Di neoliberismo si discute da tempo sia in Italia sia nell’ambito internazionale e ci si interroga anche sulla sua crisi e declino dopo la crisi finanziaria globale del 2007-2012 e la crisi pandemica del 2020-2021, nonché dopo tre anni di guerra (Ucraina e Medio Oriente) e l’avvio della corsa al riarmo e all’economia di guerra nell’Unione Europea per contrastare la tendenza al ristagno economico generale. Resilienza o fine di questa ideologia economico-politica che dagli anni ’80 del secolo scorso ha permeato il modo di regolazione del capitalismo, almeno nel cosiddetto mondo occidentale?1. L’attivista e giornalista di impostazione marxista2 Luigi Pandolfi ha scritto un testo che fin dal suo titolo – Il neoliberismo è vivo e lotta contro di noi. Il peso delle idee per il cambiamento della società, Infiniti Mondi, Napoli 2024 – sembra indicare che la fine del neoliberismo è ben lungi dall’essere scoccata. Anche una apparente maggiore disponibilità di risorse pubbliche non ha significato un cambiamento delle strutture portanti del capitalismo neoliberista. Sono cambiati i governi ma finora non si è intravisto alcun cambiamento sostanziale nell’approccio ai problemi della società. La preoccupazione delle classi dirigenti è quasi esclusivamente per la stabilità del sistema, per la sua capacità di “resilienza”, per la crescita fine a se stessa.
Il libro di Pandolfi è un agile guida alla storia di questo regime iniziato negli Stati Uniti (Ronald Reagan), in Gran Bretagna (Margaret Thatcher) alla fine degli anni ’70 con l’intento di combattere la stagflazione (l’inedita combinazione di inflazione e stagnazione), e poi nell’Europa continentale, caratterizzato da una rete di politiche correlate che, in termini generali, hanno ridotto l’impatto dello Stato e del governo sulla società (un impatto che si era rafforzato nel corso dei “trent’anni gloriosi” del ‘900 permeati dal fordismo e dal “compromesso keynesiano” tra capitale e lavoro di stampo socialdemocratico3), imposto politiche pubbliche di austerità (che hanno via via eroso lo Stato sociale), con tagli alle tasse per ricchi e imprese che producono la contrazione delle entrate pubbliche, creando una pressione irresistibile per i tagli alla spesa pubblica (una tattica nota come «affamare la bestia», perché inesorabilmente produce la crisi fiscale dello Stato4).
Un contro-movimento che ha riassegnato il potere economico alle forze del mercato privato (per cui l’economico domina il politico), contribuendo all’affermazione di un modello di accumulazione basato sulla scissione tra produzione di valore e bisogni reali della società (quelli legati al processo di riproduzione) che ha radicalmente cambiato il mondo. È stato negli anni Novanta che si è affermata l’utopia neoliberista: si parlava di un mondo senza Stati in cui denaro, beni e persone si sarebbero mossi liberamente senza ostacoli. I controlli sui capitali furono rimossi. Banche centrali indipendenti dalla politica stabilirono i tassi di interesse. L’Organizzazione Mondiale del Commercio avrebbe dovuto abbattere le barriere commerciali e sorvegliato il sistema commerciale globale. Un’utopia che presto si è trasformata in distopia.
Quarant’anni di neoliberismo (e di ordoliberismo, una sua versione più interventista al servizio del capitale), di controffensiva del capitale, hanno liberato l’economia dal controllo politico (dai vincoli che la politica potrebbe imporre all’iniziativa privata), distrutto i legami sociali, fatto crescere a dismisura le disuguaglianze (con un balzo indietro di oltre mezzo secolo; in Italia, come altrove, si è rotto l’ascensore sociale verso l’alto, verso il ceto medio, mentre funziona a pieno regime quello che porta verso il basso, verso la povertà relativa ed assoluta, in assenza sia di un salario minimo sia di un reddito di base universale) e dato un enorme potere economico e politico ad un ristretto gruppo di super-ricchi (lo 0,1% o l’1%) e di mega corporations monopolistiche (come BlackRock, Vanguard e State Street) che oggi operano secondo le logiche di un’economia finanziarizzata (per cui si fa denaro senza la mediazione del processo di produzione) dominata dal “capitalismo della sorveglianza” delle piattaforme, degli algoritmi, di internet, dei social network, delle community, delle criptovalute e dell’intelligenza artificiale. Sono così aumentati poveri e miliardari, nonché la sofferenza della stragrande maggioranza della popolazione. Una trasformazione che è stata il frutto di «scelte politiche che hanno anteposto il privato al pubblico, la competizione ai diritti collettivi, il profitto alla sicurezza sociale, gli interessi del capitale ai diritti del lavoro, la finanza alla produzione reale» (pag. 17). «Al posto del lavoratore integrato nel sistema di produzione fordista si è affermata la figura, per certi versi inedita, del cittadino-consumatore-indebitato» (pag. 21). Per i più poveri la ricchezza non è “sgocciolata” e l’alta marea (della globalizzazione e finanziarizzazione) ha fatto salire solo i grandi yacht, lasciando molte delle barche più piccole a infrangersi contro gli scogli.
Per dimostrare che il neoliberismo è ancora vivo e lotta contro di noi, Pandolfi presenta tre studi di casi paradigmatici. Innanzitutto, quello che lui definisce “l’inganno del Piano di Ripresa e Resilienza (PNRR)” che per i 2/3 è debito che vincola gli Stati a stretti parametri UE. Il PNRR «si presenta come un ircocervo, dove la spesa pubblica viene subordinata alle cosiddette “riforme strutturali” finalizzate a ridurre l’intervento pubblico in economia e a privatizzare quello che rimane da privatizzare. Non si salva nemmeno un bene fondamentale come l’acqua, per la quale viene imposta una gestione privatistica, in spregio alle risultanze del referendum svoltosi nel 2011» (pag. 29). Attraverso il PNRR, in nome di una maggiore «competitività» del sistema, lo Stato si pone a diretto servizio dell’economia di mercato, dettando regole di contesto (le “riforme strutturali”), imponendo ope legis ciò che serve per rendere i mercati «più concorrenziali», mettendo le imprese nella condizione di competere «in termini di qualità dei prodotti, ma anche in termini di costi» (deregolamentazione, precarizzazione e deflazione del lavoro). Nel Piano si dà ampio risalto alla necessità di affidare al mercato i servizi pubblici essenziali, limitando la possibilità per le amministrazioni di ricorrere a gestioni in house.
Il secondo caso di studio riguarda “il mito del «taglio del cuneo fiscale»”. Da anni in Italia le forze politiche e sindacali sostengono che se i salari sono troppo bassi (in 30 anni i salari sono cresciuti soltanto dell’1%, contro una media OCSE del 32,5%, mentre la quota dei profitti sul PIL ha superato il 60%) e l’inflazione (causata da colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento di materie prime e semilavorati, shock energetici, tensioni geopolitiche e speculazione/inflazione da profitti come nel caso dei prezzi di gas e petrolio dopo il 2021) ne sta erodendo il potere d’acquisto (al punto che ci sono ormai milioni di working poor), invece di aumentarli si può sempre fare un “taglio al cuneo fiscale” (ossia ridurre la differenza tra lo stipendio lordo versato dal datore di lavoro e la busta paga netta ricevuta dal lavoratore, riducendo quindi contributi previdenziali e tasse). In questo modo, non ci rimetterebbero i profitti delle imprese. Ma così i lavoratori rischiano di perdere in termini di prestazioni di welfare quello che guadagnano come netto in busta paga dato che senza contributi e tasse non ci sarebbero né pensioni di anzianità né Stato sociale. Tagliare il “cuneo fiscale” significa che «lo Stato si accolla in parte o in tutto gli oneri previdenziali e fiscali (contributi, Irpef, addizionali) di competenza del datore di lavoro o del lavoratore o di entrambi. In pratica, è come se lo Stato si sostituisse all’imprenditore e/o al lavoratore nel versamento a sè stesso o alle casse previdenziali di contributi pensionistici, tasse e addizionali comunali e regionali sulle imposte dirette. Si può dire anche in un altro modo: lo Stato rinuncia a una parte del gettito, lasciandolo nei portafogli di imprenditori e lavoratori. Ma questi soldi deve trovarli da un’altra parte. Con nuove entrate? Improbabile. Più facile falcidiare alcune spese» (pag. 36).
Il terzo caso di studio riguarda i vaccini, ormai ridotti alla stregua di merci prodotte per realizzare profitti e per i quali è stata negata la deroga sui brevetti, e in particolare gli accordi conclusi dall’Unione Europea con singoli produttori multinazionali per conto degli Stati membri. Lo fece ricorrendo ad un fondo da 2,7 miliardi appositamente istituito per supportare i paesi dell’Unione nella lotta al coronavirus (Emergency Support Instrument). Accordi che furono caratterizzati peraltro da notevoli ritardi ed inadempienze nella consegna dei vaccini.
Pandolfi fornisce citazioni, dati e una serie di puntuali indicazioni bibliografiche per tutti coloro che intendessero approfondire ulteriormente l’argomento. Sollecita che venga ripresa in mano l’arma del pensiero critico – partendo dagli interessi delle classi popolari e dalla critica dell’economia politica (ossia dal rapporto conflittuale tra capitale e lavoro) – per sfidare l’egemonia culturale delle classi dominanti impegnate in una lotta di classe rovesciata, dall’alto verso il basso, dei ricchi contro le classi medie e operaie e i poveri. «Il capolavoro delle oligarchie economiche globali … è stato anche quello di perfezionare e rafforzare il loro dominio nella e sulla società attraverso un uso sapiente dell’ideologia, la loro ideologia, sentenziando al contempo che tutte le ideologie fossero ormai morte» (pp. 7-8).
Volendo mantenere aperta una prospettiva di trasformazione – intesa come superamento del capitalismo e delle sue contraddizioni, a cominciare da quella tra carattere sociale della produzione e profitti privati – l’autore auspica la riapertura di una “battaglia delle idee” contro il pensiero economico dominante che ha la pretesa di rappresentare il capitalismo come formazione sociale «naturale» e oggettiva, senza alternative. Battersi ancora per un riformismo progressista che eviti la sofferenza delle classi popolari5 e soprattutto per un socialismo che consenta alle forze politico-culturali della sinistra di tornare a lottare per l’egemonia. La crisi attuale rappresenta una «occasione per spingere più avanti, per organizzare le lotte nella prospettiva della costruzione di una società «diversa», non solo «migliore». Chiamiamolo col suo nome: socialismo. Una società nuova in cui alla falsa razionalità del mercato ‒ anche dei mercati finanziari ‒ si sostituisca la razionalità delle scelte e delle decisioni prese collettivamente e democraticamente dai cittadini e dai lavoratori, dal più piccolo municipio ai luoghi della produzione» (pag. 126).
Una prospettiva che Pandolfi considera non solo praticabile ma necessaria se si vogliono evitare esiti catastrofici per tutti coloro che si guadagnano da vivere attraverso il lavoro e, più in generale, per l’umanità (con il rischio di una nuova guerra planetaria e del disastro climatico-ambientale). In sostanza, battersi per rottamare il capitalismo, per uscire da questo sistema di produzione, «che poi sarebbe la vera missione di una sinistra del cambiamento degna di questo nome» (pag. 127).
Alessandro Scassellati
- In proposito si vedano i miei articoli recenti qui, qui, qui, qui, qui, qui e qui[↩]
- Luigi Pandolfi scrive per «Il Manifesto», «Rocca periodico», «Alternative per il socialismo», «Teoria politica», o su siti di approfondimento come «Volere la luna».[↩]
- Come nota Pandolfi, «in Italia i benefici del nuovo corso politico ed economico arrivarono con qualche anno di ritardo. Dopo il ciclo di lotte della fine degli anni Sessanta, nondimeno, che seguirono alle politiche di rafforzamento dell’industria pubblica, al consolidamento delle partecipazioni statali, alle riforme del primo centro-sinistra, ai primi abbozzi di programmazione economica, la “politica”, nella sua funzione riformatrice e trasformatrice, produsse grandi cambiamenti sul terreno dell’avanzamento dei diritti civili e sociali, della formazione e dell’irrobustimento dello stato sociale, della riduzione delle disuguaglianze sociali. Viene approvato lo Statuto dei lavoratori, nascono gli asili nido pubblici ed i consultori, trova formale disciplina la tutela delle lavoratrici madri e viene sancita la parità tra uomini e donne sul lavoro; la scuola diventa a tempo pieno, viene approvata la riforma del fisco caratterizzata da una forte progressività delle imposte, vede la luce il sistema sanitario nazionale universalistico. Nelle fabbriche nascono e si consolidano i Consigli operai, strumenti autonomi di autorganizzazione dei lavoratori e cerniera con le lotte che si svolgevano al di fuori dei luoghi di lavoro. Certo, non furono solo luci. La repressione, fuori e dentro la fabbrica, continuò ad essere pressante e non disdegnò neppure di avvalersi della violenza fascista per contenere l’impeto montante delle lotte operaie e studentesche. Ma si trattò di dialettica vera, di rapporto agonico tra politica e potere economico che finiva per condizionare, attraverso la cinghia di trasmissione dei partiti di massa, le scelte dei governi. Tutto questo, con gli anni Ottanta entra irrimediabilmente in crisi» (pag.19). Si sono così aperte le porte per privatizzazioni, tagli ai bilanci e servizi pubblici, riduzione del potere contrattuale dei sindacati, assoggettamento delle finanze pubbliche ai mercati finanziari, salvataggi bancari a danno delle classi popolari, dei lavoratori, dei precari, degli «scarti» della società, per usare un’efficace espressione di Zygmunt Bauman e Papa Francesco.[↩]
- D’altronde, Ronald Reagan e Margaret Thatcher avevano sostenuto che «lo Stato era il problema e che i mercati erano la soluzione».[↩]
- Proprio perché le scelte politiche di forze di destra, centro e sinistra moderata hanno avallato e fatto crescere il neoliberismo (per cui «In Italia ci sono stati tanti governi ma una sola economia» – pag. 21), Pandolfi ritiene che in qualche modo sia sempre possibile fare delle scelte politiche che possano consentire di tornare indietro sulla strada di un rinnovato riformismo di tipo keynesiano. La mitigazione degli effetti delle crisi attraverso la mediazione statale, l’intervento pubblico, non solo è necessaria ma moralmente auspicabile in un contesto capitalista: «Oggi come ieri, nondimeno, non può che essere lo Stato a condurre l’economia e la società su una strada nuova. L’alternativa alla voracità e al cinismo del mercato non può che essere il ritorno di uno Stato che non solo investe (o peggio ancora apparecchia la tavola agli interessi dell’élite economica), ma pianifica, legifera per eliminare gli squilibri di potere nel mercato del lavoro e per ridurre l’orario dello stesso; sottrae i lavoratori al ricatto del capitale investendo risorse adeguate nel reddito di base universale, usa la leva fiscale per redistribuire la ricchezza prodotta nel Paese, riprende il controllo di settori strategici e ripubblicizza servizi essenziali, si fa imprenditore e concorre con il settore privato alla crescita complessiva dell’economia, favorendo al tempo stesso la partecipazione dei lavoratori e dei cittadini alla vita nazionale attraverso la promozione di organismi di autogoverno, di valutazione, di indirizzo e di controllo ad ogni livello» (pag. 106).[↩]


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