Da Palermo un seminario su guerre migrazioni e diritti

di Stefano
Galieni

Poco più di 5 anni fa, a Palermo e con la possibilità di incontrarci fisicamente, si tenne l’incontro “Pace e diritti nel Mediterraneo”, organizzato con il sostegno di molti e molte, dall’allora neonata associazione ADIF. L’incontro si tenne in concomitanza con il summit che vide la partecipazione di leader europei e dei paesi africani a La Valletta.  Parlammo, con accenti e preoccupazioni molto diversi, degli stessi temi: guerre, migrazioni forzate, violazione dei diritti, prospettive future. E mentre nei palazzi della capitale maltese si fallivano obiettivi partendo da analisi e pretese incompatibili, a Palermo si provava a ragionare di un futuro possibile e migliore per tutti e tutte.

Il vertice maltese, a cui parteciparono rappresentanti di oltre 60 paesi nonché dirigenti dell’Unhcr e di altre agenzie per la difesa dei diritti umani, era già stato preparato con presupposti sbagliati ed era figlio della non volontà di definire prospettive concrete e praticabili. L’UE nata come “fortezza” prima ancora di trovare una sua definizione geopolitica (la limitazione della circolazione delle persone era un suo presupposto fondativo), si era andata inesorabilmente a scontrare con la realtà. La realtà rappresentata dal fatto che mentre nel continente più opulento del pianeta si reagiva alla crisi economico finanziaria del 2008 con l’austerity che creava sempre più sacche di povertà nei singoli paesi, nelle aree definite con un termine ipocrita “in via di sviluppo” avvenivano mutamenti epocali. Certamente fu un anno cruciale il 2011, definito in Italia con l’acronimo ENA (Emergenza Nord Africa), unicamente per il fatto che le “Primavere arabe” che portarono all’abbattimento dei regimi preesistenti nell’area del Maghreb, non portarono a miglioramenti reali nella qualità della vita delle persone. Paesi come la Libia divennero terreno di una guerra civile ancora in atto, alimentata da potenze regionali e mondiali mentre in paesi come la Tunisia o l’Egitto, la cacciata dei dittatori non permise la realizzazione di diversi modelli di sviluppo. Intanto esplodeva il conflitto in Siria, con un esodo di massa e una catastrofe umanitaria come mai se ne erano avute dalla Seconda guerra mondiale, peggioravano i conflitti in Afghanistan e Iraq, il Corno d’Africa non trovava pace, in America Latina si cominciava a perdere la spinta progressista.

Inevitabile una crescita delle migrazioni, non l’invasione raccontata e ancora persistente nell’immaginario pubblico ma una gestibile crescita degli arrivi via mare, soprattutto verso Italia, Grecia e Spagna, favoriti non dal “permissivismo delle leggi” come si ostinano a dire tutt’ora gli stessi autori delle leggi proibizioniste vigenti, quanto dall’assenza di una visione politica rispetto a quanto andava accadendo.

Sembra di parlare di ere geologiche passate – mentre è in corso una pandemia che verrà ricordata nei secoli a venire – eppure ci ritroviamo a parlare di 10 anni in cui l’UE è stata da un lato capace di definire politiche comuni di respingimento, sia attraverso direttive come la “rimpatri” del 2008 ma resa effettiva nel 2011, o l’utilizzo scellerato di agenzie formate e finanziate con l’unico scopo di “fermare l’immigrazione illegale” come Frontex e via dicendo, dall’altra di lasciare ai singoli Stati la scelta di come e chi accogliere, in osservanza a quell’altro pilastro inamovibile dell’Unione che sembra essere il Regolamento Dublino nelle sue diverse versioni. Italia e Grecia soprattutto possono essere considerate per quegli anni soprattutto ma ancora oggi, cartine di tornasole per definire gli eventi. I governi che si sono susseguiti, dal diverso colore politico, hanno utilizzato certamente toni diversificati, usato strumenti più o meno sofisticati, ma senza prospettiva rivolta al futuro si sono unicamente preoccupati di arginare, di fermare, di respingere.

Dopo la strage del 3 ottobre l’allora governo italiano scelse, con l’operazione “Mare Nostrum” di intervenire ufficialmente in acque prospicienti quelle territoriali della Libia per considerare il salvataggio come valore primario. L’operazione durò meno di un anno. Fattori esterni – l’Italia era per i fuggitivi un paese di transito per poi andare verso altre mete in Europa – e fattori interni, tanto la destra quanto settori del centro sinistra consideravano pericoloso l’esempio italiano, portarono ad interrompere l’operazione e a lasciare il Mediterraneo centrale sguarnito.

Dopo un susseguirsi di naufragi cominciarono ad intervenire in mare le navi delle Ong, presto attaccate come push factor che incrementavano i guadagni dei trafficanti.

Dalla Commissione Europea giunse nel 2015 il “migration act” con il cosiddetto approccio hotspot, ovvero la proposta di concentrare in punti di crisi le persone che arrivavano, separare coloro che avevano diritto d’asilo o di protezione da coloro che andavano respinti (la solita soggettiva e discriminatoria divisione fra “migranti economici” e richiedenti asilo) e poi, in due fasi (novembre 2015 Summit di Malta e marzo 2016 firma degli accordi con la Turchia), il tentativo di pagare i Paesi che si mostravano in grado di fermare le migrazioni forzate. Con la Turchia, complice anche il peso tedesco, si giunse a donare 6 mld di euro al regime di Erdogan senza avere in contraccambio neanche la possibilità reale di veder rispettati i diritti dei profughi, soprattutto siriani, bloccati dal Sultano. A Malta si era invece decretato un vero e proprio fallimento. Le risorse messe a disposizione non permisero neanche ai paesi frontalieri del Maghreb di fare promesse e gran parte del lavoro venne lasciato ai governi dei singoli paesi UE. Ci furono europarlamentari che coraggiosamente nel 2016 presentarono una proposta di riforma del Regolamento Dublino che, per quanto moderata, offriva tracce di possibile mobilità dei richiedenti asilo verso i Paesi in cui avrebbero potuto trovare più facile inserimento. La proposta, approvata dal Parlamento europeo e dalla Commissione venne bloccata in Consiglio d’Europa e non se ne fece più nulla. Intanto si era solidificato un blocco sovranista soprattutto attorno al Gruppo Visegrad, che favorì anche la crescita di forze xenofobe e nazionaliste negli altri paesi UE. Basti pensare che mentre in Grecia cresceva Alba Dorata, in Germania l’Adf, in Spagna Vox, e in Francia il Front National, da noi il partito fino ad allora più portato ad visioni secessioniste si trasformò in una forza nazionale capace di mietere consensi anche nel Meridione al grido di “Prima gli italiani”. Una costruzione artificiale che si è imposta fra gli strati popolari nostrani, con l’idea che “l’immigrato” oltre a mettere a repentaglio sicurezza e identità nazionale, è un “privilegiato”, assistito dallo Stato mentre i concittadini stanno male, venuto a succhiare sangue in un paese dove la coperta è troppo corta per garantire tutte/i. Non la tanto decantata – purtroppo anche a sinistra – guerra fra poveri, ma una vera e propria “guerra contro i poveri” in cui si sono stratificate gerarchie sociali che hanno permesso a pochi di arricchirsi e a tante/i autoctoni e non, di perire.

Le forze della sinistra moderata, ancora incantate dal sogno liberista, in quegli anni hanno inseguito – e in parte continuano – le destre proponendo ricette capaci di coniugare a parole “solidarietà e sicurezza” ma che nei fatti hanno proposto solo e unicamente misure repressive. Restando in ambito di politica internazionale come non pensare agli effetti deleteri del Mou con la Libia firmato dal ministro Minniti e ancora oggi in vigore nonostante le infinite denunce sugli abusi perpetrati in quel paese? Chi ha iniziato l’attacco alle iniziative solidali, ad una accoglienza diffusa che provava a rompere i meccanismi affaristici e di mantenimento in condizioni di subalternità delle persone ricevute? Ma al di là di questo a sinistra è mancata e manca totalmente la capacità di prefigurare un continente europeo diverso da quello in cui viviamo.

Sono infiniti gli esempi: brucia il campo di Moria nell’isola di Lesbos, l’UE ne realizza uno nuovo, vicino, ma non si pone il problema dei 13 mila, in gran parte minori, sfiniti da quelle condizioni di vita.

Accadono negli anni numerosi e vigliacchi episodi di terrorismo di cui spesso sono responsabili cittadini europei di “seconda o terza generazione” che hanno trovato un ruolo e una identità in una radicalizzazione religiosa e si insiste sulla propaganda per cui questo è, come ogni delitto, come ogni furto, il frutto delle migrazioni. Si ha l’ardire di incolpare chi arriva nei paesi in cui viviamo (non li chiamiamo “nostri Paesi”, anche del Covid, anche della crisi economica, anche dell’assenza di politiche abitative, eccetera eccetera.

E in questo derelitto 2020 si delineano scenari egualmente inquietanti, pregiudiziali anche per il futuro. A settembre è stato presentato il New Pact on Migration and Asylum, dalla Commissione Europea. Terrificanti gli elementi di miopia politica e di ipocrisia umana di cui il testo è infarcito.

“Solidarietà” è forse la parola più reiterata nel testo ma poi si parla quasi unicamente di rimpatri, si calcola a priori quale percentuale delle persone che arrivano avranno diritto all’asilo, si ragiona di detenzione in attesa delle risposte delle commissioni incaricate di esprimere una valutazione e poi di spese a iosa per impedire alla fonte ogni partenza. Poco o nulla importa fare i conti con le cause delle migrazioni forzate, o, peggio ancora, di definire una più equanime redistribuzione delle risorse nel pianeta. Poco importa fare i conti con i cambiamenti climatici generati dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse, da modelli di sviluppo ancora fondati sugli idrocarburi, la loro estrazione e i danni che apportano all’ambiente. Guai a parlare di land grabbing con cui ci si è accaparrati almeno 78 milioni di ettari di terreno, soprattutto per sfruttamento agricolo intensivo, soprattutto nel continente africano. Poco importa occuparsi con un piano organico di investimenti dei Paesi e dei popoli soprattutto che più hanno pagato tanto la crisi precedente quanto questa attuale. Il tutto salvo poi lagnarsi se una parte infinitesimale, soprattutto fra la popolazione giovanile, che chiede il diritto a vivere, cerca di entrare a qualunque costo nel nostro “opulento paradiso” che poi è tale soltanto per una fascia ristretta di persone. Cinque anni dopo, sempre partendo da Palermo, siamo tornati ad interrogarci su questi temi, provando tanto a ricostruirne i passaggi quanto a prospettare azioni di rimessa in discussione dei dogmi liberisti che li determinano. Il seminario che si terrà on line venerdì 20 giugno dalle ore 9.00 alle ore 18.00 e che vedrà esperti nei diversi campi confrontarsi, sarà solo un primo passaggio. Adif intende aprire spazi tematici di elaborazione partendo da questo incontro che si potrà seguire sulla pagina fb dell’associazione o direttamente sul sito (www.a-dif.org). Il titolo dell’incontro riassume un po’ il tutto: guerre, immigrazione e diritti nel Mediterraneo, sarà coordinato dal vice presidente di Adif, Prof Fulvio Vassallo Paleologo, e vedrà partecipi nomi di primo piano: giornalisti, attiviste/i, legali, esperti ed esperte delle diverse questioni, dalla militarizzazione delle frontiere all’analisi di quanto accade sia nei Paesi di transito che in Italia e poi in Europa. Il seminario è co promosso anche dall’Anpi e dal Dipartimento di Scienze della formazione dell’Università di Palermo. In allegato il programma con i singoli interventi.

 

Qui la locandina completa

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