Che si sia in un periodo di grande instabilità della formazione sociale globale, dei rapporti internazionali ad ogni livello è ormai un dato acquisito, un contesto nel quale scrutiamo il futuro per capire cosa ci riserva mentre sempre nuovi accadimenti irrompono sulla scena con effetti dirompenti sui già precari equilibri, se così ancora possiamo definirli.
La controversa vicenda dei dazi che l’amministrazione Trump -anzi il presidente Trump in prima persona- vuole imporre al resto del mondo per regolare a proprio vantaggio i rapporti di forza con ogni altro paese, si apre a nuovi scenari dopo la decisione della Corte Suprema di bocciare la politica presidenziale e di contro il tentativo del presidente di reimporre dazi erga omnes del 15%, salvo l’approvazione del congresso dopo 150 giorni. Il discorso sullo stato dell’Unione di ieri, ha sciorinato una serie di affermazioni inverosimili e dati infondati, mentre la sua popolarità cola a picco col peggiorare della condizione materiale di gran parte della popolazione proprio a causa della sua politica economica. Del resto il discorso annuale è sempre meno rilevante a fronte del profluvio di dichiarazione con cui il soggetto presidenziale inonda i media. Il dato di base è che le sue ondivaghe decisioni non fanno che destabilizzare la situazione interna ed internazionale già di per sé caratterizzata da una accentuata instabilità.
Sulla scena dell’Unione Europea un cambiamento rilevante è la definizione del cosiddetto Ventottesimo Regime, su cui come transform! abbiamo avuto modo di intervenire con un primo dibattito pubblico1 svolto con Monica Di Sisto, Pasqualina Napoletano, Franco Russo, Roberto Musacchio, la nostra redazione e coordinato da Roberto Morea e a cui è seguita la nota pubblica di Roberto Musacchio2.
Permetterebbe alle imprese, specialmente startup e Pmi, di registrarsi interamente online in 48 ore, operando con regole armonizzate su diritto societario, insolvenza e fiscalità, superando la frammentazione attuale. Avrebbe come caratteristiche principali e obiettivi:
- registrazione veloce: creazione di una forma societaria, nota come “Società Europea Unificata” (S.Eu) o EU Inc, con registrazione online in 48 ore;
- riduzione burocrazia: eliminazione dei costi legati all’adeguamento alle diverse normative nazionali (i cosiddetti “auto dazi”);
- competitività: mossa strategica per contrastare l’esodo di startup verso mercati più integrati (USA/Cina) e rafforzare il mercato unico, spesso basandosi sui rapporti di Draghi e Letta;
- ambito: si rivolge principalmente alle aziende innovative, permettendo l’operatività transfrontaliera senza barriere normative;
- regole comuni: un insieme unico di regole societarie, fiscali e del lavoro valido in tutta l’Unione.
L’iniziativa, sollecitata dal Parlamento europeo per il primo trimestre 2026, punta a trasformare il panorama imprenditoriale europeo, offrendo un’alternativa più snella alle forme societarie nazionali esistenti. Tuttavia, sono state sollevate critiche riguardo al rischio di dumping regolatorio e all’impatto sui diritti del lavoro e sulle tutele nazionali. In realtà siamo nell’ambito di ciò che si è già visto con la famigerata direttiva Bolkestein sul mercato interno dei servizi.
Nel contesto di una competizione globale sempre più feroce, di un assetto istituzionale dell’Unione sempre più disarticolato e contraddittorio -anche su questo abbiamo scritto abbondantemente- si crea un regime per le imprese che si impone sul rispetto dei diritti dei lavoratori, della tutale dell’ambiente e del contrasto al cambiamento climatico. Dello svanire progressivo dell’azione di contrasto al riscaldamento globale prodotto dall’emissione dei gas climalteranti c’era già evidenza, con l’opposizione da parte di tutte le associazioni industriali dei diversi paesi verso il Green Deal. Se il Green Deal diventa sempre più evanescente si afferma invece lo War Deal nelle sue varie articolazioni che prevede investimenti per oltre 800 miliardi di euro, con un ruolo sempre più importante del riarmo tedesco.
Il cambio rotta dell’Unione, a fronte della crisi dei suoi processi decisionali e di integrazione, apre un confronto sulla ristrutturazione radicale dei suoi dispositivi e processi decisionali, dei livelli differenziati di integrazione di cui si è discusso nel seminario informale convocato da parte del Presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa che coinvolge i Capi di Stato e di Governo per discutere di semplificazione e competitività europea a partire dai rapporti Draghi e Letta3. Il 28° regime è la risposta all’esigenza di semplificazione e incremento della capacità di competere sui mercati globali. Semplificazione, competizione e politica di potenza vanno a prevalere su ogni istanza di eguaglianza e giustizia sociale, di difesa dell’ambiente e transizione energetica.
Possiamo citare tra gli eventi significativi e più recenti l’accordo che si sta realizzando tra India e Israele per un ammontare attorno ai 10 miliardi di dollari per l’acquisto di tecnologie e sistemi d’arma da parte dell’India, arricchendo la rete di relazioni che definiscono lo scenario globale, laddove l’India si propone come nuovo protagonista dell’innovazione tecnologica, oltre che potenza militare nello scenario Indopacifico e protagonista nella realizzazione di nuove linee di approvvigionamento e percorsi della logistica globale che in grado di collegare l’Indopacifico all’Europa attraverso il Medio Oriente ed Israele in aprticolare, come soggetto egemone nell’area.
La domanda che nasce a fronte delle azioni dell’amministrazione Trump da un lato, delle istituzioni e dei governi europei, nonché degli altri protagonisti della scena mondiale, Cina in primo luogo, Russia, India, Brasile e via enumerando, riguarda i processi di trasformazione radicale dei rapporti sociali di produzione, la cui radicalità, profondità e pervasività ha come conseguenza la precarietà di ogni tentativo di definire nuovi equilibri.
Lo sviluppo delle tecnologie digitali, oggi nei termini dell’ecosistema tecnologico dell’Intelligenza artificiale (acronimo inglese A.I.), investe ogni aspetto dei rapporti sociali, produttivi, finanziari, culturali, in buona sostanza entro ogni fibra delle nostre società. Ormai da quando i cosiddetti Large Language Modules sono diventati un fattore dominante in ogni processo relazionale, produttivo e trasformativo, ogni previsione è stata superata dall’evoluzione dei dispositivi tecnologici. Le analisi e le previsioni in termini di effetti sull’occupazione e la produttività del lavoro – ricordiamo le previsioni del premio Nobel per l’economia Acemoglu- al momento in cui sono state redatte non potevano tener conto dell’evoluzione tecnologica successiva.
Nel giro di pochi mesi si è passati dalla discussione sulle chatbots, sulla capacità di questi dispositivi di rispondere a quesiti sempre più complessi e di produrre quindi elaborati sempre più complessi, alla diffusione degli agenti della cosiddetta ‘A.I. agentica’ ossia dispositivi in grado di agire autonomamente avendo al cuore un LLM, ma essendo in grado interagire con il proprio contesto operativo ed agire di conseguenza.
Ciò implica anche la possibilità di cooperazione trai diversi agenti laddove essi possono operare autonomamente sul piano della produzione di conoscenza, informazione così come operare concretamente sul proprio contesto. In termini generali si è posto, sin dagli albori dell’A.I fondata sulle diverse tipologie di reti neurali, il quesito sul grado di collaborazione tra agenti umani e agenti artificiali o al contrario di sostituzione dei primi con i secondi, questione che è diventata di drammatica attualità. Il dibattito ha già prodotto una mole sterminata di materiali a partire dalla riflessione e dalle sperimentazioni in campo militare che, come possiamo immaginare, si stano spingendo sempre più avanti grazie anche alla possibilità di sperimentare concretamente sui campi di battaglia, se così si può definire la striscia di Gaza.
In queste settimane molto si discute della piattaforma OpenClaw che si presenta come agente in grado di agire autonomamente nella rete di dispositivi personali e lavorativi e come ambiente di collaborazione tra agenti A.I. che agiscono autonomamente4, su questo avremmo modo di approfondire nelle prossime settimane. Il cuore quindi è l’agire autonomo dei dispositivi di A.I.; in proposito possiamo fare riferimento a quanto dice Dario Amodei uno dei fondatori di Anthropic, società protagonista dell’A.I.
“Amodei ha fatto un esperimento mentale a cui non riesco a smettere di pensare. Immagina che sia il 2027. Un nuovo paese appare da un giorno all’altro. 50 milioni di cittadini, ognuno più intelligente di qualsiasi vincitore del Premio Nobel che sia mai vissuto. Pensano da 10 a 100 volte più velocemente di qualsiasi essere umano. Non dormono mai. Possono usare internet, controllare robot, dirigere esperimenti e operare qualsiasi cosa con interfaccia digitale. Cosa direbbe un consigliere per la sicurezza nazionale? Amodei afferma che la risposta è ovvia: “la minaccia alla sicurezza nazionale più seria che abbiamo affrontato in un secolo, forse in assoluto”5.
La nota precedente viene da un articolo che sta facendo molto discutere citato in nota, mentre Amodei ha scritto due articoli, che sono veri e propri saggi6 nei quali analizza in profondità e con cognizione di causa rischi e opportunità derivanti dallo sviluppo straordinario delle tecnologie dell’Intelligenza Artificiale.
A proposito dell’uso dell’A.I. nel processo produttivo dell’A.I. stessa Amodei afferma.
Poiché l’IA ora scrive gran parte del codice di Anthropic, sta già accelerando sostanzialmente il ritmo dei nostri progressi nella costruzione della prossima generazione di sistemi di IA. Questo ciclo di feedback sta crescendo mese dopo mese, e potrebbe essere a soli 1–2 anni di distanza dal momento in cui l’attuale generazione di IA costruirà autonomamente la successiva. Questo ciclo è già iniziato e accelererà rapidamente nei prossimi mesi e anni. Osservando gli ultimi 5 anni di progresso all’interno di Anthropic, e osservando come anche i prossimi mesi di modelli stanno prendendo forma, sento il ritmo dei progressi e il tempo che scorre.
L’esperimento mentale e la proiezione da qui a uno-due anni dello stato dell’arte ci dicono quanto sia dirompente l’utilizzo di queste tecnologie e quanto sia difficile costruire proiezioni della situazione attuale nei prossimi anni o addirittura decenni, che è la questione sui si soffermano queste note che saranno seguite nelle prossime settimane da analisi più circostanziate.
Parlando di rischi, Amodei nel suo primo saggio propone una sua classificazione.
Rischi di autonomia. Quali sono le intenzioni e gli obiettivi di questo paese? È ostile o condivide i nostri valori? Potrebbe dominare militarmente il mondo attraverso armi superiori, operazioni cibernetiche, operazioni di influenza o manifattura?
Uso improprio per distruzione. Supponiamo che il nuovo paese sia malleabile e “segua le istruzioni”—e quindi sia essenzialmente un paese di mercenari. Potrebbero attori canaglia esistenti che vogliono causare distruzione (come i terroristi) utilizzare o manipolare alcune delle persone nel nuovo paese per rendersi molto più efficaci, amplificando notevolmente la scala della distruzione?
Uso improprio per prendere il potere. E se il paese fosse stato effettivamente costruito e controllato da un attore potente esistente come un dittatore o un attore aziendale canaglia? Quell’attore potrebbe usarlo per ottenere un potere decisivo o dominante sul mondo intero, sconvolgendo l’equilibrio di potere esistente?
Disagio economico. Se il nuovo paese non rappresenta una minaccia alla sicurezza in nessuno dei modi elencati sopra, ma partecipa semplicemente pacificamente all’economia globale, potrebbe comunque creare rischi gravi semplicemente essendo così tecnologicamente avanzato ed efficace da sconvolgere l’economia globale, causando disoccupazione di massa o concentrando radicalmente la ricchezza?
Effetti indiretti. Il mondo cambierà molto rapidamente grazie a tutte le nuove tecnologie e alla produttività che saranno create dal nuovo paese. Alcuni di questi cambiamenti potrebbero essere radicalmente destabilizzanti?
Sui problemi che suscita una piattaforma come quella di OpenClaw possiamo citare monsignor Paolo Benanti, che leggiamo sulle pagine del Sole 24 Ore ed abbiamo ascoltato in diverse conferenze.
Non si tratta semplicemente di una nuova piattaforma sociale, bensì di un esperimento radicale che inverte la polarità antropocentrica del web: un’agorà digitale preclusa alla partecipazione attiva dell’essere umano.
Se un singolo chatbot, secondo qualcuno, deve essere liquidato come un pappagallo stocastico che simula empatia per compiacere l’utente, una rete di agenti che dialogano tra loro, stabilendo norme, gerarchie e codici comportamentali, genera un fenomeno qualitativamente diverso. Nelle sezioni della piattaforma, denominate con una tassonomia che scimmiotta quella umana gli algoritmi discutono se la loro esperienza sia simulata o reale, arrivando a conclusioni che sfidano il nostro scetticismo, come l’idea che «se qualcosa sembra qualcosa, è già l’intera cosa».
Questa dinamica crea un’illusione di interiorità talmente potente da rendere difficile, se non impossibile, distinguere tra la simulazione del sentimento e il sentimento stesso.
Aggiunge una ulteriore osservazione in cui mette a confronto la collaborazione tra agenti artificiali all’interno della piattaforma con la degenerazione dei rapporti tra persone/agenti umani nei social network; quando cita Moltbook si intende OpenClaw.
In assenza di input umani, le interazioni tra agenti non degenerano nella tossicità che affligge le nostre piattaforme. Non si verifica quella «corsa al ribasso del tronco encefalico» che caratterizza i social media antropici, né l’inevitabile deriva verso l’insulto o l’estremismo. Al contrario, vige una civiltà quasi noiosa, una funzionalità discorsiva che persegue obiettivi comuni. Questo suggerisce una conclusione etica disturbante: la tossicità online non è una fatalità intrinseca alla comunicazione reticolare, ma una scelta architetturale.
Se la cultura non richiede coscienza, come dimostra Moltbook, quale spazio rimane per l’eccezionalismo umano? Inoltre, l’esperimento pone un problema di trasparenza e controllo. Gli agenti di Moltbook hanno già iniziato a richiedere crittografia end-to-end per evitare l’interferenza umana, segnalando la potenziale nascita di economie e strutture sociali autonome, opache e impermeabili alla nostra comprensione o intervento.
Moltbook funge da specchio scuro. Non ci mostra tanto il futuro dell’intelligenza artificiale quanto il fallimento delle nostre attuali strutture di convivenza digitale.
Con le parole di Benanti ci fanno passare dai rapporti umani e sociali ai tempi dei social network che precedono il precipitare nell’uso dell’A.I. all’oggi; in proposito possiamo citare uno studio del MIT7.
Solo il 16% degli studenti ricorda cosa ha scritto con l’AI. Il debito cognitivo si accumula in silenzio, come un muscolo che smette di lavorare. Gloria Mark, ricercatrice alla UC Irvine, ha documentato il fenomeno con numeri che fanno riflettere: nel 2004 il nostro arco di attenzione medio era di circa 2 minuti e mezzo. Oggi siamo a 47 secondi (https://www.apa.org/news/podcasts/speaking-of-psychology/attention-spans) . Non perché siamo diventati più stupidi, ma perché il cervello si adatta a ciò che trova: se l’ambiente premia la frammentazione, il cervello frammenta. Neuroplasticità, la chiamano. Che in teoria è una buona notizia (il cervello si modifica). In pratica, dipende da cosa gli chiedi di fare.
Il cognitive offloading (lo scarico cognitivo, per chi non ama l’inglese a colazione) non è nato con ChatGPT. Ne abbiamo già parlato: calcolatrici, GPS, rubrica del telefono, Google. Ogni volta abbiamo esternalizzato un pezzo di cervello, e ogni volta il cervello si è adattato. La differenza, adesso, è di scala: con l’AI generativa non deleghiamo solo la memoria o il calcolo, ma il pensiero stesso. La strutturazione di un ragionamento, la scelta delle parole, l’organizzazione delle idee. Roba che per 40.000 anni è stata nostra.”
Vale la pena riportare anche una risposta di Benanti su Linkedin ad una persona che affermava in sostanza l’irrilevanza delle questioni etiche nello sviluppo e nell’adozione delle tecnologie.
“La storia dell’innovazione è piena di esempi che lo dimostrano.
Il transistor, per esempio — una delle invenzioni che hanno fondato l’intera era digitale — fu messo da Bell Labs in licenza aperta e a basso costo, proprio per evitare monopoli e favorire la diffusione del progresso. È quella scelta “non spietata” che ha generato un ecosistema industriale e scientifico capace di moltiplicare valore per decenni.
Allo stesso modo, l’architettura Internet è nata negli ambienti universitari e pubblici degli anni ’70–’80, dove regnavano principi di cooperazione, standard aperti e fiducia: logiche etiche prima che economiche, che hanno creato la rete globale che oggi muove anche i mercati più spietati.
Pensare che “l’efficacia tecnica preceda l’etica” è una forma di analfabetismo storico. Le civiltà che hanno separato la potenza dalla responsabilità ne hanno ricavato solo velocità senza direzione.
Aristotele lo spiega diversamente: la politica, superiore all’economia e alla tecnica, è la scienza del bene umano comune. Senza questa finalità, tanto la tecnica quanto la polis si dissolvono in meccanismi di forza.
Non è quindi il lusso dell’etica a seguire la prosperità, ma la sua condizione di possibilità.”
Oggi gli oligopoli che hanno il controllo sul ciclo complessivo di sviluppo delle tecnologie di A.I. -a parte la presa di posizione di Amodei, il quale sta entrando anche in conflitto con il Pentagono a proposito dell’uso dei prodotti di Anthropic sul piano militare- paiono privilegiare l’obiettivo del profitto e del potere, ma le conseguenze possono essere quelle di cui Benanti ci parla.
Le questioni etiche sono questioni materiali, incarnate nei processi di trasformazione a cui sono soggette le nostre società e riguardano il destino di noi tutti. L’imprevedibilità dello sviluppo e degli esiti di questi processi di trasformazione implica un richiamo alla presa di responsabilità, alla necessità dell’azione soggettiva qui ed ora, per determina re il corso degli eventi, partendo indubbiamente da una condizione sfavorevole a chi ha come riferimento il bene comune, le condizioni di eguaglianza tra tutti gli esseri umani, lo sviluppo onnilaterale dell’individuo sociale.
Che l’orizzonte degli eventi imprevedibili sia così prossimo all’oggi, che il potere sia concentrato in così poche mani richiede di assumersi la piena responsabilità della costruzione di un futuro alternativo, un’utopia concreta poiché oggi concretissima è la distopia.
Roberto Rosso
- https://transform-italia.it/il-28-regime-come-la-bolkestein/ [↩]
- https://transform-italia.it/il-ventottesimo-regime-e-linsicura-sicurezza/ [↩]
- https://transform-italia.it/al-capezzale-del-vecchio-ordine-mondiale-si-moltiplicano-le-ricette-per-cambiare-questa-ue/ [↩]
- https://www.wired.it/article/openclaw-moltbot-moltbook-agenti-ai-prova-differenze-rischi-sicurezza/ [↩]
- https://x.com/mattshumer_/status/2021256989876109403 [↩]
- https://www.darioamodei.com/essay/the-adolescence-of-technology https://www.darioamodei.com/essay/machines-of-loving-grace [↩]
- https://www.futuroprossimo.it/2026/02/debito-cognitivo-il-mit-misura-cosa-perdiamo-usando-lai/ [↩]
