La convocazione da parte del Presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa di un seminario informale che coinvolge i Capi di Stato e di Governo per discutere di semplificazione e competitività europea, ha messo in moto un susseguirsi di interventi e proposte culminati nella lettera che la Presidente della Commissione europea ha fatto recapitare ai partecipanti quasi a giustificazione del magro bilancio rispetto all’attuazione del piano Draghi, il cui stato di attuazione è parte dell’ordine del giorno. La preoccupazione diffusa è che, anche il mercato interno, ritenuto il “gioiello della corona”, stia mostrando segni di regressione. Invitati due ex Primi Ministri Italiani: Mario Draghi e Enrico Letta rispettivamente autori dei documenti sulla competitività europea e sul completamento del mercato interno.
Il primo ad intervenire è stato Manfred Weber, capogruppo europeo del PPE, nonché Presidente dell’omonimo partito europeo. Egli, in occasione di un incontro interno al suo partito, ha anticipato la sua ricetta e cioè quella di unificare le cariche di Presidente del Consiglio e di Presidente della Commissione in un’unica figura dotando contemporaneamente l’Unione di un “ Trattato di sovranità “ limitato alla politica estera.
A stretto giro, con il discorso pronunciato a Lovanio, in occasione del conferimento della laurea honoris causa, Mario Draghi ha detto la sua, facendo precedere le sue proposte, da un’analisi molto preoccupata circa le tendenze economiche che rischiano di penalizzare l’Ue, stretta tra USA e Cina, fino a paventare il rischio di un suo rapido declino. Allo scopo di frenare questa tendenza, egli propone un “ federalismo pragmatico”, settoriale e a geometria variabile.
Enrico letta, autore nel 2024, per conto della Commissione Europea, di un documento sul completamento del mercato interno, suggerisce di snellire la produzione legislativa europea passando dalla elaborazione di Direttive al ricorso allo strumento dei Regolamenti molto più rapido nell’attuazione. Proposta che potremmo definire “funzionalista”, già regolata dai Trattati.
Infine, fuori da questo contesto, ma sollecitato dal dibattito, arriva il Partito Democratico con un documento presentato dal deputato europeo Stefano Bonaccini a nome della delegazione Italiana del gruppo SD che invoca come primo punto il superamento del voto all’ unanimità del Consiglio Europeo, senza però mettere in causa l’assetto intergovernativo che l’Unione nel frattempo ha incrementato con l’entrata in vigore, nel 2009, del Trattato di Lisbona. Ignorando inoltre il fatto che, se il tentativo di avviare una riforma ulteriore degli attuali Trattati, è rimasto lettera morta nella scorsa legislatura, oggi, con il peso politico che nel frattempo le destre hanno acquisito, sembra ancor più velleitario, tanto che le proposte fin qui citate, in modo diverso, cercano di evitare il ricorso a processi di modifica degli attuali Trattati. L’unanimità nel voto del Consiglio Europeo, poi, è strettamente legata alla natura “intergovernativa” della stessa Unione, volerne modificare le conseguenze, senza affrontare le cause, mostra tutti i limiti e le contraddizioni della proposta stessa. In conclusione, essa sembra più dettata dalla necessità di posizionarsi nel dibattito che dalla convinzione che possa essere percorribile nella situazione data.
Quella di Draghi, in particolare, merita un approfondimento perché reintroduce nel lessico europeo la parola “federalismo” il che fa capire come egli stesso ritenga inadeguata la deriva intergovernativa attuale. Quest’ultima, potrebbe trovare ulteriori perniciosi sviluppi con il successo delle destre in altri Paesi europei, fino ad arrivare quell’Europa delle Nazioni, obiettivo dichiarato dalla stessa Presidente Meloni.
Tornando alle proposte di Mario Draghi, le preoccupazioni che le muove, potrebbero essere in parte condivisibili se non fosse che la sua visione è quella di una Unione Europea” potenza” in cui la dimensione economica si intreccia con quella militare inseguendo un modello, speculare a quello USA seppure più autonomo da quest’ultimo.
Inoltre, “federalismo” è una parola impegnativa e fa riferimento alla natura stessa Unione, spezzettarla in tante politiche settoriali con adesioni variabili, come si evince dalla proposta Draghi, rischia di somigliare alle “cooperazioni rafforzate”, introdotte con il Trattato di Amsterdam nel 1999 ma che, da allora, in 27 anni, hanno trovato attuazione in soli quattro casi. Ed è proprio queste ultime che la Presidente della Commissione pensa di resuscitare nelle difficoltà di coesione dei 27, traducendo così il federalismo pragmatico introdotto dalla proposta Draghi, ciò anche come sbocco alle coalizioni dei volenterosi che su vari temi si vanno formando. Il primo banco di prova potrebbe essere il ricorso al debito comune per i grandi investimenti che la proposta Draghi comporta e che si aggiungono e si sovrappongono alle risorse per il riarmo. Fin qui la Presidente della Commissione, in linea con la posizione del suo Paese, è stata reticente. Sarà importante seguirne gli sviluppi perché, non è affatto detto che alla parola “comune”si attribuisca lo stesso significato. Alcune delle proposte in campo, poi, riguardano la politica estera e di sicurezza. Quest’ultima, nonostante i progressi nell’attribuire competenze all’Unione, a ben vedere più apparenti che sostanziali, rimane di competenza nazionale e, non potrebbe essere altrimenti visto che essa fa diretto riferimento alle Costituzioni dei diversi Paesi. Di conseguenza, in assenza di una Costituzione Europea che ne riprenda i principi, ogni cessione di sovranità è giustamente preclusa. Ne abbiamo avuto conferma ultimamente quando, di fronte alle sollecitazioni del presidente Trump nel coinvolgere l’Italia nell’avventura del Board for peace, la nostra Presidente del Consiglio ha dovuto recedere.
La posizione difensiva della Commissione, unita all’urgenza di dimostrare che, in ogni caso, qualcosa si farà potrebbe avere come risultato quello di rendere ancora più contorti e illeggibili i meccanismi di funzionamento di questa Unione mentre cresce nei cittadini europei la consapevolezza che quella che abbiamo di fronte non è una crisi come ne abbiamo conosciute in passato, ma la fine di un’epoca e dei suoi equilibri.
La via maestra di una Costituzione europea è la sola, a poter consentire lo sviluppo delle politiche indispensabili ad affrontare i difficili cambiamenti che si rendono necessari.
Ma come il “federalismo”, la parola “Costituzione” non può essere usata a piacimento. Quest’ultima, infatti, trattandosi di una dimensione sovranazionale, si configura come patto federativo che consenta una cessione di sovranità dagli stati membri alla federazione, ricevendone in cambio la tutela dei diritti inviolabili, istituzioni democratiche capaci di integrare sovranità nazionale e popolare in una dimensione comune.
Come si può vedere, in questa interpretazione, federalismo e costituzione vanno insieme, ma, soprattutto, trattandosi di costruire una “casa comune” la prima attenzione va data agli inquilini.
Nelle proposte citate, sostanzialmente funzionaliste, quelli che sembrano essere messi fuori dalla porta, sono proprio questi ultimi.
Al contrario, solo un grande processo partecipativo potrà portare a risultati apprezzabili e adeguati alle sfide di questo difficile tempo.
A questo proposito, voglio citare solo alcune delle realtà che si stanno mettendo in moto e che, forse per la prima volta, hanno uno sguardo che va oltre i confini per immaginare, già dalle mobilitazione in calendario, un rapporto con chi sta animando le tante manifestazioni di opposizione a Trump negli USA con eventi contemporanei in Europa. A questi si è aggiunto un appello che arriva dalla Francia per un “federalismo sociale”.
Quest’ultimo è interessante, a cominciare dai promotori : Etienne Balibar, Justine Lacroix, Dominique Méda, Thomas Piketty ed altre/i, si rifà alla tradizione federalista europea contro gli imperi e contro i nazionalismi risorgenti. Sembra di sentir risuonare le parole d’ordine dell’assemblea di Bologna dello scorso 24 e 25 gennaio, O RE O LIBERTA’. Questo nuovo progetto di federalismo sociale si rifà alla tradizione del federalismo del dopoguerra che nel 1948 dette vita,insieme ad altri soggetti, istituzionali e no, al Congresso dell’Aja, congresso in cui si fronteggiarono due visioni dell’Unità europea: quella unionista di Churchill e quella federalista di Spinelli. Il Consiglio d’Europa, istituzione nata l’anno successivo con il Trattato di Londra, ne rappresentò il compromesso possibile con la istituzione di un’assemblea parlamentare europea eletta dai Parlamenti nazionali e la stesura di una Carta Europea dei diritti umani e la creazione di una Corte Europea dei diritti dell’uomo con sede a Strasburgo. Altiero Spinelli vi partecipò come rappresentante dei federalisti. Ricordo come notazione storica che la Russia dal 1996 al 2022 ne ha fatto parte.
Questo documento, quindi, non prende in considerazione l’UE e le sue eventuali riforme, quanto la necessità di immaginare una dimensione federale in grado di sostenere i processi democratici dei singoli Paesi Europei, anche quelli non compresi nell’UE, di fronte alla temperie autoritaria e antidemocratica che coinvolge, ormai, anche gli USA. A questo proposito, chiede un impegno, a cominciare dai movimenti federalisti, per una mobilitazione europea paragonabile a quella che portò alla convocazione del Congresso dell’Aja nel 1948.
Infine, quello che possiamo constatare da questo rapido excursus è, innanzitutto, una distanza che rischia di divenire insanabile tra le alchimie funzionaliste di questa Unione, proposte da chi ha la responsabilità del suo governo, e le società europee. Nonostante ciò le tendenze registrate da Eurobarometro dicono che è aumentata l’adesione dei cittadini, soprattutto dei giovani, nei confronti dell’Unione, mentre diminuisce costantemente, ad esempio in Italia, la fiducia verso le istituzioni nazionali. Ciò dovrebbe spingere a scelte coraggiose, democratiche, comprensibili, partecipate e non a soluzioni ancora più contorte degne dell’avvocato Azzeccagargugli di manzoniana memoria.
Pasqualina Napoletano
