Stavolta il popolaccio di Trump ha perso

di Piero
Bernocchi

ma restano decine di milioni di gente spaventevole

Il 13 dicembre 2005 nel carcere statunitense di San Quentin venne ucciso con un’iniezione letale Stanley “Tookie” Williams, che aveva fondato 34 anni prima quella che sarebbe divenuta la più celebre delle bande di strada statunitensi, i Crips. Nel 1979 venne accusato di 4 omicidi, commessi in due rapine. Rinchiuso a San Quentin e condannato a morte, malgrado si fosse sempre dichiarato innocente e avesse chiesto più volte la revisione di un processo in cui l’avvocato d’ufficio aveva fatto ben poco per dimostrarne l’innocenza, ebbe nei 25 anni di detenzione una straordinaria “conversione”, divenendo un apprezzato scrittore, il cui principale impegno fu, per un paio di decenni, il tentativo di dialogare con i “ragazzi di strada” affinché non seguissero le sue orme e abbandonassero le gang. Malgrado il grande apprezzamento negli USA e nel mondo per questa sua attività e nonostante la valanga di appelli di leader politici internazionali e di personaggi celebri a favore della grazia ad un uomo che non aveva più nulla a che fare con il giovane leader dei Crips, Arnold Schwarzenegger, all’epoca governatore della California, rifiutò di graziarlo, malgrado Tookie fosse divenuto un “redento” anche dal punto di vista cristiano, in grado di influire su una parte dei conflitti nei ghetti neri (Tookie era afroamericano), un tale esempio che le autorità USA avrebbero dovuto gloriarsi della “redenzione” come di un loro successo (e così sarebbe accaduto in Europa, indipendentemente dalla pena di morte). E invece venne messo a morte.

Piero Sansonetti, che all’epoca dell’esecuzione era direttore di Liberazione e che mi conosceva da più di 35 anni, mi chiese di scrivere un articolo sul tema, perché una volta gli avevo raccontato come la mia avversione agli Stati Uniti (che mi sono sempre rifiutato di chiamare America, essendo quello un rispettabile continente che va dall’Alaska alla Patagonia o giù di lì) fosse nata, quando avevo 13 anni, in conseguenza di un caso analogo, l’esecuzione di Caryl Chessmann. Effettivamente l’analogia tra le due esecuzioni era assai forte, seppure il caso di Chessmann fu ancora più clamoroso e scosse le coscienze in mezzo mondo, attirando sugli Stati Uniti una forte ondata di riprovazione: e, si parva licet, scuotendo l’animo del sottoscritto adolescente, che di politica non si era mai interessato né aveva alcuna opinione particolare sugli Stati Uniti. Ebbene, nell’articolo intitolato Kennedy o Bush: perché odio gli USA (che si può leggere per esteso nel mio sito www.pierobernochi.it), scrivevo appunto che la mia  avversione nei confronti degli USA nacque il 2 maggio 1960 di fronte ad un caso di analoga ferocia. Quel giorno venne assassinato, dopo una terrificante agonia legale, simile a quella di Tookie, Caryl Chessmann, il cosiddetto ‘bandito della luce rossa’, accusato di aver violentato alcune ragazze illuminandole con una torcia dalla luce rossa. Oltre ad essersi sempre proclamato innocente (le prove erano inconsistenti, la polizia si creò un colpevole, come in tanti casi analoghi), Chessmann era divenuto in carcere un grande esperto di leggi e riuscì a rinviare per 12 anni la sua esecuzione; e nel frattempo aveva scritto libri di enorme successo internazionale, tradotti in un ventina di lingue, sulla barbarie della pena di morte. Nonostante ciò, malgrado una marea di capi di Stato e personaggi celebri avessero chiesto la grazia, il 2 maggio venne assassinato, provocando sdegno nel mondo anche tra ragazzi come me. Sottolineavo che “due cose in particolare mi colpirono: l’80% degli statunitensi volevano la morte di Chessmann e la riconferma della giustezza della pena di morte; e parecchi parenti delle sue presunte vittime parteciparono con piacere alla sua esecuzione”.

Mi sorprendo ancora per quanto un episodio del genere ebbe il potere di farmi giudicare in modo così radicale e definitivo un intero paese, o meglio un’intera popolazione. Arrivai addirittura al punto diosservare da un’altra angolazione quelle che allora erano fonti di divertimento per giovani e meno giovani di mezzo mondo: i film e i fumetti western con cowboys e giubbe blù buoni e indiani/ pellerossa cattivi. Mi resi conto all’improvviso che un olocausto, secondo come ferocia solo a quello degli ebrei, era stato imposto dagli statunitensi a tutto il mondo come oggetto di divertimento. Poi, a fortificare la mia avversione, arrivò la grande politica, la crisi di Cuba, e più avanti il Vietnam, il golpe in Cile e la presa di coscienza del fatto che gli Stati Uniti erano il paese che deteneva il primato delle guerre fatte nel mondo, nonché dei colpi di Stato contro i governi non succubi, le azioni terroristiche, le torture e le eliminazioni di oppositori nei vari paesi che tentavano di svincolarsi dal dominio USA. E malgrado la forte opposizione negli Stati Uniti alla guerra in Vietnam, nonostante la forza e anche la novità culturale e ideologica di una gioventù che nella seconda parte degli anni Sessanta fece scuola a livello mondiale – incentivando la mobilitazione planetaria contro la guerra e facendo da volano ad una universalmente diffusa ribellione giovanile, fino ai Sessantotto mondiali -, ho mantenuto questa idiosincrasia verso gran parte della popolazione statunitense, che vedevo, al di là di posizioni culturali e ideologiche pur diverse, piuttosto unita nella difesa del ruolo dominante e salvifico del loro paese nel mondo. Cosicché, in questi anni non mi sono mai appassionato ai conflitti politico-istituzionali statunitensi, e men che meno agli andamenti delle elezioni presidenziali, sostenendo in genere che tra i due partiti concorrenti ci fosse la stessa differenza che tra Coca Cola e Pepsi Cola. E  casomai, negli anni del movimento no-global mondiale e dei Forum sociali internazionali, mi è capitato di polemizzare con quelle che mi sembravano pericolose illusioni da parte dei nuovi movimenti sociali USA sulla possibilità di utilizzare il Partito Democratico, in particolare durante gli otto anni di presidenza Obama, in chiave democratica, pacifista e di avanzamento della giustizia sociale.

A farmi cambiare decisamente idea, dopo circa 60 anni, sono stati i quattro anni di presidenza dell’orrido, pazzoide e fascistoide (nel senso che si può dare al termine nel Ventunesimo secolo) Donald Trump. E’ incredibile, e ancora non me ne riesco a capacitare, l’impatto mondiale che questo sconcertante figuro ha avuto non solo sugli Stati Uniti ma purtroppo sul mondo intero (producendo una moltitudine di “replicanti”), praticamente da solo, senza avere né una precisa ideologia né una strategia almeno a medio termine, o una sua organizzazione politica relativamente omogenea o consiglieri stabili e fidati, ma improvvisando quotidianamente con le sue decine di “twittacci” giornalieri, fiutando tutti i peggiori umori dell’animo popolare e ingigantendoli e coccolandoli con il massimo di cinismo possibile. Abbiamo assistito per quattro anni, con crescente sconcerto, all’agire senza freni – istituzionali, politici, culturali o morali – di un orripilante, ma sbalorditivamente di successo, one man band, dotato della capacità, senza precedenti almeno nel mondo “occidentale” del dopoguerra, di entrare in sintonia con tutti i più bassi e violenti istinti, fissazioni, nevrosi, barbarie e colossali ignoranze di decine di milioni di statunitensi, dando loro la dignità di discorso politico compiuto, con un potere prometeico esercitato in soli quattro anni sul proprio paese che – se escludiamo i peggiori dittatori del secolo scorso, da Hitler a Stalin, da Franco a Pinochet o Mussolini – non ha precedenti nei paesi del capitalismo “occidentale”.

E dal mio piccolo osservatorio, questi quattro anni di barbarie diffusa da Casa Trump in tutto il mondo, oltre ad avermi fatto necessariamente tifare per la sconfitta sua e del suo popolaccio in queste elezioni presidenziali, mi hanno anche mostrato sotto una nuova luce il popolo statunitense o, per essere più precisi, mi hanno dimostrato l’esistenza concreta e solidificata, almeno per ora, di due Americhe (stavolta uso il tutto per la parte, perché dire “due Stati Uniti” suona male) nettamente diverse e contrapposte, due culture, due morali che si sono delineate, raggrumate e combattute frontalmente in questi quattro anni: e addirittura violentemente, ad un passo da una mini-guerra civile, negli ultimi mesi dopo l’uccisione di George Floyd e il dilagare delle proteste condotte da Black Lives Matter. Contrapposizione frontale generata e ingigantita dalla condotta delinquenziale di Trump nei confronti delle comunità afroamericane e dei migranti che, unitamente alla sciagurata  gestione della Covid-pandemia, mi ha reso impossibile quell’agnosticismo, quel restare neutrali di fronte allo scontro tra le due Americhe, e di converso tra i due schieramenti elettorali, anche per gli effetti che un risultato piuttosto che un altro avrebbe esercitato in gran parte del mondo e di sicuro in Europa. Insomma, almeno per ora ho dovuto archiviare il mio vecchio detto sull’inutilità del sostegno ad una società della Coca Cola contro una società della Pepsi.

Trump, punto di fusione, diffusione e ingigantimento delle peggiori epidemie politiche   

Nell’Introduzione (che si può leggere nel mio sito, già citato) al mio ultimo libro Pandemie virali e contagi politici, sostenevo che tra le nefaste conseguenze della pandemia da Covid 19 c’è stata la sinergia negativa con una serie di epidemie politiche che negli ultimi anni si sono andate diffondendo a livello mondiale, al punto da configurarsi anch’esse come pandemie, non meno micidiali di quella virale sul piano dell’aggravamento delle condizioni sociali, politiche e culturali di larga parte del pianeta. E nel merito specifico di tali epidemie politiche, non è difficile notare come la presidenza di Donald Trump abbia costituito nell’ultimo quadriennio un punto di fusione e di ingigantimento delle più deleterie di esse. Che qui provo ad descrivere.  

1) Trump e il neo-populismo. Certo, l’epidemia neo-populista non è nata con la presidenza Trump, ma altrettanto certamente da essa è stata grandemente potenziata, facendo addirittura della Casa Bianca il faro mondiale e l’epicentro della diffusione mondiale di tale infezione politica, ideologica, culturale e morale. In Pandemie virali e contagi politici ho precisato cosa va inteso, a mio parere, per neo-populismo, termine che indubbiamente si porta dietro storicamente una forte dose di ambiguità. La stessa definizione maggiormente circolante di populismo, e cioè “movimento politico diretto all’esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari” – che peraltro rimanda ad un altro termine multi-uso, e cioè demagogo (“personaggio politico che, lusingando e fomentando le passioni del popolo, se ne serve come strumento di potere”) – potrebbe essere applicato ad esempio anche al movimento socialista e comunista ottocentesco e novecentesco. Pur tuttavia, ritengo che quello che definisco neopopulismo e che ha contagiato negli ultimi anni gran parte dei paesi occidentali, ed europei in particolare, ha caratteristiche piuttosto precise che – in attesa di una espressione magari libera dal peso degli usi passati – rendono il termine comunque fruibile. Questi a mio parere ne sono i  caratteri essenziali. a) L’idea di base è la contrapposizione tra il “popolo” e le élites politiche ed economiche, tra il rapporto carismatico e diretto con il leader-demagogo (che appunto “lusinga le passioni del popolo come strumento di potere”) e la delega alle istituzioni che vengono descritte come globalmente obsolete, corrotte e irrecuperabili per garantire il benessere popolare. Tale assioma di partenza si fonda su un’idea mitica di popolo, che prescinde da classi, ceti, conflitti di interesse, condizioni economiche, differenze ideologiche, culturali, religiose: quando invece nella realtà un popolo può esistere solo se si identifica politicamente e culturalmente con una ideologia, una teoria generale di conduzione della società, un progetto politico ed economico, o una cultura, un credo filosofico o religioso. L’uso demagogico del termine “popolo” punta ad includervi la quasi totalità dei cittadini/e, del tutto indipendentemente dalle condizioni economiche e sociali, dal lavoro svolto, dalla collocazione territoriale, dall’età, dall’ideologia o cultura dei singoli. E nel contempo il termine “élite” è altrettanto indefinito e sfuggente, non va oltre una ristretta “casta” politica ed economica, di cui però si sta bene attenti a non allargare i contorni, per cercare il massimo consenso in ogni direzione. b) Il neo-populismo odierno si fonda non solo sullo sbandierato disprezzo della politica politicante e delle non meglio specificate élites ma anche sulla presunzione, quasi sempre fasulla, di estraneità dalla politica istituzionale e da ogni forma di gestione del potere, istituzionale o economico, da parte dei demagoghi populisti. Se questo è un altro punto dirimente del contagio populista non vi è dubbio che Donald Trump ne sia stato un esaltatore universale e decisamente il più seguito: un miliardario frequentatore e utilizzatore sfacciato di tutti i poteri esistenti, spudoratamente descrittosi come “puttaniere”, che si presenta – e vince – da campione del “popolo”, esente da ogni collusione con il potere e con le élites, e per giunta araldo delle chiese evangeliche e del moralismo puritano USA. c) Una terza caratteristica fondante del neo-populismo è un nazionalismo gretto e sciovinista, sostenuto da squallide figure di “patrioti” esaltati e fanatici, angusto e ostile al riconoscimento dei diritti e dei valori degli altri popoli e paesi, per lo più celato dietro il pudico velo del cosiddetto sovranismo. E’ stata questa la carta principale giocatasi da Trump in questi anni: l’America first, il MAGA, cioè il Make America Great Again, proprio mentre degli USA sputtanava e ridicolizzava quotidianamente nome e istituzioni a livello mondiale, facendo però da potentissimo traino e modello a fior di nazional-sciovinisti alla Bolsonaro, Orban, Salvini e, almeno in una certa fase, Boris Johnson e alla sua Brexit.

2) Trump e il nazional-sciovinismo xenofobo e razzista. Una seconda grande ondata “pandemica” in campo politico, sociale e culturale, a cui Trump ha dato un impulso formidabile, riguarda il combinato tra nazional-sciovinismo e xenofobia/razzismo che ha contagiato mezzo mondo negli ultimi anni. E’ sufficiente guardare ai due principali cavalli di battaglia trumpiani, l’America first e la guerra ai migranti, quelli che gli hanno procurato l’adorazione del suo popolaccio, per dimostrare come il contagio nazional-sciovinista prenda forza e grande presa proprio dalla xenofobia, dal razzismo e dall’ostilità verso gli ultimi, appunto i migranti, da parte dei penultimi e di coloro, buona parte della popolazione, che temono di essere socialmente ed economicamente scavalcati.  All’uso universale del razzismo e della xenofobia nella storia del mondo, finalizzato alla creazione del nemico per compattare sotto di sé strati ingenti di popolazione, si è aggiunto, qui ed ora, un dato specifico, strettamente legato alla profonda crisi economica e sociale che ha investito soprattutto gli Stati Uniti e l’Europa, impoverendo pesantemente ampli settori di salariati e di middle classe. Tale crisi ha creato tutte le più favorevoli condizioni per chi ha inteso usare il conflitto tra stanziali e migranti, tra nazioni ed etnie, giocando la carta mascalzona del nazionalismo sciovinista più egoista e gretto, dei particolarismi, dell’invidia sociale ed economica verso gli ultimi arrivati, del risentimento e della rabbia da indirizzare verso di essi come i più facili capri espiatori. E’ questa operazione politica ed ideologica che, ben più di una per nulla originale piattaforma economica e sociale, ha permesso – oltre ad un uso senza precedenti del complottismo e delle paranoie popolari ingigantiti dai social media – ad un trucibaldo impostore come Trump di accedere alla più rilevante carica politica mondiale; e che ha dato benzina decisiva alla Brexit con il voto massiccio delle Midlands (dove gli unici neri circolanti sono i giocatori delle squadre di calcio), ha ingigantito il potere degli Orban, Kaczynski e simili nei paesi dell’Est dove pure i migranti extra-europei sono pressoché inesistenti; e in Italia ha gonfiato oltre misura le vele della barca leghista, prima che la perdita del governo, ma soprattutto l’arrivo della pandemia, spostassero di obiettivo le paure e le paranoie di massa.

Insomma, razzismo, xenofobia e nazional-sciovinismo sono strumenti potenti al servizio di un odio sociale che, dagli Stati Uniti ai principali paesi europei, ha contagiato larga parte delle popolazioni, sottoposte ad un peggioramento delle proprie condizioni di vita, grazie anche ad un sistematico e velenoso lavorio politico e massmediatico di leader alla Trump che hanno come primo, e spesso unico, elemento programmatico l’ingigantimento di paure, paranoie, odio e rancore di massa.

3) Trump massimo teorico del complottismo e delle paranoie social. Se dovessi classificare queste pandemie politiche, sociali e culturali in base alla loro irrazionalità e distanza abissale dalla realtà-realtà, metterei al primo posto la sbalorditiva diffusione del contagio complottista e delle più fantascientifiche e orrorifiche paranoie social-mediatiche, al cui dilagare nel mondo la Covid-pandemia ha dato un contributo decisivo: e con punte così sconcertanti da far pensare che la razionalità di massa non abbia fatto significativi passi in avanti negli ultimi trenta secoli e che alla fin fine non c’è follia che non possa dilagare se ripetuta ossessivamente e con gli strumenti giusti. Il campione assoluto di complottismo e psico-patologie paranoiche dilaganti nei (e grazie ai) social è stato negli ultimi quattro anni proprio Donald Trump. E la punta dell’iceberg dell’irrazionalità e delle paranoie di massa si è manifestata negli Stati Uniti grazie a quello che oramai viene definito un vero e proprio culto politico-religioso psicopatico che ha contagiato decine di milioni di statunitensi: la fede quasi mistica nella “predicazione” di Q Anonymous (popolarmente abbreviato in QAnon), un misterioso personaggio che, firmandosi così, ha prodotto la teoria fondante il culto e che la ravviva, con il contributo oramai di massa dei “fedeli”, in un Forum online a suo nome. La “bibbia” di questo culto è in poche parole la seguente: Hillary Clinton e Barack Obama sono a capo di una setta di satanisti cannibali e pedofili che gestisce un traffico di bambini/e e li tortura, oltre a mangiarne alcuni/e, per estrarre da essi/e una sostanza (l’adrenocromo) che mantiene giovani; e proprio per restare giovani, un gran numero di divi/e di Hollywood fanno parte della setta. Queste incredibili follie horror hanno avuto però – e questo rende tale pazzesco contagio mentale un fenomeno con rilevanti conseguenze – un risvolto dichiaratamente politico, che, oltre a poter catalizzare tutto il suprematismo e il fascistume USA e diffondersi significativamente anche in Europa e oltre, ha significativamente influenzato queste elezioni presidenziali, portando probabilmente parecchi milioni di voti a Trump. I seguaci di QAnon credono e diffondono quotidianamente nel mondo (con una campagna violenta sui social media mixandola con il negazionismo sul Covid-19 e proponendo movimenti contro la pedofilia) che tutti gli oppositori di Trump farebbero parte di questa setta satanica, pedofila e cannibale, e che in particolare i leader del Partito Democratico USA sarebbero i capi del traffico mondiale di bambini/e.

Questa terrificante propaganda – che ricorda, ma con mezzi più potenti, le pur orripilanti campagne d’antan contro “i comunisti che mangiano bambini” o contro gli ebrei “che fanno sacrifici umani”- ha dalla sua l’uso universale e ubiquo dei social media che fanno arrivare messaggi incessanti ed auto-espandentisi (ognuno/a ci può aggiungere la sua follia) a centinaia di milioni di persone nel pianeta. Trump non solo si è sempre rifiutato di condannare questa ossessiva campagna mediatica ma ha anzi, a più riprese, mandato segnali di incoraggiamento e apprezzamento degli inventori di tali follie, come di tutto il negazionismo no-Covid e no-mask, incoraggiando ogni spinta anti-scientista, denigrando gli esperti sanitari, a partire da Fauci, e ridicolizzando ogni cautela fino a negare qualsivoglia necessità di distanziamento o uso delle mascherine, e dando così un contributo decisivo a consegnare agli USA l’infausto record  (al momento) di 250 mila morti e di oltre 10 milioni di contagiati. Nelle settimane precedenti le elezioni USA, il grosso della stampa statunitense, dopo un paio di anni di sottovalutazione del fenomeno (esploso nel 2018 con il primo diffondersi significativo dei messaggi di QAnon), ha moltiplicato le inchieste nel paese, raccogliendo agghiaccianti testimonianze che sembrano uscite dalla più cupa notte dei tempi. Come quella di due donne della contea di Ozaukee (stato del Wisconsin), che avrebbero scoperto una cabala, un movimento esoterico ebraico, dedita alla costruzione di una vastissima rete di tunnel sotto l’intero territorio statunitense per rapire, violentare e torturate bambini/e e bere il loro sangue; oppure la convinzione di una donna intervistata a Kenosha (città a nord di Chicago) che ha, nella massima serietà, fornito al cronista notizie “certissime” sul piano dei Democratici di far intervenire le truppe dell’ONU per annullare le elezioni ed impedire a Trump di vincere; o le due negozianti texane che spiegavano alla giornalista che avrebbero votato Trump per fermare la setta dei satanisti e per permettere al pazzoide di poter continuare (come loro sostenevano che avesse fatto negli ultimi mesi) ad arrestare e giustiziare molti membri di tale setta e delle cabale collegate, ivi comprese la Clinton e attori famosi che, seppure uccisi, sarebbero stati rapidamente sostituiti dai Democratici con i loro sosia. E che comunque, nel caso Biden avesse potuto vincere – così una delle due concludeva drammaticamente l’intervista – “il mondo sarebbe fondamentalmente finito. Io proverei a lasciare il paese, ma se non fosse possibile, prenderei il mio bambino, mi siederei nel garage, accenderei la macchina e la farei finita”. Speriamo che, nel caso, abbia almeno risparmiato la povera creatura!

Si potrebbe provare a sminuire la portata di questo folle complottismo – e in particolare del ruolo luciferino del pazzoide che per quattro anni ha occupato la Casa Bianca e monopolizzato il dibattito pubblico statunitense – , ricordando come nella storia dell’umanità deliri del genere siano circolati a livello di massa in tutte le epoche e a tutte le latitudini, e che in particolare gli Stati Uniti, per la propria particolare storia religiosa e culturale, sono stati sempre piuttosto esposti all’influenza delle sette, dei culti e delle teorie pseudo-religiose più inverosimili. Se non ci fossero però tre elementi che rendono a mio parere il processo senza precedenti e assai preoccupante. a) Il contagio complottista , grazie soprattutto al ruolo strabordante di Trump, si è diffuso in Europa con una certa velocità. Chi ha visto alcuni video degli ultimi mesi di manifestazioni negazioniste no-Covid, no-vax e no-mask, avrà potuto notato che negli striscioni e nei cartelli comparivano numerose Q simbolo del culto QAnon; i numeri erano, ben lontani da quelli statunitensi, però, come insegna la pandemia sanitaria, anche il contagio ideologico paranoico e complottardo può accelerare rapidamente e andar ben oltre i livelli attuali. b) La potenza dei social media è incomparabile con quella di qualsiasi mezzo informativo e comunicativo pre-esistente. Goebbels, che pure viene citato universalmente come massimo manipolatore di masse e potenziatore sommo del nazismo per via comunicativa, aveva a disposizione solo la radio e qualche filmino propagandistico, mezzi infinitamente più deboli degli attuali social che consentono ad ognuno/a di amplificare a dismisura il messaggio paranoico-complottista di partenza. c) Infine, l’effetto più drammatico é l’assoluta incomunicabilità con queste folli “bolle” social-mediatiche da parte di coloro che mantengono i contatti con la realtà, ma che appaiono impossibilitati ad intervenire in questo universo di fantasie. Come sottolinea Whitney Phillips, docente dell’Università di Syracuse (stato di New York), “sugli elettori di destra il complottiamo crea un effetto scudo che li rende invulnerabili a qualsiasi October Surprise, come si chiamano le rivelazioni scandalistiche che fino a ieri avevano il potere di sconvolgere all’ultimo momento una campagna elettorale presidenziale (n.d.a. basti pensare alla campagna orchestrata in extremis contro Clinton 4 anni fa). Qualsiasi cosa esca a riguardo di Trump verrebbe considerata come una cospirazione diabolica per abbatterlo e non verrebbe ascoltata…Il meccanismo che fa funzionare una democrazia, vale a dire gli aggiustamenti razionali che facciamo tutti in base alle notizie che riceviamo, si è inceppato e non funziona più. Questa è gente che vive su un pianeta differente. Non puoi avere una democrazia funzionante quando la gente non  condivide nemmeno più lo stesso sistema solare”.

E Phillips non parla anche di noi e per noi fabula narratur. Basti pensare alla campagna trionfale di Salvini, prima del clamoroso autogol del Papeete (quando veleggiava su un 34% di consensi in tutti i sondaggi), fondata non solo sull’odio contro ogni “diversità” ma su dati spudoratamente falsi a proposito dell’”invasione dei migranti” o del “dilagare della criminalità”, a cui era maledettamente difficile replicare con razionalità, data l’impermeabilità – così come per i seguaci di Trump – dei fan salviniani ad ogni argomento fattuale e il loro trasferimento in una “bolla” ideologica impenetrabile. Certo, non è per niente scontato che la cacciata di Trump dalla Casa Bianca possa attenuare in maniera significativa questa micidiale pandemia politico-culturale e morale, tanto più che allo sciagurato resta, almeno sulla carta, un patrimonio impressionante di quasi 73 milioni di elettori/trici. Però, che dal luogo di massimo potere politico al mondo sia stato espulso un tale amplificatore di contagio è senz’altro una buona notizia.

Ossessioni, odii e furori del popolaccio trumpiano

Premetto che, come ho già fatto nell’ultimo biennio per il popolaccio seguace di Salvini, uso questo termine sia per deridere la pretesa dei demagoghi fascistoidi di parlare a nome del “popolo”; sia per mettere in guardia sull’utilizzo della categoria di “popolo” come potenza omogenea e compatta, una sorta di forza della Natura virtuosa e orientata verso il Bene e la Giustizia: operazione che annulla strumentalmente le concrete differenze in termini di classi e ceti sociali, conflitti di interesse, condizioni economiche, ma anche di orientamenti ideologici, culturali, religiosi, morali. In verità, nelle società reali esiste una moltitudine di “popoli”, le cui identità si creano e si compattano di tanto in tanto intorno ad una ideologia, ad una teoria o strategia di gestione della società, a progetti politici ed economici, a volte a carattere palingenetico, altre volte di breve-media durata, e altrettanto spesso intorno ad ostilità, avversioni, idiosincrasie, o vere e proprie ossessioni o psicopatologie del genere QAnon. Raramente questi “popoli” si addensano in un unico Grande Popolo dotato di una sua effettiva omogeneità di pensiero e di azione, di un comune sentire, di uno spirito collettivo unificante: e nel recente passato è accaduto più spesso al seguito di imprese foriere di catastrofi sociali e umane, come con i “popoli” hitleriani, staliniani o mussoliniani. Ma in genere queste “condensazioni” in un unicum di pensiero e di azione sono provvisorie e si disgregano con il mutare delle situazioni ambientali socio-politiche: per lo più, nella realtà “normale” coesistono popoli diversi e sovente conflittuali. Il che consente ad ognuno/a di noi di dare su di essi giudizi di valore, a volte suffragati da dati e prove concrete, a volte unilaterali e finanche manichei o settari: e dare giudizi di valore sui vari “popoli” è appunto l’operazione ideologica, politica e culturale che faccio da un po’ di tempo, definendo con il termine spregiativo popolaccio i “popoli” seguaci di Trump, o Salvini, Bolsonaro o Orban.

Ora, quello che si è palesato in questi quattro anni di trumpismo dilagante è la formazione negli Stati Uniti di due “popoli”, nell’immediato focalizzati e identificati nell’essere pro o contro la strabordante figura di Donald Trump, ma portatori in effetti di tali e tante differenze in termini politici, culturali e morali da far pensare a due Nazioni diverse conviventi nello stesso territorio USA. Assai probabilmente questa condensazione in due schieramenti contrapposti era in formazione da tempo: ma mi pare fuor di dubbio che Trump abbia fatto da cartina di tornasole e anche da “addensante” di un mondo, fideistico fino alla cecità totale, a suo favore e di un altro irriducibilmente contrapposto, con una tale reciproca ostilità da richiamare alla memoria addirittura una sorta di ritorno al drammatico passato dei due opposti universi umani che si scontrarono nella Guerra di Secessione. E nel mio tentativo di lettura dell’universo trumpiano, delle sue avversioni, odii e ossessioni, il lettore/trice, legato alle classiche analisi “di classe” secondo le quali ci si schiera con questa o quella forza politica o sociale in base ai propri interessi economici, non troverà soddisfacenti risposte allineate alla visione classista tradizionale. Troverà anzi una lettura che finirà per definire interclassista, cioè un modo di vedere che privilegia altri fattori extra-economici (pur non ignorando questi ultimi), nella collocazione di decine di milioni di statunitensi nelle due contrapposte “nazioni”. D’altra parte, non sono stati entrambi interclassisti i due schieramenti elettorali, come già, qui da noi in Europa, si è verificato per il popolaccio salviniano o per quello di Le Pen o di Orban? Mentre nelle Presidenziali del 2016 si poté sostenere (ma anche allora con una vistosa forzatura, visto che in fin dei conti Clinton ottenne ben 3 milioni in più di voti “popolari”) che Trump aveva raccolto una buona parte del voto classicamente di “sinistra”, avendo portato dalla sua il forgotten man, l’uomo “dimenticato” degli Stati dell’interno e del Sud USA, il proletario, il contadino e l’”uomo qualunque” ignorato o trascurato dall’elitismo del Partito Democratico obamiano (e tanto più da un personaggio sgradevolmente aristocratico e altezzoso come Hillary Clinton), stavolta le classi e i ceti sociali, le professioni, le fasce di reddito, le etnie, le stesse religioni e le sette, si sono, con pochissime eccezioni (ad esempio gli afroamericani, in larga maggioranza a favore di Biden), quasi equamente divise e Biden ha vinto in vari distretti operai e Stati del Sud ove Clinton aveva ricevuto sonore legnate quattro anni fa, e non solo sulle due coste (dove pure vive un centinaio di milioni di persone  di tutti i ceti e condizioni economiche) ma pure in Stati dell’interno (quelli in genere identificati con l’”uomo dimenticato”) come la Georgia, il Michigan e il Nevada. La divisione è passata tra i grandi capitalisti (i Big Data californiani in prevalenza con Biden, petrolieri, produttori di armi e tycoon del capitalismo “tradizionale” con Trump), come  tra la middle class, nelle zone industriali (dove, a differenza del 2016 c’è stata anzi una certa prevalenza del voto per il Partito Democratico), in quelle agricole, tra i latinos (a favore di Trump in Florida ma con Biden in California e Arizona) e persino in quei settori determinanti che sono le fedi religiose organizzate, con i cattolici che si sono divisi sorprendentemente (quelli di origine WASP, bianchi, hanno votano in maggioranza il vistosamente a-religioso Trump invece che il cattolicissimo Biden; mentre i cattolici latinos, Florida a parte, hanno votato massicciamente per Biden); unica eccezione in questo campo, gli evangelici  schierati compattamente per Trump, malgrado la assai discutibile – per un religioso – condotta personale e morale. In più, numerosi studi di questi giorni dicono che gli elettori/trici di Trump guadagnano più di quelli di Biden, è più difficile che siano disoccupati o abbiano lavori part-time e precari, mentre un’inchiesta dell’Associated Press in Michigan segnala che in quello Stato chi guadagna meno di 50 mila dollari l’anno ha votato più per Biden e per Trump chi ne guadagna di più.

Insomma, pur non sottovalutando il peso dei fattori economici nell’orientamento elettorale, ritengo che la figura di Trump abbia provocato una polarizzazione del voto come non mai, oltre alla più massiccia partecipazione di tutti i tempi (quasi 160 milioni di votanti, il 67%: e anche se 120 anni fa, nel 1900, la partecipazione fu del 73%, il confronto non ha valore perché in quel caso la “platea” ammessa a votare fu assai più ristretta), ma che essa sia dovuta più a fattori di stampo ideologico, culturale, morale, religioso, oltre che, con un martellamento incessante (vedi la parabola di QAnon), a elementi di paure e ossessioni di massa, che hanno le loro radici addirittura nel processo di formazione e fondazione degli Stati Uniti. Provo a esaminarne i principali.

1) Il mito dell’America First. Non ci dovrebbero essere molti dubbi sul fatto che la prima e più importante carta giocata da Trump, fin dalla campagna elettorale per le Primarie repubblicane del 2016, sia stata la volontà di riaffermare la supremazia degli Stati Uniti e l’impellente necessità del MAGA (Make America Great Again), del fare di nuovo grande l’America (assegnata in toto agli statunitensi), peraltro come se gli USA questa supremazia mondiale l’avessero persa o fossero diventati negli otto anni di presidenza Obama d’improvviso piccola cosa. In realtà Trump sapeva bene, sventolando quelle bandiere, quale nazional-sciovinismo stesse stuzzicando e a quali parti del popolo statunitense in particolare si rivolgeva. Il riferimento occulto, e mai esplicitato all’inizio, di Trump è stato il suprematismo bianco, orientamento già ampiamente diffuso, e amplificato dagli otto anni di presidenza di Obama, in vasti settori popolari, al di là delle differenze economiche. Tendenza affondante le radici nell’individualismo anarcoide delle moltitudini di emarginati e di sradicati europei che, in cerca della Terra Promessa e convinti di avere un Dio in sostegno, si appropriarono – eliminando spietatamente le popolazioni indigene e praticando il rapimento barbarico in Africa di decine di milioni di esseri umani schiavizzati – di un vastissimo territorio, di cui la parte pubblico-statale faticò assai, e per secoli, a prendere davvero le redini. Dal nazionalismo solleticato e amplificato in questi anni da Trump è stata espunta la principale caratteristica del globalismo delle precedenti Amministrazioni e di tutti i presidenti da Roosevelt in poi, che assegnavano agli Stati Uniti il diritto e il dovere di portare e imporre la propria civiltà al mondo intero, e con tutti i mezzi possibili. L’attuale nazionalismo bianco, che Trump ha valorizzato al massimo, ha le radici, appunto, nei primi pionieri e nei coloni conquistatori dell’altrui territorio, ed è un ben diverso impasto rispetto al globalismo dei Clinton o degli Obama. E’ in genere molto poco interessato alle sorti di Europa o Asia e non vuole spendere valanghe di soldi delle proprie tasse o migliaia di vite umane dei propri soldati per esportare l’American Way of Live.

Oltretutto, a differenza della volontà di leadership nel mondo che aveva guidato in questi decenni le élites del potere USA, questo neo-suprematismo è fortemente condizionato non solo dalla sciocca presunzione di chi pensa di aver ricevuto in dono dal proprio Dio, in quanto Popolo Eletto, gli Stati Uniti come Terra Promessa e senza eguali; ma anche da una colossale ignoranza generale e, nello specifico, di tutto ciò che travalica gli Stati Uniti o comunque l’America del Nord e i suoi addentellati. La micidiale ignoranza e incultura, in cui sono sprofondate decine di milioni di statunitensi, è stata sempre sottovalutata in Europa e segnatamente in Italia dove l’influenza della miglior cultura statunitense, e in particolare del cinema e della musica, ha mascherato quasi sempre gli abissi di sottosviluppo e miseria culturale e intellettuale, più che di miseria materiale, in cui ancor oggi si dibatte larga parte della popolazione americana. I due terzi della popolazione USA (così almeno dicono i test più credibili) non sono in grado di dire con precisione dove si trovino ad esempio il Belgio o l’Olanda, o la Nigeria o le Filippine, o quanti sono (almeno come ordine di grandezza) gli Stati europei o africani, o indicare almeno cinque o sei capitali di Stati europei o asiatici; e tanto meno sanno qualcosa di significativo sulla storia dei paesi extra-americani, mentre al più hanno una qualche conoscenza generica per quel che riguarda il Centro o Sudamerica, e molti di loro non hanno neanche un grande interesse verso gli Stati della propria Federazione, a meno che non siano confinanti. E la cosa non riguarda affatto solo, e neanche soprattutto, i settori più poveri ma coinvolge, almeno alla pari, vasti settori di middle class o di ceti benestanti. Quando andai per la prima volta negli Stati Uniti alla fine degli anni’70, programmando un viaggio di alcuni mesi che prevedeva l’attraversamento (con il mitico Greyhound o in autostop o recapitando auto da una costa all’altra) di una trentina di Stati, da New York alla California, passai alcuni giorni con un mio ramo familiare che vive da decenni nel New Jersey. Ebbene, in sintonia con le loro conoscenze, agiate economicamente quanto loro, erano sbalorditi per il fatto che io, venendo dall’Italia, volessi visitare una trentina di Stati facendomi più di 10 mila km da Est a Ovest e viceversa, piuttosto che prendermi un aereo per andare solo dove a loro avviso valeva la pena di andare (e dove peraltro loro stessi non erano mai stati, in attesa di farlo da pensionati), e cioè le spiagge della California o della Florida, e al più Las Vegas, perché tutto il resto non meritava un viaggio così faticoso. E in quel viaggio, mi sorpresero, più che la miseria economica pur diffusa in alcuni territori, i livelli di profonda rozzezza, ignoranza e isolamento mentale riscontrate in vaste zone impreviste: sorpresa poi confermata in vari altri viaggi successivi, al punto da farmi capire la parte di verità nascosta in un vecchio e apparentemente paradossale aforisma della sinistra radicale USA secondo cui gli Stati Uniti sarebbero il paese del terzo Mondo più ricco e potente del pianeta.

2) Razzismo/xenofobia e antistatalismo: altre chiavi del successo di Trump. Ora, paradossi a parte, è indubbio che il suprematismo bianco si nutre di profonda ignoranza, incultura e isolamento, più che di miseria materiale: fattori che in questi anni hanno ingigantito l’odio e l’avversione per una sinistra che, per decine di milioni di statunitensi, aspirerebbe con i suoi Sanders e le sue Ocasio Cortez  al “socialismo” e ad un collettivismo simil-sovietico, cubano o venezuelano. Per questo, il nazionalismo suprematista bianco non è interessato alle conquiste oltremare ma vuole riconquistare il proprio territorio che ritiene usurpato da globalisti, socialisti, comunisti, ecologisti, femministe, movimentisti e Antifa (tutti in un mazzo), che avrebbero favorito per tanti anni l’ascesa sociale di etnie non-bianche, afroamericani in testa, ma anche di ispanici/latini e asiatici, cinesi in primis. Trump ha colto la prorompente crescita del sentimento – analogo a quello dominante negli ultimi anni in parecchi paesi europei e segnatamente in Italia – di chi si sente scavalcato dall’ultimo o penultimo arrivato, e ritiene che lo Stato o le élites mondialiste favoriscano i nuovi arrivati e le etnie fino a ieri tenute nei bassifondi sociali, rispetto ai white americans. Trump ha picchiato duro sul tema, non solo aprendo una guerra, a parole e nei fatti, contro gli afroamericani soprattutto dopo l’uccisione di George Floyd e il dilagare delle proteste di BLM, ma addirittura inventandosi di sana pianta “l’invasione latina” e lanciando la folle idea di una neo-“Muraglia cinese”, finalizzata a bloccare gli ingressi dal Messico. Se non si ragiona in termini di lotta sociale per non essere scavalcati, nella produzione e nei servizi sociali, dai migranti, non si capisce come mai decine di milioni di persone di un paese costituito al 99% di immigrati/e abbiano potuto prendere sul serio, e sostenere, un progetto talmente demenziale, quando peraltro l’interesse dell’apparato produttivo negli Stati più a ridosso del Messico, del Centro-America e dei Caraibi è di avere tanta manodopera a buon mercato da quei paesi, che vada a riempire i buchi lasciati dai white americans che preferiscono il sussidio di disoccupazione a lavori ingrati o troppo faticosi.

E altra benzina per accendere ulteriormente le ossessione dei seguaci del White Power è stata versata negli ultimi mesi non solo dalle rivolte contro la violenza poliziesca, ma anche dalla massiccia campagna woke (risvegliato, riferito ad una subitanea consapevolezza delle ingiustizie sociali ma soprattutto razziali), che ha dilagato negli ultimi tempi in sintonia con la protesta di BLM, ma che affonda le radici in un orientamento della sinistra radicale e dei movimenti studenteschi e universitari che hanno cercato di bandire dalle università, dai luoghi di cultura, dagli spettacoli e dalle arti – spesso con estremizzazioni controproducenti e dannose anche per le giuste cause sostenute qui ed oggi – una valanga di personalità di ogni epoca, autorevoli culturalmente e artisticamente, e storicamente riconosciute, a cui fosse possibile imputare, a distanza di secoli e a volte di decine di secoli, alcune di quelle tare ideologiche che oggi appartengono al politicamente scorretto ma che nelle rispettive epoche erano opinioni comuni, unanimi e assodate  ( tipo voler eliminare dagli studi universitari Aristotele o Platone, in quanto razzisti, schiavisti e misogini, forse ignorando su cosa si fondasse la “democrazia ateniese” e greca dell’epoca). Trump ha usato a piene mani non solo le estremizzazioni del politically correct trasferito su epoche lontanissime, ma pure la riduzione, da parte di molta sinistra radicale, di tutta la storia statunitense ad una lunga sequenza di massacri, guerre, rapine, orrori schiavistici e razziali certo indiscutibili, ma accompagnata dalla cancellazione di tutto il resto della American way of life, come se il grande  successo nel mondo degli Stati Uniti, almeno negli ultimi settanta anni, fosse stato il frutto solo di violenze e rapine. Sulla reazione agli eccessi del woke e del politically correct, nonché della distruzione senza sfumature del “modello americano”, Trump ha giocato in maniera martellante, giustificando proprio  su questo piano la volontà di rifare “great again” la White America, orgogliosa delle proprie tradizioni e della propria storia, guerre (almeno quelle vinte) comprese.

L’uso dello sciovinismo bianco in funzione anti-migranti e contro i denigratori della storia USA si è intrecciato con un’altra espressione del desiderato ritorno alle origini, alla America dei pionieri e dell’individualismo anarcoide e senza leggi, colonizzatore e proprietario. Trump ha giocato la sua terza carta decisiva ridestando e amplificando l’anti-statalismo dei pionieri, mai davvero cancellato dall’animo di decine di milioni di statunitensi. Può sembrare incredibile che ci sia riuscito un ricco imbroglione, buffonesco, intrallazzatore, ex-amico dei Clinton dai quali aveva ricevuto vari favori e ottimo frequentatore di boschi e sottoboschi istituzionali ad ogni livello. Eppure,Trump ha saputo riaccendere e amplificare il desiderio diffuso di non avere lo Stato tra i piedi, quel sentimento iper-individualista che porta il white american a pretendere di poter usare tutte le armi da fuoco a proprio piacimento, di farsi giustizia da solo se necessario, e addirittura di non volere una Sanità pubblica statale davvero funzionante e popolare, preferendo pagarsi un’assicurazione che alle brutte lascia il cittadino in braghe di tela e che genera più burocrazia e sprechi di quanto ne faccia, ad esempio, l’efficiente sanità pubblica canadese, ove poi vanno tutti gli statunitensi che l’hanno a portata di mano e che vogliono essere curati sul serio. Su questo substrato antistatalista, Trump ha costruito una sbalorditiva opera di ridicolizzazione dell’intera architettura istituzionale, scavalcando la storica divisione dei poteri negli Stati Uniti, cercando di disgregare strutture storiche secolari, licenziando chiunque non fosse allineato al suo zigzagare politico, negli affari interni e internazionali, facendosi beffe di regole consolidate, di leggi e procedure. Fino all’incredibile partitura, preparata con largo anticipo, dei presunti brogli elettorali e del rifiuto di accettare la sconfitta, incurante di quanto costi al prestigio USA l’ossessiva tesi, diffusa da chi ne è stato presidente per quattro anni, secondo la quale l’intero apparato istituzionale truccherebbe in maniera grossolana addirittura il momento culmine della propria storia politico-istituzionale: l’elezione del presidente della Repubblica (nelle ultime ore, però, Trump sembrerebbe rassegnato a prendere atto della realtà, al punto, hanno commentato gli spietati social, da aver smesso di tingersi i capelli in quel clownesco giallo-arancio e optato, nella sua uscita pubblica del 13 novembre, per un grigio argentato più consono alla sua nuova veste di Grande Oppositore).

Data la dirompenza di un tale comportamento, la guerra personale alle istituzioni nazionali è stata giustificata da Trump rispolverando una vecchia teoria complottista, radicata nelle convinzioni dei trumpiani ma anche di settori più ampi della società statunitense: la teoria del Deep State, cioè di uno Stato profondo e occulto, che sarebbe il vero potere nascosto che piloterebbe le istituzioni, le economie e le politiche sociali degli Stati Uniti, una specie di grande Spectre che avrebbe fin dall’inizio contrastato i tentativi di Trump di gestire il paese secondo i propri orientamenti e volontà. Seppure questa idea di poteri occulti che dominano il mondo, usando i governanti formali come marionette, sia un’idea universale, diffusa, credo, in ogni epoca storica e angolo del pianeta ed oggi in ambienti sociali indifferentemente di “destra” o di “sinistra”, il taglio paranoico-ossessivo datole da Trump, che va ben oltre l’ovvia considerazione di una diffusa opacità globale di alcuni poteri e di alcuni potenti, ha trovato terreno fertilissimo in un mondo statunitense fondato da uomini e donne in larghissima parte in fuga dai propri paesi europei in quanto emarginati, sradicati e sovente in rotta con le istituzioni e le leggi locali, nonché in larga misura seguaci di sette  e comunità religiose soggette a persecuzioni o pesanti ostilità nei paesi d’origine. Cosicché, decine di milioni di cittadini/e, quand’anche non siano arrivati agli eccessi demenziali di QAnon convincendosi di vivere in un paese dominato e gestito da una banda di satanisti, cannibali, pedofili e massacratori di fanciulli/e, hanno comunque preso maledettamente sul serio la tesi del Deep State, giustificando di conseguenza qualsiasi sputtanamento trumpiano  della “sacralità” delle  istituzioni-pilastro degli Stati Uniti: fino ad arrivare a manifestare, anche armi alla mano, perché venissero annullati i risultati delle elezioni (giudicate dai mass media di qualsiasi orientamento le più regolari e trasparenti di sempre, al punto da interrompere il discorso televisivo di Trump di denuncia dei presunti brogli, dichiarandone la falsità) per dare d’ufficio la vittoria al loro idolo.     

3) Trump maschio dominante e paradossale campione del puritanesimo USA. Il quarto elemento che, a mio parere, ha consentito a Trump di ricevere , malgrado i vari disastri politici nel quadriennio e soprattutto la catastrofica gestione della pandemia, addirittura 10 milioni di voti in più della precedente elezione (stavolta hanno votato per Trump circa 73 milioni di statunitensi, mentre nel 2016 furono 63 milioni, e Clinton ne prese 3 milioni in più) è forse il più paradossale e sconcertante. Malgrado tutte le caratteristiche umane e morali di una sorta di prototipo umano del Maschio Alfa dominante tra gli scimpanzé, anti-femminista per eccellenza, uno che si è vantato pubblicamente di usare le donne “afferrandole per la vagina” e orgoglioso della sua fama di “puttaniere internazionale”, bugiardo incallito e seriale su ogni piano, affarista imbroglione e bancarottiere, Trump ha ricevuto il consenso elettorale della maggioranza delle donne bianche (il 56%, che sale al 60% tra le non laureate, mentre a Biden è andato il 43%) e la grande maggioranza dei voti dei/delle seguaci delle chiese evangeliche, che lo avevano già sostenuto nel 2016. Però, il paradosso è solo apparente perché in realtà, anche nel campo dei conflitti di genere, degli orientamenti sessuali, del femminismo, interiezionale o meno, delle rivendicazioni e lotte LGBT e delle ripercussioni di tali temi sull’intera popolazione USA, Trump ha fiutato il sentire diffuso di un vastissimo mondo, più o meno sommerso e silenzioso pubblicamente, che è ben lontano dalle convinzioni dominanti nelle popolazioni degli Stati e delle metropoli più progressisti (California o Oregon, Massachussets o Vermont, New York o Boston, Los Angeles o San Francisco, Seattle o Chicago. Il tycoon ha, per esempio, saputo ben intercettare e rappresentare il profondo anti-femminismo, in tutte le sue articolazioni e sfumature, presente nella maggioranza delle donne bianche statunitensi, poco considerato in Europa e in Italia a causa della storica preponderanza mediatica internazionale del femminismo USA (ampliatasi ulteriormente con il femminismo intersezionale e il transfemminismo) e in particolare con la campagna mondiale, di impatto enorme, del Me Too. In realtà, proprio laddove è nato e si è massimamente sviluppato il femminismo moderno, altrettanto fortemente si è diffusa tra una moltitudine di donne (in grande prevalenza bianche) la reazione, spesso radicale, ad esso. A cui va aggiunta la pesante influenza religiosa a favore della famiglia tradizionale, sul rapporto uomo-donna, sull’ostilità all’aborto e tanto più all’”utero in affitto”. E in ultimo, ma non in ordine di importanza, il conflitto tra i due mondi si è acuito massicciamente – molto al di là dell’apparente accettazione, amplificata dall’universo liberal dello spettacolo e delle arti, dei colossi televisivi, massmediatici e dei Big Data, da Internet e dai social, dalla borghesia ricca e cosmopolita  dei grandi centri urbani delle due coste – di fronte alla liberalizzazione dei matrimoni, delle famiglie dello stesso sesso e della “filiazione con affitto”, e alla diffusione delle teorie queer, che hanno messo in discussione l’esistenza naturale e biologica di due sessi, sostenendo che l’identità di genere sia in realtà una costruzione culturale.

Certo, può sembrare incomprensibile che la maggioranza delle donne bianche, in generale, e la maggioranza dei cattolici e degli evangelici bianchi, uomini o donne, abbiano preso come proprio campione – per combattere il superamento della famiglia e del matrimonio tradizionali, l’aborto, l’”utero in affitto”, le teorie queer e le tesi dell’indefinitezza biologica dei generi – un personaggio del tutto estraneo, e fino a ieri cinicamente indifferente, a tali rilevanti tematiche. Ma potremmo dire, parafrasando un vecchio aforisma proveniente dal principale paese competitor degli Stati Uniti, che questo schieramento conservatore e per lo più reazionario ha sposato la logica del “non importa se il gatto è bianco o nero, finché catturerà i topi sarà un buon gatto (da una scritta di Deng Xiaoping su un suo quadro di Chen Liantao ‘I due gatti’). Cioè, visto che dei due contendenti uno è troppo condizionato dal mondo liberal dei diritti civili integrali in queste materie, va sostenuto il “gatto” disponibile e fare in modo che neutralizzi i “topi” che tanto fanno paura al puritanesimo e al tradizionalismo conservatore e reazionario degli Stati Uniti.

Biden, i neo-socialdemocratici e i movimenti sociali

A differenza di quanto accadde quattro anni fa, Biden è riuscito a fare ciò che a Hillary Clinton non riuscì, e cioè a realizzare la massima unità possibile dell’area progressista, dell’intero  Partito Democratico e della sua componente neo- socialdemocratica (i Sanders e le Ocasio Cortez, per i quali il termine “socialista” è improprio), nonché di gran parte dei movimenti sociali, giovanili o meno. La differenza tra le due situazioni l’ha fatta solo in parte il differente impatto delle due personalità – l’aristocraticismo spocchioso, snob e fastidioso di un personaggio come Hillary Clinton, identificato con il massimo di elitismo possibile, oltre che gravata del peso della “dinastia” del marito, di contro alla figura dimessa e quasi incolore di un Biden, assai provato dalle tragedie della propria vita familiare – ma assai di più la verifica fatta sul campo di quale calamità naturale fosse l’amministrazione Trump. Se nel 2016 lo scontro tra Clinton e Sanders andò ben oltre la conclusione delle Primarie e contribuì in maniera determinante, certo con vari altri fattori (tra cui la divulgazione in extremis di irrilevanti mail private, montate abilmente), alla vittoria di Trump, a causa del vistoso disimpegno di Sanders e della componente neo-socialdemocratica, stavolta la ripetizione di quello schema non sarebbe stata tollerata dal popolo anti-trumpiano, spingendo Sanders al ritiro tempestivo dalle Primarie e poi convincendo la componente neo-socialdemocratica e quella più radicale a ritirarsi dalle prime file della scena elettorale, pur continuando a lavorare alacremente per portare milioni di giovani e meno giovani al voto. Piccolo inciso: credo che la sinistra del Partito Democratico incarni effettivamente una decente neo-socialdemocrazia, che ripropone temi e piattaforme che fecero a suo tempo le fortune di quella europea post-Seconda guerra mondiale, con in più un’accentuata attenzione ad una vasta gamma di diritti civili inalienabili, temi ambientalisti, pacifisti e anti-razzisti. Credo altresì che, al contrario di quanto affermano correnti dogmatiche e veterocomuniste, in un paese come gli Stati Uniti (e non solo) ci sarebbe, eccome, spazio per una coerente politica neo-socialdemocratica e neokeynesiana, tanto più che da sempre ritengo il capitalismo di Stato più efficace del capitalismo privato/individuale/familiare, tendenzialmente anarcoide e incapace di padroneggiare le fasi di profonda crisi economica, sociale e tanto più epidemica. Solo che si commetterebbe un grave errore se si pensasse che Biden, per quelli che sono attualmente gli equilibri nel paese e nel PD statunitense, voglia e sia davvero in grado di praticare una svolta coerentemente socialdemocratica nella politica del proprio paese. E questo non già perché l’alternativa – come recitano i dogmi di cui sopra – sarebbe tra “socialismo o barbarie” ma perché le componenti liberal-liberiste nel paese e anche nel Partito Democratico sono ancora maggioritarie.

Insomma, il voto anti-Trump non è stato un voto ad orientamento “socialista”, per quanto morbido lo si voglia intendere, ma soprattutto un voto contro Trump, di avversione e ripudio degli eccessi fascistoidi e ultra-autoritari di uno sconcertante personaggio, le cui caratteristiche distintive, oltre ad una evidente instabilità mentale, ad un narcisismo e un solipsismo senza precedenti a livelli presidenziali, si sono rivelate essere il disprezzo e l’ostilità verso lo stato di diritto, le leggi e le regole della democrazia liberale e i tentativi di cancellare il sistema di bilanciamento tra i poteri delle istituzioni statunitensi. La stampa italiana non ha dedicato, nella sua quasi totalità, alcuna attenzione ai referendum che si sono svolti in molti Stati USA in contemporanea con le elezioni presidenziali. Ebbene, quasi ovunque i risultati hanno segnalato uno spirito diffuso che, immagino, farà la felicità dei libertarian statunitensi: e non mi riferisco alla componente di sinistra di quel variegato schieramento (ex-stalinisti, trotzkisti e anarchici che usano il termine esattamente come in Italia si usa il vocabolo “libertario”, come sinonimo di anarco-comunista), quanto a quella componente di destra che si riconosce nel Libertarian Party (si è presentato a queste elezioni con la candidata Jo Jorgensen che ha ottenuto l’1,6% del voto popolare, quasi 2,5 milioni di voti, non proprio irrilevanti) e che in termini italici potremmo definire anarco-liberista: e cioè, sostenitrice del ruolo più minimale possibile dello Stato e delle istituzioni pubbliche che non dovrebbero intervenire né in economia, lasciando quindi operare il massimo di laissez-faire, senza monopoli, barriere doganali o vincoli giuridici, con tassazioni minimali per le imprese e per i singoli, e libertà di licenziamento nelle aziende; e tanto meno nella vita privata, lasciando la possibilità ad ognuno di farsi la famiglia che vuole, di praticare gli orientamenti sessuali più liberi e variegati, di assumere qualsiasi droga senza correre rischi penali, di maneggiare liberamente ogni tipo di arma (alla propria gioventù, raggiunti i 14 anni, viene consegnato un fucile e una iscrizione ad un poligono di tiro). E se guardiamo i risultati di questi referendum, non si intravedono spinte “socialiste” ma casomai di questo tipo, in una direzione anarco-capitalista in economia e di suprema libertà individualista nel privato. Ad esempio in California, dove Biden ha stravinto con il 64,6%, i referendum hanno respinto ogni aumento di tasse sulle imprese e ridotto quelle sugli immobili, anche di grandi proprietà, bocciato una proposta di equo canone per le famiglie a basso reddito e anche l’obbligo per imprese come Uber di assumere stabilmente gli autisti. D’altra parte, mentre in Illinois – dove Biden ha stravinto con il 56% – è stata respinta una sorta di “patrimoniale”, una imposta progressiva sui redditi delle imprese, altri quattro Stati, ove in due ha vinto Biden (New Jersey e Arizona) e in due Trump (South Dakota e Montana), hanno legalizzato la marijuana, mentre l’Oregon (vittoria netta di Biden) ha autorizzato il possesso di modeste quantità di qualsiasi droga, mentre a Washington D.C. (District of Columbia, ove Trump ha preso il 5% e Biden il 93%) sono stati autorizzati pure i funghi psichedelici. Ora, intendiamoci, non è certo questo impasto di ultra-liberismo economico e di anarco-libertarismo in campo privato/civile che avrà un peso significativo nella politica di Biden e del Partito Democratico. Biden, pressato dalla socialdemocrazia interna e dai movimenti esterni, avrà presumibilmente più attenzione che in passato (durante la vicepresidenza con Obama) per le questioni sociali, per certi Beni comuni e assai probabilmente cambierà di rotta a 180 gradi rispetto alle politiche ambientali di Trump, come pure cercherà di riavviare il progetto di una decente Sanità pubblica gestita dallo Stato federale e dagli Stati singoli, ridimensionando il dominio delle assicurazioni che era in principio l’obiettivo di Obama: e d’altra parte il suo primo atto pubblico è stato la creazione di una task-force contro la pandemia, in cui il ruolo della scienza verrà riaffermato di contro alle cialtronate no-vax e complottarde di Trump. Sarà più attento alla condizione degli afroamericani e adotterà atteggiamenti meno concilianti, immagino, verso le violenze poliziesche nei loro confronti. Ma è ben difficile che sfidi sul serio le grandi multinazionali e comunque il comune senso liberista dell’apparato produttivo e della maggioranza della popolazione statunitense, riconfermato anche dai referendum che ho citato. E soprattutto, ha già indicato, con un richiamo utopistico alla “riunificazione” degli statunitensi, compreso larga parte del popolaccio trumpiano, la volontà di perseguire una politica moderata, di capitalismo “temperato”, che molto probabilmente lo spingerà a cercare continue mediazioni e compromessi con quella parte del Partito Repubblicano che ne ha le tasche piene di Trump. E infine, potrebbe far ripartire, a livello internazionale, quell’interventismo “umanitario” che tante disgrazie ha portato in passato; anche se, ad essere sinceri, quando Trump ha abbandonato il Medio Oriente in fiamme lasciandolo in mano al boia Erdogan, a Putin e ad Assad, tradendo ignobilmente il popolo curdo, che tanti sacrifici e sofferenze aveva subito per essere nella prima linea di combattimento contro i nazi-islamisti dell’ISIS, anche noi avremmo auspicato, almeno per una volta, un “interventismo” USA che aiutasse i curdi ad avere finalmente un territorio dove vivere in pace e in prosperità.

Molto però, in questi precari equilibri, dipenderà dalla corrente neo-socialdemocratica del PD USA e dalla sinistra radicale dei movimenti sociali per determinare come si svilupperanno i rapporti e i conflitti politici e sociali, fermo restando che dall’altra parte in campo resteranno, e più assatanati che mai, i suprematisti bianchi, le aree fascistoidi e presumibilmente buona parte del popolaccio di Trump, a seconda ovviamente delle scelte che farà l’ex-presidente. Visto come siamo messi in Italia e come in genere non riusciamo qui da noi a fare efficaci e costruttive coalizioni antagoniste, se non di breve durata, non mi pare proprio il caso di provare a dare consigli o suggerimenti alle sinistre socialdemocratiche o radical-antagoniste statunitensi. Certo, ci vorrà grande lungimiranza, pazienza, capacità tattiche e strategiche e spirito unitario e solidale: e magari potrebbe aiutare anche un rilancio dell’internazionalismo modello-Forum sociali, e non guasterebbe un dialogo stabile con la sinistra radicale europea. Ma credo che ci vorrà pure una buona capacità manovriera “entrista” nei riguardi di certe istituzioni, soprattutto locali, da parte delle componenti neo-socialdemocratiche e anticapitalistiche, in un contesto ben diverso da quello italiano ed europeo, con maggiori margini di influenza e di visibilità nella società per coloro che resteranno all’interno di un partito moderato e nella migliore delle ipotesi legato ad un modello di capitalismo “temperato”, visto che, a meno di decisioni ignobili da parte della presidenza Biden e con i trumpiani furenti in campo, rotture e tentativi, sempre falliti negli Stati Uniti, di costituire nuovi partiti di sinistra, credo appaiano, alla maggioranza di coloro che hanno contribuito da sinistra alla vittoria di Biden, avventure azzardate. Ma siamo troppo lontani per dire di più e di meglio.

Documento della CGIL sulla rigenerazione urbana
Da Palermo un seminario su guerre migrazioni e diritti

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