Bisogna partire da lontano, tornare al periodo fascista per ritrovare quel confine tremendo che separa ciò che è possibile affermare da quello che va considerato politicamente e socialmente indicibile e nemmeno pensabile. Novanta anni fa, di fronte ad un’opposizione ridotta – anche per proprie responsabilità – al silenzio, l’esercito italiano e le milizie fasciste, collaboravano con Hitler ad annientare la Repubblica Spagnola, con il tacito assenzo del resto d’Europa e avevano già occupato, con la stessa liberale approvazione, l’Etiopia. L’anno dopo venivano emanate leggi che in nome di preservare la purezza razziale italiana, istituivano, ben prima di Israele e del Sud Africa, l’apartheid. Nel clima culturale dell’epoca, il suprematismo coloniale rientrava nella norma, non trovavano contrasto nel continente che si considerava depositario della civiltà, dei diritti e dei valori. L’anno successivo fu quello dell’infamità delle leggi razziali antisemite. Condanne e indignazioni? Affatto, consenso in Italia e silenzio in un occidente che evitava di emanare condanne in nome di un condiviso timore del comunismo per cui si chiudevano occhi, orecchie e bocca.
La ragione per un ritorno a tali ricordi – ovviamente si è consapevoli delle differenze – nasce da una lettera, un testo apparentemente meno volgare e rozzo di quelli mussoliniani, cofirmato dalla presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, erede di quella fiamma tricolore che rimanda a quei periodi bui e la sua omologa danese, leader del Partito Socialdemocratico, con una maggioranza di governo che comprende anche il Partito Popolare Socialista, che fa parte dell’Alleanza Verde Nordica, teoricamente di sinistra. La stessa presidente vanta fra i titoli accademici una specializzazione in Studi Africani. Danimarca e Italia da tempo si distinguono in Europa per una durissima posizione contro quella che definiscono “immigrazione incontrollata” e cavalcano l’ondata securitaria. Da tempo sono fra i capofila di misure che vanno in questa direzione, proponendo (la Danimarca in Rwanda e l’Italia in Albania) dell’esternalizzazione dei centri di deportazione per migranti e richiedenti asilo su cui tanto polverone si è alzato dopo il momento critico di Ceuta, senza farsi mancare intanto, modifiche legislative dal carattere unicamente repressivo. Ma prima, il 22 maggio scorso, le presidenti del Consiglio di Danimarca e Italia, dopo un incontro avevano, come se fosse la cosa più scontata di questo mondo, una lettera per cambiare la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo e dare più potere ai governi. All’inizio avevano firmato 9 Paesi Ue, (Austria, Belgio, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Repubblica Ceca), spiegando che “l’obiettivo non è indebolire le convenzioni”, ma “renderle più capaci di dare risposte al tempo in cui viviamo”. Il testo, poi firmato – dopo l’evoluzione della situazione spagnola – soltanto dalle due promotrici rappresenta un salto di qualità estremamente pesante e significativo. Pubblicato sui social, va letto nella sua interezza.
“Cari tutti, Siamo consapevoli che molti potrebbero interrogarsi sulla nostra collaborazione. Proveniamo da posizioni politiche molto diverse e certamente non siamo d’accordo su tutto. Siamo le uniche due donne a capo di un governo nell’UE. Una di noi guida un grande Paese del Sud; l’altra, un piccolo Paese del Nord. Ma siamo unite dal nostro desiderio di difendere l’Europa. Non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa, e abbiamo promosso una politica migratoria rigorosa, sia nelle nostre Nazioni sia in Europa. Nessuno può negare gli impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini. È particolarmente grave quando migranti illegali, privi del diritto di rimanere nelle nostre Nazioni, commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali. Comprensibilmente, i cittadini europei si aspettano azioni concrete dai propri rappresentanti politici. Per troppo tempo, soprattutto le persone comuni hanno pagato un prezzo troppo alto a causa di un’immigrazione incontrollata. È nostro dovere continuare a impegnarci con determinazione per offrire risposte concrete ai cittadini, specialmente i più esposti, e garantire maggiore sicurezza e tutela per le nostre comunità. Insieme siamo riuscite a modificare gli equilibri nell’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nei confronti dei cittadini stranieri che commettono reati gravi. Di conseguenza, ora dovrebbero aumentare le espulsioni. E ora cosa possiamo fare di più? Bisogna realizzare centri di rimpatrio in Paesi terzi, così come altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa. Ci stiamo lavorando con impegno. Ma questo non basta. Il rispetto delle nostre leggi deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei. Ciò vale per i migranti illegali, ma anche per i milioni di cittadini stranieri che vivono legalmente nelle nostre Nazioni e in tutta Europa. Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo. Ci aspettiamo che chi arriva nei nostri Paesi e sceglie di fare dell’Europa la propria casa, rispetti i nostri valori e non cerchi di imporci modelli di vita che non condividiamo. Riteniamo che questa sia la strada giusta per proteggere l’Europa e i nostri valori comuni. E crediamo che milioni di europei condividano questa convinzione.”
Due donne che governano, posizioni politiche diverse, un Paese grande del sud e uno piccolo del nord, corrispondono ad una narrazione che fa presa sulla popolazione di entrambi i Paesi ma che trova consenso in una vasta opinione pubblica in UE. Ma poi si entra a gamba tesa nella costruzione della paura: l’assunto per cui “nessuno”, può negare gli impatti negativi dell’immigrazione illegale sulla nostra società”, cela, come al solito, l’idea che non esiste la possibilità di un ingresso legale per ricerca occupazione e il nesso inscindibile fra irregolarità e presunto aumento dei tassi di criminalità. Un discorso pubblico utile a ergere la paura a fattore naturale per negare la possibilità di trasformare problemi di ordine pubblico in questioni sociali, razzializzandole. E ancora si insiste sulla gravità – evidentemente maggiore se lo stesso reato è commesso da un cittadino doc – dei crimini commessi da chi non dovrebbe avere il diritto di restare in Europa, come il traffico di stupefacenti o le violenze sessuali. Con altrettanta tranquillità le due leader rivendicano di avere, col patto migrazioni e asilo, il regolamento rimpatri e altre misure ad hoc, modificato gli equilibri, nella applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ovviamente soltanto per chi commette reati gravi quanto quelli elencati. Li commette o è accusato di averli commessi? Su questo si sorvola, ma di fatto si riafferma che la Convenzione, come il Diritto Internazionale, valgono…fino ad un certo punto. Per farlo, tale diritto si deve calpestare, attraverso, come già detto, la costruzione (delocalizzazione) di centri per le espulsioni (i rimpatri) in altri paesi extraeuropei e altre, non specificate misure innovative. Parola inquietante: altri lager in Libia? Autorizzazione a sparare sui barchini? Tutto potrebbe accadere in questo incubo distopico disegnato dalle due, in cui si risponde ad una paura sociale gonfiata artificiosamente con la realizzazione speculare di altri strumenti di terrore, convinti che questi possano terrorizzare coloro che tentano di sporcare impunemente il suolo protetto dai valori occidentali.
Verso poi chi è presente regolarmente nei due Paesi il linguaggio non cambia: non basta non commettere reati e rispettare le leggi, ma chi vuole godere della nostra benevola disponibilità a sfruttare chi ha un documento, magari per un periodo limitato, deve anche adeguarsi ai valori occidentali. Quali sono? Parcheggiare in seconda fila, non pagare le tasse, rendersi responsabile, ma dentro le mura domestiche, di violenze indicibili? Non scherziamo. Il riferimento è ai valori cristiani che vanno protetti laddove si fa serpeggiare la certezza che chi arriva potrebbe cercare di imporci modelli di vita che, a detta delle due presidenti, non condividiamo. Quello che rozzamente passa attraverso le dichiarazioni delle pantomime militari oggi in voga, ci viene riproposto con un linguaggio più accattivante ma egualmente duro, come modello europeo da realizzare. Il testo emana l’odore antico del Manifesto della Razza, la distanza da quei modelli – terribilmente adeguati in una logica di guerra, in cui anche l’islamofobia può giocare un ruolo significativo nella costruzione del nemico, rinnega decenni e decenni impegnati per decolonizzare il pensiero dominante dell’occidente. In alcuni periodi tale processo è sembrato realizzarsi ma, gratta gratta e non solo in Danimarca e Italia, si trattava di mutazioni di facciata. Lo vediamo negli insulti a mezzo social agli atleti i cui caratteri somatici non corrispondono al fenotipo caucasico, lo vediamo nell’accanimento verso chi oltre che essere immigrato è fragile e magari povero, lo respiriamo da anni nello sdoganamento di un discorso pubblico feroce e pregno di un razzismo quasi primordiale.
L’imposizione di questa visione del mondo, suprematista e improntata su rigide gerarchie sociali oltre che legate al genere e al colore della pelle, unita a spinte nazionalistiche diffuse in tutta Europa ma non solo, rappresentano una sorta di tempesta perfetta per alimentare un clima di guerra e per corroborarlo, per accettare riarmo, conflitti militari di ogni tipo, per rendere norma il genocidio come la morte di migliaia di persone in mare. Elementi che non costituiscono un “male minore”, ma un risultato sperato e atto a dare anche un impulso all’economia della guerra e della sorveglianza.
E, come è accaduto nelle vicende che hanno funestato la prima metà del Novecento, è misera e insufficiente la presa d’atto della necessità di creare un’altra visione del mondo, di imporre un’altra agenda politica, un’altra prospettiva culturale, un’altra visione, nel mondo variegato delle sinistre. Se dalla Danimarca giungono messaggi di aperta condivisione delle proposte reazionarie, se crescono in maniera preoccupante o forze politiche apertamente neofasciste o conservatrici al punto dal far prevalere l’idea che vadano difese unicamente le classi popolari autoctone, dobbiamo porci delle domande. Alcune sono da ricercare nelle sconfitte del movimento operaio occidentale che si è rivelato spesso inadeguato ad affrontare le mutazioni introdotte nel mondo del lavoro, della produzione e della circolazione delle merci. La sparizione di molti complessi industriali, la perdita di potere contrattuale delle forze sindacali, persino l’invecchiamento demografico che ha portato buona parte del continente a perdere capacità produttiva, hanno indebolito qualsiasi capacità rivendicativa. La sbornia social liberista di stampo blairiano ha fatto il resto. Certamente poi ha pesato la distruzione di gran parte della strumentazione ideologica che permetteva di analizzare i fenomeni sociali ed affrontarli secondo una logica intersezionale e di classe. Non casualmente il lavoro certosino che è stato portato avanti dai mezzi di informazione negli ultimi quarant’anni era ed è ancora finalizzato a impedire di poter nemmeno pensare all’esistenza di modelli di sviluppo, di gestione del potere, di proposte culturali, in grado avanzare soluzioni in grado di porre al centro il bene di tutte e di tutti. Si è perseverato nel frantumare i corpi intermedi, facendo diventare underground gli spazi di aggregazione sociale, nel ridurre i partiti politici a comitati elettorali svuotando di senso le istituzioni, anche attraverso sistemi elettorali, in diversa forma in Europa, che mirano all’esclusione di parti intere di società. Ma anticorpi politici non ce ne sono stati. O sono giunti al punto di condividere il pensiero di Fratelli d’Italia o – e forse è anche peggio, hanno, come all’inizio del Ventennio, farfugliato rimasugli di opposizione senza avere il coraggio di operare scelte coraggiose. Nel 1998 l’allora ministro dell’Interno, Giorgio Napolitano dichiarava che bisognava “coniugare solidarietà e sicurezza”, nel 2017, un suo collega, proveniente dallo stesso partito, dichiarava che gli accordi con le autorità criminali in Libia e il contrasto alle ong che facevano soccorso in mare erano necessari perché “l’immigrazione irregolare fa temere per la tenuta democratica del Paese”. Non a caso l’ex ministro, che oggi guida la fondazione “Med-Or”, nata, promossa dalla Leonardo Spa con lo scopo di promuovere le relazioni col Mediterraneo, l’Africa subsahariana, il Medio e l’Estremo Oriente, in particolare con programmi strutturali nell’ambito dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza, anche cyber, viene spesso ricordato come esempio da Giorgia Meloni. Non a caso la stima e l’apprezzamento sono contraccambiati. Ma al di là di questi esempi e restando per un momento all’Italia da cui siamo partiti, è fonte di preoccupazione non cogliere come, nell’avvicinarsi di scadenze elettorali locali o nazionali, si manifesti, anche fra le forze sedicenti progressiste un timore atavico a parlare e ad affrontare i temi connessi non solo all’immigrazione ma alla mutazione strutturale e sanamente meticcia della composizione sociale del Paese. Sullo stesso tema dell’accesso alla cittadinanza, almeno per chi è figlio di genitori non autoctoni, si evita da decenni di premere sull’acceleratore. Alcuni hanno anche il coraggio di dire “il paese non è ancora pronto”. Già non è pronto ad estendere i diritti ma lo è a non condannare socialmente e politicamente una compagine governativa che non fa mistero di considerare anche le proposte di remigrazione – inattuabili – come il grimaldello per rendere comunque meno difficili le espulsioni di chi non si mostra abbastanza italiano. E i presupposti che portano all’inazione assoluta poggiano anche su una convinzione che non rompe col passato coloniale: la pretesa, fatta propria anche da sedicenti intellettuali progressisti, che tutto quanto di significativo prodotto nella storia del pianeta, nel campo delle arti, delle scienze, della cultura fino agli stili di vita, siano unicamente patrimonio originario di questo spicchio di mondo predatorio. Come se anche l’idea stessa di storia sia riservata a pochi privilegiati.
Oggi giungono, flebili e contraddittori, segnali di discontinuità rispetto al passato, ma ad oggi si tratta di parole, non di proposte concrete da presentare ai cittadini. Un esempio banale: è molto probabile che a breve verranno aperti nuovi Centri Permanenti per i Rimpatri (CPR), galere etniche per chi non ha commesso reati ma va cacciato. Il governo mira a realizzarne in regioni amministrate dal centro sinistra, come Toscana, Emilia-Romagna e Campania, gli amministratori potrebbero almeno segnalare la loro contrarietà e invece cercano di proporre siti che non creino troppi problemi al territorio. O, ma questo in un quadro europeo, si giunge ad un segnale ancora più pericoloso. Mentre anche nelle forze politiche della sinistra che potremmo definire radicale, c’è attenzione alla protezione dei richiedenti asilo, se si prova a intervenire che il mercato del lavoro è razzializzato, conducendo magari una battaglia comune per pretendere parità di diritti fra autoctoni e no, si odono imbarazzanti silenzi. Non a caso nessuno dei 27 Paesi dell’Unione ha mai ratificato la Carta dei diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie, promossa in sede ONU nel 1992 e firmata solo da rappresentanti di paesi di migrazione. Non irrompere con questi temi sul dibattito pubblico si traduce nell’essere soggiacenti alle letterine delle esponenti dei governi danesi e italiani, non considerare “indicibile” le loro affermazioni e degne dell’isolamento dei loro Paesi.
Il futuro si profila altrettanto nero: se, come sembra, nelle prossime elezioni in Germania, Francia, Spagna e Italia, dovessero prevalere o essere confermati i governi a guida reazionaria, questi potrebbero imprimere un ulteriore accelerazione al processo di razzializzazione del continente che peraltro gode di appoggi da parte di Paesi solo apparentemente diversi. Se la Russia di Putin smaccatamente sostiene, anche economicamente, in Italia, la Lega di Salvinie Futuro Nazionale e in Germania l’Afd, dall’altra parte dell’Atlantico si segue la stessa linea ed i temi di convergenza non riguardano più unicamente il fantasma migratorio ma le modalità con cui rafforzare lo spostamento a destra dell’intero continente. Si conosce ancora poco il CPAC (Conservative Political Action Conference) e tantomeno il suo numero 1, Matt Schlapp. Si tratta di un’organizzazione statunitense, nata nel 1974 con lo scopo di “rafforzare il legame tra conservatori di Europa e gli Stati Uniti e costruire così un futuro più libero e più forte”. Marcatamente anticomunista e antidemocratica, questa potente emanazione oggi dell’universo MAGA, dopo aver organizzato negli anni passati incontri in Polonia e Ungheria, sbarcherà dal 4 al 6 settembre a Roma, in un luogo ancora da definire per non incorrere in contestazioni. Sono invitati i principali esponenti delle forze politiche di centrodestra e di certo ad oggi c’è una conferenza stampa da tenersi il giorno 5 e una cena a porte chiuse, la sera successiva, fra esponenti statunitensi e del governo italiano, in vista di ulteriori iniziative che sanciscano il rafforzamento di una alleanza considerata comunque preziosa. Contestare simili eventi, non può essere un primo significativo segnale per rompere il timore reverenziale che, anche da sinistra, emerge troppo spesso, non solo quando si parla di immigrazione ma anche di relazioni con gli Usa? Siamo in guerra, non va dimenticato.
Stefano Galieni