articoli

50 anni senza Rivoluzioni (socialiste)

di Roberto
Musacchio

Può sopravvivere una teoria (il Marxismo) e un movimento (quello operaio) senza “pratica rivoluzionaria”? Diciamo Comunismo il movimento reale che abbatte lo stato di cose presenti. Più o meno era così. E più o meno è stato così in tante parti del Mondo, in modi diversi, per una parte di tempo significativa. La Rivoluzione d’Ottobre. Quella Cinese. Le tante Rivoluzioni anticoloniali. Ma io ci metto anche le Costituzioni democratiche, antifasciste, con elementi di socialismo, nate dalla lotta al nazifascismo e dal ruolo avuto in essa del movimento operaio, dai socialisti e dai comunisti. Diciamo, dall’Italia al Portogallo per ricordare due grandi lotte, che perimetrano il trentennio glorioso, e due splendide Costituzioni.
Da 50 anni però il contromovimento, per citare Polanyi, ha visto spostarsi il pendolo. Certo sotto forma di reazione aperta. Il golpe in Cile che andava a contro bilanciare Cuba e il Vietnam. La repressione dei movimenti del black power in USA, del ‘68 francese e poi via via di tutto il lungo ‘68. Ma anche oltre, fino a Genova e dopo e infatti la cosa ci riguarda ancora oggi. Il fochismo non replicò Cuba, anzi. E il terrorismo non aveva niente a che fare con la Resistenza. Ma oltre la reazione c’è proprio una spinta alle rivoluzioni conservatrici. Tale fu l’89. E non si poteva dire e fare nulla se non il tentativo estremo di Gorbaciov. Tale era la consunzione del socialismo reale. Le immagini della caduta del muro di Berlino sono e restano di festa. E basta vedere quelle di Ceuta per considerarle tali, visto che lì si viveva e a Ceuta si muore. Ma proprio Ceuta ci dice che un muro caduto ha costruito una fortezza. Tanti muri. La caduta, a furor di popolo, dei socialismi reali ha travolto il sostantivo e non solo l’aggettivo. Le bandiere coi buchi. Volevano che fosse così. Chi? Chi voleva che quel bisogno di libertà diventasse strumento per riprendere il potere. La restaurazione capitalistica. Che è andata ben oltre. Ha riempito i buchi delle bandiere con tanti nuovi nazionalismi. Ha eretto mille nuovi muri. È partita all’assalto delle Costituzioni, del modello sociale segnato dal socialismo e dal movimento operaio. Fino a rimettere in discussione financo la democrazia tout court, addirittura l’habeas corpus.
In questi 50 anni per trovare “rivoluzioni progressive” possiamo guardare alle vittorie elettorali, ma anche popolari, in America Latina. A cavallo tra le vecchie identità del bolivarismo e le nuove esperienze dei movimenti alter globalisti. Se in Europa a cavallo di Genova abbiamo le esperienze fugaci e sconfitte dei governi di Jospin in Francia, soprattutto di Tsipras in Grecia, soffocato dalla austerity agita dalla UE, quelle spurie portoghesi, assolutamente ambigue Italiana e ora qualche resistenza spagnola, in America Latina per una stagione i governi progressisti si allineano e, in parte, si alleano. Ma la reazione è durissima e il nuovo fascismo avanza in Argentina, tornano gli “interventi USA in Venezuela”, l’assedio di Cuba si fa più soffocante, seguiamo con trepidazione Lula.
Sostanzialmente da 50 anni non c’è nessuna grande trasformazione indirizzata al socialismo. Credo che, di fronte al forsennato attacco delle destre in Europa liberiste e fasciste, dobbiamo prendere consapevolezza di quanta Storia in senso progressivo e segnato dal movimento operaio e socialista c’è stata nel modello sociale europeo. Costituzioni formali e materiali, democrazia socialmente connotati,
lavoro, welfare, diritti. Un patrimonio di pubblico che la globalizzazione finanziaria sta estraendo per sé svuotando la democrazia.
Qualcosa c’è stata nella sponda dell’Africa mediterranea. Le rivolte arabe. Le giovani primavere furono invece e non a caso respinte al mittente dalla rivoluzione conservatrice dell’europeismo Reale. Come i Curdi e la Palestina.
Molto si è discusso nel venticinquennale di Genova. Di noi. E la discussione serve. Anzi, per me, va estesa al lungo ‘68. Mi capitò di assistere ad una discussione con Ingrao e Magri con al centro la domanda se il ‘68 apriva o chiudeva un’epoca. Mi colpì allora “il pessimismo” di Ingrao su un ‘68 che arrivava quando già la Storia aveva cominciato a voltare di senso. Per chi, come me, generazionalmente, è stato immerso e pensava di nuotare in un fiume, era un po’ oscura. Ma ora no. Quel fiume non si è fatto mare. È stato emissario più che immissario. Venivamo da un mare, abbiamo nuotato ma non siamo finiti in un altro mare più grande ma in una pece ribollente, un inferno. Tale è la Storia oggi. Il volo dell’angelo novus è fermo laddove sta il suo sguardo che Benjamin ci proponeva rivolto al passato. Il passato è un presente, eterno. Di morti ammazzati, in guerra, nel mare, rosolati dal clima infernale che rende invivibile una quotidianità già tutta precaria ed alla mercé.
Ma riflettere su Genova é anche riflettere su chi ci ha sconfitto. Anche loro subiscono il doppio movimento. Le “istituzioni del capitalismo globale” contro cui abbiamo lottato da Seattle in poi, sono saltate. Resta il capitalismo finanziario globalizzato. Ma poi ci sono le guerre militari, economiche e sociali, fatte con i nostri corpi. Wto, Fmi, G8, tutta l’ingessatura Frankenstein viene sostituita dalla faccia feroce del dominio della forza esibita ed agita.
Bisogna fermarlo questo massacro. Questa è la priorità assoluta. Come lo fu fermare il nazifascismo. Capire che noi siamo sconfitti ma loro ora sono mostri da bleoccare può aiutare. Anche, forse, a risalire per il fiume che siamo stati e tornare a cercare il mare. Come salmoni, controcorrente. Faticoso, ma vitale. Se non ti fai mare non ti fai Storia. Il Socialismo è stato mare. Come tornare ad esserlo è la domanda. Ma la Storia non aspetta la risposta. La fa.

Roberto Musacchio

Articolo precedente
La sinistra ricominci da Phil K. Dick

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.