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L’introvabile “soggetto unitario e plurale”

di Franco
Ferrari

Per quasi vent’anni Rifondazione Comunista si è posta l’obbiettivo di promuovere la costruzione di uno strumento politico più ampio del partito stesso nel quale poter impegnare le proprie forze. Il Congresso del 2025, nel documento che è prevalso per poco, questa prospettiva viene archiviata per rilanciare l’autonomia strategica, politica e organizzativa del partito nel contesto di una correzione della politica delle alleanze elettorali.
Manca però un vero bilancio di questa lunga ricerca e anche delle modifiche che essa ha subito nel tempo: sia le ragioni della costruzione del “nuovo soggetto”, sia la forma organizzativa, sia gli interlocutori si sono differenziati aprendo anche a conflitti sia interni al partito che con coloro che venivano via via coinvolti in questa prospettiva. In queste sintetiche note proverò a ripercorrere quelli che a me sembrano i mutamenti principali avvenuti in relazione ai diversi insuccessi che questa strategia ha riscontrato nell’arco di questo ventennio.

Come punto di partenza cronologico si può assumere la relazione di Fausto Bertinotti al Comitato Politico Nazionale del PRC del novembre 2005. Il segretario del partito dedica al tema la parte finale del suo discorso mettendo l’accento su una “proposta politica”, questa consiste nel “determinare una precipitazione nella costruzione della sinistra di alternativa”. Viene indicata la necessità di compiere un “salto” avanzando una proposta in tempi brevi. In primo luogo viene escluso di proporre una “federazione tra forze politiche, peggio che mai, una federazione a forze politiche a fini elettorali”. Escluso ciò che non si vuole, resta però più vaga la effettiva configurazione di questo nuovo soggetto.
Bertinotti, a nome della segreteria, propone di dare vita ad una “soggettività politica condivisa tra forze differenti, che si sono incontrate in questi anni in un comune percorso dentro i movimenti e, in questa fase recente, dentro il confronto delle primarie”. Si tratta delle primarie che hanno scelto il capofila dell’Unione, la coalizione larga di centro-sinistra alla quale Rifondazione ha aderito.
Questa aggregazione, spiega ancora Bertinotti, non deve avere solo un’intesa programmatica, ma anche una “cultura politica condivisa e che trova come riferimento l’irruzione dei movimenti e gli elementi di innovazione che Rifondazione ha contribuito a promuovere”. Questa ambizione si traduce nella creazione di una “Sezione italiana del Partito della Sinistra Europea nella quale il Partito della Rifondazione Comunista, soggettività (in quanto tali o nelle loro espressioni più rilevanti) che sono disponibili a questa esperienza, singole personalità che hanno già aderito alla Sinistra Europea o che intendano farlo, possano incontrarsi, darsi una configurazione e compiere un percorso comune che attraversi le scadenze elettorali”. Le liste elettorali che verranno predisposte per le successive elezioni politiche dovranno rappresentare questa pluralità di presenze.

Il Partito della Sinistra Europea è stato costituito l’anno precedente come aggregazione di forze politiche comuniste e non, e con l‘ambizione, almeno nella visione bertinottiana, di diventare il punto di riferimento del movimento altermondialista che si è sviluppato negli anni precedenti. La proposta indica, più o meno esplicitamente due parametri: inglobare espressioni di quello che venne chiamato “il movimento dei movimenti” e superare in una qualche misura l’identità ideologica comunista come punto di riferimento comune senza, almeno in una prima fase, portare al superamento di Rifondazione in quanto partito.

Tutto questo viene ridefinito dalla crisi del governo Prodi e dalla decisione di Veltroni di dar vita al Partito Democratico. La scommessa è di superare la forma della coalizione, per spingere ad una trasformazione in senso bipartitico il sistema politico italiano. Il modello che si vuole importare è quello statunitense e il PD si propone di occupare tutto lo spazio di centro-sinistra, emarginando le forze di sinistra, più o meno radicale, e di collocare di far assumere al nuovo partito una identità di sinistra liberale tendenzialmente centrista.
Oltre ad accelerare la crisi della maggioranza che aveva sostenuto Prodi, il progetto veltroniano (poi fallito), costringe tutte le forze che si collocano alla sua sinistra a ridefinirsi puntando ad una nuova aggregazione, la Sinistra Arcobaleno, che si presenta al voto ma con l’intenzione (non di tutti) di trasformarsi in soggetto politico permanente.

La pesantissima sconfitta elettorale che porta all’esclusione dal Parlamento determina una crisi immediata del progetto. L’impatto su Rifondazione è molto forte e ha un primo pesante impatto nel Congresso di Chianciano del 2008, nel quale la componente di Vendola che ha la maggioranza relativa, perde la guida del partito a seguito del formarsi di una eterogenea coalizione che raggruppa le altre quattro componenti congressuali.
Le due parti in cui si divide Rifondazione danno letture diverse della sconfitta elettorale. La componente di Vendola ritiene che il progetto di riaggregazione di un soggetto politico con una nuova identità rosso-verde e con una forma partito più elastica vada perseguito per fronteggiare la nuova situazione politica e per fare i conti con i mutamenti avvenuti nella società. Quella che si riunisce, per poco tempo, attorno a Ferrero, non rigetta la proposta di soggetto unitario, ma ritiene che questa debba avere una forma federativa (che tre anni prima Bertinotti escludeva) e accusa l’altra parte di voler sciogliere il partito.
La nuova maggioranza che si forma con la spaccatura intervenuta nella componente bertinottiana, interpreta la sconfitta elettorale come conseguenza della partecipazione all’alleanza di centro-sinistra, benché l’analisi degli spostamenti intervenuti a ridosso del voto indicano che la maggioranza dei voti potenziali della Sinistra Arcobaleno si siano spostati sul PD in nome del, supposto, “voto utile”.

Rifondazione, a seguito della scissione che dà vita a SEL, subisce una consistente emorragia di iscritti e di quadri. Alle elezioni europee successive alla scissione (2009) si presentano due liste concorrenti, entrambi “plurali”. Il PRC dà vita alla lista anticapitalista, col PdCI di Diliberto, mentre la formazione di Vendola presenta Sinistra e Libertà. Sommate queste due soggettività politiche ottengono due milioni di voti ed oltre il 6%, a conferma che una parte di elettorato di “sinistra radicale”, è tornato a dare un voto più in sintonia con le proprie idee, dopo la convergenza col PD in funzione anti-berlusconiana.
Dalla “lista anticapitalista” sorge un nuovo strumento unitario: la Federazione della Sinistra. I principali componenti sono PRC e PdCI e la federazione funziona come strumento di relazione (complicata) tra soggetti politici organizzati. In sostanza prevale l’elemento pattizio. Per quanto riguarda la cultura politica, la Federazione abbandona in parte quell’elemento “movimentista” che era presente nell’idea della Sezione italiana della Sinistra Europea, lasciando in buona parte questa visione alla rivale formazione vendoliana.
La FdS non ha nemmeno come precondizione politica il rifiuto di qualsiasi alleanza col PD, tant’è vero che nelle elezioni regionali del 2010 partecipa in alcune realtà a coalizioni di centrosinistra. I rapporti col PD restano un elemento conflittuale che porterà alla dissoluzione della Federazione. Nel 2011, come ho ricordato in un mio precedente articolo, Rifondazione propone a Bersani, leader democratico, di sottoscrivere un “patto costituzionale” al fine di sconfiggere le destre, senza però aderire alla coalizione di centro-sinistra.

Un nuovo tentativo di formare il “soggetto unitario e plurale” viene avviato nel 2015, avendo alle spalle il relativo successo dell’Altra Europa con Tsipras che è riuscita l’anno precedente a superare la soglia di sbarramento e ad eleggere al Parlamento europeo. Vi partecipano Rifondazione, SEL, Possibile (fondato da Giuseppe Civati), Futuro a Sinistra (di Stefano Fassina), altri gruppi minori nonché, a titolo personale, Sergio Cofferati.
L’appello che avvia l’iniziativa propone, enfaticamente, di avviare “ORA il processo costituente di un soggetto politico di sinistra innovativo, unitario, plurale, aperto alle energie e ai conflitti dei movimenti dei lavoratori e delle lavoratrici, dei movimenti sociali, dei movimenti delle donne, dei diritti civili, della cittadinanza attiva, del cattolicesimo sociale”. I promotori sono d’accordo che questo soggetto potenziale, che si definisce come “antiliberista” si propone di essere in competizione con gli altri poli politici presenti (la destra, il M5S, il PD).
Viene convocata una assemblea nazionale a gennaio con l’obbiettivo di dar vita “al soggetto politico della sinistra”. Rapidamente l’operazione fallisce e lo scoglio secondo le cronache è che una parte dei partecipanti intende lavorare alla formazione di un vero e proprio partito politico. Per Rifondazione, come dichiara Ferrero, non serve “un nuovo partito ma un soggetto unitario plurale, in grado di valorizzare tutte le soggettività sociali, politiche e culturali interessate a sconfiggere il neoliberismo: da Civati ai centri sociali”. Ferrero nega che si sia voluto proporre una “federazione”. Come dichiara a Daniela Preziosi del Manifesto: “non abbiamo mai proposto una federazione. Abbiamo sempre proposto ‘una testa, un voto’”.
In questo percorso, pur fallito, emergono alcuni elementi importanti. La natura del nuovo soggetto è “antiliberista” non “anticapitalista”, come si era caratterizzata la lista elettorale del 2009 (d’altra parte il PdCI non partecipa), viene accantonata la forma federativa per passare al principio “una testa, un voto”, quindi con una forma di adesione diretta al soggetto, mentre l’alternativa al PD in questa fase non è un elemento di divisione. D’altra parte diversi partecipanti al percorso esterni a Rifondazione e a SEL provengono da una rottura col PD di Renzi.

Rifondazione, anche dopo la rottura, ripropone l’idea del soggetto unitario “antiliberista di sinistra”, come scrive Ferrero nel gennaio successivo sul blog del Fatto quotidiano. Tre sono le condizioni avanzate: la prima è che esso debba essere alternativo al PD. Viene riproposta la tesi secondo la quale “nell’inseguimento del centro sinistra e nella velleità di condizionarlo è stata distrutta la credibilità della sinistra alternativa in questo paese”. La seconda condizione è che sia unitario e che vada “oltre i confini di chi oggi sta nei partiti” e la terza che abbia “un carattere democratico e partecipativo, rifiuti la riedizione di forme pattizie” e determini “un rinnovamento del personale politico, a partire dai volti più noti, come quello del sottoscritto”.
Nel frattempo SEL, avvia un percorso unitario con gruppi fuoriusciti dal PD e darà vita a Sinistra Italiana. Alla fine abbandonerà qualsiasi ipotesi di riaggregazione con Rifondazione per formare AVS, che si è affermato sul piano elettorale come la sinistra di una potenziale coalizione di opposizione, assestandosi secondo i sondaggi attorno al 6%, conquistato alle elezioni europee del 2024.

In un convegno che si tiene nel febbraio del 2016, si richiama il fatto che in diversi paesi europei si sono effettivamente formati soggetti politici che nascono dalla confluenza di forze politiche diverse, siano essi in forma federativa (come ad esempio il Front de Gauche in Francia) o in via di trasformazione come formazione unitaria basata su iscritti individuali e il progressivo superamento delle formazioni politiche di provenienza (come il Bloco de Esquerda e l’Alternativa Rosso-Verde danese). Viene presentato come esempio anche il Frente Amplio uruguayano che è però un schieramento larghissimo che va dai democristiani ai trotskisti, inglobando forze sia di centro-sinistra che di sinistra radicale.

Un’ulteriore tappa nella ricerca del “soggetto plurale e unitario” si presenta con l’avvicinarsi delle elezioni del 2018. Si avvia un processo unitario al teatro Brancaccio promosse da due esponenti di sinistra (Montanari e Falcone) che però non rappresentano forze politiche. Dal percorso emergono due coalizioni contrapposte: LEU e Potere al Popolo.
Rifondazione Comunista decide di non partecipare alla lista di LEU, nella quale confluiscono altri fuoriusciti dal PD in rotta con Renzi e di seguire il percorso tracciato dall’ex OPG, centro sociale di Napoli. Una scelta che oggi viene considerata criticamente e che ha collocato Rifondazione in uno spazio politico molto più ristretto del soggetto unitario antiliberista (“da Civati ai centri sociali”) prefigurato ancora due anni prima.
Qualche mese dopo le elezioni, considerate un insuccesso tranne che dalla componente dell’ex OPG che festeggia in diretta televisiva, si registra la rottura tra Rifondazione e la parte di PAP che promuove la formazione di un nuovo soggetto politico. Quest’ultima ha avuto una certa evoluzione da un’impronta iniziale ispirata dal “populismo di sinistra”, che anima alcune formazioni politiche europee, ad un profilo più classico di estrema sinistra.
La rottura avviene attorno alla proposta di Statuto che Rifondazione ritiene sposti troppo la sovranità a favore del nuovo soggetto politico. Un processo che dovrebbe essere unitario ha prodotto in pratica un’ulteriore frammentazione dello stesso campo politico. Questo prova a ricomporsi unendo le stesse forze di quattro anni prima con l’aggiunta di un ruolo di primo piano dell’ex sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. La speranza di intercettare parte dell’elettorato del M5S, soprattutto al sud, disorientato dal mutamento di prospettiva politica di questa formazione con l’abbandono degli accenti populisti che ne avevano sancito il successo, non si realizza.
Si ripropone nuovamente il tema di trasformare Unione Popolare in soggetto politico strutturato. Viene presentata una ipotesi di Statuto, molto simile a quella di PAP, che era stata respinta quattro anni prima. Questa volta lo Statuto apre una differenziazione dentro Rifondazione che porta a due diverse impostazioni strategiche. Oltre alle differenze di analisi (ascesa della destra autoritaria o declino dell’Occidente?) da cui deriva una riformulazione delle possibili alleanze elettorali in vista del 2027 (convergenza anti-destra senza adesione organica al centrosinistra oppure polo alternativo contro destra e centrosinistra?) emerge anche una divergenza sulla strategia del “soggetto plurale e unitario”. La maggioranza archivia l’esperienza di Unione Popolare e più in generale la ricerca di nuovi contenitori, proponendo convergenze larghe su obbiettivi politici (i “fronti”) e il rilancio dell’autonomia politica, strategica e organizzativa del partito.
Il documento di maggioranza ha presentato un bilancio di Unione Popolare in questi termini: “non vi sono le condizioni politiche per proseguire nella costruzione di una soggettività unitaria essendo stato manifestamente negato l’impegno per l’unità e lo sviluppo del fronte pacifista che era alla base del progetto originario di Unione Popolare. La pietra tombale sull’esperienza di Unione Popolare è stato il veto settario posto da PAP a qualsiasi alleanza elettorale intorno al tema della pace”. Le divergenze emerse dentro Unione Popolare hanno evidenziato “differenze di cultura politica”.
La minoranza propone una “coalizione popolare” che “abbia un respiro strategico, duri nel tempo e non sia finalizzata unicamente alle elezioni”, quindi una riproposizione del “soggetto plurale e unitario”, dentro il quale collocare Rifondazione Comunista. A questo soggetto sono chiamati a partecipare “le mille esperienze di organizzazione sociale”, nonché “la galassia delle forze di sinistra, anticapitaliste e comuniste” che sono fuori dal Parlamento” ma anche “il variegato mondo dei 5 Stelle e SI a cui chiediamo di abbandonare l’alleanza col PD”. Una ipotesi di coalizione che risultava già piuttosto improbabile già al momento in cui è stata presentata.

Da un lato la riproposizione del “soggetto unitario e plurale”, dopo venti anni di tentativi falliti, pur modificandone volta per volta natura (antiliberista, anticapitalista, antiguerra), interlocutori (da Cofferati ai centri sociali) e forma organizzativa (dalla federazione all’adesione individuale) rischia sempre più di rendere Rifondazione Comunista subalterna ad altri progetti politici e allontanarla dall’ispirazione originaria. Dall’altra il rilancio dell’autonomia, condizione indispensabile per ridare un futuro al partito, richiede una ridefinizione del proprio profilo politico, ideologico e sociale, senza la quale la scelta di una maggiore flessibilità delle alleanze elettorali, pur resa indispensabile dal mutamento del contesto politico, rischia di restare insufficiente.

Franco Ferrari

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1 Commento. Nuovo commento

  • Matteo Minetti
    14/02/2026 15:22

    Utilissimo riassunto degli ultimi 20 anni! Grazie.
    Sottolineerei il fallimento delle “federazioni plurali”, dei soggetti molteplici e dei coordinamenti intergruppi delle passate esperienze sul modello anche dei Social Forum.
    Ovvio che in quelle aggregazioni nessuno volesse perdere la propria identitá e le organizzazioni più forti ingaggia(va)no una lotta per egemonizzarle che impedisce l’unitá strategica. Diventavano passerelle di testimonianze.
    A mio parere, e facendo tesoro della interpretazione ecosistemica della complessitá, conviene rivolgersi al proprio interno per evolvere e accrescere la presenza territoriale del Partito della Rifondazione Comunista.
    Intanto definendo e mostrando all’esterno una proposta comunista rifondata, attorno a cui aggregare nuovi associati, partecipanti e organizzatori.
    Una volta costituita una ” massa di manovra” che esprime una certa “forza” che non possa essere ignorata, allora si troveranno le “forme” per relazionarsi con gli alleati e i concorrenti. Questo più o meno ho scritto qui su Transform..https://transform-italia.it/la-forza-prevale-sulla-forma/ nelle conclusioni.
    Non si può prima definire la forma e poi sperare di aggregare un popolo a cui piaccia così, giá pronta e calata dall’alto.

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