C’è bisogno di un’Altra Europa.
Mai come nelle ultime settimane quest’affermazione assume le proporzioni di una vera e propria urgenza politica.
Un’istanza politica impellente e necessaria per milioni di persone che sono state tradite dall’europeismo dei mercanti di armi e di illusioni, fatto di valori ipocriti e contraddittori, nonché di prezzi da pagare, sempre e solo sulla pelle di quelle masse che, da un lato, si ritrovano con un mercato del lavoro in larga misura sempre più precario e con salari da fame, mentre, dall’altro, si vedono ridurre sensibilmente tutta quella gamma di servizi pubblici gratuiti, che rendevano le loro esistenze meno gravose.
Un europeismo delle élites che, dopo aver svenduto lo stato sociale di diritto e quasi tutte le strutture pubbliche funzionali alla dimensione solidaristica ed egalitaria, perché tutto – anche la salute – deve essere strumento per l’arricchimento privato di chi ha capitali da investire e da far crescere a dismisura, dimenticando in un istante l’ipocrita facciata dell’austerità di bilancio, pretende ora di arruolare un intero continente in una nuova stagione di guerre sante, ovvero nell’esatta negazione di ciò per cui il progetto di unità europea era nato, alla fine del secondo conflitto mondiale.
È appena il caso di ricordare il tema portante della c.d. “dichiarazione Schuman”, con la quale, il 9 maggio 1950, l’allora ministro degli Esteri francese promosse la creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), primo embrione dell’attuale Unione Europea:
«Il governo francese propone di mettere l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possono aderire gli altri paesi europei.
La fusione della produzioni di carbone e di acciaio assicurerà subito la costituzione di basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea, e cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime.
La solidarietà di produzione in tal modo realizzata farà sì che una qualsiasi guerra tra la Francia e la Germania diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile.
[…] Sarà così effettuata, rapidamente e con mezzi semplici, la fusione di interessi necessari all’instaurazione di una comunità economica e si introdurrà il fermento di una comunità più profonda tra paesi lungamente contrapposti da sanguinose scissioni.
Questa proposta, mettendo in comune le produzioni di base e istituendo una nuova Alta Autorità, le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia, la Germania e i paesi che vi aderiranno, costituirà il primo nucleo concreto di una Federazione europea indispensabile al mantenimento della pace».
D’altro canto, prima ancora, l’altro padre nobile dell’europeismo, Altiero Spinelli, nel Manifesto di Ventotene (1941), immaginava una Federazione europea che, oltre a porre fine alle plurisecolare stagione di guerre continentali, avrebbe svolto un ruolo fondamentale nel processo di emancipazione delle classi lavoratrici:
«La potenzialità quasi senza limiti della produzione in massa dei generi di prima necessità con la tecnica moderna permette ormai di assicurare a tutti, con un costo sociale relativamente piccolo, il vitto, l’alloggio e il vestiario col minimo di conforto necessario per conservare la dignità umana.
La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio.
Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori».
Pace e solidarietà sociale possono essere dunque le linee guida per dare contenuti politici concreti e significativi, e un consenso popolare crescente, a questa idea di un’Altra Europa.
Qui in Italia, tutte quelle persone che, in occasione delle Europee del 2014, col sostegno al premier greco Alexis Tsipras, hanno provato a costruire la casa comune della sinistra europea di area GUE/NGL, il cui motto – giova ricordarlo – è appunto “un’Altra Europa è possibile”, oggi si ritrovano, in parte, senza alcuna casa stabile, mentre per un’altra parte, sono tuttora protagoniste di un’alleanza elettorale con i verdi, nata nel 2022, ma che non si sa ancora bene quanto possa essere stabile e duratura.
Contro ogni pronostico, inoltre, la parte più consistente – per consenso elettorale – della sinistra europea in Italia, oggi si ritrova presente in quel tanto discusso M5S, ormai accolto stabilmente nel gruppo parlamentare The Left – GUE/NGL, dopo i canonici sei mesi di prova.
Allo stesso tempo, il tentativo di rifondazione del PD, annunciato da Schlein, ipotizzando un ritorno alle origini e quindi al primato delle istanze solidaristiche del lavoro, deve fare i conti con le forti resistenze interne di quella componente aziendalista del socialismo democratico europeo che, dopo la fine della guerra fredda, ha scelto di liquidare ogni istanza di cambiamento sociale, paventando una nuova stagione liberaldemocratica che, come risultato, ha prodotto uno spaventoso slittamento a destra dell’intero quadro politico globale di un capitalismo ormai considerato alla stregua di una forma di società non più superabile, né gradualmente, né per mezzo di una rottura rivoluzionaria.
La contestualità tra la convocazione di una piazza politica acriticamente europeista e l’annuncio del piano von der Leyen, da 800 miliardi di euro, per riarmare l’Europa in chiave anti-russa offre l’opportunità per un rilancio forte del progetto di Altra Europa non solo in chiave pacifista.
Le polemiche e i distinguo che inevitabilmente si sono prodotti e moltiplicati ora che diventa sempre più concreta la prospettiva di una ulteriore fase di escalation del conflitto di confine tra Russia e Ucraina, mentre la tragedia del popolo palestinese e i continui crimini dell’estrema destra israeliana vengono costantemente minimizzati e silenziati, mostrano chiaramente l’opportunismo e l’ipocrisia di una classe politica europea che prova inutilmente ad ammantare di idealismo la svolta bellicista di questi ultimi anni.
Ma già la stagione dell’austerità economica senza costrutto aveva dato, nel decennio precedente, segnali abbastanza difficili da equivocare sulla natura dell’Europa dei mercanti.
E questo permette di provare a mettere assieme le due questioni fondamentali: pace e solidarietà.
In estrema sintesi, l’idea sarebbe questa: costruire su tali temi un coordinamento politico e una campagna di comunicazione permanente di tutte le componenti italiane della sinistra europea.
Un programma comune e una piattaforma condivisa che possano permettere a questo progetto politico di avere un grande rilancio comunicativo nell’immediato e, in prospettiva, una crescente rappresentanza unitaria in tutte le assemblee elettive (dai Comuni all’Europarlamento), puntando innanzitutto al recupero dei milioni di elettori italiani diventati astensionisti perché rimasti senza partito e, in ultima analisi, senza una concreta prospettiva politica di cambiamento migliorativo del contesto sociale.
Come ricordava Pablo Iglesias, altro protagonista di un grande successo elettorale della sinistra di alternativa nel Sud Europa, «l’obiettivo è riuscire a deviare il “senso comune” verso una direzione di cambiamento».
Questo passaggio del suo ragionamento oggi è ancora più forte e attuale rispetto a dieci anni fa:
«Ve lo ricordate quel compagno calvo e col pizzetto che nel 1905 parlava di soviet? Era un genio. Aveva intuito l’importanza di un’analisi concreta della situazione. In tempo di guerra, nel 1917, quando il regime russo era sull’orlo del collasso, disse una cosa molto semplice ai russi, fossero essi soldati, contadini o lavoratori.
Disse: “Pane e pace”.
E quando disse “pane e pace”, che era ciò che tutti volevano – che la guerra finisse e che si potesse avere abbastanza da mangiare – molti russi che non sapevano neppure se fossero di “destra” o di “sinistra”, ma sapevano di essere affamati, dissero: “Il tizio calvo ha ragione”.
E il tizio calvo fece molto bene.
Non parlò ai russi di “materialismo dialettico”, gli parlò di “pane e pace”.
E questa è una delle lezioni più importanti del ventesimo secolo».
L’esperienza di Podemos, in Spagna, prese le mosse dalla piazza popolare del movimento degli Indignados che aveva istanze sociali forti e assai concrete, all’esito della crisi economica post 2008 e delle stringenti politiche europee di austerità: i manifestanti si erano mobilitati contro l’alto tasso di disoccupazione, i tagli al welfare, il ceto politico corrotto e il sistema elettorale all’insegna di un bipolarismo della falsa alternanza che agiva a protezione esclusiva del capitale, delle banche e della cultura aziendalista imperante.
Dieci anni fa, le ragioni della protesta spagnola e del successo elettorale di Podemos, mutatis mutandis, erano le stesse che hanno permesso a Syriza in Grecia di diventare il primo partito e al suo leader Alexis Tsipras di guidare il suo Paese e di potersi proporre alla guida della sinistra europea.
La violenza con cui le istituzioni europee e finanziarie hanno, di fatto, impedito a Tsipras di svolgere il programma elettorale col quale era stato democraticamente eletto non è andata in diretta TV e non è stata riproposta da tutti i media bellicisti, come è successo nelle scorse settimane in occasione del confronto tra Trump e Zelensky, ma è stata senz’altro praticata e ha sancito l’ennesima dimostrazione di quanta distanza vi sia tra le parole d’ordine dell’Europa reale e le sue prassi reazionarie e regressive.
Qui e ora, Altra Europa potrebbe essere dunque lo strumento per federare le componenti italiane della Sinistra Europea che concordano sulla necessità di ricostruire l’Europa in senso federalista, pacifista e con priorità massima per la solidarietà sociale.
Senz’altro giusta è la tempestiva organizzazione di una o più piazze pacifiste alternative, per non lasciare che il megafono bellicista della propaganda dei media dei mercanti d’armi faccia apparire come maggioritaria quella voce, in realtà minoritaria, che ci spinge dritti verso il baratro di quel terzo conflitto mondiale che solo una leadership criminale può realmente perseguire e realizzare.
Ma la sola questione pacifista, per quanto di immediato richiamo e di vastissima importanza, da sola non può bastare.
La questione pacifista va accompagnata – come già fece Lenin nel secolo scorso – dall’altra questione fondamentale, ovvero dalla costruzione dell’alternativa di sistema al capitalismo di rapina, muovendosi su due piani contestuali di azione politica: a) diffondere la presa di coscienza in merito al furto di tempo, di energie, di ogni gioia e possibilità di una esistenza libera e dignitosa per la stragrande maggioranza delle persone che la minoranza più ricca promuove a danno di quelle masse lavoratrici che, per le élites al potere, sono e restano soltanto carne da cannone; b) prospettare un modello sociale alternativo con soluzioni chiare, concrete e largamente desiderabili.
Si parta dagli 800 miliardi di spesa pubblica che, in un istante, Von der Leyen ha messo sul tavolo di un ulteriore incremento della spesa militare europea, trovando quelle soluzioni per allentare i vincoli di bilancio che invece vengono definiti insuperabili, ogni volta che si propone di destinare la spesa pubblica ai sistemi di welfare, in chiave solidaristica ed egalitaria.
Come nella proverbiale espressione della fiaba di Andersen, stavolta, “Il re è nudo”: non ci sono i fondi per la spesa sociale ma ci sono (e in abbondanza) per le armi.
Nulla più di questo passaggio politico mostra la falsa coscienza di questa leadership europea, del suo finto tecnicismo, delle sue soluzioni non politiche e delle grandi coalizioni centriste che servono solo a portare avanti una politica oligarchica, occultata dall’abito di una democrazia del tutto inesistente.
Se Lenin diceva “pace e pane” nel secolo scorso, qui e ora, bisogna dire con forza: pace, reddito ed economia sociale pubblica.
Perché è solo attraverso la garanzia della continuità del reddito che si può realmente porre un freno a quel ricatto occupazionale che, come si è visto, Spinelli denunciava senza esitazioni nel Manifesto di Ventotene.
Perché è solo l’economia sociale pubblica, ispirata a criteri di cooperazione e solidarietà, che può assicurare che l’orario di lavoro sia adeguato a garantire un equo rapporto tra tempo di vita e tempo di lavoro.
Perché i fondi pubblici ci sono e prima di fare qualunque ragionamento sulle risorse scarse occorre sempre verificare come è distribuita la ricchezza tra le nazioni e all’interno di queste tra le varie famiglie e individui, con massima attenzione, quindi, alla questione della tassazione delle rendite e delle imposte progressive in chiave egualitaria e redistributiva.
Perché la libertà individuale dei soggetti più intraprendenti deve sempre fare i conti con i modi che questi usano per arricchirsi e non si può continuare a giustificare e a spacciare per merito la ricchezza costruita sullo sfruttamento della miseria altrui e sulla compromissione degli equilibri ambientali: i morti sul lavoro sono quasi sempre l’effetto di una mancata spesa in sicurezza; i disastri ambientali sono solo la punta dell’iceberg della contaminazione di aria, acqua e suolo che viene fatta sempre e solo per ridurre i costi di gestione delle attività e massimizzare i profitti.
Perché la gestione pubblica può essere inefficace per errori di progettazione, corruzione et similia ma il mercato e la competizione, al contrario, non fanno altro che raggiungere risultati di efficienza, dettando sic et simpliciter le condizioni del più forte – il padrone – a tutte le parti più deboli, ovvero quella vasta maggioranza di persone che non hanno capitali ereditati da investire e accrescere ma hanno solo i propri corpi e le proprie energie psicofisiche da vendere a chi compra manodopera e vuole imporre, col ricatto (“o così, o niente”), condizioni di lavoro misere e servili.
Perché il mercato e la competizione, già nell’era del capitale finanziario, hanno completamente perso ogni funzione sociale, dato che il capitale può crescere a dismisura persino in assenza di produzioni con impieghi di lavoro crescenti e, anzi, spesso i valori finanziari crescono quando le grandi imprese annunciano nuove ondate di licenziamenti di massa.
Perché il mercato, quando la tecnologia permetterà di sostituire quasi interamente la manodopera umana con le macchine, lo farà, come ha sempre fatto, e sarà compito appunto del settore pubblico riscrivere le regole dei tempi e modi di lavoro per permettere alla maggioranza che non ha rendite acquisite di potersi in qualche modo guadagnare da vivere.
Perché il mercato, nelle dinamiche di commercio tra le varie nazioni, arriva regolarmente a una fase di guerra commerciale che, poi, anticipa e di fatto prepara la guerra vera e propria e non può essere la decimazione di massa il progetto politico da perseguire, come nei secoli passati, in un momento storico in cui le risorse tecnologiche permetterebbero la costruzione di una civiltà solidale con equa distribuzione dei carichi di lavoro e delle ricchezze, se solo ci fosse una seria volontà politica di andare in questa direzione e non in quella della sopraffazione dei deboli perché i forti possano spartirsi il bottino di guerra.
Perché stavolta un bottino di guerra potrebbe non esservi affatto, se si dovesse arrivare al punto in cui partono e arrivano a bersaglio tutte le testate nucleari disponibili tra le diverse parti in conflitto.
Perché la pace non deve mai significare resa della parte debole alle prepotenze del più forte, ma questo è vero in tutti i contesti umani: nelle famiglie, nei luoghi di lavoro e, prima ancora nella fase di trattative per l’assunzione, oltre che nelle guerre tra le nazioni.
Perché in ogni ambito di contesa tra esseri umani, dal conflitto familiare, a quello tra vicini di casa, fino a quello sociale, tra chi compra e chi vende la forza lavoro, così come nelle contese territoriali che sfociano nel conflitto armato vero e proprio, l’alternativa alla resa incondizionata di una delle parti è sempre un buon equilibrio contrattuale, con reciproche concessioni, garantito dalla forza della legge.
Chi desidera la pace e la giustizia tra i popoli e nei territori deve avere sempre questo in mente: non c’è nessuna pace e nessuna giustizia se le legittime istanze contrapposte portano alla umiliazione, allo sterminio o alla resa totale di una delle parti.
Ma questo senso di giustizia o è qualcosa verso cui riusciamo sempre a tendere o non è.
La prospettiva di un’Altra Europa politica che diffonda e pratichi questa più ampia cultura di pace, solidarietà e giustizia sociale serve urgentemente anche e soprattutto per questo motivo.
Giuseppe D’Elia
