persona, gestendo la transizione con ammortizzatori sociali universali e percorsi di riqualificazione verso settori strategici. Questa transizione deve essere governata per via politica, onde evitare che si traduca in una crisi sociale o in una barriera d’opposizione da parte delle organizzazioni sindacali tradizionali. La transizione non può essere calata dall’alto: lo Stato deve istituire tavoli di governance tripartiti (Governo, sindacati e consorzi pubblici) per pianificare la ricollocazione della forza lavoro. I sindacati possono tornare ad essere co-protagonisti di questo processo, vigilando affinché il lavoratore (italiano o straniero) dell’azienda fallita passi direttamente, senza traumi o vuoti di reddito, all’ammortizzatore sociale condizionato alla formazione. La garanzia sindacale del posto di lavoro nelle nuove infrastrutture pubbliche (logistica nazionalizzata o grandi consorzi agricoli territoriali) trasforma il conflitto in consenso, disinnescando la difesa corporativa delle micro-imprese inefficienti.
Il collasso programmato del capitalismo molecolare a bassa marginalità deve essere guidato da una potente infrastruttura di pianificazione pubblica e industriale nei due comparti a più alta intensità di sfruttamento etnico.
Per sottrarre la produzione agroalimentare allo strozzamento dei prezzi imposto dalla GDO, lo Stato deve vietare le aste al doppio ribasso e imporre per legge la fusione delle micro-proprietà e delle aziende agricole inefficienti in grandi consorzi pubblici o cooperative di filiera corta. Questi soggetti collettivi, dotati di una massa critica ed economica sufficiente, possono effettuare gli investimenti tecnologici necessari (agricoltura di precisione, automazione della raccolta) in grado di sostenere alti salari contrattuali riducendo drasticamente il fabbisogno di manodopera precarizzata e stagionale.
Questo processo di efficientamento tecnologico e dimensionale dei consorzi agricoli è tuttavia destinato a rimanere un’isola utopica se non viene blindato da una radicale riforma del regime di responsabilità della GDO. Per decenni, le catene oligopolistiche del commercio al dettaglio hanno agito come acquirenti sovrani, imponendo aste al doppio ribasso e margini di profitto asfittici che scaricavano l’intera pressione competitiva sull’ultimo anello della catena del valore: il corpo del bracciante migrante. L’alternativa radicale deve superare l’attuale inefficacia della Legge 199/2016 sul caporalato, la quale colpisce l’anello esecutivo dell’illegalità (il produttore agricolo o il caporale) ignorando il committente forte che ne determina la necessità economica. In linea con le direttive europee sulla Due Diligence obbligatoria di filiera (CSDDD), l’agenda progressista deve introdurre il principio della responsabilità solidale oggettiva e sanzionatoria per tutte le grandi sigle della GDO e dell’industria alimentare oltre una determinata soglia di fatturato.
Qualora venga accertato un fenomeno di sfruttamento lavorativo, caporalato o dumping contrattuale presso un fornitore agricolo di primo o secondo livello, la GDO committente non potrà più trincerarsi dietro la formale estraneità giuridica dell’appalto. Essa risponderà civilmente e penalmente in solido per i contributi evasi, i danni d’integrità fisica e le differenze salariali, subendo sanzioni percentuali sul fatturato globale e il commissariamento giudiziale dei canali di approvvigionamento. Spostando l’onere della vigilanza e il rischio economico sul vertice finanziario della filiera, si inverte la convenienza all’omissione: i colossi della distribuzione saranno costretti a rinegoziare i prezzi d’acquisto su indici di congruenza del costo del lavoro, trasformando la GDO da terminale di estrazione del plusvalore bracciantile a garante forzoso della legalità e dei salari dei lavoratori stranieri.
La movimentazione delle merci non può più essere abbandonata all’anarchia delle catene infinite di subappalti e delle cooperative scatole-vuote nate per evadere il fisco e i contributi INPS. Essendo un settore strategico a rete, la transizione richiede la centralizzazione e la nazionalizzazione dei grandi nodi intermodali (porti, interporti e grandi hub di smistamento). Lo Stato, attraverso un’agenzia pubblica dei trasporti e della movimentazione, deve internalizzare direttamente la forza lavoro logistica. Questo passaggio sottrae i magazzinieri e i corrieri migranti al ricatto del subappalto al ribasso, trasformando la logistica da terra di conquista del caporalato metropolitano a pilastro industriale standardizzato, efficiente e ad alti salari.

Conclusioni. La cittadinanza come piattaforma di solidarietà

Dimostrando materialmente che i contributi fiscali e previdenziali versati dagli oltre i 5 milioni di lavoratori migranti servono a finanziare l’espansione e l’universalità del welfare pubblico per tutti (nuovi alloggi popolari per azzerare le liste d’attesa, asili nido gratuiti, medicina territoriale), l’alternativa progressista disinnesca la logica della guerra tra poveri.
La riforma della cittadinanza (attraverso lo Ius Soli o lo Ius Scholae) e il diritto di voto amministrativo per i residenti stranieri non costituiscono concessioni etiche o retoriche umanitarie, ma necessità democratiche ed economiche. Solo legando le rivendicazioni della classe lavoratrice autoctona con le battaglie di emancipazione e sindacalizzazione della popolazione migrante sarà possibile alterare gli equilibri politici del Paese, spezzare la stagione dell’estrattivismo sociale e costruire un’egemonia progressista capace di superare la stagnazione, se non il vero e proprio declino, del capitalismo nazionale.

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Alessandro Scassellati

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